martedì 23 ottobre 2012

in Vyas Badora



A Vyas Badora

 

 

 

 

 
Neanche al crocevia di M*. dove eravamo appena scesi dal bus diretto a Mahoba, attardandoci per incrociare quello proveniente da Chhattarpur in direzione di Lori, o Londi, o Laudi, sul cui bisticcio nominale ero arrivato quasi a bisticciarmi di fatto con Kailash, sapevano dirci alcunché di preciso su dove mai fossero Vyas Badora o Hindora Vari. Di Badora ne esistevano due, a quel che  pareva, situate quanto mai vicine, o parecchio distanti, a seconda dell'uno o dell'altro degli astanti, come di Brijapur ne avevamo discoperte già almeno due nel distretto di Chhattarpur, e non avevamo ritrovato Kishangarh senza che ci fosse una Kishanpur a precederla, quanto nel Madhya Pradesh non c’è Chanderi senza una sua opposta Chandrei, una Narshimhapur senza una corrispettiva Narshinghgarh . Anche solo limitandoci a Hindora Vari, in Lori si tramutava a dire di alcuni in una Ellora Vari di indefinita collocazione, il che ci frastornava ancor più di quanto già non lo fossimo, all’arrivo nella sua polverosa animazione diurna, di mercati e traffico, che si disarticolava in un complesso mal connnesso di strade, a dispetto della suggestione del sito, diramantesi ai piedi dei dirupi tra cui la via che vi immetteva si apriva il varco, e su cui si arroccavano dei santuari intorno. Ma Lori non poteva essere più che un inquietante luogo di sosta, a seguito dei recenti accadimenti che il penitenziario locale evocava a Kailash, egli  vi era di ritorno in capo a pochi giorni, dopo che aveva dovuto mettervi piede con il fratello, e lo zio materno, per ottenervi la scarcerazione del padre grazie alla cauzione in terreni assicuratagli dal cognato, a rimedio del guaio cui era servita per davvero tutta la stupidità del padre per procurarselo. Di sua spontanea iniziativa si era recato dalla stazione di polizia locale per denunciare le percosse che alla moglie erano state inflitte dal fratello sadhu, miserabilissimo, e che da tempo non c’è più gran che con la testa, in combutta con la propria di consorti, senza tenere conto che li  aveva malmenati entrambi a sua volta. Il tutto era stato originato dalle presunte maldicenze della madre di Kailash sul conto  della figlia del sadhu, che sarebbe stata da poco malmaritata, secondo quanto avrebbe detto, con una famiglia della stessa casta ancor più povera della loro. Alla denuncia la polizia aveva convocato l’accusato, e di fronte alle opposte versioni cui si era trovata di fronte, li aveva fatti trasferire entrambi nel centro di polizia del tehsil, in Rajnagarh, da cui, essendo di domenica e non potendo essere chiamati in causa avvocati e garanti delle cauzioni, le autorità locali di polizia avevano pensato bene di trasferire entrambi i contro accusantisi nel carcere mandamentale di Lori.Cosi mio padre ha almeno imparato quel che si ricava in India a trarre di mezzo la polizia, rovinando la reputazione dei propri figli”, la morale dell’accaduto trattane quei giorni da Kailash .Ora egli s’aggirava da un conducente all’altro, in cerca di chiarimenti sulle nostre destinazioni che fortunatamente erano invece al più turistiche, cercando insieme con me la collimazione delle diversioni dislocazioni di Vyas Badora, una qualche  concordanza sinottica tra quanto ce ne dicevano i rivenditori di bibite e di somosa e di pokora a cui avevamo già chiesto ragguagli. Dopo avere tergiversato con dei conducenti che erano di Mahoba, e che alla vista della mia "white face" prontamente avevano giocato al rialzo della tariffa richiesta, prima ancora di chiedersi che ne sapessero di dove dovevano portarci, il suo spirito di iniziativa ch'era al mio fedele servizio non meno di un Garuda genuflesso riguardo al suo Vishnu, si concretizzava ben presto nel prdisporsi di un conducente affidabile di un fuoristrada, che aveva ritrovato sospingendosi al di là dei chioschi di banane e mango e fiori e altra frutta, per una tariffa conveniente verso una destinazione di cui ci convinceva che sapesse dov'era: oltre Chandla, a cui recava l’arteria stradale su cui pochi minuti dopo eravamo già avviati.
Vi iniziava così una veloce corsa, che già in Moreri, dai caseggiati suggestivi di malta, avrebbe dovuto arrestarsi al posto di blocco di alcuni adepti della Mahadeva, che essendo nell’imminenza di Navaratri intimavano l’alt alla nostra ed alle altre autovetture, taglieggiando un contributo per l’allestimento dei suoi festeggiamenti. Non ci restava che  arrendersi alla richiesta per poi sottostare al rallentamento, ininterrotto, che imponeva l'infittirsi delle buche lungo il percorso, un tormento continuo di soprassalti e sterzate, nei tentativi figli l'uno dell'altro di eludere i crateri interminabili del fondo stradale,  dato che una schivata  ripresentava immediatamente la necessità di una ulteriore, per evitare la nuova frana che la scansata proponeva  davanti.  Ancor più che tra Rajnagarh e Lori, il paesaggio intorno si faceva arido e sempre più spoglio di piante e di alberi, tra i rilievi collinari che si diradavano all’orizzonte.  "No dams, less water”, la ragione della siccità crescente che  Kailash era venuto sempre più sentenziando, da che, appena poco oltre Rajnagarh, avevamo finito di costeggiare sbarramenti di dighe. La strada che percorrevamo aveva finito intanto di conoscerla già, da che avevamo superato la casa in cui viveva una sorella del padre. Ancor più desolante sarrebbe apparso lo stato dell’arteria stradale lungo la quale  Chandla si snoda,  tra la polvere dello sterrato dissetato in cui si era scrostato il manto stradale, avvallandosi in scoscendimenti pietrosi, per chilometri e chilometri digradavano in scoscendimenti i negozi e i chioschi  circostanti , e procedeva in una foschia chi percorreva la strade. Svoltavamo infine a destra per Vyas Badora, e lo stato del percorso migliorava solo di poco, nei pochi chilometri ancora restanti, chiedevamo dell’abitato del villaggio a un anziano che vi sostava ai margini con altri coetanei, e ci diceva di svoltare a sinistra, all’altezza di un albero di mahua. Il sentiero su cui così ci immettevamo, tra dei filari di alberi  finalmente ci riconduceva ad amenità di luoghi e ci immetteva in Vyas Badora, poco più che un villaggio sparuto, ma quanto incantevolmente “ remote and lonely”, nelle sue case smaltate di fango candido ed ocra, al limitare delle cui soglie delle donne erano intente al trancio di canna da zucchero, presso le ruote girevoli degli attrezzi ad uopo. Oltre i massi che  il residuo villaggio intorniava, gli abitanti ci confermavano la sussistenza dei mandir di cui non avevamo ancora traccia, la loro realtà ci sembrava ancora del tutto incredibile, quando la loro apparizione si materializzava in una visione che stupefatto mi lasciava d’incanto. Laddove, stando alle immagini che ne avevo desunto in rete, mi aspettavo di vedere ergersi al più degli ammassi di rovine templari, a dispetto della natura incognita e remota del sito, sconosciuta ai più negli stessi dintorni, tra i massi prospicienti che digradavano verso un’ampia vallata nell’imminenza del Ken river, percorsa da mandrie di bufali al pascolo, sullo sfondo del profilarsi ameno di ulteriori rilievi a perdita d'occhio, sovrastava i ponteggi di un cantiere la sopraelevazione in corso di un grandioso tempio gemellare,
oltre il quale le celle porticate di altri due templi si offrivano alla vista. 
Dal corpo del tempio  sorgeva il rudimento del pietrame interno delle coperture dei due sikkara, ad assimilarli a monchi altiforni.
Accedevamo al santuario da una rampa laterale della sua piattaforma e ci ritrovavamo nel mandapa della sala antecedente la cella di uno dei due garbagriha.Tale sala era interconnessa con quella, ad essa parallela, in cui un Nandi diruto /dirupato* sostava in adorazione interminabile al suo dio.
La copertura della sala che dava adito al tempio era a guisa di volta, e la costituivano circoli di rilievi delicati,
 mentre era quadrangolare la trabeazione su cui era impostata la copertura dell’atrio, o ardamandapa, del portico d'entrata che la precedeva,
sostenuto da corti pilastri, ed affiancato da un identico ingresso ad esso parallelo,  per chi avesse risalito i gradini di quello che era l’accesso principale al loro sito gemino di culto.
I portali del garbagriha recavano stipiti ornamentali secondo moduli canonici, non fosse che il canopo delle divinità fluviali,  assecondate nelle loro flessuosità tribhanga da attendenti naga, sortiva nelle sue volute da kirtimukka leonini,
Lungo le pareti esterne e le altre all'interno, la profusione decorativa  dei portali delle celle dei santuari era precorsa / anticipata da  profili continui  di diamanti, in una decorazione geometrica contrappuntata da reticoli, o jali,di quadrettature di dadi.
Alle  estremità dei pilastri apparivano i tripudi di foglie di vasi dell'abbondanza, desunti dalla loro germinazione ancora fervidamente naturalistica nei templi Gupta, ma che le maestranze del tempio avevano stilizzato i in forme geometricamente assai più astratte, che preludevano alla loro stampinatura lineare nei tempi Chandella di Khajuraho. Le sforature in oculi di cielo delle volte cadute delle sale di accesso alle celle di Shiva, propiziavano l’eccesso estatico del percorso del tempio.
Più a sud , digradante, era il Chausat Yogini mandir,
costituito dall’incrocio di due transetti, sviluppato in  una galleria dall'inserto di quattro corpi d'angolo
da cui i quattro portici d’accesso
risalivano al santuario centrale,
mentre le edicole delle sessantaquattro Yogini, con  alcune  forse in aggiunta, riservate come in Khajuraho alle loro divinità alleate, erano disposte all'interno e all’esterno del deambulatorio che sulla piattaforma consentiva la pradakshina intorno al santuario. Di rilievo il motivo nel basamento del portale d’ingresso alla cella della Dea, una kalasha, tra due volute,
come ad esempio nel tempio Lalguan di Khajuraho, che era dedicato a Shiva ed è poco distante dal tempio delle 64 Yogini.

