giovedì 3 novembre 2011

The riverbank field Seamus Heaney

Quale mio omaggio alla grandezza poetica di Seamous Heaney, nostro concittadino onorario, e per il suo tramite a quella eccelsa di Virgilio, offro al pubblico dei lettori di questo giornale le mie traduzioni di tutti i testi poetici di mia conoscenza del poeta irlandese, Premio Nobel 1995, di cui il genio virgiliano è stato ispiratore.
Ogni mio atteggiarmi che appaia di disdegno di recenti dichiarazioni esautoranti l’ uno e l’altro, è puramente e deliberatamente intenzionale.

Da Catena Umana- Humain Chain 2010
The riverbank field
Il campo in riva al fiume

Ask me to translate what Loeb give as
“ In a retired vale … a sequestered grove”
And I’ll confound the Lethe in Moyola

By coming through Back Park down from Grove Hill
Across Long Rigs on the riverbank-
Which way, by happy chance, will take me past

The domos placidas, “those peaceful homes”
Of Upper Broagh. Moths then on evening water
It would have to be, not bees in sunlight,

Midge veils instead of lily beds; but stet
To all the rest: the willow leaves
Elysian-silvered, the grass so fully fledged

And unimprinted it can’t not conjure thoughts
Of passing spirit-troops, animae, quibus altera fato
Corpora debentur, “spirits”, that is,

“ to whom second bodies are owed by fate”.
And now to continue, as enjoined to often,
“ In my own words”

“All these presences
Once they have rolled time’s wheel a thousand years
Are summoned here to drink the river water

So that memories of this underworld are shed
And soul is longing to dwell in flesh and blood
Under the dome of the sky.

after Aeneid VI, 704-15, 748-51









Chiedimi di tradurti ciò che è per Loeb 1
“ in una solitaria valle…un bosco appartato”2
e ti trasfonderò il Lete nel Moyola,

pervenendo attraverso Back Park
giù da Grove Hill, per tutto Long Rigs
fino alla riva del fiume3- un percorso
che, per un caso felice, mi porterà oltre

le domos placidas,4 “quelle placide case”
di Upper Broagh. Falene allora su acque serali
invece delle api5 nella luce del sole,

invece che distese di gigli6
velami di moscerini;
ma “stet,”tutto il resto combacia,
le foglie di salice elisio-argentee,
l’erba dei prati così in resta 7,

e incalpestata, che non può
non evocare schiere
di spiriti in transito , animae,
quibus altera fato corpora debentur, 8
“di spiriti”, cioè, “a cui secondi corpi

sono dovuti per fato”. E adesso
per continuare, come spesso
mi si richiede” con parole mie”

“ Tutte queste presenze
Dopo che per mille anni hanno fatto orbitare la ruota del tempo
Sono qui convocate a bere l’acqua del fiume

Perché di questo mondo sotterraneo
Ogni memoria vada persa
E l’anima aneli a rientrare
In carne e sangue sotto la volta celeste9”

da Eneide VI, 704-15, 748-51
Commento

Il paesaggio terreno in cui transita il poeta è lo stesso umile paesaggio dell’ Irlanda del Nord dove trascorse la sua infanzia favolosa- da Seamus Heaney rievocato mirabilmente nelle pagine prosaiche di Attenzioni- un parco in cui trascorre il fiume Moyola - ma è tale la virtù della poesia, che al poeta basta che traduca Virgilio dove nel Libro VI dell’Eneide parla dei Campi Elisi come di “una solitaria valle..un appartato bosco”,
secondo gli spunti che gli offre l’edizione Loeb, senza ancora ricorrere a parole sue, perché tale “environnement“si traduca a sua volta nei Campi Elisi, ed al contempo essi si trasfondano nella realtà circostante, che se ne tramuta in apparenza, ne diventa la trasposizione e l’ inveramento nella sue più umili ed evanescenti vite animali, falene e moscerini. In virtù della parola poetica tale realtà naturale risulta talmente incontaminata, che i prati intatti ne diventano le estensioni elisie in cui possono essere di passaggio solo puri spiriti, le sole presenze che possono transitarvi lasciandoli così integri. Come le acque del fiume Lete le parole poetiche tramutano a tal punto le cose, che rendono decidue le impronte dolorose di ogni traccia mnestica, e l’anima può anelare di rifarsi nuovamente carne e sangue, di avere di nuovo, la misera, “lucis …dira cupido” ( Virgilio, Eneide VI, 721), come anelano di riassumere un corpo le anime elisie virgiliane, che dalle acque del Lete siano state rese immemori della propria esistenza terrena antecedente.
Note
1) Seamus Heaney si riferisce all’edizione dell’Eneide edita dalla Loeb Classic Library

2) Eneide VI, 704-705 “Interea videt Aeneas in valle reducta/ Seclusum nemus et virgulta sonantia silvae”
Rilevantissimo è il passo di “Attenzioni, Belfast 1972, a pg.31 dell'edizione italiana, che muovendo dalla evocazione dei paesaggi e dai toponimi di Grove Hill e Back Park, - si veda il verso seguente >By coming through Back Park down from Grove Hill- “ nomi he trasportano l'immaginazione in un'altra direzione”, prelude all'associazione immaginativa che ha originato questo testo poetico”. Insistono che questo paesaggio familiare è una “versione del pastorale”( William Empson), e mi fanno venire in mente le parole di Davies su Fermanagh. “ E' una terra sì piacevole e fertile che se la dovessi tutta descrivere, sarebbe considerata una finzione poetica anziché una seria e reale narrazione”. “ Grove”, boschetto, è una parola che associo alle traduzioni di classici, una fila di alberi nel sole, una collinetta glabra avvicinata da sacerdoti biancovestiti”.

3) “Se il lago Beg segnava un limite del terreno dell’immaginazione, Slieve Gallon ne segnava un altro. Slieve Gallon è una montagnola nella direzione opposta, che porta l’occhio sui pascoli e i terreni arati e i boschi lontani di Moyola Park, lontano verso Grove Hill e Back Park e Castledawson” Attenzioni, Preoccupations. Prose scelte 1968-1978 Editore Fazi, 2004, pg.9
4) Eneide VI, 705 “Lethaeumque ( Videt Aeneas) domos placidas qui praenatat amnem”. Sono le sedi dei beati che lambiscono le acque del Lete.
5) Eneide, VI, 706 -709 “Hunc circum innumerae gentes populique volabant:/Ac velut in pratis ubi apes aestate serena / floribus insidunt variis et candida circum/ Lilia funduntur, strepit omnis murmure campus”.
6) Vedi nota precedente
7) Letteralmente “ impennata”, l’erba, in steli e spighe e infiorescenze, e dunque rigogliosa e composta come un piumaggio erto e compatto.
8) Virgiliio, VI, 713-715 : “Tum pater Anchises: animae, quibus altera fato/ corpora debentur, Lethaei ad fluminis undam/ Securos latices et longa oblivia potant”
9) Virgilio, Eneide, VI, 748-751 “ Has omnis, ubi mille rotam volvere per annos,/ Lethaeum ad fluvium deus evocat agmine magno, / Scilicet immemores supera ut convexa revisant/ Rursus et incipiant in corpore velle reverti”.







