venerdì 6 luglio 2018

templi in granito Chandella

I templi in granito d’epoca Chandella


I templi in granito realizzati dai Chandella nel territorio dell’antico Jejakabund, l’attuale Bundelkand, all’ inizio e durante l’intero corso dell’esercizio della  loro sovranità, sono di rilevante interesse  già in quanto  rispetto ai magnifici templi in arenaria che vennero edificati nella loro capitale religiosa- Khajuraho, prossima alla sede di irradiamento originaria del loro potere-  e nei principali centri della dominazione successiva- Ajaygarh, Kalinjar, Dudhai, Chandpur,- il succedersi della la loro edificazione in un materiale più umile e meno atto a rilievi scultorei ne fece le manifestazioni monumentali di uno stile eminentemente di provincia che da quello dei templi maggiori si differenziava in ornamentazione ed impianto. Ancor più saliente   rimarchevole è che essendo in granito i templi originari dei Chandella e la tipologia più diffusa,  consentono di cogliere al contempo la continuità della loro arte templare rispetto a quella antecedente e col massimo nitore i tratti in cui se ne differenziano. Inoltre per il loro tramite è possibile intendere meglio quali innovazioni successive  faranno assumere una discontinuità ulteriore ai  templi maggiori che invece sono in arenaria e che di tale arte sono l’acme, pur nella ripresa iconografica, che l’arenaria consentiva nella loro decorazione scultorea, di aspetti statuari fondamentali dei templi hindu antecedenti.
 A una loro prima disamina in elevazione, solo il Nag Mandir di di Mau Suhanya  presso Dubhela, nel distretto di Chhatarpur,( Madhya Pradesh),  ( Sec. IX) sembra presentare  un basamento che sorge direttamente dal suolo, nel suo interramento,
IMAG0003.JPG
Mau Suhanya, Nag Mandir
al pari di quello di tutti i templi dei sovrani Pratihara precedenti dell’India centrale circostante, da cui i Chandella si emanciparono assoggettandoli. I templi Pratihara costituivano dall’ VIII secolo** la tradizione vigente nell’area e si ritroveranno ripresi dai Chandella solo nei templi minori laterali dei complessi pentatemplari panchayatana,  Un  basamento rasoterra tra i templi in arenaria dei Chandella si riscontra unicamente nel tempio primordiale*Chausat Yogini  sempre in Mahu Suhanya,IMAG0007.JPG
Chausat yogini mandir in Mau Suhanya
 Soltanto  il tempio sincretistico Parshvavatha  e il Gantha mandir  di Khajuraho  fra quelli successivi, in arenaria, sembrerebbero far eccezione a tale sopraelevazione su di una piattaforma , in realtà essi sono tuttora interrati nella parte inferiore del loro stesso basamento. Invece in  ogni tempio in granito ,  quanto  in arenaria, che i Chandella fecero edificare successivamente il basamento  si staglia  sempre su una propria piattaforma, o jaghati, come altrimenti, nei territori che furono dominati dai Pratihara di Kannauji,  è dato di riscontrare solo nei templi di Nagda e di Osian, nel lontano Rajasthan-
Tale scabra piattaforma appare priva di ornamentazione ed è costituita di più piani di lastre, se si eccettua quella di un imponenza gigantesca del Chausat Yogini Mandir di Khajuraho che è un ammasso colossale di pietre rocciose.
P7090016_small.JPG
Khajuraho, Chusat Yogini Mandir


Il tempio vero e proprio in granito d’epoca Chandella,  come tutti quelli dei sovrani Pratihara ed al pari di tutti i successivi templi in arenaria, sempre risalenti ai Chandella,  si compone quindi del suo basamento, o adhishthana, con la novità sostanziale- se si eccettuano i templi di cui si è detto di Mau-Suhania e quello che la tradizione vi ha istituito in onore di Ganesha , per altro interrato-
IMAG0011.JPG