 
Già viene calando la fumosità diurna, quando dai templi lo sguardo torna ad allargarsi all’intera vallata, agli armenti che ancora vi sostano al pascolo, ai ragazzi che li accudiscono attenti,  agli abitanti del villaggio che lungo i tracciati dei suoi percorsi vi fanno ritorno, ed è già sera quando siamo di nuovo all’ingresso del villaggio, e Kailash intravede sulla nostra destra un altro tempio tra i campi, chiedo di fare una sosta e vi giungo da solo, tra i rovi non ne sopravvive che la cella, che reca sulla soglia lo stesso motivo ornamentale di quello d'accesso al sanctum del tempio delle Yogini.

 
Seguitavamo il rientro per la diversione di un sentiero di campagna, ove nel corso della stagione monsonica trattori e carri avevano lasciato i solchi di un rivolgimento talmente in profondo,  che sconquassava  il pulmino e le nostre viscere mettendoci  con  l'autoveicolo a dura prova, fintantoché non ne uscivamo a pochi chilometri da Chandla.

 
Senza più la luce del giorno e rare essendole lampade accese, lasciava sgomenti l’attraversamento di Chandla lungo l’arteria stradale principale,  popolata di persone che avanzavano tra le tenebre di negozi affacciati nel buio di un continuo dissesto pulverulento, senza che se ne potesse trarre respiro che una ventina di chilometri dopo, quando il fondo del percorso tornava a farsi un ammanto stradale fino a Khajuraho.

23 ottobre 2012


 














Neanche al crocevia di M*. dove eravamo appena scesi dal bus diretto a Mahoba, attardandoci per incrociare quello proveniente da Chhattarpur in direzione di Lori, o Londi, o Laudi, sul cui bisticcio nominale ero arrivato quasi a bisticciarmi di fatto con Kailash, sapevano dirci alcunché di preciso su dove mai fossero Vyas Badora o Hindora Vari. Di Badora ne esistevano due, a quanto pareva, situate quanto mai vicine, o parecchio distanti, a seconda dell'uno o dell'altro degli astanti, come di Brijapur ne avevamo discoperte già almeno due nel distretto di Chhattarpur, e non avevamo ritrovato Kishangarh senza che ci fosse una Kishanpur a precederla, quanto nel Madhya Pradesh non c’è Chanderi senza una sua opposta Chandrei, una Narshimhapur senza una corrispettiva Narshinghgarh . Anche solo limitandoci a Hindora vari, in Lori si tramutava a dire di alcuni in una Ellora Vari di indefinita collocazione,  all’arrivo nella sua polverosa animazione diurna, di mercati e traffico, che si disarticolava in un complesso di anonime vie, a dispetto della suggestione del sito, ai piedi dei dirupi tra cui la via che vi immetteva si apriva il varco, e su cui si arroccavano dei santuari intorno. Ma Lori non poteva essere più che un inquietante luogo di sosta, a seguito dei recenti accadimenti che il penitenziario locale evocava a Kailash, che vi era di ritorno in capo a pochi giorni, dopo che aveva dovuto mettervi piede con il fratello, e lo zio materno, per ottenervi la scarcerazione del padre grazie alla cauzione in terreni assicuratagli dal cognato, a rimedio del guaio cui era servita per davvero tutta la sua stupidità per procurarselo. Di sua spontanea iniziativa si era recato dalla stazione di polizia locale per denunciare le percosse che alla moglie erano state inflitte dal fratello sadhu, miserabilissimo, e che non c’è più gran che con la testa, in combutta con la propria di consorti, malmenandoli entrambi a sua volta. Il tutto era stato originato dalle presunte maldicenze della madre di Kailash sulla figlia del sadhu, che sarebbe stata da poco malmaritata con una famiglia della stessa casta ancor più povera della loro. Alla denuncia la polizia aveva convocato l’accusato, e di fronte alle opposte versioni cui si era trovata di fronte, li aveva fatti trasferire entrambi nel centro di polizia del tehsil, in Rajnagarh, da cui, essendo di domenica e non potendo essere chiamati in causa avvocati e garanti delle cauzioni, avevano pensato bene di trasferire entrambi i contro accusantisi nel carcere mandamentale di Lori.“ Cosi mio padre ha almeno imparato quel che si ricava in India a trarre di mezzo la polizia, rovinando la reputazione dei propri figli” la morale dell’accaduto trattane quei giorni da Kailash .Ora egli s’aggirava da un conducente all’altro, in cerca di chiarimenti sulle nostre destinazioni fortunatamente invece turistiche, cercando insieme con me la collimazione delle diversioni dislocazioni di Vyas Badora, una qualche  concordanza sinottica tra quanto ce ne dicevano i rivenditori di bibite e di somosa e di pokora a cui avevamo già chiesto ragguagli. Dopo avere tergiversato con dei drivers che erano di Mahoba, e che alla vista della mia "white face" prontamente avevano giocato al rialzo della tariffa richiesta, prima ancora di chiedersi che ne sapessero di dove dovevano condurci, il suo spirito di iniziativa al mio fedele servizio non meno di un Garuda genuflesso al suo Vishnu, si concretizzava ben presto in un conducente affidabile, che aveva ritrovato sospingendosi al di là dei chioschi di banane e mango e fiori e altra frutta, per una tariffa conveniente verso una destinazione di cui ci convinceva che sapesse dov'era: oltre Chandla, a cui correva l’arteria stradale su cui eravamo già avviati.
Vi iniziava così una veloce corsa che già in Moreri , dai caseggiati suggestivi di malta, avrebbe dovuto arrestarsi al posto di blocco di alcuni adepti della Mahadeva, che nell’imminenza di Navaratri intimavano l’alt alla nostra ed alle altre autovetture, taglieggiando un contributo per l’allestimento dei suoi festeggiamenti. Non ci restava che  arrendersi ad essi e al rallentamento ininterrotto, successivo, che imponeva l'infittirsi delle buche lungo il percorso, fino a farlo il tormento continuo di soprassalti e sterzate digressive, nei tentativi uno dopo l'altro di eludere i crateri interminabili del fondo stradale. Ancor più che tra Rajnagarh e Lori, il paesaggio intorno si faceva arido e rado di piante e di alberi, tra i rilievi collinari che si diradavano all’orizzonte . “ No dams, less water” la ragione della siccità crescente che  Kailash era venuto sentenziando, da che, appena poco oltre Rajnagarh, avevamo finito di costeggiare sbarramenti di dighe. La strada che percorrevamo aveva finito intanto di conoscerla, da che avevamo superato la casa in cui viveva una sorella del padre. Ancor più desolante era lo stato dell’arteria stradale di Chandla, in cui tra la polvere dello sterrato dissetato in cui si era scrostato il manto stradale, avvallandosi in scoscendimenti pietrosi, per chilometri e chilometri, affondavano i negozi circostanti e chi percorreva la strade. Svoltavamo infine a destra per Vyas Badora, e lo stato del percorso migliorava di poco, nei pochi chilometri ancora restanti, chiedevamo dell’abitato del villaggio a un anziano che vi sostava ai margini con altri coetanei, e ci diceva di svoltare a sinistra, all’altezza di un albero di mahua. Il sentiero su cui così ci immettevamo, tra filari di alberi  finalmente ci immetteva in Vyas Badora, era poco più che un villaggio sparuto, ma quanto incantevolmente “ remote and lonely”, nelle sue case smaltate di fango candido ed ocra, al limitare delle cui soglie delle donne erano intente al trancio di canna da zucchero, alle ruote girevoli dell'attrezzo ad uopo. Oltre i massi che intorniava il residuo villaggio, gli abitanti ci confermavano la sussistenza dei mandir di cui non avevamo ancora traccia, la loro realtà ci era ancora del tutto incredibile, quando la loro apparizione si materializzava in una visione che mi lasciava stupefatto d’incanto. Laddove, stando alle immagini che ne avevo desunto in rete, mi aspettavo di vedere ergersi al più degli ammassi di rovine templari, a dispetto della natura incognita e remota del sito, sconosciuta ai più negli stessi dintorni, tra i massi prospicienti che digradavano verso un’ampia vallata nell’imminenza del Ken river, percorsa da mandrie di bufali al pascolo, cui succedeva il profilarsi ameno di ulteriori rilievi collinari, a perdita d'occhio, sovrastava i ponteggi di un cantiere la sopraelevazione in corso di un grandioso tempio gemellare, oltre il quale le celle porticate di altri due templi si offrivano alla vista. Delle coperture dei due sikkara sorgeva dal corpo del tempio il rudimento del pietrame interno, ad assimilarli a monchi altiforni.

