martedì 18 giugno 2019

Da allora


Da  allora


La bicicletta la appoggia ad uno degli alberi che precedono la radura sul lungolago dove sono insediati i mangiari.
Gli  odori di carne fritta preannunciano di che genere unico siano gli stand gastronomici. Di bue, di maiale, di gallo, di galletti, di galline o di pesce misto,  surgelato o appena pescato nei laghi, carne, solo carne.  Ad ardere su tizzoni ardenti  in grigliate esalanti fumo, macinate in nastri di salamelle involti gli uni negli altri di salamelle,   sfrigolante quale hamburger  in padella o croccante quale aletta di pollo. Dall’Argentina, al Messico, ai sabores de l Espana, in piatti di paella de carne y de marisco, alla Toscana della rosticciana farcita con porchetta, ogni varietà di taglio e di razione  carnea  è ammannita. Gira allo spiedo Empanadas, churrasco de piqanas, itos,   filetti con recados,tacos, tapas, burritos. .. Da quello messicano con pico de gallo a quello sud tirolese o a quello classico amburghese, ogni  sorta di galletto qui è volto allo spiedo   A  volerlo, c’è anche  l’hamburger di canguro. Così , egli si dice, il popolo attavolato celebra i soli suoi modi ora  di intendere il cosmopolitismo, non senza l immancabile tocco di sovranismo ,  nello stand che garantisce  la propria carne come genuinamente italiana, sotto una striatura bianco, rosso, verde che è e oramai una consuetudine agroindustriale. Anche indiani, neri africani, discendono la costa del lago per essere parte anche loro  della pacchia del capitano,  quel   mostro gentile, ogni bacio che manda un’ avvisaglia di morte.
Altra  carne, ma   viva e ruspante,  è quella disumana che vede ovunque muoversi intorno,  di uomini  regrediti a presunti bambini nel vestiario estivo  che ne mostra i polpacci in pantaloncini corti,  sotto delle shirt, nero catrame d'ordinanza, nell’ostentarne , in realtà , senza impedimenti di cerniere e abbottonature, la disinibizione pronta già all’uso, imbarbiti tutti quanti nel loro imbarbarimento.
O le donne, vecchie e giovani,  fresche e scosciate, profumate e fruscianti , disponibili a tutto sempre che  consenzienti, me too.
Due troupes si alternano nel ballo, vicino a Casa de cuba pronta a riscaldare gli animi con una sangria  carne nuda  sgambettante in offerta alla vista,  tra la carne arrostita in offerta al gusto.
 Alles walzer….A Vienna, ha letto oggi sul giornale,si danno oramai  400 balli all’anno, edi tutti i generi, anche la principessa di  Firenze degli Absburgo-Lorena è compresa  nell indotto, noi, invece nazi- padani ora tutti, a strafogare intanto in  risosterie e tane del luppolo, il genio della porchetta il solo artista qui conclamato… lo stesso dicasi, o giù di lì, dei Weird, western, educated, indisyrialized, rich and democratic me , che non aprono bocca in assenso passivo.
Uno speaker vicino all’elettrosound avverte di non fotografare le carni delle ballerine più giovani, perché tra di esse ci sono delle minorenni. Con le altre invece, facciano pure-
“ Forse si faceva ancora prima nel  non farle ballare, le piccole ”, egli commenta rivolgendosi allo speaker  senza ricevere risposta.
In contrattempo un addetto avverte uno spettatore di non fotografare le ballerine che costituiscono invece l usato sicuro. Lui segnala con morta voce il disguido e l’addetto lascia correre 
“ Ci sono manze e manze” commenta poi l’accaduto, distanziandosi, con chi seguita a fotografare le ballerine vecchie.
Ritorna sui suoi passi, verso lo stand argentino sovraffolato, di fronte alla graticola enorme che vi  brucia  le carni. Un signore lo  osserva , sconcertato del suo insistere tanto  a guardare i  pezzi di carne che fumigano sulla griglia
“ Guardo la fine che farò quando sarò cremato, io sono come un indiano hindu, come la mia povera gente,non voglio che di me si faccia /diventare  sottoterra carne per vermi. Non  voglio il destino riservato alla carne umana e animale dall Occidente”
Tra la folla vede un suo  allievo di decenni addietro,  che finge di non vederlo e  non lo saluta,  da lui  ricambiato. C ome quello degli altri il suo volto lo  trova sfigurato  dalla durezza di cuore che regna sexy esibita e sovrana.  Non frenesia, o cicalio, ma  una  tranquilla  confidenza nelle proprie acquisite certezze, che di tutti loro, giallo bruni, verdi legioni sudate e orgasmiche,  fa un popolo capace di vivere senza patemi dell’altrui schiavitù, del rigetto nel mare di chi si avventuri a minarne  gli ultimi avanzi,  da trasmettere ai figli, della propria corruzione  benestante.
Gli appare anche il  giovane che  non  fa vista  di averlo visto, che voleva coinvolgerlo in India nei suoi progetti  turistici. Ora è qui, di ritorno,  a uso  e consumo di questo ritrovo culinario dei suoi viaggi tropicali. Esaltava la felicità nella miseria che esibivano cingalesi e indiani ai suoi scatti fotografici,  vagheggiava la decrescita che arrestasse lo sgretolarsi dei villaggi di malta, di usi e costumi così colorati e profumati, trattenendo restassero sotto i neem del villaggio o nella giungla bimbi e ragazzi lontani da  idphone,  dediti a  pratiche yoga che ne arrestassero  i crampi della fame, quasi che coloro adorassero ancora Lord Shiva o  Jagannath,  e a  ragione veduta le loro divinità non fossero Samsung o Huawei , come  ovunque  nel mondo.
“ Si credono i verdi custodi del l’essere, la salvaguardia giovane del nostro futuro, e  trattano(do) indigeni muscolosi,  giovani donne in  sari ed in chador,  templi hindu, o mirhab di moschee,  solo come sfondi  dei loro selfie  gloriosi, sono invece  gli epigoni ( della volontà di potenza occidentale) quegli epigoni di Leni Riefensthal”.
Solo nelle sue orecchie, tra quei musi duri e ottusi, che ostentano che  a loro non la si fa in barba, che non è a loro che la si dà di certo da bere, ora che non è più il tempo di operai e padroni, di sfruttatori e sfruttati, ma di zingari bastardi e di migranti delinquenti che ci rubano tutto,   eccola che si fa  risentire, la musica di Bandiera rossa che introna la sua vecchiaia. “ Davvero beato l uomo che non confida nell’uomo , si dice, che si affida alla sola  grazia che sopravvive a tutto”.
Ne sono passati degli anni dalle sue sagre di paese d’antan, ma rieccolo ancora lì, lo stesso popolo unto e bisunto, con che acquisita cordialità di modi  nel respingimento sicuro di sè, che non ne  ha per niente e per nessuno che non sia di suo godimento. E  rieccola là, alta nel cielo, la stessa luna di sempre, butterata  ma pur sempre incantevole per com’è  sospesa reclina,  quasi  arenata all’ancora, sul lago lievemente  increspato nell’estività della sera. Su di un  cielo che nelle sue striature di rosa del suo azzurro  sfocato, sembra  esalare dalle ciminiere che irrevocabilmente fiammano a inquinare tutto.
“ Da allora, quanto tempo è trascorso, vecchia amica luna, quanto ho visto e vissuto,  ho letto, scritto, visitato, ammirato con incanto e conosciuto , quanti ho  amato nel mondo, fino a coloro cui mi sono arrestato, quanti ho istruito, e fatto crescer,e e contribuito ad abbattere, e tutto solo per vedere risorgere nel videogioco sempre nuovi  più spaventevoli mostri, mentre imperturbata tu rimani di me in attesa,  ora come allora, e più che allora, adesso che dopo l età adulta, passata in un volo anche quella, nel mio invecchiamento sono  oramai   maturo per l’appuntamento programmato  da sempre.  Solo ancora un po’ di tempo,  ancora quel poco, perch’io raccolga le mie ultime  cose , ogni residuo  di sporco, e non lasci  senza niente la mia sola, povera  gente”.