Quale mio omaggio alla grandezza poetica di Seamous Heaney, nostro concittadino onorario, e per il suo tramite a quella eccelsa di Virgilio, offro al pubblico dei lettori di questo giornale le mie traduzioni di tutti i testi poetici di mia conoscenza del poeta irlandese, Premio Nobel 1995, di cui il genio virgiliano è stato ispiratore.
Ogni mio atteggiarmi che appaia di disdegno di recenti dichiarazioni esautoranti l’ uno e l’altro, è puramente e deliberatamente intenzionale.

Da Catena Umana- Humain Chain 2010
The riverbank field
Il campo in riva al fiume

Ask me to translate what Loeb give as
“ In a retired vale … a sequestered grove”
And I’ll confound the Lethe in Moyola

By coming through Back Park down from Grove Hill
Across Long Rigs on the riverbank-
Which way, by happy chance, will take me past

The domos placidas, “those peaceful homes”
Of Upper Broagh. Moths then on evening water
It would have to be, not bees in sunlight,

Midge veils instead of lily beds; but stet
To all the rest: the willow leaves
Elysian-silvered, the grass so fully fledged

And unimprinted it can’t not conjure thoughts
Of passing spirit-troops, animae, quibus altera fato
Corpora debentur, “spirits”, that is,

“ to whom second bodies are owed by fate”.
And now to continue, as enjoined to often,
“ In my own words”

“All these presences
Once they have rolled time’s wheel a thousand years
Are summoned here to drink the river water

So that memories of this underworld are shed
And soul is longing to dwell in flesh and blood
Under the dome of the sky.

after Aeneid VI, 704-15, 748-51









Chiedimi ch’io ti traduca ciò che per Loeb 1
è “ in una solitaria valle…
un appartato bosco”2 e ti
trasfonderò il Lete nel Moyola,

pervenendo attraverso Back Park
giù da Grove Hill, per tutto Long Rigs
sino alla riva del fiume3- un percorso
che per un caso felice, mi porterà oltre

le domos placidas,4 “quelle placide case”
di Upper Broagh. Falene su acque serali
invece che api5 nella luce del sole,

invece che aiuole di gigli6
velami di moscerini; ma “stet”

sorga tutto il resto, come uguale,
le foglie di salice elisio-argentee,
l’erba dei prati così in resta 7,

e incalpestata, che non può
non evocare pensieri di schiere
di spiriti in transito , animae,
quibus altera fato corpora debentur, 8
“di spiriti”, cioè, “cui secondi corpi

siano attribuiti dal fato”.
Ed ora per continuare, come spesso
mi si ingiunse” con le mie parole”

“ Tutte queste presenze
Dopo che hanno fatto orbitare
Per mille anni la ruota del tempo
Sono convocate qui a bere Letee acque

A che vada persa ogni loro memoria
Di questo mondo a voi sotterraneo
E l’anima sia ardente di rientrare
In carne e sangue sotto la volta celeste9”

da Eneide VI, 704-15, 748-51
Commento

Il paesaggio terreno in cui transita il poeta è lo stesso umile paesaggio dell’ Irlanda del Nord dove trascorse la sua infanzia favolosa- da Seamus Heaney rievocato mirabilmente nelle pagine prosaiche di Attenzioni- e dove il fiume Moyola scorre in un parco- ma è tale la virtù della poesia, che al poeta basta che traduca Virgilio, secondo gli spunti che gli offre l’edizione Loeb, senza ancora ricorrere a parole sue, perché tale realtà si traduca a sua volta in quella ultraterrena dei Campi Elisi evocati da Virgilio nel canto VI dell’ Eneide, ed al contempo l’oltremondo si trasfonda nella realtà circostante che se ne fa apparenza, ne diventa la trasposizione e l’ inveramento nella sue più umili ed evanescenti vite animali, falene e moscerini. In virtù della parola poetica tale realtà naturale risulta talmente incontaminata, che i prati intatti ne sono diventati le estensioni elisie in cui possono essere di passaggio solo i puri spiriti, le sole presenze che possono transitarvi lasciandoli così integri. Come le acque del fiume Lete le parole poetiche tramutano a tal punto le cose, che rendono decidue le impronte dolorose di ogni traccia mnestica, e l’anima può smaniare di rifarsi nuovamente carne e sangue, di avere di nuovo, la misera, “lucis …dira cupido” ( Virgilio, Eneide VI, 721), come smaniano di riassumere un corpo le anime elisie dell’oltremondo virgiliano, che dalle acque del Lete siano state rese immemori della propria esistenza terrena antecedente.
Note
1) Seamus Heaney si riferisce all’edizione dell’Eneide edita dalla Loeb Classic Library
2) Eneide VI, 704-705 “Interea videt Aeneas in valle reducta/ Seclusum nemus et virgulta sonantia silvae”
3) “Se il lago Beg segnava un limite del terreno dell’immaginazione, Slieve Gallon ne segnava un altro. Slieve Gallon è una montagnola nella direzione opposta, che porta l’occhio sui pascoli e i terreni arati e i boschi lontani di Moyola Park, lontano verso Grove Hill e Back Park e Castledawson” Attenzioni, Preoccupations. Prose scelte 1968-1978 Editore Fazi, 2004, pg.9
4) Eneide VI, 705 “Lethaeumque ( Videt Aeneas) domos placidas qui praenatat amnem”. Sono le sedi dei beati che lambiscono le acque del Lete.
5) Eneide, VI, 706 -709 “Hunc circum innumerae gentes populique volabant:/Ac velut ij pratis ubi apes aestate serena / floribus insidunt variis et candida circum/ Lilia funduntur, strepit omnis murmure campus”.
6) Vedi nota precedente
7) Letteralmente “ impennata”, l’erba, in steli e spighe e infiorescenze, e dunque rigogliosa e composta come un piumaggio erto e compatto.
8) Virgiliio, VI, 713-715 : “Tum pater Anchises: animae, quibus altera fato/ corpora debentur, Lethaei ad fluminis undam/ Securos latices et longa oblivia potant”
9) Virgilio, Eneide, VI, 748-751 “ Has omnis, ubi mille rotam volvere per annos,/ Lethaeum ad fluvium deus evocat agmine magno, / Scilicet immemores supera ut convexa revisant/ Rursus et incipiant in corpore velle reverti”.