 
Accedevamo al tempio da una rampa laterale della sua piattaforma e ci ritrovavamo nel mandapa della sala antecedente la cella di uno dei suoi due sanctum. Tale sala era interconnessa con quella, ad essa parallela, in cui un Nandi diruto /dirupato* sostava in adorazione interminabile al suo dio. La copertura della sala che dava adito al tempio era a guisa di volta, e la costituivano circoli di rilievi delicati, mentre era quadrangolare la copertura dell’atrio, o ardamandapa, del portico d'entrata che la precedeva, sostenuto da corti pilastri, ed affiancato da un identico ingresso ad esso parallelo,  per chi avesse risalito i gradini di quello che era l’accesso principale al loro sito gemino di culto.
I portali del garbagriha recavano stipiti ornamentali secondo moduli canonici, non fosse che il canopo delle divinità fluviali,  assecondate nelle loro flessuosità tribhanga da attendenti naga, sortiva nelle sue volute da kirtimukka leonini, e che un profilo di diamanti ne anticipava la profusione decorativa in pilastri e nelle pareti circostanti, in cui si infittivano in una decorazione puramente geometrica, insieme a reticoli di jali costituiti di quadrettature di dadi. Alle  estremità dei pilastri apparivano i tripudi di foglie di vasi dell'abbondanza, desunti dalla loro germinazione ancora fervidamente naturalistica nei templi Gupta, ma che le maestranze del tempio avevano stilizzato i in forme geometricamente assai più astratte, che preludono alla loro stampinatura lineare nei tempi Chandella di Khajuraho. Le sforature in oculi di cielo delle volte cadute delle sale di accesso alle celle di Shiva, propiziavano l’eccesso estatico del percorso del tempio.
Più a sud , digradante, era il Chausat Yogini mandir, all’incrocio di due transetti da cui vi risalivano al centro i quattro portici d’accesso, ove si situava il santuario principale, mentre le edicole riservate alle sessantaquattro Yogini, con tre forse in aggiunta, riservate come in Khajuraho alle divinità alleate delle Yogini. in esso albergate, erano disposte all'interno e all’esterno del deambulatorio che sulla piattaforma era intorno al santuario. Di rilievo il motivo nel basamento del portale d’ingresso alla cella della Dea, una kalasha, tra due volute, come ad esempio nel tempio Lalguan di Khajuraho, che era dedicato a Shiva ed è poco distante dal tempio delle 64 Yogini.


  



Già viene calando la fumosità diurna, quando dai templi lo sguardo torna ad allargarsi all’intera vallata, agli armenti che ancora vi sostano al pascolo, ai ragazzi che li accudiscono attenti,  agli abitanti del villaggio che lungo i tracciati dei suoi percorsi vi fanno ritorno, ed è già sera quando siamo di nuovo all’ingresso del villaggio, e Kailash intravede sulla nostra destra un altro tempio tra i campi, chiedo di fare una sosta e vi giungo da solo, tra i rovi non ne sopravvive che la cella, che reca sulla soglia lo stesso motivo ornamentale di quello d'accesso al sanctum del tempio delle Yogini.

 
Seguitavamo il rientro per la diversione di un sentiero di campagna, ove nel corso della stagione monsonica trattori e carri avevano lasciato i solchi di un rivolgimento talmente in profondo,  che sconquassava  il pulmino e le nostre viscere mettendoci  con  l'autoveicolo a dura prova, fintantoché non ne uscivamo a pochi chilometri da Chandla.

 
Senza più la luce del giorno e rare lampade accese, lasciava sgomenti l’attraversamento di Chandla lungo l’arteria stradale principale,  popolata di persone che avanzavano tra le tenebre di negozi affacciati nel buio di un continuo dissesto calamitoso, pulverulento e ininterrottamente sconnesso, senza che se ne potesse trarre respiro che una ventina di chilometri dopo, quando il fondo del percorso tornava a farsi un ammanto stradale fino a Khajuraho.

23 ottobre 2012

mercoledì 3 ottobre 2012

Quinta elegia indiana- frammento

(Omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori)

Per Chandu, Kailash ed io,
Che alcova di amore Per Chandu, Kailash ed io,

La cappotta del ciclo-riscio sotto le piogge di Chhatarpur,

la delizia del nostro bambino

il cuore giocoso del nostro bene,

tracimi pure l’immondo monsonico,

cali la caligine più tetra tra gli scrosci a dirotto

sulle strade dirupate tra (i ) negozi deserti,

il riso di Chandu è già la sfera di sole che riappare

tra lo smagliare dei campi,

come la luce ne ripercorre la rigogliosa verzura,

e nelle pozze lutulente
lustra i bufali a ristorarsi ammusando,

........................................................................................................

finchè e invitto il sole ritorna
 il sole ritorna tra le foglie sfagliantesi  del sargon in fiore
all'intenebrarsi e s'intenebra nella disperazione del il nostro amore,
nel mio grembo, l'amico reclino,
di dolorosa madre e Narashima che l'eviscera,
" nemmeno per mio padre ho fatto mai questo"
mi dice nel ripulirmi i sandali della mia merda,
che credevo in cortile la cacca
fosse di Chandu,

“e perché mai lui  lo tieni ancora in casa tua
se  ti lascia  così  povero
E non hai fatto tuo il suo denaro”
il veleno che mi confida nella notte degli indigeni cobra

cui immune persiste il suo cuore,
da un'altra vita vincolandolo
indistruttibile il dharma,