IMAG0024.JPG


 che tale basamento non è mai costituito dal solo vedibhanda nella sua successione di kura, kumba e kalasa, a cui si riduce nella quasi totalità dei templi Pratihara,[1] e nel solo tempio dei Chandella, in Mahu Suhanya, che la tradizione vi ha istituito in onore di Ganesha, , ma presenta almeno altre due modanature, oltre il kharasila.
Nel Chausat Yogini Mandir e  nel tempio Lalguan di Khajuraho come  nel  tempio di Shiva a  Dauni ( Doni), nel distretto di Chhatarpur,  a una ventina di chilometri da Nowgong, oltre il kharasila precedono il vedibandha, un jadhya kumbha –o cyma reversa-e un pattika, che nel tempio di Lalguan, è ornato da un abbozzo di takarikas superiori. Tali modanature sono intervallate da un antarapatta nel Chausat Yogini Mandir. Nel cosiddetto tempio di Brahma di Khajuraho a uno zoccolo concluso da una modanatura circolare fa seguito ugualmente un plinto costituito solo di una jadyakumbha decorata di takarakas appena sbozzata e di una pattika superiore, senza che tra le due modanature, come sarà poi di norma, compaia il profilo acuto di una pattika.
E’ nel tempio di Sijari, nel distretto di Mahoba,che tra due pattikas fregiate di takarikas, fa forse la prima comparsa  nei templi hindu Chandella la modanatura di un karnika,
Sijahari, adhishthana con karnika
ignota ai templi Pratihara, in cui solo il Jarai Math sembra presentarne una profilatura*  anticipatrice. In precedenza nei templi Chandella era  si rilevabile in quello di Lalguan. ma non nel basamento,che è del tutto simile a quello del tempio di Brahma,  bensì in luogo dell’amalaka quale scanellatura dei capitelli barhani  che sono il solo residuo superstite del portico che precedeva la cella del santuario.
I templi in granito di Urvara, Rahila e Makarbai nel distretto di Mahoba, e quello delle Chausat yogini di Doni, che le cronologie vigenti vorrebbero tra loro differire di secoli, mostrano il consolidamento pressoché di un identico ordine di successione  delle modanature. Esse, alla stessa  stregua del loro svolgimento meraviglioso  che compare nei templi in arenaria di Khajuraho  sviluppano l’adhishthana nella successione di bitha e di pitha, di zoccolo e plinto, prima del podio del vedibhandha. Tale podio era la sola componente dell’adhishthana dei templi Pratihara, in quanto fungeva da sopraelevazione del vestibolo, l’antarala, e   del  santuario del garbagriha,  rimarcandone  e connotandone la sacralità, rispetto alla sola componente profana del portico d’accesso  E’ un’innovazione che rispetto al  fedele che nei templi successivi di Khajuraho in arenaria compia la pradakshina esterna innalzerà grandiosamente le pareti e la  mole incombente del tempio nel suo apparato statuario, tanto più che nei templi maggiori sandhara, con ambulatorio interno intorno al santuario,  vi saranno  sopraelevati gli  stessi balconi  dei transetti non solo della sala che precede il santuario , ma del deambulatorio del santuario medesimo.
Nei templi ad essi antecedenti in Khajuraho e nel Bundelkand circostante, l’impiego del granito in luogo dell’arenaria  consentì le  modanature,  nel corso dello zoccolo o plinto di di  jadhya kumbas,- cymae rectae reversae-,  karnikas e pattikas, cornici o kapotas,  mistilinee, prima ancora che di kura, kumba e kalasas del vedibhanda, mentre precluse nel plinto quelle di grasapattikas di kirtimukkas o di gajapithas elefantine, ed ogni ornamentazione a guisa di loto, lotiforme, ingenerandovi invece  il profluvio di rombi floreali diamantini e di rosette. Tale e tanta sovrabbondanza iterativa  ricorsiva è variata da jalakas pattern nei kuras dei vedibhanda , così come nei corsi sottostanti ai vedikas delle pareti laterali e alle trabeazioni.
 L’ordine di successione delle modanature vi è il seguente, con una differenziazione nel tempio di Makarbai che concerne solo le prime due modanature dello zoccolo, o bitha, entrambe decorate a rombi. Il basamento iniziale del bitha, o zoccolo, consiste di norma di tre modanature, quella iniziale e quella terminale lisce, mentre quella intermedia è fregiata o di rombi floreali diamantini o di una cordonatura   circolare  intermedia e aggettante  .
Sullo zoccolo si stagliano inconfondibili le conformazioni ulteriori del plinto, o pitha, composte di un jadya kumba , un karnika intermedio rispetto a un kapota  conclusivo, che lo rinserra alla stessa stregua del jadhya kumba,  il quale è parimenti è ornato di gagarakas e di takarikas e della ricorrenza di un fregio di rombi. floreali diamantini alternati a rosette Quindi si susseguono le modanature del podio sacrale, o vedibhanda  un kura reticolato dagli scacchi di un jalaka pattern, un kumbha con madhya banda fregiata di takarikas frontali,  la cui fascia intercorre tra rombi e stilizzazioni di vasi floreali dell’abbondanza, un kalasa decorato di gararakas sottostanti e di takarikas superiori.