Quel che di Kailash ho scritto a Luigina

"Il mio amico indiano si sta ora alienando nel lavoro. “ I like only to bring tourists to my hotel!” mi ha detto oggi al telefono, indispettito con se stesso di non avere recato in hotel il suo tributo quotidiano di turisti. Dal far dell’alba sino alle dieci di sera si sta dannando in tal modo per un padrone animalesco che gli deve ancora corrispondere le 1500 rupie che gli spettano per il mese di lavoro trascorso, Si è così involuta la sua elaborazione del lutto in un lavoro faticoso. Per lui devo ripetermi il discorso delle beatitudini., anche perché nonostante tutto lo so felice, e i nostri bambini crescono bene. Oggi al telefono ne ho curato con gioia la dizione in inglese di una poesia."
.... messaggio

Buon viaggio, cara Luigina, ed arrivederci in India a primavera...
Ho dimenticatio di dirti il finale per quanto riguarda il mio amico: egli invita a casa sua i turisti che con lui simpatizzano, per trarne un provento in contraccambio delle pietanze squisite che a loro imbandisce, ed ogni volta ci rimette tutto quello che spende per loro e ne è contento. Oggi mi ha confidato che lascia al cuoco le mance dei clienti che serve a tavola, perchè sono dovute alla bontà della sua cucina...

Sui principi del Progetto Alice

Mantova, 2 novembre 2011
Cara Valentino
sono Odorico. Come va? E come procede il progetto Alice? Quale buona novella? Od implica novità dolenti l’avvertenza che non accettate più volontari?
Quanto al documentario di Matteo Passigato, è davvero molto bello. Ti allego una correzione del testo della versione in italiano.
Sono rimasto commosso, due mesi or sono, dalla scomparsa del vostro bambino così atrocemente sofferente di cancro alla pelle.
Per me in quel cortile si è rinnovato lo scandalo del dolore innocente.
Per quello che riguarda la mia sorte futura, prima di comunicarti come si sta modificando intendo dirti che cosa penso della sinossi del Progetto Alice che mi hai inviato a suo tempo- L'ho riconsiderata in questi giorni, e la sua versione più avvincente mi è parsa Pankash and the daisy.
Io non posso che condividere l’anelito dell’ispirazione della tua sinossi, che da un versante buddista ti anima a condurre le menti all’identica esperienza mistica contemplativa di ogni religione, così come avviene nel silenzio in cui oltre ogni concetto e giudizio e pensiero, siamo tutt’uno – o in unità- con l’essere che è Amore infinito, Pace infinita, beatitudine infinita saggezza infinita ( la mente della chiara luce), per esprimermi con le tue bellissime parole.
Ciò che però non mi trova consenziente è che sia concepita come l’unica forma di esperienza mistica che consenta di accedere alla vacuità del divino, e che per pervenirvi sia obbligatorio credere e indurre a credere, insegnandolo, che non esiste una realtà esterna indipendente dal nostro pensiero. ( pur se riconosci che non si può nemmeno dire -monisticamente- che c’è solo mente).
Io non intendo, così dicendo, entrare nel merito della tua concezione dell’Io-pensiero creatore , che nella Sinossi hai ripreso e riproposto come l’ispirazione di fondo imprescindibile della ricerca educativa del tuo progetto. Considero opportuno, piuttosto, fare appello al criterio buddista dell’upaya-khausalya, come l’ho trovato espresso nel Sutra del loto della buona legge, in ragione del quale mi sembra sconsigliabile impartire l’insegnamento filosofico basilare e inderogabile dell’insussistenza di una realtà esterna indipendente Può darsi e non discuto che implichi tale principiuo il grande veicolo, ma il riconoscimento delle nostre deboli propensioni comuni, e il giusto ricorso conseguente all’abilità nei mezzi, mi fa ritenere che non sia conveniente che si ricorra a tale concezione nell’istruzione generale universale. Invece seguito a condividere pienamente, -come giusti mezzi necessariamente impliciti in ogni formazione inter-religiosa e interculturale , compresenti n ogni dimensione scientifica avanzata dell’insegnamento convenzionale,- che nell'insegnamento delle tue scuole si trasmettano la consapevolezza e la conoscenza "of the laws of interdependence; the laws of cause and effect; the subjectivity of perceptions and dynamic of projections; the relativity of boundaries; the ever changing nature of our thoughts and feelings.", come asserisce la dichiarazione dei principi formativi del Progetto Alice..
Per quanto mi attiene, oggi stesso ho inoltrato la domanda di pensionamento. Se tutto procederà come auspico, sarò così più libero di venire in India, di stare con la mia sacra famiglia indiana e di restare in contatto e di cooperare con te, ad esempio nell’ insegnamento della lingua italiana presso la scuola di Sarnat, non fosse per l’avvertenza che non accettate più volontari

Una cosa mi resta da dirti:
Il nipote di Kailash che abbiamo adottato è molto bravo a dipingere. Può essere ammaestrato presso di voi nell’arte del tanka, se ne è ancora attivo il corso presso i tuoi studenti chakma? .Kailash è disponibile ad ospitarne qualcuno, se Khajuraho può interessarvi come destinazione terminale delle loro opere
Quando io soggiorni o risieda in Khajuraho, tenete presente, tu e Luigina, che ora con un treno che da Varanasi vi perviene direttamente, in una nottata potete raggiungere me ed il mio amico, e la nostra cara famiglia., od io posso essere da voi in Sarnat.
Questo è il table-time attuale
Varanasi Khajuraho ore 21,-21,30 lunedi, giovedì, sabato

