mercoledì 24 ottobre 2012

Alla ricerca dei templi Pratihara nel distretto di Tikamgarh



I templi Pratihara nel distretto di Tikamgarh












Una volta in Tikamgarh, la mattina seguente il nostro arrivo, il compito primario per me e Kailash era di rintracciare l’ubicazione dei villaggi dei templi antichi, due dei quali risalivano alle dinastie Pratihara , cercando di dare credito in ciò che avevano di vero a tutte le indicazioni raccolte, che di primo acchito sembravano solo contraddittorie, occorreva solo lasciare che si sovrapponessero, di informatore in informatore, presso gli hotels, nei negozi o nelle rivendite, o nelle piazzole in cui stazionavano i conducenti di taxi cui pervenivamo,  e presso i quali ci attestavamo in virtù del loro tasso di credibilità maggiore. Madhkera, prima di tutto, com’era possibile che fosse sulla strada per Jhansi e su quella in direzione di Mohangarh? E che Umri fosse la stessa Umari di altre mappe, entrambe, o lo stesso villaggio, in direzione univoca invece di Sagar, che ivi fosse il tempio di Surya, se il tempio che vi era accreditato come la  nostra possibile meta a dire unanime era dedicato invece ad Hanuman?
E di nuovo, nella ricerca del tempio di Badagaon, ci trovavamo di fronte a due villaggi dalla denominazione identica, ma in ubicazioni opposte, una Badagaon in prossimità di Tikamgarh, ma dove per gli interpellati era certa l’assenza di qualsiasi “purana mandir”,  o “ tempio antico”, una Badagaon che precedeva l'Umri o Umari delle nostre mappe distrettuali, a seconda che fossero redatte in hindi, o in inglese, a proposito della quale nessuno sapeva nulla di nulla, della eventuale presenza in situ di qualsiasi “purana mandir”. Tanto più per il fatto, come mi informava Kailash, che per la gente locale valeva il termine mar in luogo di mandir.

Se dovevamo dare credito alla voce che la vicinissima Badgaon non ci riservasse alcunché, in virtù della conoscenza più certa che potevano averne i nostri interlocutori, per la vicinanza stessa della località, facendo il punto della situazione forse ci ritrovavamo, nel caldo lume di fine estate c he alonava Tikamgarh, - sotto il profilo urbano uno spezzone continuo di città mancata-, con la meta principale e più rinomata della nostra ricerca dislocata in Madhkera più a nord, a poco più di una ventina di chilometri dal capoluogo di distretto, benché figurasse già nel tehsil di Jatkhara, e con le altre due mete presumibilmente situate più a sud, l’una nell’Umri che vi  dislocata, e l'ulteriore nella Badgaon ch'è sulla stessa strada che vi reca.  E tutti i pullman diretti a Sagar portavano comodamente a Badgaon, a non più di ventotto chilometri di distanza più a Sud, da cui per giungere ad Umri occorreva distaccarsene  per una diramazione secondaria sulla destra. Quanto alla presunta incoerenza delle voci sulla strada da intraprendere per giungere a Madhkera, la si risolveva all’atto stesso di darci da fare per avviarcisi. Per andare a Madhkera occorreva in effetti prendere la strada per Jhansi, ma deviando sulla sinistra per l’arteria secondaria che recava a Mohangarh, da cui si distaccava quella ulteriore per la località del tempio. Si decideva dunque per Madhkera, accogliendo come più conveniente la soluzione, che ci era stata caldeggiata, di anticipare i tempi recandovicisi in autoricksaw direttamente da Tikamgarh, lunghi, infatti,  si prospettavano i tempi di attesa di un autobus per Mohangarh,  ed alla sua fermata nel centro abitato maggiore in prossimità del villaggio di Madhkera, avremmo dovuto fare ricorso comunque ad un autoricksaw, o ad una camionetta locale, per un importo non minore.
Lunga e diritta, e fiancheggiata di piante frondose, correva ora la strada verso Jhansi, su cui procedevamo allegramente con un conducente di tuk tuk quanto mai caloroso e coinvolto nell'impresa, fino a che, poco oltre un Palazzo Bundela, del più vivo fascino ed interesse anche nelle stesse adiacenze ruderali sull’altro lato della strada, non si svoltava appunto a sinistra, e poi per una stradicciola sulla sua ulteriore sinistra. Ma che stavano mai facendo, chiedevo imbizzarrito a Kailash. i contadini e le loro donne che stendevano i loro raccolti sul manto stradale, lasciando o addirittura favorendo che le vetture di passaggio facessero di tutto per passarvi sopra?
Si trattava di coltivatori di lenticchie nere, mi informava prontamente, che così ottenevano che le ruote dei veicoli spaccassero l’involucro del seme lasciando integro quest’ ultimo; in tal modo, senza bisogno di noleggiare trattori che passassero sopra il raccolto, bastava raccogliere la semente così sgusciata sul fondo stradale per poi impilarla , come brillava nei cumuli  ai margini della strada.
Ancora pochi chilometri, ed ecco, poco prima del villaggio contiguo, l’apparizione dello splendore fulgente del pur piccolo tempio Pratihara, la rivelazione istantanea di tutto il suo incanto, che a Kailash faceva  dire immediatamente, nel suo giudizio di sintesi folgorante che già tutto aveva percepito e raccolto “ Ma è tutt'altro, ancora di più, di tutto quello che di più bello abbiamo visto ultimamente”.