i cavalli di Giulio Romano


Siamo oramai a metà del guado dell’anno  che almeno  a Mantova si è inteso dedicare a Giulio Romano, e mentre  aumentano le pubblicazioni in uscita un po’ di tutti i nostri storici dell’arte, vuoi l’Occaso, Braglia , Girondi, più o meno curate o raffazzonate per l’ occasione, necessitando in vero di tempi più lunghi, va  in crescendo il rullare di trombe e lo squillare di tamburi  della  sua celebrazione  enfatico propagandistica,  ad opera a di chi intende trarne lucro e lasciti in eredità  di ogni sorta , vuoi  convertendo sovranisticamente  GIulio Romano in un Giulio Mantovano , vuoi (per rinnovare le fortune impenitenti  di  Federico II)  cercando di acchiappare turisti alla luce di un’idea tutta orgasmica di arte e desiderio. Così stando le cose, ben vengano  dunque,  a riequilibrio di un celebrativismo enfatismo negato finanche a Leonardo nel concomitante Cinquecentenario  della sua morte,   le stroncanti paginette  su Giulio Romano scritte di recente da A. Moresco,nel suo  incantevole  libretto La mia città edito da nottetempo,  in sana controtendenza come è inevitabile che sia, per chi è davvero scrittore e critico.  Che dice mai di male su Giulio Romano il nostro? Tutto le sfumature di  male possibile, direi, nel breve spazio di neanche tre deliziose paginette:  che   il nostro Giulio fu “ un ottuso e arrogante allievo di Raffaello,  venditore di fumo tardo rinascimentale”,  colpevole, a suo dire, di avere “riempito tutta la città di Mantova dei suoi bugnati del cazzo”, un po’ come l  imbarbimento  dell imbarbarimento attuale, mi vien da soggiungere,  che a pensarci bene , aggiungerei io,  richiamano tutto  l’” imbarbimento” dell’imbarbarimento attuale, il resto di Moresco ancor più in discesa libera…  A dire il vero , a salvaguardare Moresco  dalla facile  rimozione nell’irrilevanza critica, proprio da parte di chi bonariamente lo perdoni con l’adagio che non è poi uno del mestiere, che a uno scrittore  che sia  battitore libero  quando è in vena di dire la sua  si può perdonare anche l imperdonabile, sempre che ci  diverta ed intrattenga, ci dia insomma un po’ di piacere, va ricordato che nella sua denigratio di Giulio Romano egli è in illustre compagnia di storici e critici, quali J. l Burckardt a C. Gould,  e  che se dai tempi dell Hartt, il 1958,  non esce nel mondo più alcuna monografia globale  su Giulio Romano,neanche per editto, non può essere solo per l’ignavia nei suoi riguardi di noi  moderni e contemporanei, mentre  resta tutto da dimostrare, che cosa non sia vero niente  di quel che Moresco ha detto di male di G. Romano.. Lasciando ad altri tale compito ingrato, nel salvare almeno  il minimo che sia salvabile del Pippi,  vorrei qui  accodarmi a quel  che “ delle imbarazzanti diavolerie di Giulio Romano”  resta  salvabile per  lo stesso Moresco. Sarà pur poco, ma  è pur sempre una pepita,se  colta  pur con tale acrimoniosa avversione a tutto campo,   rispetto a quanto venga rimasticando qualche venerabile maestro, autocelebrandosi  nel  concelebrare maxima cum exaggeratione  Giulio Romano. Concelebrandosi esageratamente con Giulio Romano.
Quel che  Moresco salva del Giulio Romano, del Te,  “ con qualche medaglione là in alto, qualche silenziosa barca che scivola nella prima luce sull’acqua…” sono i cavalli, nient’altro che i cavalli dell omonima sala, ma almeno quelli, che anche a me piacciono tanto. E non solo quelli, che rinnovano gli alti fasti in  tema della pittura di corte mantovana, dal Pisanello al Mantegna, ma anche quelli , e ancor più quelli, mi piacciono, della sala di Troia in Palazzo Ducale, che mi dicono molto, di più, per come ne è espresso il furore fisico nelle froge e negli occhi, nell imbizzarrirsi dello scalpitio e delle criniere..Li si confronti insieme a quelli invece olimpici del Mantegna  con le figure umane circostanti, e si  dica  tra umanità adulta  ed  equinitas  a chi vanno le simpatie dei due,  in quale resa  dell’ empito  agonistico di Teucri e Cavalli sia  più bravo  Giulio Romano, e non solo nel disegno, come sempre, ma  pur  nel colore e nella pittura, dove a volgerlo alla perfezione  latita tanto  un  suo vero tormento.  Perché è in quei cavalli, come nelle acque e linfe sorgenti e scorrenti  della sala di Amore e Psiche, nella resa, se è a presa rapida,  di satiri priapici e condiscendenti ninfe, della naturalità del mondo istintuale in cui rientriamo  noi tutti quanti, che Giulio romano rivela il meglio di sé nell’arte raffigurativa. Come dal Leonardo della battaglia di Anghiari, da tale Giulio Romano insieme alle sue ninfe perturbate desunse Rubens  i cavalli dei suoi  magnifici  dipinti equestri, e ne è una riprova che benché dipingesse allora  in Spagna, ai  primi anni del suo  soggiorno in Mantova risale nel 1603 lo stupendo  suo ritratto del Duca di Lerma e del suo cavallo,  iniettato della stessa ferinità istintuale di quelli di G. Romano nella sala di Troia. Un gran Rubens che ritroveremo in Gericault, Delacroix,  nello stesso De Chirico.


Per tutta la Lombardia giovò di maniera"

