lunedì 21 maggio 2018

Lettere al giornale. Chagall a Mantova? 5 gennaio 2018


Chagall a Mantova come sogna Palazzi? Benissimo, in se’. Solo che una  retrospettiva  bellissima  su  Chagall e’stata gia’allestita  a Milano  nei non lontani 2014-2015,  e che una mostra autenticamente tale, che sia cioe’ di ricerca, per quanto io ne so da profano richiede che prima ne sia ideato il soggetto, auspicando che non sia la  mera  escogitazione di un presunto richiamo attrattivo, e che poi in ragione di esso siano ricercati i vari prestatori  di opere. Rifacendosi a un solo Museo si finisce invece per farsi dettare il menu della mostra da quel che offre l’istituto-convento, in tal caso la Tretyakov Gallery di Mosca. Ne sortiscono cosi’ per lo piu’ mostre di rara bruttezza come quella su Van Gogh, sempre a Milano e in contemporanea con quella su Chagall, che fu desunta da quel che di Van Gogh e’attingibile dal Kröller-Müller Museum in Olanda, un cui riciclaggio sotto altre spoglie  e’stato imbandito piu’ di recente a Vicenza, con qualche capolavoro in aggiunta a fini propagandistici. In realta', come trapela vuoi dalla genericita’ propositiva della ispirazione di fondo- tre mostre in tre anni dedicate ai maestri della pittura del Novecento,- sai che genialata !- vuoi dalla peregrinita’ della proposta in concreto, -Chagall e il teatro-,  non che dai tempi di breve respiro dell’allestimento, la mostra  di Chagall a Mantova sembra obbedire ad una pianificazione di mero riempimento turistico, di mera e vana attrattiva commerciale, ad un input estemporaneo dall'alto del Sindaco Duca, piu' che  della societa' civile di Mantova quale citta' d'arte, di gusto e di cultura, nelle sue intrinseche istanze di valorizzazione partecipativa.