Eretto su una piattaforma,  constava semplicemente di un porticato d'accesso e della cella del santuario del Dio Surya, che si sopraelevava armoniosamente nel luminoso sikkara, su cui si erge al culmine l’amalaka, in una  preziosità  di forme che ne faceva uno scrigno sublime del Divino.
La grandiosità dell'impatto visivo frontale era originata dalla  profusione centrale del'antefissa della sukanasika,
che  quasi dall'altezza del collare della  greva da cui si espande l' amalaka, defluisce sino all'edicoletta che sovrasta al centro la gronda del portico,  in una ricaduta luminescente di cordonature perlinate dalla bocca del volto di gloria del kirtimukka. Gli è soprastante un elefantino , mentre due scimmie stanno in posa d'attesa sulla risalita in alto della perlinatura, a loro volta due pavoni si attestano all'interno delle sue due anse superiori, ed una dea grandeggia dentro una sua replica ovulare. Essa sovrastà ad una riproduzione miniata dell'intera antefissa, con identico duo inferiore di scimmiette,  tale replica è posta a sua volta al di sopra di un’edicoletta templare, con tetto embricato ed essa pure con  una propria  mini-antefissa, a cui soggiace la jali reticolata della gronda del portico del tempio. La frattalità del santuario, volta a esprimere che lo stesso ordine divino si ripete ad ogni livello del reale,  richiede per sovrappiù che due edicole ancora più piccole riproducano ai lati quella centrale, soggiacendo ciascuna ad una riproduzione ugualmente su scala più ridotta dell'antefissa inferiore , mentre, più sopra, i festoni terminali della grande antefissa replicano altre due due scimmiette aquattate in cima.
Le splendide colonne del porticato, tutto quanto intagliato, 
  recano dei vasi fogliati dell'abbondanza all'estremità del fusto centrale, profilato ottagonalmente, da esso ricadono esili campane pendenti e si stacca , risolutivo, l'intaglio di  un triplice collarino superiore difformemente variegato  .
Trabeazioni e mensole recano geni o demoni da cui circonvolvono festoni vegetali, tra piccoli principi naga adoranti nei recessi, grandiose corolle di fiori di loto si espandono scolpite nei soffitti
Il portale d'accesso alla cella, dove risiede ancora  la statua del Dio Surya,
è istoriato in cinque bande negli stipiti, e oltre l'architrave che accampa al centro l'immagine fulgente del dio, reca fregi di adoranti ed officianti,  in cui tra cavalieri di corsa risaltano due sikkara e un tempio coronato da una cupola ch’è coronata a sua volta da un amalaka. 




 Altri sikkara miniaturizzati  sormontano le edicole dei guardiani o dikpalas dei pilastri laterali, sormontati a loro volta da kirtimukka, o demoni fogliati che siano, su cui stanno in bella vista  vasi dell'abbondanza ulteriormente tracimanti vegetazione.
In tutto il portale si assiste così ad  un tripudio naturalistico di foglie e racemi, e fiori di loto, di ascendenze meravigliosamente gupta.
Volgendoci quindi ai lati, 
il basamento appare costituito solo dal plinto, ma sulle sue modanature convesse, costituite da una successione di kumba e di kalasha, fasce linguiformi di kudhu o gavaskha, in una trama di oculi di luce carenati, promanano da miniedicole trilitiche e fanno del basamento già la prima fase saliente delle 5 ratha o bande dello sikkara, in cui lo innestano.
Le fasce del(lo) sikkara annettono nella loro tensione ascendente l'intero corpo dell'edificio, sicchè la jangha o muro dei fianchi laterali ne è l' impostazione su edicole colonnate di immagini divine, che affiancano sardula rampanti. La loro grazia di minitempli è supportata da pattikas la cui gagaraka è un'orlatura di foglie cuoriformi di peepal, ed  è puntualmente ricoperta  di tetti embricati. E nella replica incessante di cui si è già detto tutto il bene possibile, della medesima trama e del medesimo ordine divino del reale, su scala maggiore che via via si fa ascendente, nuove lingue di gavaksha , come in una sorta di stiramento ascensionale che le allarga o le prolunga, si elevano in minisikkaras verso le loro riproposizioni superiori  costituite dalle badhra e proiezioni a latere dello sikkara complessivo ed esaustivo, in una tensione dell'ardore - tapas-. spirituale che ci comprende, con l'intero edificio, in uno slancio unanime verso l' uno celestiale che in sé ci consumi e ci ravvivi.
Della statuaria esterna, più che le icone di dei e di divinità guardiane delle direzioni templari, memorabili restano i cubi dei basamenti in cui,
come nelle trabeazioni dei portali,  demoni eruttano fogliame,  o in esso s'involvono,  o  defluiscono, oppure s'accampano complementari, cavalcandone il flusso o fronteggiandolo pingui.

Sulla via del rientro da Madhkera ,  una volta che se ne seppe consentire al distacco, giunti all’altezza di nuovo del palazzo che  ci aveva ammaliati lungo, l'andata poichè il custode rispose al  richiamo della bakseesh, è stato possibile farsi aprire l'ingresso: e ci si è rivelato la residenza  delle regine hindu trasferitesi in Tikamgarh da Orchha, in cui e’ stato dato alla vista di divagare nel piacevole e più facile incanto di bagni e baoli,
dei relativi sollazzi adombrati nel verde del parco, dei tempietti accanto ancora integri nei loro affreschi, nel medesimo stile di quelli del Raj Mahal di Orchha.

 

Di ritorno a Tikamgarh,  nel primo pomeriggio, ristorato il corpo,  divertita la mente, un autobus già ci conduce verso Badagaon, per essere quindi Umri, lungo la strada che in direzione opposta reca a Sagar, più a sud est,   nella speranza che vi si compia l'accoppiata dei templi restanti.

