venerdì 13 maggio 2016

il nostro canto più alto

Lo sconcerto mi riassale , come mi ripiego su me stesso, nel sentirmi tanto giovane e vivo, un immortale,  nello stesso mio corpo che sempre più è decrepito e segnato dal tempo,  quanto nei suoi passaggi a vuoto dei suoi furori a delinquere, ed appigli a futilità, si  sente eterna la mia mente infiammabile,  che non vuole saperne di avere da morire, al tempo stesso che sempre più la morte si iscrive nella sua carne e nei suoi vaneggiamenti,.
E di tanti anni passati, più che il cumulo e il peso,  avverto l’assenza o il vuoto della dimenticanza, che preferisce l’ oblio della loro cancellazione,  al palpito di affetti  e visioni di care memorie o di emozionanti esperienze,  tale è il gravame di vergogna e indecenza che si recano appresso,  il senso di un passato terribile, rovinato e fallito,  ( Bonhoeffer, la fragilità del male, 85), per bello che sia ciò che ho altrimenti  vissuto o prodotto di disconosciuto,  il cui  splendere è solo un barbaglio, nel  gran niente alle spalle del rimosso di  tutto il disonore e il ridicolo che mi è costato vivere,  per  troppa delicatezza o fragilità o viltà  debole che così sia stato.
Una disastro della sola sorte che mi è stata concessa, cui la sola riparazione possibile è non venir meno al compito assuntomi ed a quanto mi è dato di grande qui in India, facendo di Kailash e dei suoi figli i miei cari, di Mohammad il mio devoto amato ragazzo,  dei templi che riesumo la mia cura culturale in cui ogni vincolo si annodi , ivi intessendo di fedeltà,  nella accettazione delle limitazioni feconde e della misura che è rinuncia   ad ogni altra lusinga,  o  velleità del mondo, il futuro che mi resti da vivere,

“ Poi resterà solo andare avanti/ e sarà questo il nostro canto più alto” (  mia auto-citazione)

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