Con l’amico ancora di nuovo dove il cuore infranto


Per il nostro Sumit , (morto da poco),

incantava Vishnu Ananta Shayana ,

L’ascesa a Shiva Bhairava,

dove il Dio vinse il tempo e gli fu la gola bruciante bruciò la gola,

alle rovine dei templi di Ajaigarh invase dal sole,

di altri, ancora più remoti ed ignoti,

alla scoperta del loro abbandono fra i campi,





e lasci i banchi dove di  Darmendra , Pyush, Pratap

sono i nuovi volti che stanno in ascolto,

è pura menzogna il complain

che il principal ti chiede di sottoscrivere

contro i suoi detrattori (per il tuo insegnamento)


in che luce di gioia, di Dusshera,
 dalla Dea riattinta la vita
per la Sua morte per acqua,

prima della nella notte di che  freddi fuochi celesti
sul il crepitio di lacrime e di fuochi umani di che infelice doloroso Diwali,
di che doloroso Diwali,

reca la  mia testa mozza  Nirriti l'atroce,
e nessuna frenesia di danza
può sventare che sia il rullio della sentenza,

hai maledetto i tuoi passi  ulteriori
nell'ingiuria del  dio,
tu che già infestavi di sventura la sua casa
funestando il tuo passato ogni  nuovo inizio mancato


eppure l'amico non cede al veleno
che s'insinua nello strazio mentale
“E perché mai lui lo tieni ancora in casa tua

se ti lascia lo stesso così povero,
E non hai fatto tuo il suo denaro”



il veleno che mi confida nella notte degli indigeni cobra

eppure, credendo e sperando,
al linga inesorabile si è prosternata
la fronte segnata,
per Agni si è offerto lo sterco
 fumante di ghee,
al passaggio aureo di Laxmì
(stanno ciotole di luce
in attesa che entri)
 ciotole di luce stanno in attesa che entri,
(ciotole di luce attendono che entri)


(nella notte insonne
chiedendo lenimento al Dio che è Amore)
 chiedendo lenimento, nella solitudine notturna (notte insonne,
e ancora cedendo (desistendo) (cedendo) al Dio che è Amore.

(eppure, credendo e sperando,
al linga inesorabile si è prosternata
la fronte segnata,
 al linga inesorabile si è prosternata la fronte,
per ad Agni si è offerto lo sterco
 fumante di ghee,
per Agni, in Agni, con Agni,
si è offerto lo sterco fumante di ghee,
al passaggio aureo di Laxmi
ciotole di luce stanno  in attesa attendono che entri,

nella notte, ancora insonne,
chiedendo lenimento
e ancora cedendo al Dio che è Amore.
(chiedendo lenimento al Dio che ci brucia l'uno per l'altro).

.


,

 del roveto dei frutti di sventura nella sua casa,





........................................................................

In Brijpura





"Oh, forse un turista all’anno si farà vivo al Bapucultural tours”, queste parole di Kailash  mi stroncavano all’arrivo in Bijawar, provocandomi un sussulto di sconforto che non lasciavo trapelare, ma che accusavo nella voce affievolitasi,  nel difendere la scelta di seguitare in autobus sino a Kishangarh, anziché pervenirvi in jeep, da Bijawar, per 900 rupie che il conducente era disposto a ridurre solo a 800. La deviazione, su un fondo stradale accidentato, che una volta giunti a Kishangarh avremmo dovuto affrontare per recarci al tempio hindu di Brijpura, avrebbe comportato un aggravio ulteriore che avrebbe fatto lievitare i costi oltre le mie disponibilità di spesa. Dunque, riconsideravo affranto, era con tale spirito che Kailash aveva rinunciato alla dabha per affidare alla nostra agenzia turistica ogni sua prospettiva di futuro, l'avvenire per sé e i suoi figli?
Il percorso, lasciata Bijawar e il suo forte rispecchiantesi nella luminosità serena del talab soggiacente, si faceva sempre più ameno tra il profilarsi di colli, mentre lasciavamo alla nostra destra il santuario di Jatashankar, e ci ritrovavamo di nuovo in Dawraa, ad aggirarne i bastioni della fortezza e i casolari che la attorniavano, per inoltrarci una prima volta verso Kishangarh..Il paesaggio seguente si faceva ancora più addentro a (era ancora più addentrato tra *)  rilievi collinari e foreste fragranti, dove nelle radure. divagavano sadu in prossimità di tempietti  Scollinato un passo,  alfine eravamo in dirittura d’arrivo a Kishangar verso le tre del pomeriggio. Il forte, che si profilava alla nostra destra, appariva sommerso dalle piantagioni abbarbicate dintorno, anch’esso, come quello di Bijawar, era assecondato nella sua cinta muraria dal dilatarsi intorno ad esso di un incantevole talab, a sua volta intorniato dai bianchi casolari del villaggio.
Kailash, con la sua intraprendenza, mentre percorrevo da solo la strada ai bordi del talab,  mi aveva intanto già assicurata la jeep che ci avrebbe condotto a Brijpura. Di cui, data l’ora già tarda, anticipavamo la visita rispetto all’entrata nella fortezza.
Il percorso era una pista dal fondo rossastro, pietroso e compatto, che si dilungava tra l’aperta campagna e l’infittirsi della boscaglia protetta del parco di Panna.
Era quindi Kailash, con la sua acutezza di sguardo, ad avvistare per primo il tempietto tra il folto degli alberi. Un incanto, la vista del curvilineo sikkara coronato di amalaka tra le cime degli alberi. Con Kailash e gli uomini al seguito del conducente della jeep, mi inoltravo tra i campi che ci separavano dal monumento remoto e solitario, con la palpitazione sognante di rivivere il ritrovamento originario di templi hindu, quando giacevano ancora ignoti ai più nella giungla impenetrata.
Che piccola meraviglia il suo fronteggiarmi,
quando mi si è offerto a una vista ravvicinata,
in fattezze armoniose, in cui comparivano ancora integri i costituenti fondamentali di un tempio hindu: una piattaforma – o jagati-, consentiva l' accesso alla saletta del' ardmandapa di un portichetto su quattro pilastri, che antecedeva, nel corpo del prasad, il vestibolo interiore dell’antarala e la cella del sanctum del garbagriha.


In assenza del lingam, la yoni ricordava che il tempietto era la sacra dimora di Shiva, come attestava una minuscola effigie di Ganesha al centro del portale, mentre sui lati, in corrispondenza della risega della bhanda del sikkara, oculato di una trama di gavakhsha, tre proiezioni recavano le immagini della trimurti, Vishnu a destra,
, Shiva retrostante,
Brahma sul fianco sinistro.
Un’ immagine di una Chamunda emaciata e scheletrica concludeva le raffigurazioni, comprensive di piccole effigi dei dikpalas in ogni direzione angolare. Il fregio di un listello testato a forma di T, *
 serrato alle due estremità dalla kalasha di un vaso fogliato dell'abbondanza, come nei tempietti sivaitici che in Dhubela sono correlati ai culti tantrici delle yogini, o nel Lalguan Mahadeva di Khajuraho, correva su ogni pilastro del porticato, mentre reticoli di dadi, e rombi di diamanti,
si interponevano tra i corpi del prasad ed il shikkara,  preceduto dal fregio del frontoncino centrale dell’antefissa di una sukanasika.

Mi sa che dovrei portarti da Kishangarh un lettino e un materasso, perché tu possa dormire presso il tuo tempio”,
commentava Kailash, consapevole, e contento ,di quanto ne fossi estasiato, distaccandosi, nel raggiungermi, dal gruppo degli uomini con cui si era appartato. Ma già il sole si faceva calante,
e dopo le sei, ci era stato annunciato, non ci sarebbero più stati autobus da Kishangarh per Chhattarpur, correva dunque già l’ora del nostro rientro, per una perlustrazione breve dell’interno del forte.

