"Oh,
forse un turista all’anno si farà vivo al Bapucultural tours”, queste parole
di Kailash mi stroncavano all’arrivo in Bijawar, provocandomi un
sussulto di sconforto che non lasciavo trapelare, ma che accusavo nella voce
affievolitasi, nel difendere la scelta di seguitare in autobus sino a
Kishangarh, anziché pervenirvi in jeep, da Bijawar, per 900 rupie che il
conducente era disposto a ridurre solo a 800. La deviazione, su un fondo
stradale accidentato, che una volta giunti a Kishangarh avremmo dovuto
affrontare per recarci al tempio hindu di Brijpura, avrebbe comportato un
aggravio ulteriore che avrebbe fatto lievitare i costi oltre le mie
disponibilità di spesa. Dunque, riconsideravo affranto, era con tale spirito
che Kailash aveva rinunciato alla dabha per affidare alla nostra agenzia
turistica ogni sua prospettiva di futuro, l'avvenire per sé e i suoi figli?
Il
percorso, lasciata Bijawar e il suo forte rispecchiantesi nella luminosità
serena del talab soggiacente, si faceva sempre più ameno tra il profilarsi di
colli, mentre lasciavamo alla nostra destra il santuario di Jatashankar, e ci
ritrovavamo di nuovo in Dawraa, ad aggirarne i bastioni della fortezza e i
casolari che la attorniavano, per inoltrarci una prima volta verso Kishangarh..Il
paesaggio seguente si faceva ancora più addentro a (era ancora più addentrato
tra *) rilievi collinari e foreste fragranti, dove nelle radure.
divagavano sadu in prossimità di tempietti Scollinato un passo,
alfine eravamo in dirittura d’arrivo a Kishangar verso le tre del pomeriggio.
Il forte, che si profilava alla nostra destra, appariva sommerso dalle
piantagioni abbarbicate dintorno, anch’esso, come quello di Bijawar, era
assecondato nella sua cinta muraria dal dilatarsi intorno ad esso di un incantevole
talab, a sua volta intorniato dai bianchi casolari del villaggio.
Kailash,
con la sua intraprendenza, mentre percorrevo da solo la strada ai bordi del
talab, mi aveva intanto già assicurata la jeep che ci avrebbe condotto
a Brijpura. Di cui, data l’ora già tarda, anticipavamo la visita rispetto
all’entrata nella fortezza.
Il
percorso era una pista dal fondo rossastro, pietroso e compatto, che si
dilungava tra l’aperta campagna e l’infittirsi della boscaglia protetta del
parco di Panna.
Era
quindi Kailash, con la sua acutezza di sguardo, ad avvistare per primo il
tempietto tra il folto degli alberi. Un incanto, la vista del curvilineo
sikkara coronato di amalaka tra le cime degli alberi. Con Kailash e gli
uomini al seguito del conducente della jeep, mi inoltravo tra i campi che ci
separavano dal monumento remoto e solitario, con la palpitazione sognante di
rivivere il ritrovamento originario di templi hindu, quando giacevano ancora
ignoti ai più nella giungla impenetrata.
Che
piccola meraviglia il suo fronteggiarmi,
quando mi si è offerto a una vista
ravvicinata,
in fattezze armoniose, in cui comparivano ancora
integri i costituenti fondamentali di un tempio hindu: una piattaforma – o
jagati-, consentiva l' accesso alla saletta del' ardmandapa di un portichetto
su quattro pilastri, che antecedeva, nel corpo del prasad, il vestibolo
interiore dell’antarala e la cella del sanctum del garbagriha.
“ Mi sa che dovrei
portarti da Kishangarh un lettino e un materasso, perché tu possa dormire
presso il tuo tempio”,
commentava Kailash, consapevole, e contento ,di
quanto ne fossi estasiato, distaccandosi, nel raggiungermi, dal gruppo degli
uomini con cui si era appartato. Ma già il sole si faceva calante,
e
dopo le sei, ci era stato annunciato, non ci sarebbero più stati autobus da
Kishangarh per Chhattarpur, correva dunque già l’ora del nostro rientro, per
una perlustrazione breve dell’interno del forte.
Mentre vi
indugiavo, Kailash mi anticipava all’uscita, per differire la partenza
dell’ultimo autobus. Avremmo avuto ancora il tempo di osteggiarci, in
Chhattarpur, per i suoi ordini impartitimi come a un secondo Chandu, quando
per anticipare l’autobus che solo alle undici sarebbe pervenuto a Bamitha, ha
preso inutilmente un autorickshaw, per il punto di sosta terminale dei
veicoli pubblici all’uscita della città, dove l’autobus che era già in
partenza era troppo affollato, quando ci siamo affacciati al suo interno,
perché avessi l’animo di restarvici sopra. Così facendo ci è rimasta solo la
possibilità di prendere più tardi, a quella stessa fermata, l’autobus che avevamo lasciato ancora vuoto
alla stazione, quando anch’esso era già gremito all’eccesso. Sono stato così
costretto a quanto di più proibitivo ci poteva essere per il mio piede destro
,ancora gonfio per la contusione dell’urto con una panca di ferro della All
Saint’s School, una lunga degenza in piedi fino alla discesa in Bamitha.
Strascichi tristi, anche in Khajuraho, di un infelice amore senza più
speranze, che più non crede che Kailash si risollevi dalla sua ignavia per
ritrovarsi in un lavoro reale*, che io possa impormi al mio bisogno di lui,
alla mia fragilità aggressiva ed ai miei crolli di schianto, che ne sono
l’alibi ricorrente del farsi il mio career, invece di
propendere a qualsiasi occupazione.