Signor Direttore,
Per meno di una settimana, ancora,  a integrazione della  rassegna  di Giulio Girondi  “Architettura ed incisione negli anni di Giulio Romano”,  in via di chiusura negli stessi giorni,  nella  sala rossa del Museo Diocesano resterà ugualmente esposta una  preziosa  silloge , integrativa, di disegni  esemplificativi   di come “ Per tutta la Lombardia  giovò di maniera “ Giulio Romano, ( per “Lombardia” dovendo intendersi l’ Italia settentrionale ),  curata sempre da G. Girondi, da Michele Danieli e Stefano l’Occaso, pur essa con un proprio catalogo edito dalla casa editrice il Rio di G. Girondi.  Segnalo tale esposizione  perché è un  campione di ricerca plurima locale,  non già una delega  fiduciaria di grande mostre ad allestitori esterni,  e altresì per il valore e la significatività di alcuni dei disegni esposti,  alquanto eterogenei  tra loro e, dispiace dirlo,  senza  il supporto di pannelli che riprendano le note del catalogo. Fra di essi primeggiano per grido autoriale due sanguigne del Parmigianino, che costituiscono due suoi studi di anziani di grande vigoria espressiva,  nell’intensità della concentrazione di sguardo e nella muscolatura michelangiolesca,  espostevi  fors’ anche a risarcimento del fatto che G. Romano  sia subentrato al Parmigianino negli affreschi di  S. Maria della  Steccata in Parma .Ma per la qualità e la libertà del disegno eccelle in assoluto una Sacra famiglia con S. Giovannino  di Luca Cambiaso, che grandeggiò nella Genova dove di G. Romano fece scuola La lapidazione di Santo Stefano. Con il minimo possibile dei tratti di inchiostro bruno il  Cambiaso  esprime nel suo disegno a penna tutto l’intenerirsi reciproco della Madonna e del Bambino e di San Giovanni per  il suo agnellino, in disparte un San Giuseppe  cogitabondo .Dei tre disegni attribuibili o riconducibili più direttamente a Giulio Romano,  si lascia di gran lunga preferire  quello che inscena l’ammazzamento di un toro,  per le linee  di forza dell’abbattimento  e quelle di prostrazione remissiva che  profilano le due figure contrapposte dell’uomo necans, che uccide, e del toro abbattuto.  Il disegno di un cacciatore che infierisce con il bastone su di un suo vecchio cane  vale in particolare per la reattività risentita dell’animale, e pare che prefiguri  una delle  fabulazioni dell’appartamento del  giardino  segreto di Palazzo Te.
Restano ancora, a completare l’ insieme, un disegno progettuale incentrato su Sant’Andrea in Mantova di Pompeo Pedemonte, già oggetto di uno studio breve di  G. Girondi ,  il cui rendering lascia supporre che la fabbrica del tempio albertiano prevedesse un vestibolo anche su Piazza delle Erbe,  e può fare intendere quale fosse la cupola più affine agli intenti albertiani, già espressi a suo tempo per il tempio malatestiano di Rimini,  inoltre un bel disegno imperioso  di Giovanni  Battista Bertani che rappresenta un Ercole per apparati scenici campeggiante in una  postura  di grande possanza, nonché una copia o un originale di una Resurrezione di Bernardino o Gatti il Sojaro, formatosi  sulla pittura mantovana di  G. Romano.  In esso più che il sentimento devozionale può l’ impertinenza della composizione, vuoi per il Cristo che sembra ascendere in gloria al culmine della disposizione acrobatica dei suoi vigilanti, vuoi  per  le impugnature e i sottinsù esibizionistici di costoro.  Un dato non peregrino, quello della licenziosità d’artista  nei tratti privati dei propri disegni:   valga per tutti, “modi” di G. Romano  inclusi, il meraviglioso studio di Rubens per il Battesimo di Gesù che figurava nella Chiesa della Trinità di Mantova.   A latere sono esposte anche tracce documentarie e bibliografiche delle committenze ecclesiastiche per Giulio Romano della Diocesi di Mantova, con un pregevole opuscolo illustrativo.