Khajuraho Varanasi ore 23, martedì, venerdì, domenica
con affetto
Odorico


Da Valentino

Ciao.
Ho letto le tue osservazioni sulla sinossi. Mi rendo conto che il topic relativo alla realta' esterna, oggettiva, e' difficile, complesso e tale da suscitare perplessita', reazioni forti e critiche.
Ma questo non mi fa retrocedere di un millimetro rispetto alla tesi che sostengo (e provo!).
Non esiste la possibilita' di dimostrare scientificamente e razionalmente l'esistenza di una realta' indipendente dalla mente. Certo, convenzionalmente parlando nessuno nega che esista un fenomeno la' fuori, un albero che non e' mente, etc. Ma solo convenziolmente, ma non "realmente". La realta' fenomenica e' una esperienza e nulla piu'. La realta' esiste perche' io la percepisco. Gli altri esistono perche' sono una mia esperienza. Che cosa esiste oltre la mia esperienza? Nessuno puo' rispondere, a meno di non cadere in evidenti contraddizioni. Oltre la mia esperienza non posso andare, se non con il pensiero. Ogni ipotesi, ogni affermazione che faccio e' sempre un prodotto, una costruzione del mio pensiero. Non non ne usciamo. Posso affermare che esiste una realta' esterna che non e' mente. Certo! Ma e' pur sempre una affermazione che viene dalla mente. Posso dire che esiste la mente e la materia che non e' mente. Ma si tratta di una affermazione fatta, appunto, con la mente, quindi pura costruzione psichica. Posso speculare sulla materia, su Dio... ma e' sempre una speculazione frutto di un dinamismo psichico. Attenzione, non sto dicendo che non esiste Dio, che non esiste la materia, etc. Sto affermando che Dio, la materia esistono, ma come prodotti della mia mente. Non sono totalmente non esistenti. Ma non sono oggettivi, come crediamo comunemente. Sono fenomeni soggettivi. Ed e' proprio questo il significato del Sentiero spirituale: andare oltre la mente, oltre il pensiero di Dio, per scoprire, appunto, la realta' di Dio. E come si scopre la realta' del Divino? Attraverso il silenzio, come giustamente osservi tu. Ma dobbiamo metterci d'accordo sul significato di quel silenzio. E' un silenzio della mente pensante, della ragione, per lasciare spazio all'intuizione, al transpersonale. La mia domanda: sei capace di dimostrarmi - con la mente - che esiste qualcosa che trascende la mente?
Mi fermo qui, per ora.
Un abbraccio
Valentino


3 novembre 2011

Caro Valentino,
sono Odorico
Come torno a dirti, non ti ho scritto per entrare nel merito dei principi filosofici della tua sinossi, che non intendo tuttora mettere in discussione, anche perché sono consapevole di quanto tu ne sia persuaso, ed ho troppo rispetto dei tuoi convincimenti per atteggiarmi altrimenti che a un retto sforzo di comprensione.
Quello che ho cercato di chiarirti è che ritengo che tali presupposti della tua ricerca educativa debbano restare il suo cuore esoterico, e che temo che non sia proficuo che ne sia impartito l’insegnamento a dei ragazzi, il cui comune principio di realtà ne è troppo difforme, in Oriente come in Occidente.
Inoltre ho motivo di supporre che il porre tali principi come un requisito imprescindibile per riconoscersi nel Progetto Alice possa alienarti- ed averti già alienato- il seguito di molti sostenitori occidentali e cristiani, perché con le tue conclusioni tu dai scacco matto a ogni possibilità che il vero sia a noi rivelato come alcunchè che ci si impone. Come recitava il titolo di un libro che ho visto esposto in vetrina, presso le stesse Paoline, un cristiano può convenire che “ Dio non è quel che credi”, che Dio trascende ogni nostra immagine e idea che ne sia una concezione, può temere che ciò che Ne pensiamo Ne possa essere una nostra perversione mentale, e come Maister Eckhart pregare Dio che ci liberi di Dio, ma non potrà mai ammettere, come tu sostieni, che Dio sia un prodotto soggettivo della nostra mente. Nel silenzio, per chi è cristiano Dio ci si rivela comunque come una realtà che ci impronta, da cui dipendiamo e a cui dobbiamo obbedienza. Pensare che sia altrimenti per un cristiano è il peccato radicale e originale del nostro orgoglio.
Ed è così per un islamico rispetto ad Allah, per un ebreo rispetto alla stessa Torah.
Con affetto
Odorico


Da Valentino
Caro Odorico,
sono d'accordo che non e' questa la sede adatta per un dibattito cosi' serio e importante, ma alcune osservazioni di base sono doverose. C'e' un malinteso di fondo, soprattutto da parte dei cristiani, quando si parla di soggettivita', di mente, di creazione.
Tu affermi che un cristiano non potrà mai ammettere che Dio sia un prodotto soggettivo della nostra mente. E' questo il punto del malinteso. Io affermo che il Dio che noi pensiamo (vedi la tua stessa citazione) non puo' essere considerato il vero Dio, perche', se cosi' fosse, avremmo tante Divinita' quante sono le menti delle persone. Non solo, avremmo un Dio a misura di uomo/donna, ridotto a livello della coscienza di chi lo pensa. Il Dio pensato e' un prodotto soggettivo della nostra mente. Mi pare ovvio. E' quel dio che va superato, va trasceso. Ho l'impressione che tu abbia frainteso quanto noi sosteniamo: se ci fermiamo al pensiero, avremo un dio limitato, finito, soggettivo... Questo e' il dio che noi creiamo. In questo senso parlo di mente che crea dio (lo scrivo con la lettera piccola, per differenziarlo dal Dio che va oltre la ciotola della storia dell'angelo e Sant'Agostino; ricordi la storia molto significativa ed efficace?). Di qui, l'esigenza di scoprire il Divino che c'e' in noi, ma non con la ragione, con la coscienza razionale, che, come abbiamo visto, media una immagine di dio limitata, soggettiva, ma con una coscienza che va oltre quella, appunto, che limita concettualizzando, classificando, analizzando... Ecco, la proposta di Alice, che poi e' quella dei mistici cristiani: il silenzio. Forse non ci capiamo sul significato del silenzio. Noi intendiamo quel silenzio come una trascendenza della mente discorsiva, razionale, egoica . Per questo parliamo di coscienza transpersonale.In quel silenzio apparira' una immagine di Dio che non sara' certo quella mediata dal ragionare dei teologi (mente razionale) e quel Dio non sara' comunicabile, perche' si tratta di una esperienza di vetta (come viene definita dalla psicosintesi, ad esempio) non di un bla, bla accademico.
Vedi, ci sono due livelli di presenza di Dio:
a) il dio che pensiamo (relativo, soggettivo, convenzionale - utile per arrivare al secondo livello)
b) il Dio oltre il pensiero (esperienza mistica che si realizza solo nel silenzio dell'ego). Di questo Dio non possiamo parlare (sarebbe un riportarlo al primo livello). Questo Dio va solo vissuto, sperimentato, realizzarlo grazie ad un percorso spirituale complesso, difficile (vedi San Giovanni della Croce) che passa attraverso la realizzazione della vacuia' dell'io e la meditazione (samadhi - estasi).

Sembra che tu abbia confuso il secondo livello con il primo. Quando parliamo di attributi di Dio, di creazione, etc. ci troviamo al primo livello di coscienza: il Dio creato da noi, portato a livello delle nostre categorie mentali, inserito, a forza, nella piccola ciotola dell'Angelo sulla spiaggia!