Mentre vi indugiavo, Kailash mi anticipava all’uscita, per differire la partenza dell’ultimo autobus. Avremmo avuto ancora il tempo di osteggiarci, in Chhattarpur, per i suoi ordini impartitimi come a un secondo Chandu, quando per anticipare l’autobus che solo alle undici sarebbe pervenuto a Bamitha, ha preso inutilmente un autorickshaw, per il punto di sosta terminale dei veicoli pubblici all’uscita della città, dove l’autobus che era già in partenza era troppo affollato, quando ci siamo affacciati al suo interno, perché avessi l’animo di restarvici sopra. Così facendo ci è rimasta solo la possibilità di prendere più tardi, a quella stessa fermata,  l’autobus che avevamo lasciato ancora vuoto alla stazione, quando anch’esso era già gremito all’eccesso. Sono stato così costretto a quanto di più proibitivo ci poteva essere per il mio piede destro ,ancora gonfio per la contusione dell’urto con una panca di ferro della All Saint’s School, una lunga degenza in piedi fino alla discesa in Bamitha. Strascichi tristi, anche in Khajuraho, di un infelice amore senza più speranze, che più non crede che Kailash si risollevi dalla sua ignavia per ritrovarsi in un lavoro reale*, che io possa impormi al mio bisogno di lui, alla mia fragilità aggressiva ed ai miei crolli di schianto, che ne sono l’alibi ricorrente del farsi il mio career, invece di propendere a qualsiasi occupazione.


3 ottobre 2012

Oh, forse un turista all’anno si farà vivo al Bapucultural tour”, queste parole di K mi stroncavano all’arrivo in Bijawar, era un sussulto di sconforto che non lasciavo trapelare, ma che accusavo nella voce affievolitasi nel difendere la scelta di seguitare in autobus sino a Kishangarh, anziché pervenirvi in jeep da Bijawar per 900 rupie che il conducente era disposto a ridurre a 800. La deviazione su un fondostrada accidentato che ha per avremmo dovuto affrontare, una volta giunti a K,. per recarci al tempio hindu di Brijpura, avrebbe comportato un aggravio ulteriore che avrebbe fatto lievitare i costi oltre le mie disponibilità di spesa.Dunque, era con tale spirito che K aveva rinunciato alla dabha per affidare alla nostra agenzia turistica ogni sua prospettiva di futuro?


Il percorso, lasciata Bijawar e il suo forte rispecchiantesi nella luminosità serena del talab soggiacente, si faceva sempre più ameno tra il profilarsi di colli, mentre lasciavamo alla nostra destra il santuario di Jatashankar, e ci ritrovavamo in Dawraa, ad aggirarne i bastioni della fortezza e i casolari che la attorniavano per inoltrarci verso K.. Il paesaggio seguente era ancora più addentrato tra rilievi collinari e foreste fragranti, dove divagavano sadu in prossimità di tempietti nelle radure. Scollinato un passo eravamo in dirittura d’arrivo a Kidshingar verso le tre del pomeriggio. Il forte appariva sommerso dalle piantagioni abbarbicate dintorno, anch’esso assecondato nella sua cinta muraria dal dilatarsi intorno ad esso di un incantevole talab, a sua volta intorniato dai bianchi casolari del villaggio.

K. con la sua intraprendenza mi aveva intanto già assicurata la jeep che ci avrebbe condotto a Brijpura. Di cui data l’ora tarda anticipavamo la visita rispetto all’entrata b nella fortezza.

Il percorso era una pista dal fondo rossastro pietroso e compatto, tra l’aperta campagna e l’infittirsi della boscaglia protetta del parco di Panna.

Era Kailash, con la sua acutezza di sguardo, ad avvistare il tempietto tra il folto degli alberi. Un incanto, la vista del curvilineo sikkara coronato di amalaka tra le cime degli alberi. Con Kailash e gli uomini al seguito del conducente della jeep mi inoltravo al seguito tra i campi che ci separavano dal monumento remoto e solitario, con la palpitazione sognante di rivivere originario il ritrovamento dei templi hindu, quando giacevano ancora ignoti ai più nella giungla impenetrata.

Era una piccola meraviglia il suo fronteggiarmi, quando mi si è offerto alla vista, in fattezze armoniose in cui comparivano ancora integri i costituenti fondamentali di un tempio hindu, una piattaforma – o jagati-, consentiva il duplice accesso alla saletta di un un mandapa porticato su quattro pilastri, che antecedeva, nel corpo del prasad, il vestibolo interiore dell’antarala e la cella del sanctum del garbagriha, dove in assenza del linga la yoni ricordava che il tempietto era la sacra dimora di Shiva, come attestava una minuscola effigie di Ganesha al centro del portale, mentre sui lati, in corrispondenza della resega della bhanda del sikkara, oculato di una trama di gavakhsha, tre proiezioni recavano le immagini della trimurti, Vishnu a destra, con due fantolini, Shiva retrostante, Brahma sul fianco sinistro, una immagine di una Chamunda emaciata e scheletrica concludeva le raffigurazioni, comprensive di piccole effigi dei dikpalas in ogni direzione angolare. Il fregio di un listello testato alle due estremità dalla kalasha di un vaso, come nei tempietti sivaitici correlati ai culti tantrici delle yogini in Dubela, o nel Lalguan mahadeva di Khajuraho, correva su ogni pilastro del porticato, mentre reticoli di dadi e rombi di diamanti si interponevano tra i corpi del prasad e il shikkara, fronteggiato dal fregio del frontoncino centrale dell’antefissa di una sukanasika.

“ So che dovrei portarti da Kishingarh un lettino e un materasso perché tu possa dormire presso il tuo tempio”, commentava Kailash, consapevole contento di quanto fossi estasiato, nel raggiungermi dal gruppo degli uomini con cui si era appartato. Ma già il sole si faceva calante, dopo le sei non ci sarebbero più stati autobus da Kishangar per Chhattarpur, correva già l’ora del nostro rientro, per una perlustrazione breve dell’interno del forte, mentre Kailash mi anticipava all’uscita per differire la partenza dell’ iultimo autobus. Avremmo avuto ancora il tempo di osteggiarci in Chhattarpur per i suoi ordini impartimi come a un secondo Chandu, quando per anticipare l’autobus che solo alle undici sarebbe pervenuto a Bamitha, ha preso inutilmente un autorickshaw per il punto di sosta terminale all’uscita della città, dove l’autobus che era già in partenza era troppo affollato perché avessi l’animo di restarvici sopra. Così facendo ci è rimasta solo la possibilità di prendere più tardi a quella fermata l’autobus che avevamo lasciato ancora vuoto alla stazione, quando anch’esso era già gremito, costringendomi a quanto di più proibitivo ci poteva essere per il mio piede destro ancora gong fio per la contusione dell’urto con una panca di ferro della All Saint School, una lunga degenza in piedi fino ala discesa in Bamitha. Strascichi tristi, fino in Khajuraho, dell’ infelice rapporto di un amore senza più speranze nel risollevarsi di K dalla sua ignavia a un lavoro, che io possa impormi al mio bisogno di lui, alla mia fragilità aggressiva e ai miei crolli di schianto, che ne è l’alibi del farsi il mio career invece di propendere a qualsiasi occupazione.