Odorico Bergamaschi
Un mio scritto personale

Paure indiane

13 giugno 2019
Quando erano già le sei del pomeriggio oggi ho telefonato ad Ajay, prima che a Kailash, per sapere dal ragazzo a che punto fosse del suo viaggio di rientro in Dharamsala, per tornarvi al lavoro in cucina fino alla ripresa delle scuole a metà luglio. Immaginavo di trovarlo sull’autobus da Delhi a Dharamsala, ed invece era già in prossimità del ristorante in cui lavora ed alloggia, nella parte alta del villaggio, McLeod Ganj , dove si concentrano i rifugiati tibetani e tutto costa di più perché vi risale a dorso d’asino. In giornata non si è intrattenuto in Delhi e come è arrivato alla stazione ferroviaria di Nizamuddin si è subito avviato a quella degli autobus di Kashmiri gate per Dharamsala Era la prima volta che il nostro Ajay viaggiava da solo, e volevo da lui sapere quanto l’avesse trovato bello e avventuroso, dopo i viaggi di ogni sorta che abbiamo vissuto insieme. Ma Ajay era stanco del viaggio, in un India stremata anche nelle località di montagna dal gran caldo,  voleva raggiungere quanto prima il suo padrone vero, l israeliano, rispetto a quello indiano prestanome, e mi ha rinviato a risentirci più tardi, quando nei giardini del Politecnico il suo cellulare oramai non rispondeva più. Non mi restava che di telefonare a papa Kailash per chiedergli ulteriori notizie. Con gran piacere ho sentito da lui che aveva già telefonato al ragazzo non una, ma più volte, nel corso della giornata , con cuore di padre riconciliato conil figlio. Tutto andava bene ed era proceduto per il meglio, gran caldo e affaticamento a parte, avrebbe provato a sua volta a risentire Ajay, che lo contattassi più tardi.
In quel cortile avvertivo intanto una profonda pace. Ancora non era stata pubblicata la mia recensione di una rassegna di disegni di pittori del Nord Italia che avevano appreso la maniera di Giulio Romano, le monografie che prima ancora di partire dall India avevo depositato preso la Biblioteca Comunale della mia città non erano stare ancora catalogate, né mio fratello aveva  risposto alla mia lettera, in cui gli dicevo come per i sensi di colpa che mi incuteva che mia madre restasse affidata alle cure di mia sorella non riesco a consentirmi e a concedermi niente che possa sembrarmi un’approfittare ed un trarre vantaggio dalle sue costrizioni inderogabili, come per riuscire a vivere cosi sia riuscito a farmi venire a disdegno tutto e tutti quanti, e pur tuttavia abbia iniziato a pubblicare in forma di e-book tutto quello che ho scritto, e  al pari delle musiche trite insediate nelle mie orecchie, abbia catturato la mia mente il sogno liberal snob di viaggiare per le Dolomiti e lungo i laghi lombardi in cabriolet, alla stregua vintage dei Fratelli d’Italia d’arbasiniana memoria, e non sia riuscito a sottrarmi all incanto di un’immagine che mi è giunta via internet di una spiaggia di Corfù striata nel suo biancore abbacinante dal mare e dal vento
Prendere atto di non potere contare sugli uomini infonde la pace più profonda, ed io mi riservavo di far sapere a Kailash, non appena ci fossimo risentiti, che se fossi morto in India provvedesse a informare i miei familiari solo a cremazione avvenuta, pregandoli soltanto di dimenticarmi il più possibile.
Ritornare per l’ ennesima volta come uno scanner sul mio testo sui templi Hindu in granito dei Chandelas sarebbe poi stata l ennesima prova di resistenza al dolore, nel vedere quante nuove imprecisioni, contorsioni, ripetizioni o lacune sconcertanti  emergessero da quelle mie parole innumerevoli volte viste e riviste, e me ne disbrigavo per una tregua che mi desse respiro quando erano oramai quasi le otto, e dovevo allora far corrispondere quella mia telefonata tardiva a Kailash all’interloquire trafelato del mio avviarmi al supermercato che stava chiudendo..
Riavviavo la comunicazione come di ritorno potevo adagiarmi in poltrona, contento di avere da dire all’amico del mio cuore che avevo trovato sugli scaffali delle offerte già in via di esaurimento, che mi consentivano di spendere per il mangiare ed il bere quanto in India.
Certo , tutto bene, tik-è, mi ripeteva, a parte i 48 gradi di afa torrida riscontrati anche oggi , che spopolavano le vie di Khajuraho mentre affollavano di chilometri di chilometri di code automobilistiche i centri montani di villeggiatura come iInatal, e quanto alle sue vicende un certo malcontento del padrone in hotel, dopo che per l ennesimo giorno sì era ritrovato senza clienti. Ciò non toglieva che si stesse facendo in quattro per rinnovare televisori, condizionatori, tutto il mobilio e l arredo delle stanze al piano terra, pur di non ritrovarsi con dei turisti bengalesi scontenti della sistemazione e rissosi alla rèception. Lo stesso Principal della scuola di Poorti e Ajay era passato per comperarli di seconda mano, ma il padrone aveva venduto già tutto. Costui l’aveva comunque aiutato a pagare il viaggio per Ajay. Ed Ajay gli aveva lasciato 7.000 rupie del suo stipendio perché potesse dare un acconto congruo al proprietario del terreno che il nonno aveva forzato Kailash ad acquistare nel più disagevole e gramo dei siti, pur di profittare delle agevolazioni del governo precedente di Modi, mentre non aveva voluto saperne di prestare il suo nome ed il suo status di contadino per acquistarne un altro, in buona posizione, in quanto la famiglia di Kailash vi si sarebbe ritrovata con tutto intorno gente dalit. In tal modo, tornava a ripetermi Kailash, nel trasporto della sua soddisfazione per la cosa, grazie al contributo di Ajay mi sgravava di quell’onere.Peccato che anche cosi, restassero in sospeso 15.000 rupie ancora da versare, prima che il campo fosse suo.Poi, per farne che cosa? Ho chiesto a Kailash , nel timore che tornasse per questo a inguaiarmi.“Per rivenderlo appena posso” la sua risposta di sollievo per me giudiziosa. Altre, nell’afa del suo cielo caliginoso, erano le nubi che stavano in lui addensate. Anche nella vicina Chhatarpur, come già in Rajasthan, nell Uttar Pradesh, nella capitale Bhopal, si era verificato un caso o tentativo di stupro di una bambina. Nella capitale distrettuale durante l' ennesima festa di nozze 
era appena avvenuto, , che un uomo, guarda caso il solito muslim, avesse chiesto ad una bambina di dodici anni di appartarsi con lui nel giardino. Per fortuna altri ospiti l’avevano notato e lo stupro era stato sventato. Ma a Bareli, nell Uttar Pradesh, un’altra bambina aveva accettato l invito di un giovane uomo a salire con lei in bicicletta per fare prima a tornare a casa da suo padre in attesa, e da allora non è stata più rivista. Capita oramai tutte le volte che gli chiedo dell’India, che abbia notizie del genere da riportarmi, e che abbia la testa stravolta da questo, tanto più se pensa alla nostra Poorti, al nostro Chandu, che ogni notte dovrà ora lasciare in casa da soli con la madre per il suo turno in hotel, per tutto il tempo durante il quale non potrà fare affidamento su Ajay di guardia, fin che non rientri da Dharamsala. E che il fatto fosse accaduto a Chhatarpur, nelle vicinanze, gli faceva incombere il pericolo come se fosse di casa, in una Khajuraho, dove da che ci vivo più a lungo, due bambini sono stati seviziati e uccisi e poi gettati nei pozzi, il figlio di un suo conoscente è stato decapitato e la sua testa è finita in pasto ai cani. Avessi saputo di tale risvolto dei fatti, prima che Ajay ripartisse per un mese soltanto di lavoro, Ajay che come Mohammed reagisce all’ orrore invocando le punizioni islamiche a colpi di scimitarra, gli avrei almeno chiesto se ne valeva la pena, tanto più che doveva essere di ritorno in un ristorante che era stato coinvolto a sua insaputa e del proprietario in un traffico di crack con i turisti che fossero israeliani. Altro che spiritualità buddhista tra le prime alture himalayane, ristorata dalla presenza di stanza nel luogo del Dalai Lama…
Che provvedesse il mio amico a spiegare ancora una volta a Poorti il rischio che può correre,a farle capire davvero che cos’è in realtà uno stupro, che non si tratta di evitare chi può dare fastidio e importunare perché è stupido o un antipatico. Mi ha detto di quante volte ci ha provato, con l’aiuto di Vimala, in hindi, o usando il vernacolo Bhundeli.
Anche a Chandu, facesse capire qualcosa.
E’ per essere sempre avvisato in tempo di quel che può capitare, che un giorno sì e un giorno no lascia  a Chandu e Poorti lo smartphone in uso quando li abbandona per l hotel..
Glielo lasciasse ogni sera l’ho pregato, più che consigliato, dicendogli che può bastare che mi chiami perché lo ricontatti prima di partire da casa.
E come sarò di ritorno il primo smartphone che acquisterò sarà per Poorti, mi sono con lui ripromesso, per sua sicurezza e per la sua gioia, in quanto che non deve restare l ultima ad averlo rispetto ai fratelli perché è una ragazza. Al mio amico l’avevo già detto, del resto, che ciò che più mi contrariava di Mohammad, era che lo smartphone che avevo acquistato da lui per riservarlo a Poorti, , se lo fosse ripreso sottraendolo tuttora alla bambina con la scusa che non lo ritrovava più, non avendo le rupie per sostituire quello che aveva rotto al seguito degli altri , mentre mi ero fatto una ragione che non lo utilizzasse mai per telefonarmi.
Kailash intanto, incupito nella sua stupidità atroce, così mi sembrava, che aveva lasciato partire un Ajay cui importava più di tutto lasciare il caldo e guadagnare altre  rupie, Kailash inferociva al telefono contro gli stupratori indiani. “ Li ucciderei direttamente, li ucciderei subito. Ma quei madarchod della polizia li portano via dalle mani di quelli che vorrebbero farlo. ..Ho sentito che in America , ed anche in Corea del Sud vogliono fare un’iniezione a quelli che stuprano, così che non hanno più l’energia per farlo, un’iniezione che sono essi stessi a dover pagare. Ma io sono per l uccisione diretta” mi riconfermava in tutta la cupezza della sua angoscia.Del resto che cosa non era  divenuto contro di me, l’amico carissimo, quel pomeriggio in cui già ci sentivamo certi del peggio, cinque ora dopo che Poorti si era allontanata con le sue amiche sulla mia bicicletta, su richiesta del padre che le concedessi di usarla,, ed ancora non aveva fatto ritorno e dato notizie di sé, minacciandomi per essermi attentato a inveire che nel frattempo non si fossero messi in apprensione, " murk, murk, murk, stupidi tutti quanti2, e a dir male di Poorti, stupida anch'essa, per quanto fosse stata sconsiderata e sventata
Che provvedesse a informare di nuovo e davvero i bambini, gli ripetevo ieri in risposta, che cercasse chi potesse prendere il suo posto in casa, di notte. Il fratello Manoj, no, non era possibile, si era ammalato con l’acqua dell’ hotel e ne aveva ancora per una settimana, il nipote Raju era in vacanza, come lo zio.
Chissà,mi sono poi chiesto, se per 75 rupie per notte Mohammad potrebbe restare a dormire presso la nostra famiglia invece che a casa sua.
Gli dirò di domandarglielo, domani. Intanto sapeva dirmi, Kailash, perché mi aveva accennato i giorni scorsi alla presenza in India della mafia nigeriana?
“ Perché sono loro che qui controllano lo spaccio del crack” mi ha risposto tra uno sbadiglio e l’altro che l’avviava già al sonno.

sabato 1 giugno 2019

E come e più di Mohammad



E come e più di Mohammad, fece fu  lo stesso Ajay,
nell’uso fraudolento delle mie card,
Mohammad , come già  Kailash,
sottraendosi nel vino  nell’alcool ad ogni debito di gratitudine,
in vino l' atra veritas
del  suo farsi  di me il più rancoroso nemico,
nel mordermi atroce 
morso dal bisogno,
tra nessun altro di tanti amici che ha al mondo   che sia a lui sensibile.,
in un universo indiano  di lupi  di che  volto gentile  di amici, gentile,
di sodali di soli bagordi  e inettitudine oziosa.
Finchè  da Delhi, antica conoscenzam
 non ha fatto ritorno hari rom,
e  di lui ha fatto a suo dire il suo koinoor,


si direbbe piuttosto un giornalista spiantato,
ma in conformità con il proprio talento,
 che senza gran che saper leggere e scrivere all’app può  dettare,articoli
per il resto affumicato dall’alcool, illuminato di marjuana,
quanto pieno di vita col respiro del vento,
tagliente ed ingenuo nella sua cara mente geniale
“ Khajuraho è un inferno,
i giovani vivono della corruzione dei padri,
con le mie inchieste questa  li farò tremare,
sarò un Robin Hood, si ripromette, ma a metà,
toglierò ai ricchi senza lasciarlo ai poveri”
SE lo ricerco sa solo chiedermi aiuto in denaro,
si rifiuta di rispondermi, adduce scusami per poi non ritelefonarmi,
ma tanto mi basta,  io resto nel sogno di lui ,

giovedì 9 maggio 2019

ultima elegia( post recuperato del dicembre 2018) bozze elaborative











(Si fa sera, di un altro nuovo giorno sereno  oramai volto al suo tramonto,
Le messi raccolte sono già le loro stoppie, nei campi
ogni luce e strepito a riaccendersi è in aumento prima di spegnersi




nel sereno diurno di un sole implacabile,
le ossa vi ristanno dalla loro fine,
in cenere e ciotole per l offerta e lo sputo, )