Ai nostri studenti cerchiamo di spiegare le due realta': quella della ciotola (il dio a nostra misura, creato dalla nostra mente, appunto) e quella dell'Oceano che non puo' essere contenuto nella ciotola. Che cosa c'e' di male? Non pensi che i giovani non debbano rendersi conto dei limiti della loro coscienza razionale per sviluppare un tipo di coscienza superiore e, quindi, accedere ad una conoscenza piu' elevata, che diventera' saggezza?
Non pensi che sia utile dire loro che non c'e' solo la ciotola con la sua limitata capienza, ma esiste anche l'oceano che non puo' essere contenuto nella ciotola? Non credi che se capissero questo diventerebbero piu' umili e un pochino piu' saggi?
La ciotola potrebbe rappresentare la nostra coscienza dell'Io; l'oceano la dimensione spirituale, transpersonale. ll Silenzio, appunto.
Mi spiace, ma il dio della ciotola ha prodotto danni immani all'umanita', perche' non si tratta del vero Dio. E' il dio pagano, Lucifero. L'ego divinizzato. E' questo che vogliono i cristiani?
Parli di "principio di realta'". Quale realta'? Noi diamo per scontato che il nostro modo di conoscere sia corretto e conforme alla realta'. E' corretto, secondo te, pensare che le nostre proiezioni siano vere e oggettive? Non ti e' mai venuto il dubbio che, forse, i tuoi studenti avevano bisogno di meno letteratura e matematica e piu' ... realta' (non convenzionale, quella dell'Oceano, per intenderci)? Proprio perche' neghiamo la dimensione esoterica (come la definisci tu), finiamo per sbilanciare lo studente, offrendogli solo un a dimensione del sapere (lo studente ad una dimensione, appunto). Per correttezza, dovremmo proporre tutte le dimensioni ai nostri studenti: quella della ciotola (sapere convenzionale), ma anche quella dell'Oceano. L'insegnante dovrebbe essere in parte Sant'Agostino e in parte ... Angelo. E' quanto cerchiamo di fare nelle nostre scuole. Ti assicuro, caro Odorico, che i risultati non sono come temi tu alienanti, ma, al contrario, portano gli studenti ad aprirsi a dimensioni di vetta, con effetti straordinari sul comportamento, sull'intelligenza emotiva e sui risultati scolastici.
Comunque, ho l'impressione che dovremmo discutere piu' a lungo, non per convincerti circa le mie idee, ma perchè tu non abbia una visione sbagliata di quello che noi proponiamo.
Spero di aver chiarito almeno un po' il nostro punto di vista.
Un abbraccio
Valentino

martedì 1 novembre 2011

la beatitudine di Kailash

Ora appare meno convulsa e più appagata la vita di Kailash.
Si è conquistato più rispetto e più tempo disponibile presso il suo padrone, la piorrea di Vimala è regredita (receduta), e tutti quanti i bambini crescono e stanno bene.
Ajay e Ashesh hanno trascorso nel villaggio le intere festività di Deepawali, e vi sono rimasti ad accudire il negozio ed il bestiame da soli, anche in assenza dei nonni, allorché il babbo e la mamma di Kailash si sono recati per alcuni giorni ad Orcha.
Con i turisti Kailash ha riappreso a dare senza attendersi in cambio denaro, ad invitarli a casa sua e ad essere felice di cucinare e servire per loro il dhali, con vegetali e chiappati, anche se non ne sarà remunerato.
“ But I am happy, Sono felice anche così”.
Acquisisce comunque good Karma.
Nel suo agire c’è pur sempre calcolo, certo, ma Kailash gli conferisce una natura superiore.
“ Mi avessero dato mille, due mila rupie le avrei accettate. Ma duecento rupie , no, - mi ha detto oggi, che è Ognissanti, a proposito della coppia di turisti francesi che sono stati di ritorno a casa sua prima di partire per Varanasi. "Avrebbero pensato che l’ho fatto solo per denaro. Così almeno parleranno bene di me e faranno sì che a me si rivolgano altri turisti, indirizzandoli al mio hotel”
Beati davvero quelli che piangono, Kailash, perché saranno consolati. I puri di cuore perché come te vedranno il nirvana del regno dei cieli.

martedì 18 ottobre 2011

lettera calcedoniana a don Ulisse Bresciani

Caro don Ulisse,
sono Bergamaschi.
Finalmente mi sono risolto ad inviarle la mia recensione de “La lotta per la vita” di Enzo Bianchi, che già mi ero ripromesso di scrivere per inoltrargliela ai primi di maggio, allorchè mi ha incontrato in Sant’Andrea e mi ha chiesto che cosa ne pensassi, senza da me ricevere una effettiva risposta. .
I giorni avanti, infatti, avevo lasciato in sospeso la lettura in cui mi ero reimmerso sotto i suoi occhi, una settimana prima, nella saletta d’attesa dell’ambulatorio medico in cui ci siamo ritrovati alcune settimane or sono, a distanza di mesi.
Nel frattempo sono mutate le aspettative e le sollecitazioni con cui mi sono rivolto al testo , come si può intendere in controluce nelle conclusioni seguenti.
La lotta per la vita di Enzo Bianchi non è una lotta per la vita di natura puramente spirituale nella sua universalità. E' una lotta per la vita eminentemente cristiana. Nella fede nella resurrezione di Cristo è fondata in radice. E non può essere vinta senza l'apertura dello spirito a una grazia divina. E' una lotta che può incorporare la meditazione buddista o di altre tradizioni, ma che non può essere incorporata in una pratica buddistha, o altrimenti ispirata, che sia ateologica.
Per la mia esperienza dell’amore in Dio del prossimo, e dell'amore di Dio mediante l’amore del prossimo, per quanto trovi ammirevole l’opera, soprattutto nel raffronto esegetico tra le pagine della tentazione di Adamo e di quella di Gesù e la Lettera ai Filippesi, non so dirle quanti anticorpi contenga il pensiero spirituale di Enzo Bianchi, per aiutare a discernere se la propria lotta spirituale è animata nella sua dinamica dalla conformità con Cristo o dalla fede dei diavoli.
Opere spiritualmente meno accreditate, o screditate, come quelle di Anthony de Mello, mi sono in questo un sostegno più illuminante
Quanto alle altre letture di cui le inoltro le recensioni, che ho redatto per ordinare le mie idee e per una loro pubblicazione impossibile sulla Cittadella, nonostante tutta la benevolenza di Benito Regis nei miei riguardi, l'una concernente le introduzioni di Ramon Panikkar alla propria Opera omnia, l'altra un raffronto illuminante tra l' umanesimo ateo di Camus ed il cristianesimo di Dietrich Bonhoeffer, lo Spirito unificante che vi ho inteso soffiare, così come nell' ispirazione della generalità delle teologie critiche dei Magisteri ecclesiastici recentemente edite in Italia, è in verità la concelebrazione della stessa cristologia calcedoniana, che è pienamente riaffermata dall'ontologia che le accomuna, ossia dalla loro concezione della realtà divina quale realtà al tempo stesso dell' uomo e del mondo, che s'invera in un'ontonomia secondo la quale la separazione o la confusione di ciò che in Cristo o nello Spirito è indiviso e distinto, costituisce la natura del peccato o l’errore del male, per quanto della realtà del peccato può essere comunque compreso dal lume naturale e dalle altre esperienze religiose-. Quanto sostengo l'ho ritrovato enfaticamente esaltato da Fabrice Hajadi nel suo ammirevole – e urticante- “La Fede dei demoni” ( vedi il capitoletto Il principio di Calcedonia sestuplicità dell'errore e altro..,” a pg. 144 dell'edizione italiana)
La saluto con gratitudine e affetto.
Odorico Bergamaschi
Post Scripta
A) Arnaud Corbic riferisce come “ Bonhoeffer che aveva insegnato cristologia all'università nel 1933, avesse trattato del Concilio di Calcedonia. Aveva dimostrato che non si deve “ cosificare” la formulazione dogmatica di questo concilio ma vedervi l'apertura al mistero concreto dell'Unico. ...Il Verbo illumina ogni uomo e ogni cosa. … Se Dio ha riconciliato in Gesù Cristo il cielo e la terra, né il dualismo né il monismo si concilieranno con un pensiero cristiano, ma solo una polifonia” (a pgg. 36 e 37 dell'edizione italiana di Camus e Bonhoeffer )