Badagaon ci accoglie nell’animazione di mercato e traffico del suo centro paesano, a poco meno di 30 km di distanza lungo un tragitto veloce e piacevole, ma il minibus o l'autorisciò che si prende per Umri, ci farà retrocedere alla strada che si dipartiva sulla nostra destra, venendo da Tikamgarh, a ridosso dei massi rociosi fra i quali è situata Badagaon.
Diletti lettori al seguito, stando alla nostra esperienza,  qualora vi risulti esemplare, se  avrete in Badagaon chiesto del mar o mandir che vi risulta situato
nessuno saprà dirvene nulla,  e così non vi resterà che procedere nella sola speranza di ritrovarlo,  chissà mai come, se sollevate la vista , lungo la strada laterale che avete intrapreso, il cui decorso  alla vostra destra  vi apparirà sovrastato dalla mole possente della fortezza rajput di Badagaon,
prima che seguitando a prestare attenzione, sullo sfondo di un rilucente talab, il tempio fatidico non vi appaia di sfuggita poco prima di lasciare il villaggio.
Fai cenno all'amico al tempio ritrovato, è dunque pur vera la sua esistenza, prima che un laonico assenso infiori le labbra dei viaggiatori locali che seguitavano fino a un istante prima a negare che vi fosse
" Ah, questo?-  tutto quel che consentiranno, tanto la sua irrilevanza confina per loro con il negazionismo che un purana mar o mandir sia mai stato edificato in Badagaon.
Resta da svoltare a destra dopo una decina di chilometri, per ritrovarsi alla buon’ora infine in Umri, dove il villaggio cede alla radura del tempio.


Le fattezze sono una variazione magnifica rispetto a quelle del tempio di Madhkera, ma appare spoglia del suo incanto, per la spogliazione della sua magnificenza perpetrata dagli uomini. Ne è andata distrutta l' antefissa frontale, è finita perduta anche la statua del Dio, nell'impatto frontale risulta intatto  e meglio preservata   solo la trabeazione  del portale del garbagriha.
mentre le colonne del porticato,
più brevi e più ad ampio raggio, ci invitano a considerare il resettaggio delle proporzioni armoniche.


La mole del prasad, volgendole intorno , appare minore perché é più slanciata e meno convessa , e determinante, nel marcare la differenza,  è lo stacco aggraziatissimo tra il jangha e il sikkara, marcato dal ricorso della più fine eleganza  di un reticolo di quadrettature di minuscoli dadi,
una jali che allenta e distingue lo slancio che rilancia.



Demoni e viluppi vegetali vi sono più linearmente stilizzati e meno rigogliosi e rutilanti e naturalistici che in Madhkera, lasciando supporre che il tempio di Umri sia più distanziato nel tempo dal periodo gupta e dalle sue ascendenze, o detto altrimenti, a noi più recente. 

Nella sera in cui si è di ritorno a Badagaon, un'alta gradinata ci conduce al tempio conclusivo del nostro itinerario: l’indomani si sarà di ritorno, ma basta , nella sua massa compatta e granitica culminante nel sikkara, vedere quante mini-sikkara si addensano ed urgono ad ascendere, come aggrappandosi a quello principale, per intendere che non siamo più nel dominio templare dei Pratihara, ma che si parla lo stesso linguaggio architettonico dei templi in Khajuraho dei nuovi signori Chandella. 
Nel sole, l'indomani,
con il custode ed i curiosi e i , in vena di facezie o di molestie, e gli uomini e i ragazzi davvero interessati alla rarità assoluta di un  turista colà capitato, volenterosi di saperne di più e di aiutarlo,


mentre con il calore diurno sale un tanfo ammorbante dal tabalab, le sembianze del tempio appariranno quanto mai familiari, a chi ha lunga consuetudine con quelle dei santuari di Khajuraho:
L'antarala di un vestibolo vi si differenzia dal portico d'accesso, i cui pilastri profilano nel granito un'ornamentazione più geometricamente standardizzata di quella dei templi Pratihara di madhkera e Umri, una serie di rombi tra i due vasi del'abbondanza , nel più rude dettato, o dettame granitico, che prelude a quelli diamantini che si susseguono lungo la jangha del tempio in alternanza con le edicole dei templi,.e che si susseguono più in alto dello stesso portico.
Nel portale, come già in Madhkera ed Umri, nella parte inferiore degli stipiti ricorrono con degli attendenti le dee fluviali Ganga e  Yamuna, ma alla sommità è la Trimurti che si impone con Shiva al centro, Brahma e Vishnu alle due ali.
Delle cornici interposte  tra i profili del basamento e la janhgha, rimarcata in due bande di statue e rilievi ornamentali, e delle modanature ulteriori tra la jangha  e il  sikkara , riconducono in una sua variante, detta in un sermone ben più rustico, alla scansione tripartita- in  basamento, jhangha, sikkara-,  degli illustri  templi Chandella,
di cui con la grammatica nei suoi rudimenti semplificati al massimo , - l'ornamentazione in rombi diamantini, reticoli di cubettini, volute confluenti- è l'incanto   architettonico che ci viene rievocato in tale umiltà di materia,
 nel concorso di slancio verso l'alto dei cieli di sringas o mini-sikkara, a grappoli, insieme con le  proiezioni maggiori del sikkara maggiore, volte al ruotare orbitante dell’amalaka. d'accesso al regno  liberante.