Nel sereno diurno di un sole implacabile,
le ossa si ritemprano si temprano confortano della loro fine,
in ceneri e ciotole per l offerta e lo sputo,
quando, mentre delle  messi raccolte,  biondeggiano già le stoppie
biancheggiano/ si calcinano   nei campi,


ed oltre l’amore ogni amare di odiare tanto
è in erte scale di luce l’ascesa all’azzurro nel sole  diuturno
è nei suoi infranti gradini è che la tua vita che si fa il lastrico di ogni rinuncia lastricata di ogni rinuncia  (implacabile)
per insegnare così l’adempiersi alle il compito che adempiono  le più  care vite,

nel lavoro in cui ha fine la fanciullezza di Mohammad,
di sbocco in cui sbocca la anzi che il in luogo del cricket alla scuola di Ajay,
 prima della ripresa,
in cui Kailash ritrova chi per una manciata di rupie 
notte e giorno è si fa già il padrone della sua intera esistenza/ vita,
In India There aren’ t rules in private hotels”)
 (“In India non ci sono regole che valgano
 negli hotel privati”)
Prima di rivoltarsi nel sonno e assopire la pena,
tu volesti farne ottenerne dei lavoratori capaci,
ne hanno fatto stanno già facendone ottenendone traendone già degli schiavi  insonni e famelici,
Suo dono di luce ancora più ancora a  gravare  in dono sulla tua mia rotta  vecchiaia,  

“Prima dormivamo noi tutti,
Solo ora ci ritroviamo svegli, “
Le  sue parventi  rinsavite grate recrudescenti resipiscenti parole dell’amico,
in una luce a cui ancora attingiamo e che non ci lascia intendere


Chandu e Poortii i nostri bimbi il sonno dei loro giochi
quanto avanziamo o siamo per gli dei solo come mosche in mano ai monelli
 Se  siamo mai per gli dei solo come mosche in mano ai monelli

che nel nostro sperare e credere ancora
essi ci stanno essi  più ancora essi ando e uccidendo tormentino e uccidano solo che solo per  divertirsi divertimento

“Mio  Dio, gridando io nello spezzarmi,
non so essere e dare più che questo”,

“La notte scorsa feci  il sogno che tu ci lasciavi,
e la testa or ora mi girava più debole
alle tue parole che mi dicevano che svuotavano vedevo  svuotarsi  dei tuoi libri la tua stanza,
 la stanza di babbà che se ne va via per sempre,”
che all’amico io dissi per sincerarmi che non fossero essi a non poterne più di me,
nell’invitarmi a lasciarli se restare mi era  talmente difficile, così tanto mi faceva soffrire, prostrati dal mio aiuto,  che vi stessi del mio starci
“ Ma  non lascio già per questo, qui io resto qui  a lavorare al lavoro,. ora è questo il nuovo capitolo della mia vita, devo lavorare, ora,  come in è  Come in è un mio come un nuovo capitolo della mia vita/  nel mio nuovo capitolo della mia vita”
 Più forti già di ogni resa della tua resa di tutto sono
le parole di  Mohammad  che tutto  riavvivano tutto,



come se non dicessero già tutto
 l incanto mattutino che mi  ritrova insieme a vimala e chandu,
il ritorno di ajay per cucinarmi  l’omelette  di nuovo
nella stessa delicatezza  gentile on cui in stanza mi  rinnova la madre in stanza l’acqua fresca,
ad ogni occorrenza mi serve il the con il limone e la menta,
il sensore del pappagallo che rinnova il suo canto  ad ogni acciottolio di stoviglie,

- “ sei tu più un fiorellino o un uccellino?” chiedo allora a Chandu,
“ un uccellino” mi dice il bambino,
imperterrito videogiocando a nel videogioco a sterminare polli,
i chicken invaders,
la stanza tutta ora  la fragranza delicata soave di tutta la sua della sua tenerezza dolce dolcezza tenera


“ ma  non lascio, qui io resto qui  al lavoro,. è  Come in è un mio come un nuovo capitolo della mia vita ”
E Più forti già della tua resa di tutto sono le parole di  Mohammad  che tutto  riavvivano tutto,

nel farsi sera, di un altro nuovo giorno sereno  è oramai volto al suo tramonto,
di ogni luce e strepito a riaccendersi è in aumento prima di spegnersi


siamo per gli dei solo come mosche in mano ai monelli

essi ci uccidono per divertimento



giovedì 2 maggio 2019

Bella ciao


In tempi di regimi reazionari di massa , per dirla con Palmiro Togliatti,  in  cui il fascismo è un’insidia che può insediarsi in un modo e nell’altro in ognuno di noi, nei fascisti nero catrame come in chi si presume uno dei Weird, western, educated, industrialized, rich and democratic men ,  e non vuole fare i conti con la ricolonizzazione planetaria e l’evidenza sempre più inconfutabile dell’anima schiavista perenne  della democrazia occidentale ,  per cui  la difesa sovranista dei diritti del cittadino   è in conflitto  più che mai  con quella dei diritti  dell’ uomo,  è l’ora cred’io di un antifascismo  sempre più consapevole e critico, che ribadisca i propri miti fondanti nel rispetto della realtà storica e dell’intelligenza pensante. Per essere semplice e chiaro, occorre ribadire la propria opposizione e resistenza ad ogni fascismo, come a ogni totalitarismo comunista, perché il fascismo nella sua ispirazione ideologica e  nella sua costituzione materiale,  nonché in ciò che di catastrofico e abominevole ne è conseguito,  resta assolutamente  inammissibile nonostante quello che di buono può aver fatto,   non già perché non può avere fatto niente di buono, e niente di buono può essere accaduto nel ventennio fascista. Il regime fascista non era  un regno metafisico del male in cui ogni strada che venisse asfalta  si sbriciolava subito, ogni ponte che si  fosse costruito cadeva all’istante, ogni condominio dell’epoca collassava su se stesso come ci si  metteva piede dentro, o non c’era raccolta del grano che non  finisse in marcescenza. Il che non toglie che restino fake news gli 8 milioni di ettari bonificati delle Paludi pontine,- furono non più di 500.000, pare-, o che le pensioni siano state istituite dal duce, quando risalgono ai governi liberali di destra  Crispi-Pelloux-Orlando.  Ciò detto,  la Resistenza va difesa e ed esaltata come grande processo di liberazione e di riscatto nazionale di un intero popolo , magnificando più di ogni altro chi vi ha fatto dono della sua vita per la salvezza di quella altrui, senza negarne per questo  gli orrori che ha perpetrato , quali l’assassinio dei fratelli Govoni e del giovane seminarista Rolando Rivi, o ricusare che nelle foibe siano finiti anche italiani che non erano fascisti. In realtà si tratta di revisionismi che erano divenuti ovvi già negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, in ogni ambito maturo storico-  artistico,  di ricerca e di pensiero, ma tant’è. Come ho ricordato ai miei amici in  face book , mio padre, ad esempio , che in vita fu uomo  pavido e resistentissimo, senza essere mai  stato né mai diventare poi di sinistra,  in questo a differenza di me, eppure si fece  partigiano per mera  umanità nei Volontari  della  libertà, come per mera umanità aderirono alla Resistenza tantissimi italiani, perché egli disertò per non essere complice degli orrori perpetrati  dall’esercito fascista di stanza nella penisola balcanica., e per questo rischiò la fucilazione.  Ma la Resistenza non si può depoliticizzarla o  sbiancarla, come vorrebbe un certo revisionismo di regime che  risale allo stesso renzismo rottamatore, cogliendo la palla al balzo delle semplificazione inaccettabili di Matteo Salvini, che ha presunto di ridurla a derby  tra  le tifoserie di fascismo e comunismo. I comunisti ed i socialisti nella Resistenza ebbero un ruolo propulsivo e organizzativo fondamentale, non esclusivo,  e l’anima non insurrezionale del Pci  ne ha garantito lo sbocco nell’alveo democratico, o ve lo ha confinato,  a seconda dei punti di vista.  Comunque sia  trovo inammissibile e  inaccettabile, in sé gravissimo,  una forma di acquiescenza e di condiscendenza che è già un cedimento, che non si possa cantare in una qualsiasi cerimonia pubblica Bella Ciao,  in quanto che, ci si giustifica,  sarebbe  divisiva. Bella Ciao nasce come canto del lavoro ed è oramai cantata in tutto il mondo,  e  gli unici riferimenti politici che vi ricorrono sono all’ invasore – nazista, e non specificato- e alla libertà. Personalmente l’ ho cantata  pubblicamente solo una volta, e fu in Iran, su richiesta ineludibile di un gruppo giovani che si erano ritrovati in auto di notte  lassù in montagna,  senza finalità cospirative ma pur di sentirsi, solo lassù,  liberi  dal regime di oppressione degli ayatollah. E seguito a trovare intollerabile che altre etnie, come  i sik indiani, nelle loro cerimonie religiose  assolutamente pacifiche possano sfilare  in città solo  in  periferia.
Odorico Bergamaschi