B) In India ho riscontrato una profonda corrispondenza tra la concezione cristologica della kenosis e quella hindù, diffusa tra i comuni pandit più che nei testi autorevoli, della umana paro-upkar o donazione di sè, al pari di come l'albero dona ad animali ed uomini la sua ombra ed i suoi frutti, senza nulla pretendere di ricevere o di potersi attendere in cambio.

Nota ulteriore
La cosmoteandria non riduce forse la trascendenza divina all' infinità e alla libertà della creatività continua della Natura Naturans che è immanente alla Natura Naturata?
Npn risolve forse Dio nella sua sola natura economica in relazione al Creato, senza lasciare residui all'intima vita divina intratrinitaria, alla sofia increata dell'autorivelazione di Dio in sè stesso?( Bulgakov).

E ancora. c’è una realtà effettiva (positiva) del male, o il male è solo privazione del bene? è effettuale una ontologia e ontonomia satanica, ci sono comunioni e condivisioni maligne, od ogni reale comunione e condivisione è benigna, e il male è solo unione apparente, sempre oppone e distrugge, tanto più quando sembra unificare e interpenetrare, secondo una dinamica del male mimetica e antitetica al contempo?

lunedì 17 ottobre 2011

sino all'eccesso

lunedì 17 ottobre 2011
Sino all'eccesso
“Vado a dormire ora, domattina devo alzarmi prima delle cinque, per il treno ch’è in arrivo da Varanasi.”, quando Kailash dovrà recarsi alla stazione di Khajuraho per tentare di avviare all’hotel Zen i turisti che vi discendano
Poi Kailash avrà da attendere l’arrivo ulteriore del treno da Delhi, di lì a un’ora, per tentare lo stesso o stesso abbordaggio con i turisti che provengano dalla capitale, e in autorisciò gli toccherà in mattinata di recarsi a Bamitha, o a Chhattarpur, ed esserne di ritorno, per due volte, con altri turisti che vi si scendano per Khajuraho, da uno dei bus in arrivo da Satna o da Jhansi.
Sa oramai alla perfezione come intrigare i turisti, è consapevole che non deve far loro parola dell’hotel dove li farà finire pressoché immancabilmente, ma che è bene che chieda loro dei viaggi che compiono in India di cui ha fatto con me esperienza, e se essi si lasciano così irretire, per Kailash il gioco è fatto e l’esito irresistibilmente ottenuto, il più delle volte, i turisti siano spagnoli, svizzeri, polacchi, indiani, o il brasiliano inavveduto che oggi ha ammaestrato a dovere.
Poi, quando cercherà di fare il proprio di interessi, anziché quello del padrone, si ingegnerà con scarsa fortuna di ottenere di poter prenotare il biglietto ferroviario, o un mezzo di trasporto per un’escursione nei dintorni, senza ricavarne nulla i turisti li inviterà pur anche a cena a casa propria, quando entri con loro più in confidenza, ritentando l'azzardo, nella speranza indefettibile che poi lo ricambino in denaro, a dispetto del riscontro che anche i giorni scorsi le sue aspettative siano andate ancora di nuovo puntualmente deluse, sia con la coppia di turisti spagnoli che con il giovane svizzero, a suo dire cosi semplice e affettuoso, che asseriva di averlo nel suo cuore, Kailash
- “Io ho offerto loro cibo da mangiare, e non mi hanno dato niente! nothing...”
L’amico si è mostrato talmente capace di attirare turisti nell’hotel Zen, benché esso non figuri più nella Lonely Planet, appare talmente in grado di compensare con la sua intraprendenza uno svantaggio di cui si tormenta ogni giorno (ch’è il tormento quotidiano del) il suo padrone bestiale (predatorio), che dopo l’ una adesso può restarsene a casa con la sua famiglia fino alle tre del pomeriggio, ed è il padrone ora a pregarlo di fare ritorno al lavoro, se tarda, anziché minacciare di cacciarlo od infuriare su di lui con parole, che a Kailash, i primi giorni levavano la pelle come scudisciate, perché il mio amico si riavvii per Bamitha, di nuovo, quanto prima, a calamitare i turisti in arrivo con il bus di Agra, dopo di che egli dovrà stazionare in hotel fino alle dieci di sera, (stazionando egli in hotel fin che solo alle dieci di sera), allora soltanto potrà essere di ritorno a casa, per risvegliarsi sul far dell'alba se non alle quattro, non oltre le cinque, il giorno seguente, e farsi trovare alla stazione nuovamente in attesa del treno da Delhi, per suo (minimo) sollievo essendo sospeso più volte alla settimana quello precedente da Varanasi.
La paga è sempre la stessa miseria per tanto dannarsi, 50 rupie al giorno, l’equivalente, al più, di un dollaro, è niente, "nothing", come Kailash inveisce, ma per lui non è ciò che più importa, così mortificandosi egli conta di farsi valere, ed al fine di prevalere, come lavoratore onesto, ed io non posso che compatirlo e consentire, benché mi sia insostenibile la sua remissività ad un simile trattamento da bestie, giacché nel suo fervore succube avverto (sento) che egli è riemerso dal fondo della nostra sventura, e che sino all’eccesso riafferma la vita
E' stupefacente come egli sa nuovamente illudersi e può davvero credere, sospinto dallo slancio, che siano in gran ripresa gli affari dei nostri negozi, che costituiscano chissà quali proventi il quintale di grano e i chili di sesamo e di lenticchie con cui dopo i recenti raccolti i dalit del villaggio sono venuti pagando i loro acquisti, in tutto appena due mila rupie, alla resa dei conti, ma gli acquisti, mi assicura, saranno ancora più in crescita per Dipawali, quando da Delhi faranno ritornano al villaggio i dalit che vi si sono trasferiti per lavorarvi come muratori.
“ Ora penso più al mio lavoro, che alla mia famiglia”, è il suo presente rammarico, tant'è che (e ) solo ora che a Vimala è ricomparsa purulenta l’infiammazione in bocca, si è riscosso al punto di preoccuparsene davvero, e di chiedermi di anticipargli il denaro che può occorrere se la farà visitare da un odontoiatra di Chhattarpur.
“ Sarebbe un vero problema se l’infezione fosse invece un cancro, Vimala potrebbe morire ed io resterei senza mia moglie…” ( è come se sapesse soltanto dispiacersene).