Una volta in Tikamgarh, la mattina seguente il nostro arrivo, il compito primario era di rintracciare l’ubicazione dei villaggi dei templi Pratihara, cercando di dare credito in ciò che avevano di vero tutte le indicazioni raccolte, che di primo acchito sembravano solo contraddittorie, lasciando che si sovrapponessero, di informatore in informatore, presso gli hotels, nei negozi o nelle rivendite, o quando gli informatori ultimi cui pervenivamo  erano i conducenti di taxi,  presso i quali ci attestavamo in virtù del loro tasso di credibilità maggiore. Madhkera, prima di tutto, com’era possibile che fosse sulla strada per Jhansi e su quella in direzione di Mohangarh?
Che Umri fosse la stessa Umari di altre mappe, in direzione invece di Sagar, che ivi fosse il tempio di Surya, se il tempio che vi era accreditato come nostra possibile meta era dedicato invece ad Hanuman?
E di nuovo, nella ricerca del tempio di Badagaon, ci trovavamo di fronte a due villaggi dalla denominazione identica, ma in ubicazioni opposte, una Badagaon in prossimità di Tikamgarh, ma dove per gli interpellati era certa l’assenza di qualsiasi purana mandir, una Badagaon che precedeva l'Umri o Umari delle nostre mappe distrettuali, a seconda che fossero redatte in hindi, o in inglese, dove nessuno sapeva nulla di nulla, della eventuale presenza in situ di qualsiasi purana mandir. Tanto più per il fatto, come mi informava Kailash, che per la gente locale valeva il termine mar in luogo di mandir.


Se dovevamo dare credito alla voce che la vicinissima Badgaon non ci riservasse alcunché, in virtù della conoscenza più certa che potevano averne i nostri interlocutori, per la sua vicinanza stessa, facendo il punto della situazione forse ci ritrovavamo, nel caldo lume di fine estate di Tikamgarh, -uno spezzone continuo di città mancata-, con la meta principale e più rinomata della nostra ricerca dislocata in Madhkera più a nord, a poco più di una ventina di chilometri dal capoluogo di distretto, benché figurasse già nel tehsil di Jatkhara, e con le altre due mete situate più a sud, l’una in Umri e l'ulteriore nella Badgaon, ch'è sulla stessa strada che vi reca.  E tutti i pullman diretti a Sagar portavano comodamente a Badgaon, a non più di ventotto chilometri di distanza più a Sud, da cui per giungere ad Umri occorreva distaccarsene  per una diramazione secondaria sulla destra. Quanto alla presunta incoerenza delle voci sulla strada da intraprendere per giungere a Madhkera, la si risolveva all’atto stesso di darci da fare per avviarcisi. Per andare a Madhkera occorreva in effetti prendere la strada per Jhansi, ma deviando sulla sinistra per l’arteria secondaria che recava a Mohangarh, da cui si distaccava quella per la località del tempio. Si decideva dunque per Madhkera, accogliendo come più conveniente la soluzione, che ci era stata caldeggiata, di anticipare i tempi recandovicisi in autoricksaw direttamente da Tikamgarh, lunghi si prospettavano i tempi di attesa di un autobus per Mohangarh. ed alla sua fermata nel centro abitato maggiore in prossimità del villaggio presso il quale era ubicato il tempio, avremmo dovuto fare ricorso comunque ad un autoricksaw, o ad una camionetta locale, per un importo non minore.
Lunga e diritta, e fiancheggiata di piante, correva ora la strada verso Jhansi, su cui procedevamo con un conducente di tuk tuk quanto mai caloroso e coinvolto nell'impresa, fino a che, poco oltre un Palazzo Bundela, del più vivo fascino ed interesse anche nelle stesse adiacenze ruderali, ch'erano sull’altro lato della strada, non si svoltava appunto a sinistra, e poi per una stradicciola sulla sua ulteriore sinistra. Ma che stavano mai facendo, chiedevo imbizzarrito a Kailash. i contadini e le loro donne che stendevano i loro raccolti sul manto stradale, lasciando o addirittura favorendo che le vetture di passaggio facessero di tutto per passarvi sopra? Si trattava di coltivatori di lenticchie nere, mi informava prontamente, che così ottenevano che le ruote dei veicoli spaccassero l’involucro del seme lasciando integro questo ultimo, in tal modo, senza bisogno di noleggiare trattori che passassero sopra il raccolto, bastava raccogliere la semente così sgusciata per strada, per poi impilarla nella raccolta, come brillava a cumuli ai margini della strada ,

 


Ancora pochi chilometri, ed ecco, poco prima del villaggio contiguo, l’apparizione dello splendore fulgente del pur piccolo tempio Pratihara, la rivelazione istantanea di tutto il suo incanto che a Kailash faceva dire immediatamente, nel suo giudizio di sintesi folgorante che già tutto aveva percepito e raccolto “ Ma è tutt'altro, ancora di più, di tutto quello che di più bello abbiamo visto ultimamente”. 