L'incontro della Camera PIcta


Era il 22 ottobre dell’anno 1470, ed il marchese Ludovico II aveva di che  dolersi che il rivestimento pittorico della Camera Picta non fosse ancora stato realizzato che per metà da parte del Mantegna,  che fino ad allora nella sola  parete settentrionale aveva affrescato  la scena della Corte, talmente a rilento procedeva in un ‘opera  che  aveva iniziato il 16 giugno 1465,  già cinque anni addietro,  se ci si attiene alla data che figura dipinta a fresco nel’arredo pittorico,  a finti  marmi policromi, dello sguincio della finestra dislocata a nord-ovest. Restava ancora da dipingere la parete ovest, in cui  avrebbe dovuto figurare l’incontro avvenuto a Bozzolo  il 1 gennaio del 1462  tra lo stesso Ludovico II e il secondogenito Francesco,  reduce da  Milano  dopo avere appena conseguito  la nomina cardinalizia  notificatagli il 18 dicembre 1461, e di cui era andato a gratificarvi gli Sforza per gli uffici interposti. Era un evento, data tutta la sua importanza,  da cui forse ebbe origine l’ideazione stessa  della Camera Picta, poiché sanciva la legittimazione da parte del papato del dominio dei Gonzaga sui territori del proprio stato,  il  cui esercizio del potere la scena di corte celebrava nella sua sublimazione  umanistica, quale che sia l’evento a cui allude. L’ incontro di Bozzolo  preludeva ad una investitura dei Gonzaga della stessa autorità religiosa sulla città, con la nomina di Francesco a vescovo di Mantova nel 1466, dopo esserlo stato di Bressanone. Ma agli inizi degli anni Settanta del Quattrocento, otto anni dopo, allorché il Mantegna non ne aveva ancora iniziato la rappresentazione,  tale incontro era un accadimento oramai stagionatosi, superato dalle successive nomine vescovili di cui si è detto, sicché a  sollecitare  il Mantegna a riprendere il soggetto ci volle niente di meno di  quello che ebbe a capitare a pennello di lì a qualche anno, al verificarsi di un evento che finì- addirittura- per ridimensionare l’incontro di Bozzolo ad  un suo precedente di rilevanza minore, risultandone più ancora magnificativo delle sorti dei Gonzaga. Trattasi dell’incontro,  sempre tra  Francesco e lo stesso Ludovico II, avvenuto in Bondanello sul Secchia il 22 agosto 1472,  che faceva seguito alla nomina dello stesso Francesco a legato pontificio in Bologna nel 1471, e di cui parla la Cronaca di Mantova dal 1455 al 1484 dello Schivenoglia,  Tale incontro  aveva rinverdito  e perfino implementato  quello pur così importante di Bozzolo,  in virtù degli accresciuti poteri religiosi di cui vi si esaltava il conferimento ad un Francesco Gonzaga che non era più solo diciassettenne, come ai tempi della originaria nomina cardinalizia. A maggior gloria del ceppo famigliare di Ludovico II, la rappresentazione dell’incontro di Bondanello consentiva inoltre di aggiornare la ripresa del vecchio soggetto con l’inserimento  in esso,  che vi siano stati realmente presenti o meno, dei componenti in più tenera età della famiglia gonzaghesca allora viventi, che già Rodolfo Signorini ci ha consentito di identificare pressoché tutti quanti, insieme agli altri personaggi signorili che vi furono compresi. E’ il caso  del fratello minore  di Francesco Gonzaga,  Ludovico , che gli tiene  la mano sinistra e vi è raffigurato come già  ragazzo, mentre all’ epoca dell’ incontro di Bozzolo aveva solo un anno. Egli subentrerà a Francesco  quale vescovo di Mantova alla sua morte, nel 1483, e nella scena dell’ incontro di Bondanello  senza alcun anacronismo prolettico appare già nelle vesti di protonotario apostolico , il titolo che gli aveva appena  garantito il fratello cardinale. Insieme