Scrittura precedente, riveduta il 29 dicembre 2011

“Vado a dormire ora, domattina devo alzarmi prima delle cinque, per il treno ch’è in arrivo da Varanasi.”, quando Kailash dovrà recarsi alla stazione di Khajuraho per tentare di avviare all’hotel Zen i turisti che vi discendano
Poi Kailash avrà da attendere l’arrivo ulteriore del treno da Delhi, di lì a un’ora, per tentare lo stesso con i turisti che provengano dalla capitale, e in autorisciò gli toccherà in mattinata di recarsi a Bamitha, o a Chhattarpur, ed esserne di ritorno, per due volte, con altri turisti che vi si scendano per Khajuraho da uno dei bus in arrivo da Satna o da Jhansi.
Sa oramai alla perfezione come intrigare i turisti, è consapevole che non deve far loro parola dell’hotel dove li farà finire pressoché immancabilmente, ma che è bene che chiedaloro dei viaggiche compiono in India di cui ha fatto con me esperienza, e se essi si lasciano così irretire il gioco è fatto e l’esito irresistibilmente ottenuto, il più delle volte , siano essi turisti spagnoli, svizzeri, polacchi, indiani o il brasilianoinavveduto che oggi ha ammaestrato.
Poi si ingegnerà di prenotare il biglietto ferroviario, o un mezzo di trasporto per un’escursione nei dintorni, li inviterà pur anche a cena a casa propria , se entra con loro in confidenza, ritentando l'azzardo nella speranza, in lui indefettibile, (che in lui si rinnova) che poi lo ricambino in denaro, a dispetto del fatto che anche i giorni scorsi le sue aspettative siano andate puntualmente deluse,, ancora di nuovo, con la coppia di turisti spagnoli quanto con il giovane svizzero, cosi semplice e affettuoso, che asseriva di averlo nel suo cuore, Kailash
- “Io ho offerto loro cibo da mangiare, e non mi hanno dato niente!...”
Si è mostrato talmente capace di attirare turisti nell’hotel Zen, benché esso non figuri più nella Lonely Planet, è talmente in gradio di compensare con la sua intraprendenza uno svantaggio ch’è il tormento quotidiano del suo animalesco padrone predatorio, che dopo l’ una ora può restarsene a casa fino alle tre del pomeriggio con la sua famiglia, ed è il padrone ora a pregarlo di fare ritorno al lavoro, se tarda, anziché minacciare di cacciarlo o infuriare su di lui con parole che i primi giorni a Kailash levavano la pelle, perché il mio amico si riavvii per Bamitha, di nuovo, a calamitare i turisti in arrivo con il bus di Agra, stazionando in hotel fin che solo alle dieci di sera potrà essere di ritorno a casa, per risvegliarsi sul far dell'alba se non alle quattro non oltre le cinque, il giorno seguente, e farsi trovare alla stazione nuovamente in attesa del treno da Delhi, per suo (minimo) sollievo essendo sospeso quello da Varanasi più volte alla settimana
La paga è sempre la stessa miseria per tanto dannarsi, 50 rupie al giorno, l’equivalente al più di un dollaro, niente, "nothing", come Kailash inveisce, ma per lui non è ciò che più importa, così egli conta di farsi valere, e prevalere, ed io con lui patisco e consento, benchè mi sia insostenibile la sua remissività a un trattamento da bestia,giacchè nel suo fervore avverto (sento) che egli è riemerso dal fondo della nostra sventura, e che sino all’eccesso.riafferma la vita
E' come egli sa nuovamente illudersi e credere, sospinto dallo slancio, che siano in gran ripresa gli affari dei nostri negozi, che costituiscano chissà quali proventi il quintale di grano e i chili di sesamo e di lenticchie con cui dopo i recenti raccolti sono venuti pagando i loro acquisti i dalit del villaggio, in tutto appena due mila rupie alla resa dei conti, ma gli acquisti, mi assicura, saranno ancora più in crescita per Dipawali, quando da Delhi faranno ritornano al villaggio i dalit che vi si sono trasferiti per lavorarvi come muratori.
“ Ora penso più al mio lavoro, che alla mia famiglia”, è il suo presente rammarico, tant'è che (e ) solo ora che a Vimala è ricomparsa purulenta l’infiammazione in bocca, si è riscosso al punto di preoccuparsene davvero, e di chiedermi di anticipargli il denaro che può occorrere se la farà visitare da un odontoiatra di Chhattarpur.
“ Sarebbe un vero problema se l’infezione fosse invece un cancro, Vimala potrebbe morire ed io resterei senza mia moglie…” ( è come se sapesse soltanto dispiacersene).