(Continua)                                              24 ottobre 2012





martedì 23 ottobre 2012

in Vyas Badora



A Vyas Badora

 

 

 

 

 
Neanche al crocevia di M*. dove eravamo appena scesi dal bus diretto a Mahoba, attardandoci per incrociare quello proveniente da Chhattarpur in direzione di Lori, o Londi, o Laudi, sul cui bisticcio nominale ero arrivato quasi a bisticciarmi di fatto con Kailash, sapevano dirci alcunché di preciso su dove mai fossero Vyas Badora o Hindora Vari. Di Badora ne esistevano due, a quel che  pareva, situate quanto mai vicine, o parecchio distanti, a seconda dell'uno o dell'altro degli astanti, come di Brijapur ne avevamo discoperte già almeno due nel distretto di Chhattarpur, e non avevamo ritrovato Kishangarh senza che ci fosse una Kishanpur a precederla, quanto nel Madhya Pradesh non c’è Chanderi senza una sua opposta Chandrei, una Narshimhapur senza una corrispettiva Narshinghgarh . Anche solo limitandoci a Hindora Vari, in Lori si tramutava a dire di alcuni in una Ellora Vari di indefinita collocazione, il che ci frastornava ancor più di quanto già non lo fossimo, all’arrivo nella sua polverosa animazione diurna, di mercati e traffico, che si disarticolava in un complesso mal connnesso di strade, a dispetto della suggestione del sito, diramantesi ai piedi dei dirupi tra cui la via che vi immetteva si apriva il varco, e su cui si arroccavano dei santuari intorno. Ma Lori non poteva essere più che un inquietante luogo di sosta, a seguito dei recenti accadimenti che il penitenziario locale evocava a Kailash, egli  vi era di ritorno in capo a pochi giorni, dopo che aveva dovuto mettervi piede con il fratello, e lo zio materno, per ottenervi la scarcerazione del padre grazie alla cauzione in terreni assicuratagli dal cognato, a rimedio del guaio cui era servita per davvero tutta la stupidità del padre per procurarselo. Di sua spontanea iniziativa si era recato dalla stazione di polizia locale per denunciare le percosse che alla moglie erano state inflitte dal fratello sadhu, miserabilissimo, e che da tempo non c’è più gran che con la testa, in combutta con la propria di consorti, senza tenere conto che li  aveva malmenati entrambi a sua volta. Il tutto era stato originato dalle presunte maldicenze della madre di Kailash sul conto  della figlia del sadhu, che sarebbe stata da poco malmaritata, secondo quanto avrebbe detto, con una famiglia della stessa casta ancor più povera della loro. Alla denuncia la polizia aveva convocato l’accusato, e di fronte alle opposte versioni cui si era trovata di fronte, li aveva fatti trasferire entrambi nel centro di polizia del tehsil, in Rajnagarh, da cui, essendo di domenica e non potendo essere chiamati in causa avvocati e garanti delle cauzioni, le autorità locali di polizia avevano pensato bene di trasferire entrambi i contro accusantisi nel carcere mandamentale di Lori.Cosi mio padre ha almeno imparato quel che si ricava in India a trarre di mezzo la polizia, rovinando la reputazione dei propri figli”, la morale dell’accaduto trattane quei giorni da Kailash .Ora egli s’aggirava da un conducente all’altro, in cerca di chiarimenti sulle nostre destinazioni che fortunatamente erano invece al più turistiche, cercando insieme con me la collimazione delle diversioni dislocazioni di Vyas Badora, una qualche  concordanza sinottica tra quanto ce ne dicevano i rivenditori di bibite e di somosa e di pokora a cui avevamo già chiesto ragguagli. Dopo avere tergiversato con dei conducenti che erano di Mahoba, e che alla vista della mia "white face" prontamente avevano giocato al rialzo della tariffa richiesta, prima ancora di chiedersi che ne sapessero di dove dovevano portarci, il suo spirito di iniziativa ch'era al mio fedele servizio non meno di un Garuda genuflesso riguardo al suo Vishnu, si concretizzava ben presto nel prdisporsi di un conducente affidabile di un fuoristrada, che aveva ritrovato sospingendosi al di là dei chioschi di banane e mango e fiori e altra frutta, per una tariffa conveniente verso una destinazione di cui ci convinceva che sapesse dov'era: oltre Chandla, a cui recava l’arteria stradale su cui pochi minuti dopo eravamo già avviati.
Vi iniziava così una veloce corsa, che già in Moreri, dai caseggiati suggestivi di malta, avrebbe dovuto arrestarsi al posto di blocco di alcuni adepti della Mahadeva, che essendo nell’imminenza di Navaratri intimavano l’alt alla nostra ed alle altre autovetture, taglieggiando un contributo per l’allestimento dei suoi festeggiamenti. Non ci restava che  arrendersi alla richiesta per poi sottostare al rallentamento, ininterrotto, che imponeva l'infittirsi delle buche lungo il percorso, un tormento continuo di soprassalti e sterzate, nei tentativi figli l'uno dell'altro di eludere i crateri interminabili del fondo stradale,  dato che una schivata  ripresentava immediatamente la necessità di una ulteriore, per evitare la nuova frana che la scansata proponeva  davanti.  Ancor più che tra Rajnagarh e Lori, il paesaggio intorno si faceva arido e sempre più spoglio di piante e di alberi, tra i rilievi collinari che si diradavano all’orizzonte.  "No dams, less water”, la ragione della siccità crescente che  Kailash era venuto sempre più sentenziando, da che, appena poco oltre Rajnagarh, avevamo finito di costeggiare sbarramenti di dighe. La strada che percorrevamo aveva finito intanto di conoscerla già, da che avevamo superato la casa in cui viveva una sorella del padre. Ancor più desolante sarrebbe apparso lo stato dell’arteria stradale lungo la quale  Chandla si snoda,  tra la polvere dello sterrato dissetato in cui si era scrostato il manto stradale, avvallandosi in scoscendimenti pietrosi, per chilometri e chilometri digradavano in scoscendimenti i negozi e i chioschi  circostanti , e procedeva in una foschia chi percorreva la strade. Svoltavamo infine a destra per Vyas Badora, e lo stato del percorso migliorava solo di poco, nei pochi chilometri ancora restanti, chiedevamo dell’abitato del villaggio a un anziano che vi sostava ai margini con altri coetanei, e ci diceva di svoltare a sinistra, all’altezza di un albero di mahua. Il sentiero su cui così ci immettevamo, tra dei filari di alberi  finalmente ci riconduceva ad amenità di luoghi e ci immetteva in Vyas Badora, poco più che un villaggio sparuto, ma quanto incantevolmente “ remote and lonely”, nelle sue case smaltate di fango candido ed ocra, al limitare delle cui soglie delle donne erano intente al trancio di canna da zucchero, presso le ruote girevoli degli attrezzi ad uopo. Oltre i massi che  il residuo villaggio intorniava, gli abitanti ci confermavano la sussistenza dei mandir di cui non avevamo ancora traccia, la loro realtà ci sembrava ancora del tutto incredibile, quando la loro apparizione si materializzava in una visione che stupefatto mi lasciava d’incanto. Laddove, stando alle immagini che ne avevo desunto in rete, mi aspettavo di vedere ergersi al più degli ammassi di rovine templari, a dispetto della natura incognita e remota del sito, sconosciuta ai più negli stessi dintorni, tra i massi prospicienti che digradavano verso un’ampia vallata nell’imminenza del Ken river, percorsa da mandrie di bufali al pascolo, sullo sfondo del profilarsi ameno di ulteriori rilievi a perdita d'occhio, sovrastava i ponteggi di un cantiere la sopraelevazione in corso di un grandioso tempio gemellare,
oltre il quale le celle porticate di altri due templi si offrivano alla vista. 
Dal corpo del tempio  sorgeva il rudimento del pietrame interno delle coperture dei due sikkara, ad assimilarli a monchi altiforni.
Accedevamo al santuario da una rampa laterale della sua piattaforma e ci ritrovavamo nel mandapa della sala antecedente la cella di uno dei due garbagriha.Tale sala era interconnessa con quella, ad essa parallela, in cui un Nandi diruto /dirupato* sostava in adorazione interminabile al suo dio.
La copertura della sala che dava adito al tempio era a guisa di volta, e la costituivano circoli di rilievi delicati,
 mentre era quadrangolare la trabeazione su cui era impostata la copertura dell’atrio, o ardamandapa, del portico d'entrata che la precedeva,
sostenuto da corti pilastri, ed affiancato da un identico ingresso ad esso parallelo,  per chi avesse risalito i gradini di quello che era l’accesso principale al loro sito gemino di culto.
I portali del garbagriha recavano stipiti ornamentali secondo moduli canonici, non fosse che il canopo delle divinità fluviali,  assecondate nelle loro flessuosità tribhanga da attendenti naga, sortiva nelle sue volute da kirtimukka leonini,
Lungo le pareti esterne e le altre all'interno, la profusione decorativa  dei portali delle celle dei santuari era precorsa / anticipata da  profili continui  di diamanti, in una decorazione geometrica contrappuntata da reticoli, o jali,di quadrettature di dadi.
Alle  estremità dei pilastri apparivano i tripudi di foglie di vasi dell'abbondanza, desunti dalla loro germinazione ancora fervidamente naturalistica nei templi Gupta, ma che le maestranze del tempio avevano stilizzato i in forme geometricamente assai più astratte, che preludevano alla loro stampinatura lineare nei tempi Chandella di Khajuraho. Le sforature in oculi di cielo delle volte cadute delle sale di accesso alle celle di Shiva, propiziavano l’eccesso estatico del percorso del tempio.
Più a sud , digradante, era il Chausat Yogini mandir,
costituito dall’incrocio di due transetti, sviluppato in  una galleria dall'inserto di quattro corpi d'angolo
da cui i quattro portici d’accesso
risalivano al santuario centrale,
mentre le edicole delle sessantaquattro Yogini, con  alcune  forse in aggiunta, riservate come in Khajuraho alle loro divinità alleate, erano disposte all'interno e all’esterno del deambulatorio che sulla piattaforma consentiva la pradakshina intorno al santuario. Di rilievo il motivo nel basamento del portale d’ingresso alla cella della Dea, una kalasha, tra due volute,
come ad esempio nel tempio Lalguan di Khajuraho, che era dedicato a Shiva ed è poco distante dal tempio delle 64 Yogini.