a Ludovico può fare la sua comparsa anche  suo nipote Sigismondo ancor più in tenera età, nato nel 1469 e  figlio  di Federico, il futuro terzo marchese di Mantova, costui raffigurato invece all’estrema destra per chi guarda la scena, involto nel manto che ne  copre la difformità cifotica. Quale suo  secondogenito Sigismondo era predestinato anch’egli ad una carriera ecclesiastica,  che dopo essere stato egli nominato cardinale nel 1506  farà di lui il successore quale vescovo di Mantova, dal 1511, dello stesso Ludovico  di cui tiene la mano . Nell’incontro di Bondanello  non può mancare neppure l’allor piccolo Francesco, futuro quarto marchese di Mantova, essendo nato tre anni prima di Sigismondo, nel 1466,  che si accampa imperiosettofino all’altezza del bacino del nonno, Ludovico II, a lui d’accanto; due  fanciulli, Sigismondo e Francesco, che all’epoca dell’incontro di Bozzolo non erano ancora nati. La realizzazione dell’affresco si protrasse fino al  1474, quando, nel marzo e poi nel maggio di quell’anno, s’inoltrò  nei territori gonzagheschi  re Cristiano I di Danimarca ( cognato di Ludovico II, in quanto aveva sposato Dorotea di Brandeburgo, sorella di Barbara moglie del  marchese di Mantova), venutovi  a insignire  Ludovico II dell’Ordine dell’Elefante. Tale soggiorno era a onore e gloria dei Gonzaga come già nel 1469 lo fu l’accoglienza in Ferrara di una loro delegazione prestigiosa, che comprendeva  lo stesso Mantegna, da parte di Federico  III d’Asburgo, imperatore, impegnatosi a suo tempo per l’elezione a cardinale di Francesco Gonzaga, e da cui lo stesso Ludovico II era stato investito del titolo di marchese.  La venuta in Mantova di Cristiano I indusse Ludovico II a far finire al Mantegna l’impresa della Camera Picta per farne mostra al re danese. A glorificazione reciproca furono inserite nell’Incontro sia  l’effigie di re Cristiano I che di Federico III imperatore, così coronando con un’investitura  universale il potere politico e religioso  dei Gonzaga in Mantova, di cui si rimarcava il legame con l’impero e il vanto per la parentela regale di Cristiano I. Così desumo e presumo che siano andate le cose, in concordanza con il Crowe, il Cavalcaselle ( 1871) e l’ Yriarte( 1901), ma così non vuole che si siano svolte la tradizione interpretativa che  è finora  invalsa,  che nella scena dell’Incontro sostiene che sia rappresentato quello di Bozzolo, con tutti gli anacronismi del caso che ne conseguono, non ultima la  presentazione di Francesco nel suo pieno rigoglio di adulto, mentre all’epoca dell’ incontro di Bozzolo non aveva ancora diciotto anni, e via seguitando per  ogni personaggio inscenato. Lo stesso Ludovico II appare più solcato di rughe nel cipiglio della fronte, e agli occhi,  oltreché più floscio nell’incarnato dell’orecchio, che non nella sua comparsa nell’episodio antecedente della scena di corte, che pur  risalirebbe allo stesso giorno dell’ incontro  in Bozzolo,  se è vero che  raffigura  la chiamata in Milano di Ludovico II  a sostegno di Francesco Sforza, di cui era luogotenente generale, per il tramite di una lettera di Bianca Maria  Visconti che riferiva del grave stato di salute del marito. A tal punto sarebbe davvero dirimente poter  sapere se l’investitura a legato apostolico in Bologna cui fa capo invece l incontro di Bondanello  spieghi la  tunica  cilestrina di Francesco, già cardinale e vescovo, e la sua combinazione con la mantellina purpurea che vi è sovrapposta. Le mie  interpretazioni, pur  così delucidate, restano pur sempre  solo fondate congetture. Ai critici d’arte di me più emeriti confermarle o smentirle riaprendo il dibattito.