sabato 15 ottobre 2011

Raimon Panikkar Vita e Pensiero

Raimon Panikkar, Vita e Parola La mia opera, Jaca Book 2010


Vita e parola La mia opera, raccoglie tutte le varie introduzioni scritte espressamente da Raimon Panikkar per i vari volumi e tomi della sua Opera Omnia in corso di pubblicazione presso Jaca Book, poco prima della sua recente scomparsa nell’agosto del 2010, e può rappresentare la migliore introduzione al pensiero del grande teologo, o una sua preziosa sintesi, per chi intenda riprenderne i lineamenti e l’ispirazione di fondo.
Coloro, poi, che attenendosi al principio “ Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”, (1 TS, 5, 21), nell’accesso primario all’opera di Panikkar, o ad essa di ritorno, muovano dai testi spirituali di quei pensatori religiosi che per innovare il pensiero cristiano, in sintonia con lo spirito dei tempi, si sono contrapposti polemicamente ai magisteri ecclesiastici, vi troveranno il frutto di una mirabile saggezza che tutto ha anticipatamente pensato, recepito e ricondotto nell’alveo, di quanto in fedeltà al mistero di Cristo vi poteva essere recepito e raccolto, trasformandone le “ tensioni distruttive in polarità creative”(pg.36).
Raimon Panikkar, al contempo cristiano, induista e buddista per tradizione familiare, essendo figlio di madre cattolica, della borghesia catalana, e di padre aristocratico indiano, nel saggio Filosofia e teologia, di questa raccolta, nel tentativo di pervenire a comprendere insieme tali diverse vocazioni religiose e di realizzarne la comunione nella sua spiritualità personale, in un raccordo tra cristianesimo, induismo, e buddismo, che procedesse così come all’interno dei loro orizzonti di fede cristiani, induisti e buddisti, comprendono le proprie credenze, rivela che è la tensione originaria tra tali polarità religiose che l’intera sua esistenza ha cercato di rendere creativa anziché distruttiva, assumendole come complementari invece che esclusive l’una dell’altra.
Tale esperienza intrareligiosa è stata intrapresa da Raimon Panikkar in spirito di fedeltà al cristianesimo e nel rispetto dell’assunto, al contempo, di non violare altre tradizioni religiose, perseguendo alla loro luce l’esame critico della cultura contemporanea (pg. 102).
Il Dio in cui si è consolidata di conseguenza la sua fede è il Dio evangelico trinitario, perchè soltanto in esso Panikkar è pervenuto alla comprensione reciproca delle sue religioni di appartenenza. Solo il Dio che è Trinità e Spirito nel suo essere Amore relazionale,- non il solo puro Logos razionale in cui consiste il Dio dei greci e dei filosofi-, può essere l’unione di tutto ciò che se si è distaccati dalla sua rivelazione interiore si tende invece a pensare che sia separato.
Nel Dio che è Amore trinitario tutto, secondo il principio fondamentale della fede calcedoniana, si integra in un’unione di polarità che permangono distinte ma che non sono separate, innanzitutto nell’“unione, con distinzione, ma senza separazione, tra umano e divino” nell’ ”evento Cristico”.
“ L’evento cristico unisce la trascendenza ( divina) con l’immanenza (umana), ma senza cadere in alcun monismo- spirituale o materiale-, né in alcun dualismo metafisico. Non solo Cristo è totalmente divino e totalmente umano; anche l’uomo è chiamato ad essere pienamente umano e pienamente divino”( pg.32).
Oltre ogni dualismo, secondo lo spirito indiano advaita-adualistico-, la spiritualità religiosa è l’esperienza integrale della vita nella sua totalità, ossia è l’esperienza dell’interpenetrazione reciproca di Dio e uomo e mondo, ( secondo la concezione cosmoteandrica di cui Raimon Panikkar si fa continuatore). In essa l’uomo è coinvolto nella pienezza della sua trinitarietà di corpo, mente razionale e spirito (1) .“Dio- in tal senso- non è altro, un altro, per quanto grandioso lo si possa immaginare. Dio è tanto trascendente quanto immanente” (pg.24). Nell’essere tutto in tutte le cose “Dio non sta au dessus de la melée fuori da tutto, separato. Anche Dio sta all’interno di questa interpenetrazione del tutto con tutto”( pg.64)- dell’eterno con il tempo, nel presente della escatologia realizzata della “tempiternità”.
L’esperienza integrale in cui l’uomo, in quanto spirito incarnato, gode la pienezza della vita in cui si interpenetrano reciprocamente uomo, mondo, e Dio, è la mistica, nel senso proprio del termine, e in essa per Panikkar è riposto il futuro del cristianesimo
La mistica è l’ espressione della fede che proviene dalla stessa vita e di cui è capace ogni uomo, ogni volta che in lui pervengono ad un’unione trinitaria il corpo, nel piacere sensibile, la mente, come esperienza intellettuale, e lo spirito mitico-simbolico.
Lo Spirito è il divino del cuore che in noi, in quanto amore, come identità relazionale, sente di essere il tutto che è tutto se stesso in tutte le cose (2), e nell’amore del prossimo esso perviene ad amare il prossimo come un’altra parte di se stesso (pg.23).
Il Dio che è Spirito, in quanto Amore non è soltanto Logos, Verità, non è soltanto Essere intelligibile, un Essere totalmente intelligibile che si rispecchia nella sola coscienza logica (pg.80), lo Spirito, Sorgente apofatica, “ non inferiore né differente dal logos, ma neppure riducibile ad esso”( pg.83), né ad esso subordinato, in tale sua irriducibilità alla logica razionale è la ragione d’essere della stessa incommensurabilità del reale e della sua non trasparenza, della rivelazione della pluralità del reale nei veli di una pluralità di credenze e religioni,( pgg. 78-80), dell’ impossibilità, dunque, di una teologia, o religione generale, che sia universalmente compresa ed abbracciata, come è inattuabile qualsiasi corrispettivo pensiero unico.- Ma lo stesso Dio che è Spirito, poiché in esso tutto è in relazione con tutto, è la scaturigine stessa della possibilità nello spirito medesimo, - non già nella ragione soltanto-, di una mutua fecondazione fra le diverse saggezze dell’umanità, e di tale ibridazione il pensiero di Panikkar è tra le più illuminanti espressioni interculturali e interreligiose- , in seno al vincolo che nella tradizione cristiana “è lo Spirito, in quella hindu brahman”, e in quanto simbolo, mito, culto, “saggezza dell’amore” (3)

Note
1) o nell’essere egli, altrimenti, inseparabilmente, corpo( soma), psiché (spirito), polis ( società), e cosmo, una quaternità in cui si trova e si incontra integralmente il divino, tanto immanente quanto trascendente

2) Sulla purezza del cuore che presso tutte le culture porta all’azione giusta, Panikkar scrive a pg 86, in particolare.

3) In scritti in cui la lucidità critica si fa a volte aridità di tono, è mirabile tale illustrazione esemplare della superiore saggezza spirituale di Salomone “ Le nostre molte soluzioni vogliono tagliare il bambino in due quando non possiamo averlo per noi. La verità è nostra, come lo è il bambino. Ma per mantenere vivo il bambino, per mantenere viva l’umanità, per mantenere viva la polarità delle realtà umane, per mantenere viva la buona fede delle persone, per mantenere viva la libertà come la dignità più elevata, non possiamo giudicare con la Ragione soltanto. Salomone ci ha fatto vedere che il suo giudizio finale era quello corretto, perché quando interviene l’amore, quando il bambino è tuo, tu preferisci perdere, tu preferisci perfino essere battuto, ma il bambino deve vivere”(pg.82).