 
Già viene calando la fumosità diurna, quando dai templi lo sguardo torna ad allargarsi all’intera vallata, agli armenti che ancora vi sostano al pascolo, ai ragazzi che li accudiscono attenti,  agli abitanti del villaggio che lungo i tracciati dei suoi percorsi vi fanno ritorno, ed è già sera quando siamo di nuovo all’ingresso del villaggio, e Kailash intravede sulla nostra destra un altro tempio tra i campi, chiedo di fare una sosta e vi giungo da solo, tra i rovi non ne sopravvive che la cella, che reca sulla soglia lo stesso motivo ornamentale di quello d'accesso al sanctum del tempio delle Yogini.

 
Seguitavamo il rientro per la diversione di un sentiero di campagna, ove nel corso della stagione monsonica trattori e carri avevano lasciato i solchi di un rivolgimento talmente in profondo,  che sconquassava  il pulmino e le nostre viscere mettendoci  con  l'autoveicolo a dura prova, fintantoché non ne uscivamo a pochi chilometri da Chandla.

 
Senza più la luce del giorno e rare essendole lampade accese, lasciava sgomenti l’attraversamento di Chandla lungo l’arteria stradale principale,  popolata di persone che avanzavano tra le tenebre di negozi affacciati nel buio di un continuo dissesto pulverulento, senza che se ne potesse trarre respiro che una ventina di chilometri dopo, quando il fondo del percorso tornava a farsi un ammanto stradale fino a Khajuraho.