All’altezza della proiezione centrale  o  badhras dei templi, tra la seconda modanatura dello zoccolo e il vedibhanda, nei templi delle Chausat yogini di Dhoni, e di Vyas Badhora si erge una nicchia che conteneva una statua, preludendo alla singola( nei templi di Rahila e Makarbaiin corrispondenza sia di pilastri e di una parete meno elevati che di un varandika più dilatat) o duplice nicchia semplice o alle duplici edicole  ( in Vyas Badhora come nel tempio in arenaria consimile a quelli in granito di Baragaon) )( o in  Baragaon )due (nicchie) che compaiono nel badhra. Nel corso intermedio della decorazione dei pilastri badhrakas*, con una  banda  in rilievo tra  le stilizzazioni di due vasi dell’abbondanza , * e lungo lo stipite inferiore di tutte quante le nicchie ricorrono rombi floreali diamantini ricorrono.
Subentra quindi come è di norma  nel tempio hindu* il jangha  delle pareti Esso è un semplice blocco liscio (con entrata?*) nel Nag Mandir, mentre nei primi templi Chandella ulteriori  in granito- il Chausat Yogini mandir e i templi  Lalguan e Brahma di Khajuraho, il tempio di Shiva di Doni, i templi in Mau Suhania e Dhubela - le pareti del Jangha appaiono scandite in proiezioni di spoglie  rathas , il cui solo motivo ornamentale è il ricorso di uno o più  pattikas che fungono da bordi inferiori e superiori, o  quali  madhya bandha, o bandhana,  separano in due parti  il jangha del tempio
Nel  tempio di Sijari, in pareti lisce ma scandite sempre in due settori dal pattika di un bandhana,  subentrano sia pure i soli pannelli di rombi e pentagoni, che schematizzano gli udgamas di chaitya gavakshas dei templi Pratihara antecedenti.
E già Nel Chausat Yogini mandir di Doni, nei templi shivaiti di  Vyas Badhora, in quello Rahila presso Mahoba, ed in quello di Makarbai, che le proiezioni del santuario e del vestibolo si fanno pilastri ornamentati in due sezioni,  che inquadrano ciascuno un  rombo floreale diamantino macroscopizzato ingrandito, come nelle nicchie del badhra centrale  o dell’antarala,  laddove nei templi Chausat yogini di Doni e in quello Rahila è ipotizzabile che tali nicchie/edicole albergassero statue.
il varandika, successivo, si è preservato solo in alcuni di tali templi Esso è assente nel Nag Mandir la cui sovrastruttura è risolta in una successione piramidale phamsanas  di kapotas con takarikas, sovrastato da un amalaka come pinnacolo .In Rahila il varandika si articola in una cornice chaddya cui succedono due pattikas e due kapotas ugualmente fregiate di gagarakas sottostanti e takarikas  sovrastanti, non che   di un  fregio frontale di rombi e rosette.
Nel tempio delle Chausath Yogini di Khajuraho il varandika si riduce a due kapotas coin un recesso intermedio, nel tempio Lalguan sopra la proiezione superiore in arenaria,ricorre un recesso in granito e un varandika integralmente in arenaria. La costituiscono dei pidhas o piani, composti di kapotas inframmezzati da coperture a volta o valabhi, miniaturizzati. Nel tempio Brahma e nel decorso del verandika che lo sormonta, in arenaria quanto tutta la sovrastruttura, oltre una cornice, o kapota ed una modanatura rettilinea piatta, o pattika, che lo separano dalla sovrastruzione del tetto, nella rientranza seguente ricorrono dei rombi floreali ognuno dei quali è incorniciato da due pilastrini . Nel lato nord, uno di essi  è  sostituito dalla prima di due coppie erotiche, e nell’angolo opposto da un barbuto asceta che ne smorza l'ardore visivo.Ma scendendo ancor più nel dettaglio, si nota che le nicchie delle losanghe sono sormontate da frontoncini, o udgamas, costituiti di archi carenati, o chaitya-gavaksha non solo, ma che li affiancano degli elefantini, davvero minuscoli. Come se non bastasse affatto,  ad essi si accompagnano delle repliche miniaturizzate del tetto piramidale,  a cui si è trovato il modo di non far mancare un proprio amalaka e un successivo kalasa. E' un primo assaggio della frattalità dell'arte hindu di cui avremo modo di riparlare, ove è più flagrante, per cui un determinato elemento del tempio viene replicato in diversi ordini di grandezza.
In Makarbai  in due cornici chaddya che comprendono tra di loro due modanature di pattikas o kapotas che ritroviamo sia orlate di gagarakas e takarikas  che  fregiate  sia di rombi floreali diamantini  che di rosette Nel tempio similare shivaita di Baragaon, in arenaria, * il varandika è invece quanto mai assimilabile a quello del tempio di Vias Badora in quanto anche in esso un sommario capitello bharani precede le modulazioni aggettanti ulteriori,  due kapotas con gagarakas e takarikas ed il fregio che li profila di rombi e rosette
A tale altezza, nei templi di Makarbai e di Rahila ove lo svolgimento ulteriore del tempio è integro, come pure nel tempio Chandella di Mahoba che giace  isolato in uno suo specchio lacustre,  per ogni proiezione nel tempio ha inizio il succedersi di una fascia di sringas sino al culmine di ogni lata, proprio come nei templi Bumijha  della dinastia Paramara,   successivi e per lo più postumi agli stessi templi sandhara di Khajuraho. E un dato inoppugnabile, che va conciliato con  la attribuzione unanime al sovrano Chandella Rahila della edificazione del tempio che da lui trae il nome,  cui fu dedicato forse  post mortem, in quanto retrodaterebbe un tempio che ha parvenze   Bhumija fino agli anni del suo regno, che intercorrono tra l 855 e il 905,  mentre le sembianze Bhumj del tempio di Makarbai hanno indotto storici dell’arte quali Krishna Deva, in mancanza di altri riscontri,  a posticiparlo addirittura sino agli esordi del XIII secolo
Lo stesso tipo di costolatura, a tal punto , è presumibile che  decorresse lungo gli stessi sikharas di Vyas Badhora,  almeno per i latas che corrispondevano a upabhadra e karnas, di cui i templi di Makarbai e  Rahilas possono rappresentare e fornire così un’integrazione visiva inconfutabile / formidabile
Il Sikhara del tempio di Barhagaon  invece  precorre o si assimila, come emulo retrivo,  già ai templi di Khajuraho , in quanto non solo raccorda allo slancio ascensionale dei propri latas quello dei rathas del jangha coronandoli ognuno di un proprio sringa, ma al petto ha aggrappata la tensione ascendente di un duplice uromanjari.
Nel tempio Brahma di Khajuraho la sovrastruzione  di forma piramidale , la phamsana, è di 17piani o pidhas ornati di takarikas  dopo un collo, o griva, cilindrico,  che al pari della denominazione dei muri laterali ci fa intendere come il tempio hindu  non solo sia la dimora del dio, ma ne simboleggi il corpo, nel suo manifestarsi nell'ordine cosmico.  Tale sommità presenta una prima conformazione a guisa di campana, costolata, cui fa seguito una successione di coronature scanalate costituite da pietre circolare dentate, dette amalakas,  dal nome del frutto, l'amala, di cui evocano le forme rotondeggianti  striate di solchi ( rigate rotondeggianti). Tra questi amalakas  si interpone la chandrika, conformata come una campana appiattita, di cui una replica minore è a sua volta sovrastata da un vaso, o kalasa, su cui il tempio si conclude nel pinnacolo terminale, o vijapuraka, a forma di agrume. L'amalaka vi è il simbolo di come l'orbitare del mondo e del divenire, il samsara  nel cui oceano di sofferenza  vengono alla luce e muoiono tutte le esistenze individuali,  s’imperni sul'asse dell'eternità, che vi ascende dalla statua del dio riposta nel santuario sottostante. E'  assecondando l’essere cosmico in tale  sua pienezza ruotante, che si accede al divino che vi si manifesta in tutto ciò che è generato,  nasce e muore, permanendo immutato,  E’ un’ immortalità  del cui nettare, o amrita, che dei e demoni si contesero nella frullatura dell’oceano primordiale, -avremo modo di parlare più oltre-, il kalasa sovrastante è il recipiente mitico.
Si tratta  dunque per lo più di templi che in conformità con la disponibilità e la difficoltà di lavorazione del granito, mentre dei templi maggiori in arenaria dei Candella anticipano l elevazione su una piattaforma e la ampliazione dell’adhishthana in zoccolo, plinto e podio, con la novità del karnika, l’esclusione del grasa pattika e del motivo  del fiore di loto e delle volute, ravvisabili solo nella piattaforma del tempio Rahila,  tranne che nelle nicchie inferiori sovrapposte all’adhishtana, ai lati degli ingressi dei portici e nei portali  d’accesso al garbagriha, con inserti in arenaria, si spogliano di ogni ornamentazione esteriore e di ogni icona degli dei hindu. Ciò rispetto agli antecedenti templi Pratihara, che verranno riesumati alla perfezione in quelli minori dei complessi panchayatana di Khajuraho, comporta la perdita delle eminenza devozionale esterna delle statue delle nicchie di badhra e di antarala,  della installazione di dikpalas nelle proiezioni d’angolo, i karna, di apsaras e ninfe celestiali varie nelle sontuose paraste di pratirathas intermedie, con il venir meno di ogni esterna pradakshina.
I templi Chandella così considerati o precorrono,o  sussistono al contempo di quelli di Khajuraho o ad essi sorgono postumi  in forme elaborate e scolpite solo geometricamente nelle loro componenti in granito, corredate di statue , all’esterno, solo nelle nicchie dell’antarala e dell’adhishthana al’altezza del badhra, ai lati dei portali d’ingresso con una rilevanza assoluta di rombi e rosette, mentre  jalaka pattern, e palmette ricorrono  nelle sole trabeazioni. Ma architettonicamente tali forme sono  più complesse e non meno monumentali, perché, ( con l’eccezione di quello di Baragaon, in  questo più affine, dove si conservano un’immagine di Ganesha e di Chamunda nelle nicchie dell’antarala,),   non erano finalizzati come i templi della capitale religiosa a una visualizzazione esterna  di immagini religiose,  il che richiedeva una linearità architettonica nella pianta In essi è già presente o si tramanda un mandapa d’ingresso al garbagriha-  che può essere anche plurimo, in forme gemine  o trigemine – come a   Urvara, sempre nel distretto di mahoba,  e  Makarbai-. Nella regione un mandapa d’accesso al garbagriha   è attestato presente in precedenza , rispetto ai templi di Khajuraho, solo in  Badari Patoh e Gyaraspur, o al contempo  in Notha.  Nell’elevazione di tali  templi si sviluppa anche nelle forme di un’arte provinciale la conquista monumentale di un plinto e di uno zoccolo, che  assurgono a podio il vedibhanda,   nel quale  soltanto consisteva  il basamento dei templi Pratihara.,( dei quali, come si è ripetuto,  solo il Jarai Math di Barva Sagar appare dotato di un adhishtana completa di bitha e di pitha, zoccolo e plinto)
I loro rathas e badhra senza ornamentazioni di statue sopravvivranno come una variante provinciale ai templi di Khajuraho nella stessa Ajaygarh mentre i loro sikharas costituiranno varianti  del semplice latina, o secondo la tipologia che si attesterà quale quella dei paramara o Bhumii, in Mahoba, dapprima, come in Vyas Badora e Makarbai, o secondo quella invalsa in Khajuraho.***