martedì 25 settembre 2012

Andando a Dewara, al Putara-Putaryon Ke Datta


( riscrittura agosto-settembre 2013)
Oltre i villaggi di Jhamtuli e di Ottapurwa, in motoricksaw con Ajay e Chandu , delizia di noi tutti, c’eravamo appena inoltrati nello scenario ameno dei lievi rilievi collinari che si profilavano oltre le ondulazioni dei  coltivi, nell’ulteriore splendore dei mattini settembrini ch’erano subentrati alla caligine monsonica che per intere settimane era gravata  tediosa, e già con Kailash erano insorti i miei senili malumori, per il solo futile motivo che aveva scelto di differire la sosta nell’ultima dabha che ancora restava lungo la strada di largo traffico tra Panna e Chhatpupur, senza che lungo l’arteria laterale accidentata che ora stavamo percorrendo, ancora si presentasse anche solo una chai-khanè, anche solo un negozietto sotto le cui  lamiere potessimo sorbirci un the, di sobbalzo in sobbalzo al tormentio del fondo continuamente disgregantesi nell’acciottolato dei rivoli d’acqua che ne frammentavano il corso. Nelle mie umoralità nervose avevo dovuto chinarmi alle superiori ragioni indiscutibili del mio amico, che non a torto era contrario ad ogni sosta nei villaggi tra cui trascorrevamo,- non più di qualche foto ai baigneurs e alle baigneuses, lungo il fiume in prossimità del quale si apriva lo slargo in cui il febbraio scorso eravamo stati partecipi di una fiera di villaggio-, prima che in Dewrah non fossimo arrivati finalmente  alla sola meta iniziale del nostro percorso, talmente la lentezza del motorickshaw dilungava i tempi dell’arrivo in tale villaggio . Lo sovrasta una fortezza Bundela, ch’era il primo monumento interessante dell’itinerario di cui stavamo anticipando il percorso per i futuri visitatori di Khajuraho e dintorni, che  volessero avvalersi dei servigi del Bapuculturaltours.
Non di meno, a due ore, oramai, dalla partenza da Khajuraho, da cui eravamo ancora distanti na trentina  di  chilometri appena, una sosta si imponeva anche a Kailash, nelle due locande adiacenti, di pietrame e cannicciate, che precedono il villaggio in altura di Salaeya, di cui Kailash sapeva soltanto che ne era originaria la moglie del fratello Manoj, per uno spuntino di the e di fragranti pokora, non che per accertare se fosse proponibile ai nostri ipotetici clienti.
Quindi seguitavamo sulla via di Dewrah, dove tra scoscendimenti di rivi, infinità meravigliose di fiori gialli e di gialle farfalle nel rigoglio vegetale, ci addentravamo in un ombroso incantevole percorso forestale, dilettandoci al raduno di famigliole di scimmie, dove le radure erano schiuse da pozze d’acqua. Un tempio a Shiva e ad Hanuman precedeva il luminoso specchio lacustre di un talab, il seguente villaggio tortuoso di Amronya nel varco ai piedi di un rilievo intorno al quale si era propagato,  prima che una deviazione ci costringesse a dilungare il percorso traverso Kishanpurah, quando già ci credevamo in dirittura di arrivo a Dewrah. 
L’abitato che in virtù della sua fortezza immaginavo fosse un centro urbano sviluppato quanto Rajnaghar, od altri capoluoghi di tehsil del circondario, appariva un piccolo villaggio per lo più costituito di dimore smaltate di fango, disposte intorno alla modesta prominenza del forte che le sovrastava sul suo dirupo: e il negoziante dello spaccio prossimo alla fermata degli autobus, ci lasciava presto intendere che ben poco c’era da vedere: l’interno del monumento, che figura tra quelli protetti dai dipartimenti archeologici del Madhya Pradesh, era la discarica di carogne di vacche e un ricettacolo di bovini infetti e malati. Con un uomo del posto che ci faceva spontaneamente da guida, non ci restava che girare attorno al cupo fulgore dei suoi bastioni, alla bellezza dell’impianto serrato delle sue cinte murarie sobriamente merlate, anche perché, quando tentando di resistere ai miasmi fetidi provavo ad avventurarmi oltre la scalinata d’accesso, mi ritraeva all’esterno la vista del fondo del corridoio interno,  uno sterrato di solchi di sterco.

 
Erano oramai trascorse le due del pomeriggio, e benché a completamento dell’itinerario restassero ancora da raggiungere l’altro forte di Kishangarh, e il tempio Chandella fortemente intrigante di Brijpura, calamitavo Kailash ad  esplorare almeno il più rilevante dei due siti preistorici nelle vicinanze, le caverne di graffiti,  con immagini di cervi e di cacciatori, di Putara-Putaryon Ke Datta, in ragione del fatto stesso che il Bapuculturaltours si sarebbe così potuto fregiare a pieno titolo della prerogativa di offrire escursioni in siti di prehistoric paintings, come preannunciava la card che già io e Kailash avevamo fatto stampare. Stando alla guida del posto da cui ci facevamo accompagnare, ero io il primo dei visitatori stranieri di cui avesse memoria, una indicazione che mi esaltava più di quanto potesse significare un’avvertenza, dopo che le grotte ci erano state prefigurate sulla sommità scoscesa dei colli prospicienti, che verdeggiavano di una giungla boschiva in cui era d’obbligo avventurarsi con chi si era offerto di scortarci come affidabile e indispensabile guida del luogo, dato che vi era segnalata la presenza di fiere. 
Giunti con il motorickshaw alla radura di un fiumicello che precedeva l’ammanto forestale, il dissesto della pista sconsigliava di procedere oltre con il veicolo, sicché io e Kailash facevamo rientrare nel villaggio il conducente con i nostri bambini, lasciando Chandu in affido alla custodia primaria di Ajay, e ci inoltravamo con la guida nell’addensarsi della giungla e delle sue insidie animali.
Tutta la stolidità dei miei presupposti che  si potesse essere di ritorno in poco più di un’ora dai tre chilometri di percorso che ci separavano dalle pitture rupestri,  secondo il sito in rete del direttorato di archeologia del Madhya Pradesh, dove non figurava alcun preavvertimento delle  difficoltà che comportava il cammino, mi si palesava appieno non appena iniziava l’erta, e cominciavo ad accusare il tormento delle mie sofferenze artrosiche agli arti inferiori, la difficoltà a poggiare i miei piedi, senza incavo, tra il percorso roccioso nel folto della boscaglia.
 
L’ascesa era continuamente differita dai miei affanni e lamenti, cui Kailash si attardava a prestare soccorso. Mirabile era la vista dei colli prospicienti oltre il fondovalle, incantevole l’addentrarsi tra i cannneti di “ chara”, sempre più nel folto insidioso di annidantisi cobra, e ancora più in alto, ma ottenebravano ogni senso il dolore e l’affanno, l’ansia angosciata e lo sconforto che stessi sottoponendo il corpo a ciò che non gli era più possibile, eppure sospinto ancora avanti ,dalla determinazione di assicurarmi la vista e l'esperienza di una delle mete di maggiore prestigio prospettate dal  nostro Bapuculturaltours, mentre nessuna delle rocce e delle cavità che raggiungevamo sembrava essere caratterizzata da altre configurazioni che quelle dei suoi rilievi muschiosi rinsecchitisi e dei suoi strati variegati. Intanto, sovrastanti, i dirupi terminali che si facevano imminenti, lasciavano solo presagire che avrei dovuto rinunciare alla mia meta per sua inaccessibilità, proprio quando vi fossimo giunti in prossimità. E poi, ero in grado di affrontare la discesa, o senza soccorsi non sarei rimasto impedito nel bosco?