23 ottobre 2012


 














Neanche al crocevia di M*. dove eravamo appena scesi dal bus diretto a Mahoba, attardandoci per incrociare quello proveniente da Chhattarpur in direzione di Lori, o Londi, o Laudi, sul cui bisticcio nominale ero arrivato quasi a bisticciarmi di fatto con Kailash, sapevano dirci alcunché di preciso su dove mai fossero Vyas Badora o Hindora Vari. Di Badora ne esistevano due, a quanto pareva, situate quanto mai vicine, o parecchio distanti, a seconda dell'uno o dell'altro degli astanti, come di Brijapur ne avevamo discoperte già almeno due nel distretto di Chhattarpur, e non avevamo ritrovato Kishangarh senza che ci fosse una Kishanpur a precederla, quanto nel Madhya Pradesh non c’è Chanderi senza una sua opposta Chandrei, una Narshimhapur senza una corrispettiva Narshinghgarh . Anche solo limitandoci a Hindora vari, in Lori si tramutava a dire di alcuni in una Ellora Vari di indefinita collocazione,  all’arrivo nella sua polverosa animazione diurna, di mercati e traffico, che si disarticolava in un complesso di anonime vie, a dispetto della suggestione del sito, ai piedi dei dirupi tra cui la via che vi immetteva si apriva il varco, e su cui si arroccavano dei santuari intorno. Ma Lori non poteva essere più che un inquietante luogo di sosta, a seguito dei recenti accadimenti che il penitenziario locale evocava a Kailash, che vi era di ritorno in capo a pochi giorni, dopo che aveva dovuto mettervi piede con il fratello, e lo zio materno, per ottenervi la scarcerazione del padre grazie alla cauzione in terreni assicuratagli dal cognato, a rimedio del guaio cui era servita per davvero tutta la sua stupidità per procurarselo. Di sua spontanea iniziativa si era recato dalla stazione di polizia locale per denunciare le percosse che alla moglie erano state inflitte dal fratello sadhu, miserabilissimo, e che non c’è più gran che con la testa, in combutta con la propria di consorti, malmenandoli entrambi a sua volta. Il tutto era stato originato dalle presunte maldicenze della madre di Kailash sulla figlia del sadhu, che sarebbe stata da poco malmaritata con una famiglia della stessa casta ancor più povera della loro. Alla denuncia la polizia aveva convocato l’accusato, e di fronte alle opposte versioni cui si era trovata di fronte, li aveva fatti trasferire entrambi nel centro di polizia del tehsil, in Rajnagarh, da cui, essendo di domenica e non potendo essere chiamati in causa avvocati e garanti delle cauzioni, avevano pensato bene di trasferire entrambi i contro accusantisi nel carcere mandamentale di Lori.“ Cosi mio padre ha almeno imparato quel che si ricava in India a trarre di mezzo la polizia, rovinando la reputazione dei propri figli” la morale dell’accaduto trattane quei giorni da Kailash .Ora egli s’aggirava da un conducente all’altro, in cerca di chiarimenti sulle nostre destinazioni fortunatamente invece turistiche, cercando insieme con me la collimazione delle diversioni dislocazioni di Vyas Badora, una qualche  concordanza sinottica tra quanto ce ne dicevano i rivenditori di bibite e di somosa e di pokora a cui avevamo già chiesto ragguagli. Dopo avere tergiversato con dei drivers che erano di Mahoba, e che alla vista della mia "white face" prontamente avevano giocato al rialzo della tariffa richiesta, prima ancora di chiedersi che ne sapessero di dove dovevano condurci, il suo spirito di iniziativa al mio fedele servizio non meno di un Garuda genuflesso al suo Vishnu, si concretizzava ben presto in un conducente affidabile, che aveva ritrovato sospingendosi al di là dei chioschi di banane e mango e fiori e altra frutta, per una tariffa conveniente verso una destinazione di cui ci convinceva che sapesse dov'era: oltre Chandla, a cui correva l’arteria stradale su cui eravamo già avviati.
Vi iniziava così una veloce corsa che già in Moreri , dai caseggiati suggestivi di malta, avrebbe dovuto arrestarsi al posto di blocco di alcuni adepti della Mahadeva, che nell’imminenza di Navaratri intimavano l’alt alla nostra ed alle altre autovetture, taglieggiando un contributo per l’allestimento dei suoi festeggiamenti. Non ci restava che  arrendersi ad essi e al rallentamento ininterrotto, successivo, che imponeva l'infittirsi delle buche lungo il percorso, fino a farlo il tormento continuo di soprassalti e sterzate digressive, nei tentativi uno dopo l'altro di eludere i crateri interminabili del fondo stradale. Ancor più che tra Rajnagarh e Lori, il paesaggio intorno si faceva arido e rado di piante e di alberi, tra i rilievi collinari che si diradavano all’orizzonte . “ No dams, less water” la ragione della siccità crescente che  Kailash era venuto sentenziando, da che, appena poco oltre Rajnagarh, avevamo finito di costeggiare sbarramenti di dighe. La strada che percorrevamo aveva finito intanto di conoscerla, da che avevamo superato la casa in cui viveva una sorella del padre. Ancor più desolante era lo stato dell’arteria stradale di Chandla, in cui tra la polvere dello sterrato dissetato in cui si era scrostato il manto stradale, avvallandosi in scoscendimenti pietrosi, per chilometri e chilometri, affondavano i negozi circostanti e chi percorreva la strade. Svoltavamo infine a destra per Vyas Badora, e lo stato del percorso migliorava di poco, nei pochi chilometri ancora restanti, chiedevamo dell’abitato del villaggio a un anziano che vi sostava ai margini con altri coetanei, e ci diceva di svoltare a sinistra, all’altezza di un albero di mahua. Il sentiero su cui così ci immettevamo, tra filari di alberi  finalmente ci immetteva in Vyas Badora, era poco più che un villaggio sparuto, ma quanto incantevolmente “ remote and lonely”, nelle sue case smaltate di fango candido ed ocra, al limitare delle cui soglie delle donne erano intente al trancio di canna da zucchero, alle ruote girevoli dell'attrezzo ad uopo. Oltre i massi che intorniava il residuo villaggio, gli abitanti ci confermavano la sussistenza dei mandir di cui non avevamo ancora traccia, la loro realtà ci era ancora del tutto incredibile, quando la loro apparizione si materializzava in una visione che mi lasciava stupefatto d’incanto. Laddove, stando alle immagini che ne avevo desunto in rete, mi aspettavo di vedere ergersi al più degli ammassi di rovine templari, a dispetto della natura incognita e remota del sito, sconosciuta ai più negli stessi dintorni, tra i massi prospicienti che digradavano verso un’ampia vallata nell’imminenza del Ken river, percorsa da mandrie di bufali al pascolo, cui succedeva il profilarsi ameno di ulteriori rilievi collinari, a perdita d'occhio, sovrastava i ponteggi di un cantiere la sopraelevazione in corso di un grandioso tempio gemellare, oltre il quale le celle porticate di altri due templi si offrivano alla vista. Delle coperture dei due sikkara sorgeva dal corpo del tempio il rudimento del pietrame interno, ad assimilarli a monchi altiforni.