O acqua


Prove ulteriori di poesia


O acqua, che sgorghi ancora alla mia bocca,
tu non sei ancora acqua di Lete quella di/ del  Lete,
che questo mio io in se svanisca cancelli,
per un’altr’anima che preme,
per l estrema morte,  di cui piango,
che non ricordi più ch’io amo,
alla cui cara immagine mi riappiglio, riafferro,ricorro,  che riappaia,
sospiro in linea parole,
e i miei giorni si gremiscono di voi,
ora che più nulla può più dirmi
lo stesso respiro del mare, ovunque  io salpi.,
Mentre  tutto di voi mi ravviva
Come il giorno non ha più battiti
E si fa muro davanti la vita che resta,
Che importa, se in voi mi fa eco la stessa vita,
la pace  dei vostri giorni che sfamo e disseto
mi è di  conforto per resistere nel tempo,
  ora che  non è l ora nostra , e il potere è delle tenebre,
e nel tempo mi è di viatico  per volgere al suo guado ,
di cui si fa luce di un crepitare perenne ,
Lichtung, radura di che al varco ci attende.
Nota da internet Il termine tedesco Lichtung, traducibile in italiano con "Ciò che precondiziona qualsiasi luce e ombra consentendo a entrambe di essere tali", è uno dei nuclei teoretici fondamentali del pensiero heideggeriano.
«Lichtung, che è un neologismo con cui Heidegger chiama la luminosità improvvisa in cui un viandante che cammini in mezzo a un bosco di fitti alberi può trovarsi, allorché sbuchi in una radura, dove può ammirare, sia pure per un breve tratto del cammino, un panorama ben più vasto e bello di quello che vedeva all'ombra degli alti e spessi alberi. [1]»
La parola non indica un ente ma si configura come il "titolo" di quella problematica correlazione di Da-SeinSein e αλήθεια: ossia di esserci, essere e verità, per indicare "Ciò che non è più nascosto".
La Lichtung va interpretata come il "chiaroscuro" per ogni presenza e assenza, per ogni visione e apertura. Un primo significato della parola Lichtung scaturisce da una delle sue radici etimologiche: Licht/luce.
Traducendo così è possibile ravvisare un'analogia anche con il francese clarière e con l'inglese clearing.
Heidegger lega l'etimologia di Lichtung anche al verbo lichten, che significa diradare e rendere libero e leggero. Sono, dunque, due i sensi in cui è possibile intendere la LichtungLicht-luce, che indica quell'illuminare affinché l'ente possa divenire visibile, ossia intelligibile; lichten-diradare che allude al concedere lo spazio per l'apparizione dell'ente.[2]