 
La guida, giunti alle prominenze sovraergentisi degli ultimi scaglioni rocciosi, sembrava avvertirci, secondo quanto Kailash mi lasciava intendere, che proprio sulla loro sommità che mi era preclusa si trovavano le grotte delle pitture preistoriche, ma potevamo pur sempre tentare di aggirarli. Solo che al termine penoso del percorso elusivo, mi ritrovavo a soggiacere a dei lastroni su cui mi era impossibile inerpicarmi. Che dunque vi balzasse con la guida il solo Kailash, per raggiungere il miraggio delle grotte preistoriche e trasmettermene le immagini. Lasciato solo, sotto i blocchi pietrosi, nella brezza fragrante lo spirito di sofferta rinuncia si  pacificava e mi quietava, raddolcendomi in ogni mia asperità contro lo stesso  Kailash, per quanto si era fatto sempre più distante, ed estraneo, od insofferente della mia sofferenza fisica, quanto più ero venuto accusandola in continui lamenti ( incontenibili), mostrandosi sempre meno disposto a stare in ascolto delle mie richieste di aiuto, mentre si era prestato, con fervore, a salvare almeno attraverso le  immagini delle pitture preistoriche ritrovate la nostra esperienza. Ma i minuti passavano, troppi minuti, senza udire più voci, rispetto a quanti ne richiedevano un avvistamento e un sopralluogo nelle sovrastanti vicinanze, e insorgevano sempre più l’ansia, l’angoscia assillante, sulle sorti di Kailash  e della sua guida, su che cosa potesse essere accaduto, che ne spiegasse il persistente silenzio e il mancato ritorno, al mio ritrovarmi abbandonato da solo e nel timore, che in stato d’emergenza, non potessi farcela a ridiscendere con le mie sole forze.
Kallu, Kallu Kailash, - iniziavo a gridare- Kallu, Kallu Kailash, dove sei amico mio?
Un mugolio udivo in risposta, ogni tanto, che pareva essere il grido d’aiuto di chi fosse caduto in un baratro senza più possibilità di scampo, delle parole portate dal vento che sembravano l’ultimo lamento al mondo di chi era già nella morte “ Kailash there isn’t more..”
Atterrito, seguitavo a richiamare il mio amico con ancora più sconforto, “ Kailash, rispondimi da dove ti ritrovi, torna indietro a raggiungermi se ancora ti è possibile…”
E se il silenzio fosse stata l’assenza di voci e rumori di un compiuto omicidio, e la guida si stesse apprestando a raggiungermi per finire anche me?
Che mai si stava rivelando quel giorno di luce e di sole, in cui io e Kailash eravamo partiti con i nostri bambini senza timori presaghi, ora che la mia, che la nostra vita, era forse rimasta senza più lui?
Ed era il solo volto della guida che giungevo infine ad avvistare, giù alla fine dello scoscendimento in cui ero riuscito a calarmi.
E Kailash, il mio amico?
Non una parola in risposta.
Si limitava solo a farmi cenno con il capo che stava sopraggiungendo.
Ma dal folto non vedevo ancora pervenire alcuno. Scrutavo ancora, e finalmente intravedevo il suo volto, il suo caro volto, intensamente intento in un compito, senza che vi fossero disegnate pena ed affanno di sorta.
L'amico aveva solo parole per sgridarmi: “Non fosse stato per le tue grida, forse avremmo potuto raggiungere per davvero le grotte”
Si erano inoltrati lungo tutto il pianoro sovrastante, arrischiandosi a discenderne per il tramite della trafila dei rami di un albero, pur di raggiungermi quanto prima, senza che fossero riusciti ad avvistare , prima di essere richiamati dalle mie grida, alcuna cava con immagini di cervi o d’altri animali e di cacciatori, purtuttavia avevano rivenuto e fotorafato quelle di un profilo di Shiva con un cobra sinuoso, di una sagoma femminile rispetto alla quale si interponeva lo spuntone di una roccia.
Di tanta istantanea insensibilità dell'amico alle mie sofferenze, non importava gran che al mio cuore, talmente lo felicitava la gioia che Kailash fosse incolume e vivo, che il suo cimento si riconoscesse a tal punto, come nel suo compito e lavoro vitale, nei servigi al Bapuculturaltours di cui l’avevo insignito della licenza.
Lungo la discesa, meno dolorosa e a me impervia di quanto paventavo, ci avrebbe pur arriso il ritrovamento di alcune sbiadite immagini, color ocra, di animali e di un cacciatore, sotto un incavo a guisa di tettoia.
E addolcitosi, l’amico avrebbe poi sorriso fraterno del mio sgomento atterrito, delle mie immaginazioni cruente, mentre già eravamo di rientro in Khajuraho, e ripensavamo come compensare, con altre escursioni, il mancato ritrovamento dei graffiti preistorici, il disappunto che non fossimo pervenuti a Kishangarh o a Bijpura.
Io, mi ripeteva sul tuk tuk , avevo solo paura degli animali che possono popolare la giungla. Ma la guida andava avanti senza alcun timore di tigri o di cobra”
Caro il nostro Chandu, che tra le braccia di Ajay ancora non aveva preso sonno, senza essersi affatto annoiato, in nostra lunga attesa, fino alle 17 e 30 sul motoricksaw.

Avete avuto paura, su in montagna?” la sua domanda a Kailash quando gli era riapparso.


Oltre i villaggi di Jhamtuli e di Ottapurwa, con Chandu ed Ajay, delizia di noi tutti, in motoricksaw c’eravamo appena inoltrati nello scenario ameno dei lievi rilievi collinari che si profilavano oltre i declivi dei coltivi, che già con Kailash erano insorti i miei senili malumori abituali, nell’ ulteriore splendore dei mattini settembrini ch’erano subentrati alla caligine monsonica che per intere settimane era gravata  tediosa, per il solo futile motivo,  contrariandomi, che aveva scelto di differire la sosta nell’ultima dabha che ancora restava lungo la strada di largo traffico tra Panna e Chhatpupur, senza che ancora si presentasse anche solo una chai-khanè, anche solo un negozietto sotto le cui  lamiere potessimo sorbirci un the, lungo l’arteria accidentata che stavamo percorrendo, di sobbalzo in sobbalzo, continuamente disgregantesi nell’acciotolato dei rivoli d’acqua che ne frammentavano il corso. E già la mia intelligenza, nella sue umoralità nervose, aveva dovuto chinarsi alle superiori ragioni di quella del mio amico, che era contrario ad ogni sosta nei villaggi tra cui trascorrevamo,- non più di qualche foto ai baigneurs e alle baigneuses, lungo il fiume in prossimità del quale si apriva lo slargo in cui il febbraio scorso eravamo stati partecipi di una fiera di villaggio-, prima che in Dewrah non fossimo arrivati finalmente  alla sola meta iniziale del nostro percorso, talmente la lentezza del motorickshaw dilungava i tempi dell’arrivo nel villaggio . Lo sovrasta una fortezza Bundela, ch’era il primo monumento interessante dell’itinerario di cui stavamo anticipando il percorso per i futuri visitatori di Khajuraho e dintorni, che  volessero avvalersi dei servigi del Bapuculturaltours.
Non di meno, a due ore oramai dalla partenza da Khaiuraho, ed a trenta chilometri soltanto di distanza, una sosta si imponeva, anche a Kailash, nelle due locande adiacenti di pietrame e cannicci, che precedono il villaggio di Salaeya di cui era originaria la moglie del fratello Manoj, per uno spuntino di the e di fragranti pokora, non che  per accertare se fosse proponibile ai nostri ipotetici clienti.
Quindi seguitavamo sulla via di Dewrah, dove tra scoscendimenti di rivi, infinità meravigliose di fiori gialli e di gialle farfalle nel rigoglio vegetale, ci addentravamo in un ombroso incantevole percorso forestale, dilettandoci al raduno di famigliole di scimmie dove le radure erano schiuse da pozze d’acqua. Un tempio a Shiva e ad Hanuman precedeva il luminoso specchio lacustre di un talab, il seguente villaggio tortuoso di Amronya, prima che una deviazione ci costringesse a dilungare il percorso traverso Kishanpurah, quando già ci credevamo in dirittura di arrivo a Dewrah. 
L’abitato che in virtù della sua fortezza immaginavo fosse un centro urbano sviluppato quanto Rajnaghar, od altri capoluoghi di tehsil del circondario, appariva un piccolo villaggio per lo più costituito di dimore smaltate di fango, disposte intorno alla modesta prominenza del forte che le sovrastava sul suo dirupo: e il negoziante dello spaccio prossimo alla fermata degli autobus, ci lasciava presto intendere che ben poco c’era da vedere: l’interno del monumento, che figura tra quelli protetti dai dipartimenti archeologici del Madhya Pradesh, era la discarica di carogne di vacche e un ricettacolo di bovini infetti e malati. Con un uomo del posto che ci faceva spontaneamente da guida, non ci restava che girare attorno al cupo fulgore dei suoi bastioni, alla bellezza dell’impianto serrato delle sue cinte murarie sobriamente merlate, anche perché, quando tentando di resistere ai miasmi fetidi provavo ad avventurarmi oltre la scalinata d’accesso, mi ritraeva all’esterno la vista del fondo del corridoio interno,  uno sterrato Pdi solchi di sterco.