Si tratta  dunque, per quanto si è finora rilevato dei templi in granito d’epoca Chandella,  per lo più di templi che in conformità con la disponibilità e la difficoltà di lavorazione del granito,  anticipano dei templi maggiori in arenaria dei Chadella l’elevazione su una piattaforma e l’ampliamento/implementazione dell’adhishthana in zoccolo, plinto e podio, con la novità del karnika, e l’esclusione del grasa pattika e del motivo  del fiore di loto e delle volute, ravvisabili queste ultime solo nella piattaforma del tempio Rahila,  mentre si spogliano esteriormente  di ogni ornamentazione esteriore e di ogni icona degli dei hindu,  tranne che nelle nicchie inferiori sovrapposte all’adhishthana, ai lati degli ingressi dei portici e nei portali  d’accesso al garbagriha, grazie ad inserti statuari in arenaria. Rispetto agli antecedenti templi Pratihara, che verranno riesumati alla perfezione in quelli minori dei complessi panchayatana di Khajuraho, ciò  comporta nei templi dedicati alle divinità maschili del pantheon hindu la perdita delle eminenza devozionale esterna delle statue delle nicchie di badhra e di antarala,  della installazione di dikpalas nelle proiezioni d’angolo, i karnas, di apsaras e ninfe celestiali varie nelle pratirathas intermedie, il che, con il venir meno di ogni esterna pradakshina., ne fa elementi prescindibili tutt’altro che imprescindibili in ogni parte di tale sorta di tempio hindu che non siano i suoi  santuari .