 

Odorico Bergamaschi



Lettere al giornale Chagall in Mostra 12 gennaio 2018



Signor direttore,
Una mostra d’arte che non sia allestita con perizia, ed ampiezza d’ingegno, si presta a clamorose critiche ed inimmaginabili cadute di immagine, come la recente mostra di Modigliani nel Palazzo Ducale di  Genova , un allestimento di presunti capolavori  che si sono rivelati quasi tutti dei grossolani falsi, o si esporrebbe  a raffronti quanto mai impietosi,  che e’ il destino a cui rischia di andare incontro la  mostra su Chagall ed il teatro che il sindaco Palazzi vorrebbe riservarci per l’autunno e l’inverno prossimi, grazie a dei prestiti impolpati per bene della Tretyakov Gallery di Mosca. Gia’ mi sono espresso su tutta la microscopicita’ dell’idea di desumere una mostra dai prestiti di un unico museo,  una “nanoidea”  che rischia di rivelarsi ancor piu' lillipuziana, se nel contempo, a una distanza che e’ poca  nello spazio ma che concettualmente puo' apparire siderale, ne e’ reperibile una, di ispirazione consimile, al cospetto della  quale quella del Sindaco Palazzi sfigurerebbe come i falsi di Modigliani rispetto a cio’ che e' originale: mi riferisco alla mostra esposta nel Palazzo Magnani di Reggio Emilia, che presumo magnifica, “Kandinsky-Cage musica e spirituale nell’arte”, alla cui profondita’ di ideazione orfico-platonica  il sottoscritto soggiace ammutolito. Ne e’ il tema di fondo la  musica quale  modello delle arti figurative, come  in forme, linee e colori- innanzitutto nei suoi rapporti numerici proporzionali-, fu trasposta nell’opera di Kandinsky, Schonberg, Klee, Fischinger e spiriti affini.
 Sic stantibus rebus  meglio sarebbe, o potrebbe risultare una gran cosa, fin che si e’ in tempo, chiedere a tal punto il trasferimento autunnale e invernale a Mantova di tale mostra, in cio' che puo’ seguitare a permanerne esposto, tanto piu’ che essa  include delle opere del mantovano Giulio Turcato, magari arricchendola, come proprio apporto inventivo ,  con una sezione per l’ appunto su Chagall ed il teatro, desunta dalla Galleria moscovita, che finirebbe per vertere soprattutto su l’Uccello di fuoco di Stravinsky in termini splendidamente congruenti- il rapporto intessuto dall’arte pittorica dell’Otto Novecento con il teatro essendo essenzialmente una relazione con la musica di balletti ed opere, ne’ guasterebbe, eventualmente, un’ ulteriore sezione di gran fascino su De Chirico scenografo. Cio’ costerebbe solo ammettere i propri prestiti ereditari,  anziche' intestarsi cio’ che non e’proprio e ci trascende vertiginosamente.