 
Erano oramai trascorse le due del pomeriggio, e benché a completamento dell’itinerario restassero ancora da raggiungere l’altro forte di Kishangarh, e il tempio Chandella fortemente intrigante di Brijpura, calamitavo Kailash ad  esplorare almeno il più rilevante dei due siti preistorici nelle vicinanze, le caverne di graffiti ocra, con immagini di cervi e di cacciatori, di Putara-Putaryon Ke Datta, in ragione del fatto stesso che il Bapuculturaltours si sarebbe così potuto fregiare a pieno titolo della prerogativa di offrire escursioni in siti di prehistoric paintings, come preannunciava la card che già io e Kailash avevamo fatto stampare. Stando alla guida del posto da cui ci facevamo accompagnare, ero io il primo dei visitatori stranieri di cui avesse memoria, una indicazione che mi esaltava più di quanto potesse significare un’avvertenza, dopo che le grotte ci erano state prefigurate sulla sommità scoscesa dei colli prospicienti, che verdeggiavano di una giungla boschiva in cui era d’obbligo avventurarsi con chi si era offerto di scortarci come affidabile e indispensabile guida del luogo, dato che vi era segnalata la presenza di fiere. 
Giunti con il motorickshaw alla radura di un fiumicello che precedeva l’ammanto forestale, il dissesto della pista sconsigliava di procedere oltre con il veicolo, sicché io e Kailash facevamo rientrare nel villaggio il conducente con i nostri bambini, lasciando Chandu in affido alla custodia primaria di Ajay, e ci inoltravamo con la guida nell’addensarsi della giungla e delle sue insidie animali.
Tutta la stolidità dei miei presupposti che si potesse essere di ritorno in poco più di un’ora, dai tre chilometri di percorso che ci separavano dalle pitture rupestri secondo sito in rete del direttorato di archeologia del Madhya Pradesh, senza che preavvertisse delle  difficoltà che comportava il cammino, mi si palesava appieno non appena iniziava l’erta, e cominciavo ad accusare il tormento delle mie sofferenze artrosiche agli arti inferiori, la difficoltà a poggiare i miei piedi, senza incavo, tra il percorso roccioso nel folto della boscaglia.
 
L’ascesa era continuamente differita dai miei affanni e lamenti, cui Kailash si attardava a prestare soccorso. Mirabile era la vista dei colli prospicienti oltre il fondovalle, incantevole l’addentrarsi tra i cannneti di “ chara”, sempre più nel folto insidioso di annidantisi cobra, e ancora più in alto, ma ottenebravano ogni senso il dolore e l’affanno, l’ansia angosciata e lo sconforto che stessi sottoponendo il corpo a ciò che non gli era più possibile, eppure sospinto ancora avanti ,dalla determinazione di assicurarmi la vista e l'esperienza di una delle mete di maggiore prestigio prospettate dal  nostro Bapuculturaltours, mentre nessuna delle rocce e delle cavità che raggiungevamo sembrava essere caratterizzata da altre configurazioni che quelle dei suoi rilievi muschiosi rinsecchitisi e dei suoi strati variegati. Intanto, sovrastanti, i dirupi terminali che si facevano imminenti, lasciavano solo presagire che avrei dovuto rinunciare alla mia meta per sua inaccessibilità, proprio quando vi fossimo giunti in prossimità. E poi, ero in grado di affrontare la discesa, o senza soccorsi non sarei rimasto impedito nel bosco?

 
La guida, giunti alle prominenze sovraergentisi degli ultimi scaglioni rocciosi, sembrava avvertirci, secondo quanto Kailash mi lasciava intendere, che proprio sulla loro sommità che mi era preclusa si trovavano le grotte, ma potevamo pur sempre tentare di aggirarli. Solo che al termine penoso del percorso elusivo, mi ritrovavo a soggiacere a dei lastroni su cui mi era impossibile inerpicarmi. Che dunque vi balzasse con la guida il solo Kailash, per raggiungere il miraggio delle grotte preistoriche e trasmettermene le immagini. Lasciato solo, sotto i blocchi pietrosi, nella brezza fragrante lo spirito di sofferta rinuncia si  pacificava e mi quietava, raddolcendomi in ogni mia asperità contro lo stesso  Kailash, per quanto si era fatto sempre più distante, ed estraneo, od insofferente della mia sofferenza fisica, quanto più ero venuto accusandola in continui lamenti ( incontenibili), mostrandosi sempre meno disposto a stare in ascolto delle mie richieste di aiuto, prestandosi  piuttosto a salvare almeno attraverso le sue immagini la nostra esperienza. Ma i minuti passavano, troppi minuti, senza udire più voci, rispetto a quanti ne richiedevano un avvistamento e un sopralluogo nelle sovrastanti vicinanze, e insorgevano sempre più l’ansia, l’angoscia assillante, sulle sorti di Kailash  e della sua guida, su che cosa potesse essere accaduto, che ne spiegasse il persistente silenzio e il mancato ritorno, al mio ritrovarmi abbandonato da solo, nel timore, che in stato d’emergenza, non potessi farcela a ridiscendere con le mie sole forze.
Kallu, Kallu Kailash, - iniziavo a gridare- Kallu, Kallu Kailash, dove sei amico mio?
Un mugolio udivo in risposta, ogni tanto, che pareva essere il grido d’aiuto di chi fosse caduto in un baratro senza più possibilità di scampo, delle parole portate dal vento che sembravano l’ultimo lamento al mondo di chi era già nella morte “ Kailash there isn’t more..”
Atterrito, seguitavo a richiamare il mio amico con ancora più sconforto, “ Kailash, rispondimi da dove vieni, torna indietro a raggiungermi se ancora ti è possibile…”
E se il silenzio fosse stata l’assenza di voci e rumori di un compiuto omicidio, e la guida si stesse apprestando a raggiungermi per finire anche me?
Che mai si stava rivelando quel giorno di luce e di sole, in cui io e Kailash eravamo partiti con i nostri bambini senza timori presaghi, ora che la mia, che la nostra vita, era forse rimasta senza più lui?
Ed era il solo volto della guida che giungevo infine ad avvistare, giù alla fine dello scoscendimento in cui ero riuscito a calarmi.
E Kailash, il mio amico?
Non una parola in risposta.
Si limitava solo a farmi cenno con il capo che stava sopraggiungendo.
Ma dal folto non vedevo ancora pervenire alcuno. Scrutavo ancora, e finalmente intravedevo il suo volto, il suo caro volto, intensamente intento in un compito,
senza che vi fossero disegnate pena ed affanno di sorta.
L'amico aveva solo parole per sgridarmi
Non fosse stato per le tue grida, forse avremmo potuto raggiungere per davvero le grotte”
Si erano inoltrati lungo tutto il pianoro sovrastante, arrischiandosi a discenderne per il tramite della trafila dei rami di un albero, pur di raggiungermi quanto prima, senza che fossero riusciti ad avvistare , prima di essere richiamati dalle mie grida, alcuna cava con immagini di cervi o d’altri animali, e di cacciatori, purtuttavia avevano catturate quelle di un profilo di Shiva con un cobra sinuoso, di una sagoma femminile rispetto alla quale si interponeva lo spuntone di una roccia.
Di tanta istantanea insensibilità dell'amico alle mie sofferenze, non importava gran che al mio cuore, talmente lo felicitava la gioia che Kailash fosse incolume e vivo, che a tal punto il suo cimento si riconoscesse, come nel suo lavoro vitale, nei servigi al Bapuculturaltours di cui l’avevo insignito della licenza.
Lungo la discesa, meno dolorosa e a me impervia di quanto paventavo, ci avrebbe pur arriso il ritrovamento di alcune sbiadite immagini color ocra di animali ,e di un cacciatore, sotto un incavo a guisa di tettoia.
E addolcitosi, l’amico avrebbe poi sorriso fraterno del mio sgomento atterrito, delle mie immaginazioni cruente, mentre già eravamo di rientro in Khajuraho, e ripensavamo come compensare, con altre escursioni, il mancato ritrovamento dei graffiti preistorici, il disappunto che non fossimo pervenuti a Kishangarh o a Bijpura.
Io, mi ripeteva, avevo solo paura degli animali che possono popolare la giungla. Ma la guida andava avanti senza alcun timore di tigri o di cobra”
Caro il nostro Chandu, che tra le braccia di Ajay ancora non aveva preso sonno, senza essersi affatto annoiato, in nostra lunga attesa, fino alle 17 e 30 sul motoricksaw.
Avete avuto paura, su in montagna?” la sua domanda a Kailash quando gli era riapparso.

                                                         25 settembre 2012