I templi Chandella così considerati o precorsero quelli di Khajuraho o sussistettero al contempo di essi o sorsero postumi  in forme elaborate e scolpite solo geometricamente nelle loro componenti in granito, che furono corredate di statue , all’esterno, solo nelle nicchie dell’antarala e dell’adhishthana all’altezza del badhra, ai lati dei portali d’ingresso con una rilevanza assoluta di rombi e rosette, mentre  jalaka pattern, e palmette ricorrono  nelle sole trabeazioni. Ma architettonicamente tali forme sono  più complesse e non meno monumentali, perché, con l’eccezione di quello di Baragaon, in  questo più affine, dove si conservano un’immagine di Ganesha e di Chamunda nelle nicchie dell’antarala,  non erano finalizzati come i templi della capitale religiosa a una visualizzazione esterna  di immagini religiose,  il che richiedeva una linearità architettonica della pianta. Addizione del 2018 d’ora in poi.  Tale linearità richiedeva che portico, sale, vestibolo e santuario fossero in successione, che gli ingressi fossero solo frontali e non laterali. Solo il presunto tempio di Brahma ha una pianta più semplice, consistendo  nella   semplice sala quadrata del santuario che poggia su 12 pilastri ed è sormontata dal sikh ara phamsana,  e solo le proiezioni dei badhras perforate dalle griglie di finestre a sud e a nord, all’esterno la complicano in una configurazione cruciforme.  Nei Chausat Yogini mandir i tempietti per ognuna delle 64 yogini o per le divinità alleate tendono invece a disporsi intorno a un cortile centrale, come in Khajuraho, Mahu Suhania, Akona nel distretto di Harpalpur, Sijihari,  preceduto da una erta scalinata e un portico d’accesso, ed in Sijihari sormontato da  5 sikharas sui lati est e nord. In Vyas Badhora  il tempio delle Chausat Yogini, di grande grazia è affiancato da una piattaforma con quattro tempietti d’angolo e due rampe d’accesso, e si presenta come una galleria con un santuario centrale a cui si accede da ogni lato, con le nicchie delle yogini lungo il proprio basamento esterno e all’interno della galleria stessa. Una duplice serie di rampe  conduce ad una galleria al piano sottostante e a una terrazza superiore nel Chausat Yogini Mandir di Urvara, mentre in quello splendido e monumentale di Ratampur, nel Distretto di Harpalpur una rampa ascende a una galleria con le nicchie delle yogini che di fronte alla rampa termina in un antarala e un garbagriha.
Dei templi alle divinità maschili quello di Rahila, presso Mahoba,  è contraddistinto da tre rampe d’accesso al mandapa che precede il vestibolo e il santuario del garbagriha sormontato da sikara in stile pre bhumi.
Quello gemino di Vyas Badora , in onore di Shiva presente due scalinate d’accesso laterali per ognuno dei due (mahamandapas)  e due frontali per ognuno dei due ardhamandapas con copertura a finta volta, affiancati e connessi da una galleria, che precedono i due vestiboli e i due santuari santuari allineati tra loro.
In Makarbai un unico portico d’entrata e un unico mandapa fanno capo a tre vestiboli e santuari, uno frontale e due laterali, ognuno culminato da un sikhara. ( vedi Cunningham)