Odorico Bergamaschi


Lettere alla gazzetta L'estate in cui la nonna


Mi spiace, per certe anime cortesi mantovane, ma quando in discussione non sono gli spacciatori o chi delinque facendo violenza o rubando, ma gli stranieri che incutono paura ed avversione per il solo loro aspetto, perché per il solo fatto di starsene senza far niente "fanno cattiva mostra di sé", quando basta che una siringa con del sangue sia ritrovata per terra o che avvenga un minimo screzio o alterco tra migranti e autoctoni perchè il fatto finisca in prima pagina come un evento, che uno dorma su di una panchina perché lo si debba espellere immediatamente,- guai, allora, anche a fare ancora un picnic sull’erba?-, a tal punto il problema non sono tanto gli stranieri ma chi nutre certe fobie ossessive, che in termini clinici si chiamano disturbi paranoidi di personalità, in termini politici odio razziale o razzismo tout court. E i giornali che alimentano queste sindromi, anziché porle sotto razionale controllo, se ne rendono corresponsabili. Quando come nella Delhi della shining, risplendente India, dello scorso decennio, i poveri e i balordi vengono cacciati altrove, senza sapere dove, per il decoro urbano di una città che non vuole recare più tracce del dolore e della miseria del mondo, e si imbelletta e si rifa il trucco, ammantata che sia di Daspo o di dichiarazioni quali quelle di un alto giudice della Corte suprema indiana “«Chi non può permettersi di vivere in una metropoli non dovrebbe venirci», beh si merita proprio quello che Arundhati Roy ha scritto della sua e mia amatissima Delhi” “Era l’estate in cui la Nonna divenne una puttana".

Lettere al giornale Il sexgate Palazzi


E’ un gran bene per Palazzi e per la nostra citta’, che la sua vicenda giudiziale sia per ora  finita con un luogo a procedere, che  nulla di questa vicenda giustifichi che non gli si rinnovi la fiducia nel voto amministrativo, stando alle conclusioni concordi della Procura e dei Carabinieri,.E’ ad esse tutte quante che voglio attenermi,  di fronte  alla reazione a propria difesa della casta mediatico-politica che si e’ scatenata di conseguenza, per cui si e’ passati da una sguaiataggine colpevolista ad una sguaiataggine innocentista non meno riprovevole, a copertura del fatto che in termini extragiudiziali non c’e nessuno delle parti in causa che non ne sia uscito con le ossa bastantemente rotte,.e che in quel che e’accaduto non ci abbia messo abbondantemente del suo.
Ora la bufera si addensa sul capo di Giuliano Longfils, per l’ intervento  disinformato  di un Enrico Mentana quanto mai sopra le righe, a ruota di quello di un Pierluigi Battista indignato come non mai, ai quali ha fatto seguito quello di Paola Bulbarelli dettato nella sua tempistica soprattutto dalla convenienza a smarcarsi politicamente. In realta’ la condotta di  Longfils non e’stata affatto grillina ma di ispirazione angloamericana, come lo e’ la sua formazione culturale e politica, ed e’stata  altrettanto subdola e infida quanto formalmente corretta ed ineccepibile.
Colpevole o innocente che fosse il sindaco Palazzi, il suo esposto giudiziario ne era gia’ un impallinamento, e un sindaco dimezzato ad anitra zoppa e costretto a dimettersi per difendersi meglio era quanto Longfils si prefiggeva, come ingenuamente ha sventagliato anche in latino Ma e’ arduo ipotizzare che potesse agire diversamente, solo che avesse avuto un diverso modo di intendere che cosa significhi in politica essere un uomo d’onore nei confronti dei propri avversari, e sostenere che quanto di scottante era venuto in suo possesso avrebbe potuto rimetterlo al diretto interessato perche’ mettesse giudizio, cosi risparmiandoci  tutto quanto ne e’ seguito, di cui avremmo potuto benissimo fare a meno. In fin dei conti, si sarebbe potuto arguire, v’era il sospetto di una concussione.solo tentata, non c’erano indizi di una condotta seriale del sindaco, e non si trattava certo di circonvenzione d’incapace. In realta’ tale suo agire, assolutamente squisito, sarebbe stata mera omerta’ politica, come  disvela l'accusa  improvvida di delazione mossagli dal Battista  Ma mi sa che per  Longfils  “tutto nel mondo e’ burla”, come per il Falstaff  di Verdi, e cosi con egli passo e chiudo, come non ho modo di concludere diversamente in merito alla signora  Cinzia Goldoni. Quanto  invece alla signora Nizzoli, non so se si debba parlare di leggerezza o di stoltezza o di perfidia piu’ unica che rara, come lo e’ di certo la sua incredibile  bellezza Solo meno di lei dalla vicenda esce infine malconcio  il Sindaco Palazzi: nell’ imprudenza delle sue avances avrebbe dovuto essere devoto  con piu' discernimento al credo renziano in ogni nuova tecnologia comunicativa. Anche un ragazzino illetterato di ultima generazione sa taroccare  messaggi, attribuendo alla ragazza che  lo ha appena lasciato parole compromettenti con il  suo nuovo boy friend. Non c’ e’ bisogno di azzardare congiure, se fosse stato vittima delle quali Palazzi uscirebbe da tali vicende ancor meno affidabile politicamente
Per gli stessi errori che sa di aver cosi’ commesso, per sua ammissione diretta a denti stretti, e come si desume dal fatto stesso  che ha invitato piu’ volte al rispetto pietoso  della sua privacy, trovo fuori luogo e sgradevole che i big del Pd e lo stesso Maroni siano accorsi  a proclamarne l ‘innocenza in ogni senso del termine, e smodati gli interventi a cui ho alluso di Mentana e Battista, come in una sorta di domino politico in cui chi e' della casta si soccorre a vicenda.Se poi  larga parte della cittadinanza benche’.non sia affatto puritana e’ refrattaria a rubricare l’accaduto come un mero fatto privato, forse e’ perche’ la  propensione e la disponibilita che il Sindaco ha mostrato nel chattare con tanta insisita reciprocita’indiscreta con l’ex vice presidente di un’associazione privata, da cui tutto ha avuto inizio, non dimentichiamolo, non l’ha espressa  nell’aprirsi e nel  cimentarsi altrettanto,  nei termini che egli non voglia, o non predisponga, con la cittadinanza di Mantova ed i suoi esponenti,  nel dare conto vuoi all’ingegner Paolo Rabitti vuoi alle opposizioni  del suo operato, nel prestarsi a  critiche che possa ritenere sensate o degli apporti migliorativi, chiudendosi invece a riccio nel suo trigol magico o in che altro di autoreferenziale, ancor ora con rigenerata sicumera ed arroganza, invece  che con accogliente umilta’ resipiscente. Piaccia o non piaccia dalla vicenda la immagine pubblica di Palazzi ne e’ uscita scossa, per cui sta ora ai  suoi elettori e sostenitori ed amici rinnovargli stima ed affetto con accresciuta maturita’ umana e politica,  consapevoli delle vulnerabilita’ del Sindaco che ne sono emerse,  insieme ai suoi pregi, evitando giustizialismi  o  innocentismi che siano a senso unico, o rimozioni dell’accaduto, e di quanto ne e’ emerso, che siano una sorta di verginity soap o di imenoplastica.  Si tratta di tagliandi, di sopra e di sotto, che e bene lasciare in tutto e per tutto al Cavalier Silvio.e a chi vuole ancora credergli. 