3 ottobre 2012
Oh, forse un turista all’anno si farà vivo al Bapucultural tour”, queste parole di K mi stroncavano all’arrivo in Bijawar, era un sussulto di sconforto che non lasciavo trapelare, ma che accusavo nella voce affievolitasi nel difendere la scelta di seguitare in autobus sino a Kishangarh, anziché pervenirvi in jeep da Bijawar per 900 rupie che il conducente era disposto a ridurre a 800. La deviazione su un fondostrada accidentato che ha per avremmo dovuto affrontare, una volta giunti a K,. per recarci al tempio hindu di Brijpura, avrebbe comportato un aggravio ulteriore che avrebbe fatto lievitare i costi oltre le mie disponibilità di spesa.Dunque, era con tale spirito che K aveva rinunciato alla dabha per affidare alla nostra agenzia turistica ogni sua prospettiva di futuro?
Il percorso, lasciata Bijawar e il suo forte rispecchiantesi nella luminosità serena del talab soggiacente, si faceva sempre più ameno tra il profilarsi di colli, mentre lasciavamo alla nostra destra il santuario di Jatashankar, e ci ritrovavamo in Dawraa, ad aggirarne i bastioni della fortezza e i casolari che la attorniavano per inoltrarci verso K.. Il paesaggio seguente era ancora più addentrato tra rilievi collinari e foreste fragranti, dove divagavano sadu in prossimità di tempietti nelle radure. Scollinato un passo eravamo in dirittura d’arrivo a Kidshingar verso le tre del pomeriggio. Il forte appariva sommerso dalle piantagioni abbarbicate dintorno, anch’esso assecondato nella sua cinta muraria dal dilatarsi intorno ad esso di un incantevole talab, a sua volta intorniato dai bianchi casolari del villaggio.
K. con la sua intraprendenza mi aveva intanto già assicurata la jeep che ci avrebbe condotto a Brijpura. Di cui data l’ora tarda anticipavamo la visita rispetto all’entrata b nella fortezza.
Il percorso era una pista dal fondo rossastro pietroso e compatto, tra l’aperta campagna e l’infittirsi della boscaglia protetta del parco di Panna.
Era Kailash, con la sua acutezza di sguardo, ad avvistare il tempietto tra il folto degli alberi. Un incanto, la vista del curvilineo sikkara coronato di amalaka tra le cime degli alberi. Con Kailash e gli uomini al seguito del conducente della jeep mi inoltravo al seguito tra i campi che ci separavano dal monumento remoto e solitario, con la palpitazione sognante di rivivere originario il ritrovamento dei templi hindu, quando giacevano ancora ignoti ai più nella giungla impenetrata.
Era una piccola meraviglia il suo fronteggiarmi, quando mi si è offerto alla vista, in fattezze armoniose in cui comparivano ancora integri i costituenti fondamentali di un tempio hindu, una piattaforma – o jagati-, consentiva il duplice accesso alla saletta di un un mandapa porticato su quattro pilastri, che antecedeva, nel corpo del prasad, il vestibolo interiore dell’antarala e la cella del sanctum del garbagriha, dove in assenza del linga la yoni ricordava che il tempietto era la sacra dimora di Shiva, come attestava una minuscola effigie di Ganesha al centro del portale, mentre sui lati, in corrispondenza della resega della bhanda del sikkara, oculato di una trama di gavakhsha, tre proiezioni recavano le immagini della trimurti, Vishnu a destra, con due fantolini, Shiva retrostante, Brahma sul fianco sinistro, una immagine di una Chamunda emaciata e scheletrica concludeva le raffigurazioni, comprensive di piccole effigi dei dikpalas in ogni direzione angolare. Il fregio di un listello testato alle due estremità dalla kalasha di un vaso, come nei tempietti sivaitici correlati ai culti tantrici delle yogini in Dubela, o nel Lalguan mahadeva di Khajuraho, correva su ogni pilastro del porticato, mentre reticoli di dadi e rombi di diamanti si interponevano tra i corpi del prasad e il shikkara, fronteggiato dal fregio del frontoncino centrale dell’antefissa di una sukanasika.
“ So che dovrei portarti da Kishingarh un lettino e un materasso perché tu possa dormire presso il tuo tempio”, commentava Kailash, consapevole contento di quanto fossi estasiato, nel raggiungermi dal gruppo degli uomini con cui si era appartato. Ma già il sole si faceva calante, dopo le sei non ci sarebbero più stati autobus da Kishangar per Chhattarpur, correva già l’ora del nostro rientro, per una perlustrazione breve dell’interno del forte, mentre Kailash mi anticipava all’uscita per differire la partenza dell’ iultimo autobus. Avremmo avuto ancora il tempo di osteggiarci in Chhattarpur per i suoi ordini impartimi come a un secondo Chandu, quando per anticipare l’autobus che solo alle undici sarebbe pervenuto a Bamitha, ha preso inutilmente un autorickshaw per il punto di sosta terminale all’uscita della città, dove l’autobus che era già in partenza era troppo affollato perché avessi l’animo di restarvici sopra. Così facendo ci è rimasta solo la possibilità di prendere più tardi a quella fermata l’autobus che avevamo lasciato ancora vuoto alla stazione, quando anch’esso era già gremito, costringendomi a quanto di più proibitivo ci poteva essere per il mio piede destro ancora gong fio per la contusione dell’urto con una panca di ferro della All Saint School, una lunga degenza in piedi fino ala discesa in Bamitha. Strascichi tristi, fino in Khajuraho, dell’ infelice rapporto di un amore senza più speranze nel risollevarsi di K dalla sua ignavia a un lavoro, che io possa impormi al mio bisogno di lui, alla mia fragilità aggressiva e ai miei crolli di schianto, che ne è l’alibi del farsi il mio career invece di propendere a qualsiasi occupazione.
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