Restano i templi di Doni da descrivere ancora. E quello di Languan, presso Khajuraho. Descrivere anche il tempio Brahma? E verandika e sikharas?
Le porte di ingresso ai templi













In essi è già presente o si tramanda un mandapa d’ingresso al garbagriha-  che può essere anche plurimo, in forme gemine  o trigemine – come a   Urvara, sempre nel distretto di mahoba,  e  Makarbai-. Nella regione un mandapa d’accesso al garbagriha   è attestato presente in precedenza , rispetto ai templi di Khajuraho, solo in  Badari Patoh e Gyaraspur, o al contempo  in Notha.  Nell’elevazione di tali  templi si sviluppa anche nelle forme di un’arte provinciale la conquista monumentale di un plinto e di uno zoccolo, che  assurgono a podio il vedibhanda,   nel quale  soltanto consisteva  il basamento dei templi Pratihara.,( dei quali, come si è ripetuto,  solo il Jarai Math di Barva Sagar appare dotato di un adhishtana completa di bitha e di pitha, zoccolo e plinto)
I loro rathas e badhra senza ornamentazioni di statue sopravvivranno come una variante provinciale ai templi di Khajuraho nella stessa Ajaygarh, mentre i loro sikharas costituiranno varianti  del semplice latina, o secondo la tipologia che si attesterà quale quella dei pPamara o Bhumii, in Mahoba, dapprima, come in Vyas Badora e Makarbai, o secondo quella invalsa in Khajuraho


 Una  considerazione finale.  Che nel Bundelkandh agli albori del millennio coesistessero tipologie che si considerano per lo più  successive l una all’altra, o che ci si rifacesse, a tipologie e forme  aspetti costituenti del tempio hindu che ora ritroviamo solo a distanza, assemblandoli e ricreandone una sintesi monumentale superiore,  può sorprendere solo chi ignori o rimuova il dato catastrofico che la maggior parte o i maggiori dei templi Hindu del centro India purtroppo è andato perduto, con la distruzione da parte di Mohammad di Gazni di tutti i templi di Kannauj, la capitale dei sovrani Pratihara,   dove presumibilmente si irradiava e coesisteva ciò che oggi e remoto nello spazio e nel tempio, e di cui templi tra i minori e più sconosciuti serbano gli indizi remoti
Che i templi qui rilevati  rispetto ai templi di Khajuraho siano il  precorrimento di un’anticipazione  primordiale, un coevo * svolgimento provinciale arcaicizzante o un  postumo riproporsi  di architetture arcaiche in una fase di declino, essi condividono in ogni modo con i templi della capitale religiosa khajuraho e ne diffondono e volgarizzano, in una fissazione in tutti i sensi granitica  le innovazioni fondamentali, quali  l’innalzamento del tempio su di una piattaforma, l’  elevazione del vedibhanda sacrale su un adhishtana di raccordo con la componente mondana di sale mandapa, la   interposizione di tale componente tra portico e vestibolo del santuario, l’introduzione della modanatura del karnikana,  nel plinto dell’adhishtana, la replicazione miniaturizzata del sikhara , in  impianti architettonici che n n esponendo statue per la poradakshina potevano prescindere dalla successione lineare e presentare accessi laterali o una pluralità di santuari finali,



[1] eccezion fatta per il Jarai Math splendido di Barwa Sagar

Può un’oncia di bellezza, di amore puro

Può un’oncia di bellezza, di amore puro
Scongiurare  che  tutto ciò che l’uomo è ancora
sia il caso si estingua?
Quanto può detergere  ancora
Il velo lunare il sangue della lama ?
Smacchiare i nostri sudari di scrofe?
Nell’ innocente  loro dissolutezza
Gridano vendetta I profanati angeli,
 Intanto che  torna,  Sumit,  il tuo esanime corpo
Nei bimbi raccolti dal mare,
E resta senza musica la vita
In  ciò che ne dice e  pensa l’uomo  comune,

A che le anime insaziate di  morte risorgano a vita
Nei migranti Egli venne alla sua gente
Ma i suoi non l'hanno accolto,