 
Accedevamo al tempio da una rampa laterale della sua piattaforma e ci ritrovavamo nel mandapa della sala antecedente la cella di uno dei suoi due sanctum. Tale sala era interconnessa con quella, ad essa parallela, in cui un Nandi diruto /dirupato* sostava in adorazione interminabile al suo dio. La copertura della sala che dava adito al tempio era a guisa di volta, e la costituivano circoli di rilievi delicati, mentre era quadrangolare la copertura dell’atrio, o ardamandapa, del portico d'entrata che la precedeva, sostenuto da corti pilastri, ed affiancato da un identico ingresso ad esso parallelo,  per chi avesse risalito i gradini di quello che era l’accesso principale al loro sito gemino di culto.
I portali del garbagriha recavano stipiti ornamentali secondo moduli canonici, non fosse che il canopo delle divinità fluviali,  assecondate nelle loro flessuosità tribhanga da attendenti naga, sortiva nelle sue volute da kirtimukka leonini, e che un profilo di diamanti ne anticipava la profusione decorativa in pilastri e nelle pareti circostanti, in cui si infittivano in una decorazione puramente geometrica, insieme a reticoli di jali costituiti di quadrettature di dadi. Alle  estremità dei pilastri apparivano i tripudi di foglie di vasi dell'abbondanza, desunti dalla loro germinazione ancora fervidamente naturalistica nei templi Gupta, ma che le maestranze del tempio avevano stilizzato i in forme geometricamente assai più astratte, che preludono alla loro stampinatura lineare nei tempi Chandella di Khajuraho. Le sforature in oculi di cielo delle volte cadute delle sale di accesso alle celle di Shiva, propiziavano l’eccesso estatico del percorso del tempio.
Più a sud , digradante, era il Chausat Yogini mandir, all’incrocio di due transetti da cui vi risalivano al centro i quattro portici d’accesso, ove si situava il santuario principale, mentre le edicole riservate alle sessantaquattro Yogini, con tre forse in aggiunta, riservate come in Khajuraho alle divinità alleate delle Yogini. in esso albergate, erano disposte all'interno e all’esterno del deambulatorio che sulla piattaforma era intorno al santuario. Di rilievo il motivo nel basamento del portale d’ingresso alla cella della Dea, una kalasha, tra due volute, come ad esempio nel tempio Lalguan di Khajuraho, che era dedicato a Shiva ed è poco distante dal tempio delle 64 Yogini.


  



Già viene calando la fumosità diurna, quando dai templi lo sguardo torna ad allargarsi all’intera vallata, agli armenti che ancora vi sostano al pascolo, ai ragazzi che li accudiscono attenti,  agli abitanti del villaggio che lungo i tracciati dei suoi percorsi vi fanno ritorno, ed è già sera quando siamo di nuovo all’ingresso del villaggio, e Kailash intravede sulla nostra destra un altro tempio tra i campi, chiedo di fare una sosta e vi giungo da solo, tra i rovi non ne sopravvive che la cella, che reca sulla soglia lo stesso motivo ornamentale di quello d'accesso al sanctum del tempio delle Yogini.

 
Seguitavamo il rientro per la diversione di un sentiero di campagna, ove nel corso della stagione monsonica trattori e carri avevano lasciato i solchi di un rivolgimento talmente in profondo,  che sconquassava  il pulmino e le nostre viscere mettendoci  con  l'autoveicolo a dura prova, fintantoché non ne uscivamo a pochi chilometri da Chandla.

 
Senza più la luce del giorno e rare lampade accese, lasciava sgomenti l’attraversamento di Chandla lungo l’arteria stradale principale,  popolata di persone che avanzavano tra le tenebre di negozi affacciati nel buio di un continuo dissesto calamitoso, pulverulento e ininterrottamente sconnesso, senza che se ne potesse trarre respiro che una ventina di chilometri dopo, quando il fondo del percorso tornava a farsi un ammanto stradale fino a Khajuraho.

23 ottobre 2012