Bergamaschi Odorico






domenica 20 maggio 2018

gay pride

Siamo alle solite. Il circolo La Salamadra presenta il 3 febbraio il futuro Gay Pride che si terra’ a Mantova il 16 giugno prossimo, ed il Pd cittadino non perde l’occasione per intestarselo, sia pure con qualche discrepanza rispetto a cio’ che fanno intendere alla nazione le sue liste elettorali, tra i cui nominati  ( si mormora da piu’ parti perche’ il Pd dopo le elezioni possa celebrare la propria unione civile con Forza Italia senza i fastidi arcobaleno di richieste di matrimoni ugualitari), non e’ stata di certo sollecitata o motivata a fare rientro la filosofa radicale Michela Marzano, ne’ sono stati ricandidati Logiudice dell’Arci Gay ed il fautore dei diritti civili Luigi Manconi, che solo in questi giorni e’ stato recuperato da Gentiloni come coordinatore dell’Unar. Ed e’ bastato che il Pd abbia egemonizzato  lo starting  del Gay Pride, perche’ le destre non abbiano perso un momento  nell’ invocare il controaltare di un Festival della famiglia riparatore o compensatore. Certo e’gia’ una buona cosa che esponenti autorevoli del centro-destra di Mantova, Lega inclusa, rifiutino ogni discriminazione di genere nel loro schierarsi per la famiglia che definiscono tradizionale, cosi’ riconoscendo implicitamente che anche quelle Lgbt sono famiglie, beninteso non tradizionali,  quali nuclei d’amore solidale. Cio’che a tali esponenti non dovrebbe pero’ sfuggire e’che il Gay pride e' un raduno affermativo di diversita’, mentre  i festival della famiglia di cui si ha conoscenza sono intrinsecamente discriminatori, le saghe persecutorie di partite di caccia alle streghe, ora di fattezze gender, intese a cancellare diritti civili e dignita’di esistenza pubblica a chi e’ Lgbt. Sono mine vaganti che prima o poi, nel loro fondamentalismo patriarcale, rischiano di far saltare per aria  l' insegnamento stesso della Bibbia cui si rifanno, dato che le Sacre Scritture continuamente denunciano una natura criminosa e criminogena delle famiglia, insieme ai suoi pregi non solo spirituali, solo che si considerino l'incestuosita' di Eva ed Abele, o di Lot e le sue figlie, la realta' fatalmente rivalitaria delle relazioni tra consanguinei che vi ricorrono, da Caino ed Abele giu ' giu', di patriarca in patriarca, fino a Giuseppe venduto dai fratelli, per non dire di Davide e Salomone, adulterino criminale l’uno e idolatra  poligamo l’altro, e ultimo ma non ultimo, per non tacere che autentico sfasciafamiglie fu Gesu' di Nazaret, con la sua chiamata degli Apostoli. che non ammetteva nemmeno che si indugiasse a seppellire i morti in famiglia. Magari, in concomitanza con il Gay Pride, si istituisse davvero un reale  convegno sulla famiglia, che affrontasse a piu’voci  le ragioni della crisi dell’istituzione familiare  e della denatalita'in Occidente, del welfare domestico di madri e nonni e badanti straniere,  del perche’di tanta violenza o impotenza o serpi in seno alle famiglie, considerandone’ le tipologie  tutte  che sono gia’presenti sul nostro territorio, quelle islamiche, africane, indiane o cinesi incluse,  che in modi diversi strutturano culturalmente  l’ inconscio dei residenti . Ed  a suggello di tutto, che senso ha parlare come il centro destra in nome  di  genitori  e figli, come se fossero o fossimo tutti eterosessuali e monogami ? Non e' gia' di per se'  il discrimine di una rimozione, la rimozione di quella che  potrebbe essere la propria  realta’ in famiglia

Lettere al giornale Longfils e l'antifascismo da pochade 18 febbraio 2018


Se a quanto pare, per l’amico ed ex collega Longfils tutto nel mondo e’ burla, come per il Falstaff di Verdi, cultura ed intelligenza, che ha sopraffine, dovrebbero avvertirlo che da tale sua idea della vita e’ bene che una buona volta preservi le  istituzioni in cui opera, graziandoci di una contro revoca della cittadinanza virgiliana concessa a suo tempo a Mussolini.  Gia’ tale revoca di per se’ e’ una forma di antifascismo da pochade, che per certi suoi colleghi di opposizione ha gia' richiesto fin troppo dispendio di tempo e di denaro, consiliari : perche’ tirarla piu’ ancora per le lunghe, sotto il solito ammanto di pretese ragioni legalitarie? E’ una melina che serve solo  a mostrare quanto si sia a corto di idee propositive, se non si ha altro di piu’ serio da criticare o a cui pensare,  screditando tutta quanta l’opposizione al  proprio seguito, proprio  come la stessa revoca della cittadinanza virgiliana a Mussolini ha mostrato tutto il fiato corto di tale antifascismo da establishment, quando piuttosto si sarebbe dovuto evitare di lasciare la piazza solo alla Boje, contrastare le interferenze di Forza Nuova nell’operato di certi nostri sacerdoti, e raccogliere contro l’intimidazione pubblica, da parte del solito manipolo di skinheads, di un’assembea in Medole ch’era consensuale con  le ragioni di una nostra scrittrice italiana di origini marocchine, Chaimaa Fatihi, lo stesso sdegno che ha suscitato un’ identica incursione in Como. Meglio sarebbe se Longfils, quale edotto insegnante di inglese in quiescenza, invece di ritornare sulla revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini  sollecitasse che si onorasse finalmente post mortem , con qualche convegno, quella gloriosa del nostro concittadino Seamus Heaney, premio Nobel della letteratura, e senza forse il piu’grande poeta in lingua inglese della seconda  meta’del secolo scorso, alla stregua  delle care memorie dei nostri Giorgio Bernardi Perini, Gianfranco Maretti, Enzo Dara.