 Così al passaggio estremo
 volgi erranti  i tuo stessi passi
Nella Sodoma ti volgi agli indimenticabili cuori,
Ne accudisci i giorni futuri
Togliendoti di bocca ogni estremo conforto,
Om, così sia, dicendo a un dio senz’altro lume di volto

lunedì 21 maggio 2018

Lettere al giornale. Chagall a Mantova? 5 gennaio 2018


Chagall a Mantova come sogna Palazzi? Benissimo, in se’. Solo che una  retrospettiva  bellissima  su  Chagall e’stata gia’allestita  a Milano  nei non lontani 2014-2015,  e che una mostra autenticamente tale, che sia cioe’ di ricerca, per quanto io ne so da profano richiede che prima ne sia ideato il soggetto, auspicando che non sia la  mera  escogitazione di un presunto richiamo attrattivo, e che poi in ragione di esso siano ricercati i vari prestatori  di opere. Rifacendosi a un solo Museo si finisce invece per farsi dettare il menu della mostra da quel che offre l’istituto-convento, in tal caso la Tretyakov Gallery di Mosca. Ne sortiscono cosi’ per lo piu’ mostre di rara bruttezza come quella su Van Gogh, sempre a Milano e in contemporanea con quella su Chagall, che fu desunta da quel che di Van Gogh e’attingibile dal Kröller-Müller Museum in Olanda, un cui riciclaggio sotto altre spoglie  e’stato imbandito piu’ di recente a Vicenza, con qualche capolavoro in aggiunta a fini propagandistici. In realta', come trapela vuoi dalla genericita’ propositiva della ispirazione di fondo- tre mostre in tre anni dedicate ai maestri della pittura del Novecento,- sai che genialata !- vuoi dalla peregrinita’ della proposta in concreto, -Chagall e il teatro-,  non che dai tempi di breve respiro dell’allestimento, la mostra  di Chagall a Mantova sembra obbedire ad una pianificazione di mero riempimento turistico, di mera e vana attrattiva commerciale, ad un input estemporaneo dall'alto del Sindaco Duca, piu' che  della societa' civile di Mantova quale citta' d'arte, di gusto e di cultura, nelle sue intrinseche istanze di valorizzazione partecipativa.