L'intervento del professor Carpeggiani


Signor Direttore,
L’intervento del professor  Carpeggiani, apparso sulla Voce di Mantova di **,   contro ogni indebita censura della mostra di Nitsch e dell’operato di Assman,  mi sembra sia desunto da una storia dell’arte di un ammirevole candore,  che  in sapidi esempi  ce la presenta come se si sia stata solo una sempre più veridica rappresentazione del reale,  e non già, soprattutto nelle sue compromissioni con il sacro, anche una triste antenata e consorella degli orrori che inscena  Nitcsh,   in determinate messe in scena ed attuazioni di ciò che evochi, sia ciò di natura angelica o demoniaca,  soprattutto attraverso il canto, la danza ed il teatro,  i generi  in cui rientrano a pieno titolo le installazioni di Nitsch . O vogliamo dimenticare che i braghettonatori michelangioleschi erano gli stessi che richiedevano le voci  bianche di cantori evirati , così care ancora per Stravinskij, o che l’arte splendida di Usto Momin è decantazione della prassi centroasaiatica dei bacha baza,  come  la danza Orissi  lo è del  gotipua di acrobatici ragazzi  piegati a ogni pratica ? Ho fatto esempi   anche  esterni all’arte occidentale, o di commistioni, perché in tempi di globalizzazione e di multimedialità,  quando  diventa possibile rappresentare ed inscenare di tutto con tutti i mezzi, anche i più sanguinari, o  solo apparentemente innocenti, e si dà vedi la piattaforma Tik Tok, , e   e una  mescidanza straordinaria di tradizioni e culture, siamo davvero noi tutti sotto gli occhi di tutti,  ed  è ancor più  nostro dovere  riaffermare determinati principi inviolabili  per  ogni forma d’ arte e di sacralità , quali gli articoli dell’Unesco che vietano ad ogni espressione artistica e religiosa  il ricorso alla violenza ed all’offesa del corpo umano e animale, sia nella sua fisicità che dignità.  Il   professor Carpeggiani può ben convenire , del resto,  che se la mostra di Nitsch è ben altro che ciò che si paventava, e se la rispettabilità di tutti è salva, lo si deve  non solo alla condotta tutt’altro che rettilinea di Assmann, ma allo stesso  dibattito accesosi sulle colonne locali in merito  al suo allestimento, in cui davvero si è mescolato di tutto, di alto e di basso respiro. Comunque sia ben  venga, alla buon’ora, nel suo  elevato  tenore,  tale intervento del professor Carpeggiani, che è  quanto  di più ben accetto per i suoi strali appuntati contro ciò che soggiace a certi  umori  ostili alla mostra e ad  Assmann, che sono  ben di peggio  che provincialismi , personalmente li  direi forme di sovranismo culturale localistico, all’ insegna dell”’arte  di Mantova ai mantovani”, in cui riecheggia lo slogan “Il palazzo Te ai mantovani” che si è udito questo estate in un augusto consesso.  Tali stantii localismi  sono il grido di dolore di un passatismo conservatore di  una intellighentsia locale che si anima e si sente parte in causa solo contro tutto ciò che di moderno subentri in città,  al cui coro va pur detto che è giocoforza unirsi se si vuole dire la propria di segno opposto, come è  ora per Nitsch , per difendere i principi universali che pongono come inviolabile la dignità e la vita di ogni animale in qualsiasi opera d’arte,  e come è stato già per la vasca battesimale  in Sant’Andrea, che in sé  non era  certo inconcepibile architettonicamente, e tanto meno  un tradimento dello spirito albertiano, ma che in tempi di interreligiosita culturale  era improponibile perché vi si intendevano celebrare battesimi di apostasia. Invece mai che la voce di tali vestali si faccia sentire,  quando si  oltraggi o anche già nella  destinazione d’uso si degradi  ciò che è opera dell’architettura contemporanea, o  quando la modernità è pseudo tale, e invece di sacrificare la decorazione per la funzionalità pratica è  pura appariscenza propagandistica a discapito e incomodo di chi ha meno voce in capitolo ( vedasi il  nostro decoro urbano alla voce city bin,  per non dire dei microautobus bisdruccioli circolari del centro città), o quando la modernità anziché corrispondere a necessità sentite e condivise è ghiribizzo o uzzolo di corte  di qualche nuovo  Principe Duca ( vedasi il restyling originario di piazza L. B. Alberti). E  solo i soliti noti si fanno sentire,  quando la modernità anziché attualizzare il passato nelle concrezioni storiche da esso assunte, secondo il suo spirito più profondo, storicista,  lo tradisce ed assimila d  omogeneizza il passato alla propria fashion, operando il degrado commerciale ad  attrattiva turistica del  patrimonio storico artistico e ambientale. Così non una lamentazione  o petizione da parte dei nostri storici e critici d’arte,  o architetti e designer,  contro  gli oltraggi arrecati dall’insediamento della Progest  alla massima espressione della modernità in Mantova, le cartiere Burgo. Ed invece, come nel suo intervento  in questione lo stesso professor Carpeggiani,  consentono appieno che  si usi piazza Sordello e il Ducale od il Te per ogni sorta di  evento, alla faccia della necessaria  specificity,  degradandoli a contenitore buono a ogni uso,  in nome dell’interesse del nostro solo popolo  grasso, che non è di certo quello del commercio e del  popolo  minuto, e  del capitale umano di intelligenze e capacità che ugualmente sempre più faticaa restare insediato in città, o  niente  obiettano a che  la zona Ztl la si destini a mostrificio dato in appalto a questa o a quell’Electa,  nei profitti che a nostre spese genera ad altri. Nel  loro silenzio assenso sembra che a tutti quanti costoro vada pure benissimo che si sia ritinteggiata la città tutta negli stessi toni di colore fantasmatici, Palazzo Te come Sant’Andrea o Palazzo d’Arco, in omaggio alla fashion decolorata  che per turisticizzarla si è voluto imperante nella nostra città , tale decoro al fine di renderla indistinguibile da ogni altra città d’arte occidentale e in ogni suo stile , pur di compiacere  il desiderio dei suoi visitatori di ritrovarsi, ovunque siano essi nel mondo, fuori del mondo reale sullo stesso set, inautentico e falso, dello stesso non luogo che propina ovunque il turismo di massa.  E tanto di guadagnato se così si attraggono i turisti a godersi il falso unicum dei falsi amanti di Valdaro, a scapito di ogni altro reperto e manufatto del nostro Museo Archeologico Nazionale,  anche se per  questo un nostro  splendido Museo archeologico territoriale lo si è adulterato  in un Museo archeologico fittizio della città di Mantova , ora annesso al Ducale di Assmann . Si tratta di un riallestimento che per elevare Mantua al rango  che non aveva ai tempi  di Roma,  ne ha disconosciuto l’ origine etrusca  e i legami in ciò con il Forcello,riconducendo ad essa suppellettili rinvenuti nell’agro modenese e nelle ville romane urbane,  ben più di Mantova allora avanzate. E’ un misfatto di cui Assman che il professor Carpeggiani porta al settimo cielo, nel riceverlo in eredità, per annessione, sembra che neanche  abbia avuto sentore, altrimenti affaccendato  a promuovere e propagandare artisti che 8 su 10 dieci, o giù di lì, erano  di area doc austro-bavarese .

martedì 16 aprile 2019

Due ghazal di Ghalib da me tradotti


Fossero anche esauditi  innumerevoli  desideri, che mai  sarebbe?
Che ha da temere colei che mi uccida? Il mio sangue sul suo collo?
Quel sangue che dai miei umidi occhi, per un’intera vita, e senza un perché, ad ogni sospiro vorrebbe disciogliersi.
E ‘ da sempre che udiamo dell’esilio di Adamo dall’Eden,
Ma dalle tue   contrade con più grande sventura siamo stati disciolti.
O crudele, l’infingimento dell’altezza della tua vera statura sarà  disvelato
Se gli intorcimenti e le arricciolature dei tuoi capelli  saranno disciolte
Se qualcuno ha una lettera da scriverle,  che ci contatti perché le sia scritta da noi.
Si fa l’alba, e dall’ uscio di casa, è con una penna infilata dietro l’orecchio che ci disciogliamo.
In  questo girare in tondo, quante bevute furono a me ricondotte,
Al ritorno dei tempi la mia è la coppa  di Jamshid , in cui il mondo rispecchiandosi ha da  disciogliersi.
Coloro da cui attendevamo giustizia all’udire della ferita infertaci
Coloro, ancora più di noi feriti dalla spada del tiranno, ben presto si disciolsero.
In amore, non c’è differenza tra vivere e morire,
Solo che rimiri l’ infedele per la quale il respiro vuole disciogliersi.
La porta dell’osteria può essere la stessa che il predicatore valica, Ghalib,
 come ieri  la nostra truppa ha ben visto nel suo disciogliersi
( come ieri abbiamo ben visto nel nostro discioglierci)

Lasciatemi andare a vivere  dove non c’è nessuno, 127
nessuno con cui parlare,  nessuno cui ci accomuni il linguaggio,
lasciateci edificare una casa che sia speciale, senza porte né muri,
nessun vicino di casa, nessun custode,
se  ci ammaliamo, nessuno che ci curi,
se moriamo, nessuno che  intoni lamenti ).

Un ghazal di Mirza Ghalib da me tradotto


Un  sospiro richiede una vita intera  per  sortire effetto
Chi può vivere fino  a che i tuoi riccioli ribelli  siano  domi?

 Nell’ incedere di onda in onda si circonvolvono cento bocche di dragoni
Vedi  a che cosa una goccia  passi  attraverso per farsi  perla.

L’amore richiede sopportazione, lo spasimare non conosce riposo
Come trascolorerò nel  mio cuore, fin che la bile travasi in sangue?

D’accordo, allora mi considererai ,
 Ma nel frattempo mi sarò consunto in cenere

Dai raggi del sole la rugiada conosce la sua distruzione
Anch’io avrò vita fin che non mi baleni  il tuo sguardo

 Il godimento  dell’esistenza  non dura
Più di un singolo sguardo , siine avvertito,
quanto la danza di una favilla  è il calore di quell’avvivarsi.