L'incontro della Camera PIcta


Era il 22 ottobre dell’anno 1470, ed il marchese Ludovico II aveva di che  dolersi che il rivestimento pittorico della Camera Picta non fosse ancora stato realizzato che per metà da parte del Mantegna,  che fino ad allora nella sola  parete settentrionale aveva affrescato  la scena della Corte, talmente a rilento procedeva in un ‘opera  che  aveva iniziato il 16 giugno 1465,  già cinque anni addietro,  se ci si attiene alla data che figura dipinta a fresco nel’arredo pittorico,  a finti  marmi policromi, dello sguincio della finestra dislocata a nord-ovest. Restava ancora da dipingere la parete ovest, in cui  avrebbe dovuto figurare l’incontro avvenuto a Bozzolo  il 1 gennaio del 1462  tra lo stesso Ludovico II e il secondogenito Francesco,  reduce da  Milano  dopo avere appena conseguito  la nomina cardinalizia  notificatagli il 18 dicembre 1461, e di cui era andato a gratificarvi gli Sforza per gli uffici interposti. Era un evento, data tutta la sua importanza,  da cui forse ebbe origine l’ideazione stessa  della Camera Picta, poiché sanciva la legittimazione da parte del papato del dominio dei Gonzaga sui territori del proprio stato,  il  cui esercizio del potere la scena di corte celebrava nella sua sublimazione  umanistica, quale che sia l’evento a cui allude. L’ incontro di Bozzolo  preludeva ad una investitura dei Gonzaga della stessa autorità religiosa sulla città, con la nomina di Francesco a vescovo di Mantova nel 1466, dopo esserlo stato di Bressanone. Ma agli inizi degli anni Settanta del Quattrocento, otto anni dopo, allorché il Mantegna non ne aveva ancora iniziato la rappresentazione,  tale incontro era un accadimento oramai stagionatosi, superato dalle successive nomine vescovili di cui si è detto, sicché a  sollecitare  il Mantegna a riprendere il soggetto ci volle niente di meno di  quello che ebbe a capitare a pennello di lì a qualche anno, al verificarsi di un evento che finì- addirittura- per ridimensionare l’incontro di Bozzolo ad  un suo precedente di rilevanza minore, risultandone più ancora magnificativo delle sorti dei Gonzaga. Trattasi dell’incontro,  sempre tra  Francesco e lo stesso Ludovico II, avvenuto in Bondanello sul Secchia il 22 agosto 1472,  che faceva seguito alla nomina dello stesso Francesco a legato pontificio in Bologna nel 1471, e di cui parla la Cronaca di Mantova dal 1455 al 1484 dello Schivenoglia,  Tale incontro  aveva rinverdito  e perfino implementato  quello pur così importante di Bozzolo,  in virtù degli accresciuti poteri religiosi di cui vi si esaltava il conferimento ad un Francesco Gonzaga che non era più solo diciassettenne, come ai tempi della originaria nomina cardinalizia. A maggior gloria del ceppo famigliare di Ludovico II, la rappresentazione dell’incontro di Bondanello consentiva inoltre di aggiornare la ripresa del vecchio soggetto con l’inserimento  in esso,  che vi siano stati realmente presenti o meno, dei componenti in più tenera età della famiglia gonzaghesca allora viventi, che già Rodolfo Signorini ci ha consentito di identificare pressoché tutti quanti, insieme agli altri personaggi signorili che vi furono compresi. E’ il caso  del fratello minore  di Francesco Gonzaga,  Ludovico , che gli tiene  la mano sinistra e vi è raffigurato come già  ragazzo, mentre all’ epoca dell’ incontro di Bozzolo aveva solo un anno. Egli subentrerà a Francesco  quale vescovo di Mantova alla sua morte, nel 1483, e nella scena dell’ incontro di Bondanello  senza alcun anacronismo prolettico appare già nelle vesti di protonotario apostolico , il titolo che gli aveva appena  garantito il fratello cardinale. Insieme a Ludovico può fare la sua comparsa anche  suo nipote Sigismondo ancor più in tenera età, nato nel 1469 e  figlio  di Federico, il futuro terzo marchese di Mantova, costui raffigurato invece all’estrema destra per chi guarda la scena, involto nel manto che ne  copre la difformità cifotica. Quale suo  secondogenito Sigismondo era predestinato anch’egli ad una carriera ecclesiastica,  che dopo essere stato egli nominato cardinale nel 1506  farà di lui il successore quale vescovo di Mantova, dal 1511, dello stesso Ludovico  di cui tiene la mano . Nell’incontro di Bondanello  non può mancare neppure l’allor piccolo Francesco, futuro quarto marchese di Mantova, essendo nato tre anni prima di Sigismondo, nel 1466,  che si accampa imperiosettofino all’altezza del bacino del nonno, Ludovico II, a lui d’accanto; due  fanciulli, Sigismondo e Francesco, che all’epoca dell’incontro di Bozzolo non erano ancora nati. La realizzazione dell’affresco si protrasse fino al  1474, quando, nel marzo e poi nel maggio di quell’anno, s’inoltrò  nei territori gonzagheschi  re Cristiano I di Danimarca ( cognato di Ludovico II, in quanto aveva sposato Dorotea di Brandeburgo, sorella di Barbara moglie del  marchese di Mantova), venutovi  a insignire  Ludovico II dell’Ordine dell’Elefante. Tale soggiorno era a onore e gloria dei Gonzaga come già nel 1469 lo fu l’accoglienza in Ferrara di una loro delegazione prestigiosa, che comprendeva  lo stesso Mantegna, da parte di Federico  III d’Asburgo, imperatore, impegnatosi a suo tempo per l’elezione a cardinale di Francesco Gonzaga, e da cui lo stesso Ludovico II era stato investito del titolo di marchese.  La venuta in Mantova di Cristiano I indusse Ludovico II a far finire al Mantegna l’impresa della Camera Picta per farne mostra al re danese. A glorificazione reciproca furono inserite nell’Incontro sia  l’effigie di re Cristiano I che di Federico III imperatore, così coronando con un’investitura  universale il potere politico e religioso  dei Gonzaga in Mantova, di cui si rimarcava il legame con l’impero e il vanto per la parentela regale di Cristiano I. Così desumo e presumo che siano andate le cose, in concordanza con il Crowe, il Cavalcaselle ( 1871) e l’ Yriarte( 1901), ma così non vuole che si siano svolte la tradizione interpretativa che  è finora  invalsa,  che nella scena dell’Incontro sostiene che sia rappresentato quello di Bozzolo, con tutti gli anacronismi del caso che ne conseguono, non ultima la  presentazione di Francesco nel suo pieno rigoglio di adulto, mentre all’epoca dell’ incontro di Bozzolo non aveva ancora diciotto anni, e via seguitando per  ogni personaggio inscenato. Lo stesso Ludovico II appare più solcato di rughe nel cipiglio della fronte, e agli occhi,  oltreché più floscio nell’incarnato dell’orecchio, che non nella sua comparsa nell’episodio antecedente della scena di corte, che pur  risalirebbe allo stesso giorno dell’ incontro  in Bozzolo,  se è vero che  raffigura  la chiamata in Milano di Ludovico II  a sostegno di Francesco Sforza, di cui era luogotenente generale, per il tramite di una lettera di Bianca Maria  Visconti che riferiva del grave stato di salute del marito. A tal punto sarebbe davvero dirimente poter  sapere se l’investitura a legato apostolico in Bologna cui fa capo invece l incontro di Bondanello  spieghi la  tunica  cilestrina di Francesco, già cardinale e vescovo, e la sua combinazione con la mantellina purpurea che vi è sovrapposta. Le mie  interpretazioni, pur  così delucidate, restano pur sempre  solo fondate congetture. Ai critici d’arte di me più emeriti confermarle o smentirle riaprendo il dibattito.

 

Odorico Bergamaschi