Della pena di vivere, quale il rimedio, se non la morte?
La candela avvampa  di ogni colore fin che non sia l’alba,

Architettura e incisione negli anni di Giulio Romano


A cura di Giulio Girondi nella sala rossa del Museo Diocesano è ora allestita  una mostra “di ricerca” di notevole interesse, su Architettura e incisione negli anni di Giulio Romano,  che vi resterà esposta fino al 9 giugno. A coronamento di più di un decennio di  studi  in argomento,  G. Girondi vi  mette a frutto le sue competenze di architetto per ricostruire come gli incisori in rame  del Cinquecento, particolarmente quelli operanti in Mantova, Giovan Battista Scultori, i figli  Adamo e Diana,  Giorgio Ghisi più grande di ogni altro, avvalendosi soprattutto  di disegni in  cui G.Romano espresse il suo genio architettonico, nel tradurre opere altrui divulgarono ciò che dell’arte antica greco romana sussisteva in forme di rovine, o negli edifici o nei trattati d’epoca veniva riproposto come nuova arte edificatoria. A inizio d’esposizione Girondi  riprende la sua indagine antecedente,  già consegnata a due suoi libri editi dalla Sometti, ( L’ immaginario architettonico nell’ incisione mantovana del ‘500,  Architettura e incisione nel ‘500),  su quanto tali incisori,  tradendo o assecondando le quinte architettoniche delle opere che traducevano nel loro immaginario architettonico,  mostrarono di intendere  i problemi costruttivi e spaziali che vi soggiacevano compiuti od  irrisolti, incentrando egli  tale sua ricerca  soprattutto su  quanto siano essi  riusciti a far tesoro delle eventuali competenze  dei disegnatori da cui traevano le loro opere, in particolare quando costoro  erano   altresì architetti come Raffaello o G. Romano o Giovan Battista Bertani . Così verifichiamo la pedissequità con cui Diana Scultori preservò  le incongruenze che già nel disegno originario di Baccio Bandinelli rendevano assurdo l’ edificio da cui’ imperatore Decio assiste al martirio di San Lorenzo, o  il rialzo prospettico apportato dal fratello Adamo Scultori alle quinte del Cristo  alla colonna michelangiolesco di Sebastiano dal Piombo, che allargando il quadrangolo sul sito della flagellazione comunque  ne conserva la verosimiglianza  architettonica. Quindi, procedendo oltre gli esiti dei suoi studi antecedenti,  Girondi  evidenzia come l’opera degli  incisori  abbia divulgato la ripresa nei trattati e negli scritti d’arte dell’epoca, fossero quelli del Serlio o di Giorgio Vasari,  dei discorsi di Vitruvio sull’origine e gli stili e stilemi dell’arte antica,  che ne derivano  gli  edifici da caverne, capanne o  edifici lignei d’altra sorta, se non dallo stesso  fare nido degli uccelli, (una genealogia che ha tra l’altro  profonde corrispondenze nei templi dell’arte hindu,che volsero in pietra le loro origini lignee), vedansi le capanne dell’incisione L’ inganno di Sinone del Ghisi.  Come a suo tempo colse già il Vasari si deve agli incisore in rame se un largo pubblico, fatto soprattutto di europei “oltramontani”, che non potevano “andare in quei luoghi dove sono l’opere principali”,  venne a conoscenza dell’arte del Rinascimento e degli stili classici che vi erano ripresi. Girondi presceglie l’illustrazione grafica degli stilemi desunti dall’arte antica che in Mantova rinacquero o fecero epoca, a iniziare dalla travata ritmica del Sant’Andrea dell’Alberti, - un ‘arcata lunga, una breve- che verrà ripresa dal Bramante nelle Logge del Belvedere, e che fa da sfondo nell’ incisione  dei Gladiatori in lotta del Maestro del Dado , forse desunta da un soggetto dello stesso G. Romano,  ed  in quella della Strage degli innocenti di Marco Dente, uno degli allievi più dotati di Marcantonio Raimondi, l’incisore stesso dei modi erotici desunti da disegni privati di G. Romano, a commento visivo di sonetti di Pietro Aretino che descrivono  vari possibili accoppiamenti  sessuali . Ulteriori forme architettoniche classiche che furono invece riprese  da G. Romano in Mantova e ivi divulgate da G. Ghisi, nell’ incisione del Corteo dei prigionieri che  trasse  dai cartoni degli arazzi giulieschi del Trionfo di Scipione,   commissionati da  Francesco I di Francia  e risalenti al  1532, sono l’arco a un  solo fornice che compare in Mantova nel fregio della Camera degli stucchi di Palazzo Te, e che è presente pure nel dipinto di G. Romano che ha come soggetto Il Trionfo di Tito e Vespasiano, ora al Louvre,  e il portico con colonnato corinzio sullo sfondo di paraste corrispettive e di nicchie, che oltreché nell’incisione e nell’arazzo considerati, ricorre pure nel vestibolo di Palazzo Te, quale  sviluppo architettonico reale, ad opera sempre di G. Romano,  della riflessione di Vitruvio sull’atrio all’antica.  Girondi considera altresì la fortuna incisoria del  motivo delle colonne tortili che si attribuivano al tempio di Salomone, inteso ad ebraicizzare gli interni della rappresentazione figurativa in cui appaiono, un tipo di colonne  che così grande rilievo ha nell’opera pittorica e  architettonica di G. Romano, si pensi solo alla tela della Circoncisione al Louvre o all’affresco della Donazione di Costantino nelle stanze di Raffaello e aiuti in  Vaticano, al Palazzo della Rustica,  alla camera di Psiche oppure al giardino segreto in Mantova, e che ritroveremo secondo la lezione di G. Romano a fare da sfondo ai “Gonzaga in adorazione della Trinità” di Rubens, come già nella sua  Sant Elena  venerante la Croce ritrovata. Le colonne tortili ricorrono nell’incisione in rame  in cui  Diana Scultori inscena Cristo e l’adultera, dove fanno da portico ad un altro tipo di edificio desunto dalla classicità, e così divulgato incisoriamente , il tempietto circolare in guisa di  tholos,  come lo è il San Pietro in Montorio di Bramante, e come lo si ritrova in un  disegno preparatorio, a cui collaborò G. Romano,  dell’arazzo raffaellesco di San Paolo nell’Aeropago.  In altre  tre  sezioni intermedie  si esemplifica come degli  incisori quali Ghisi desunsero da opere anche di G. Romano le  rappresentazioni di interni,  per lo più in scene d’alcova degli amori degli dei dell’Olimpo. In esse l’architettura si riduce ad essere quella delle modanature e del baldacchino del letto coniugale,- eccezion fatta per le incisioni dei Modi di Marcantonio Raimondi,  dove figurano le stanze d’alcova. Si illustra  ulteriormente come furono tradotte in incisioni quinte di paesaggi e  vedute  urbane dello stesso G. Romano o del Bertani;  si tratta soprattutto di bastioni e fortezze, le incisioni essendo  desunte  da soggetti quali I greci entrano in Troia o La Presa di Cartagine, nel cui disegno originale  lo stesso G. Romano rifuggì da ogni ordinamento urbanistico.  Splendida è in particolare la incisione di G. Ghisi del Giudizio di Paride, più ancora che per il tempietto di Giove ionico che vi figura in alto, conforme ai precetti del  Bertani, per il paesaggio fiammingo che vi aggiunse di suo, grazie al suo apprendistato in Anversa alla scuola di H. Cock, in cui il suo talento si  sprigiona dalle  pastoie  di quinte che fossero solo architettoniche. Tutto questo, nel breve spazio di una mostra con prezioso catalogo che sta in  una sola sala, dove non sono più di una quindicina   le opere grafiche esposte, per dire quanto una mostra  può essere ricca e illuminante per ristretta ma non piccola che sia,  se è frutto di studio e ricerca su sudate carte. Essa ha il pregio ulteriore di indurci  a nuovi indagini affascinanti, se si è mossi da interrogativi analoghi a quelli che su incisioni e immaginario architettonico si è posto Giulio Girondi, sollevandoli, invece,  quanto a dipinti e affreschi della Reggia di Mantova, che già in se tracciano il percorso di una grande mostra possibile : qual è, così chiedendosi, la dignità e valenza architettonica delle mirabilia urbane della  Estrangore o della Camelot di Pisanello,  della Roma ideale del Mantegna, delle quinte di edifici degli Atti degli Apostoli negli arazzi di Raffaello, delle imprese dei Gonzaga del Tintoretto, o delle colonne tortili, che già furono giuliesche,   nella pala I Gonzaga  in adorazione della Trinità, di Rubens,  anch’egli futuro grande architetto, come lo fu in assoluto G. Romano, ed in  buona  misura lo fu  il Mantegna.