mercoledì 13 giugno 2012

vincenzo I Il fasto del potere. una mostra che non si doveva tenere in un museo diocesano




Domenica scorsa presso il museo diocesano di Mantova si è felicemente chiusa la mostra su Vincenzo I, Il fasto al potere, “ felicemente” è davvero il caso di dire, come quando si pone fine ad uno scandalo. Che di scandalo cristianamente si tratta, quando un museo diocesano rende l’omaggio di una mostra a un personaggio storico siffatto, celebrandolo come “ splendidissimo duca”, “ ammantato di sacralità”, in tutto “ il fasto di un principe dispiegato nella magnificenza dell’oro”.Si sorvoli pure sulla sua leggerezza omicida che pose fine all’esistenza terrena di lord Crichton, come così suggestivamente fa il filmato della mostra, sulle “spavalde scorribande …della sua prorompente vitalità”, né sarò io a scagliare la prima pietra sui suoi eccessi sessuali, talmente il Serenissimo può risultare in virtù di essi ancora più simpatico ai chierici curiali, “ così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano”, ma ciò che non taccio è la grazia di cui sovrabbondano le sue vittime più strazianti, in virtù di quanto egli ha provvidenzialmente peccato, come si compiace di giustificarlo un curatore blasfemo della mostra
Mi riferisco innanzitutto a Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni, che il giorno 22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana...”, come riferisce la cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga.
“Al quale spettacolo- riporta Antonino Bortolotti, colui che ritrovò negli Archivi di mantova e nel 1891 presso la Tipografia delle Mantellate pubblicò la cronaca in “ Martiri del libero pensiero”,- furono presenti il Duca,”- ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto-, “e la Duchessa di Mantova, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi”. “La qual Jonadith ebrea- seguita la cronaca originaria- legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo ufficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”
A tale misfatto fece seguito una grida del 1603, con la quale Vincenzo I invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo non solo che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito delle prove, tali da garantire almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso il riscatto dal bando capitale o da altre eventuali pene a cui fosse stato condannato, oppure che ci avrebbe guadagnato del denaro.
E’ una sovrabbondanza di grazia che può risultare finanche eccessiva pure per le anime più arrese al “serenissimo” duca, se si rammemorano anche i sette ebrei che l’anno prima , agli inizi d’agosto del 1602, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi, ci rimisero la vita, per permissione del duca, perché furono” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso Vincenzo non seppe poi far di meglio, nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Non mi si dica, a tal punto, che copre i suoi peccati la grandissima fede dell’uomo, giacché in catalogo è degradata a “manifestazione vistosa ma incoerente e superficiale”. Forse occorre davvero arrendersi a ciò che lasciavano balenare ori e splendori, e rifarsi alla “magnifica liberalità “ pari a quella “ di un re” che lo guidava, nella istituzione di ordini religiosi e per i reliquari e cripte di cui fu generoso con la nostra Chiesa, per spiegare il rendimento di grazie, e l’ indulgenza, pressocchè plenaria, concessa ad un duca siffatto da una mostra così empia.

sabato 9 giugno 2012

Vincenzo I, il ne-fasto al potere ( prima versione)

Seconda una certa dogmatica cattolica sono i peccati di omissione quelli più gravi, giacché ne consegue che a tacere di certi misfatti se ne legittimano altri, ancora peggiori Mi riferisco, quale mia colpa pregressa, prima di evitare di incorrere in una manchevolezza ulteriore che temo ancora più grave, alla mia omessa denuncia, all’opinione pubblica locale della sciatteria con cui sono stati esposti, l’autunno scorso, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria le incisioni che Antonio Gajani desunse dagli affreschi di Nicolo dell’Abate che in un Camerino del palazzo di Scandiano illustravano l’Eneide, senza didascalie di sorta, nè avviso alcuno, ai visitatori, che i dipinti originali del Camerino, già nel Castello di Scandiano, erano ben visibili a Modena , nella Galleria Estense, eccettuati due, andati perduti per un incendio, di cui i disegni prevenienti permettevano di ricostruire le linee. Ciò che ora non intendo sottacere, perché non si abusi ulteriormente della presunta dabbenaggine, o inconsapevolezza, o lassitudine morale dei visitatori, è che nel’accedere in extremis per cause di forza maggiore alla mostra Vincenzo I 1562 1612 Il fasto del potere sono rimasto più che sconcertato dall’ambientazione in un Museo Diocesano di una mostra che concelebra l'empietà della religiosità devota di un personaggio storico siffatto, e sono rimasto esterefatto vuoi dall'ostentazione delle ragioni di tanta indulgenza nei suoi riguardi, vuoi dagli omissis sugli orrori più terribili che quel Serenissimo ha commesso, o che ha consentito che si commettessero.
Tutta la mostra è una illustrazione esplicita e senza remore , fin anche compiaciuta, di quanto largo sia o debba essere lo spirito di comprensione di Santa Romana Chiesa per un più che presunto omicida ed un donnaiolo fedifrago impenitente,-inqualificabile è in particolare il modo suggestivo in cui viene evocato il suo assassinio di lord Crichton-, in virtù, è lecito supporre, della sua munificenza religiosa così generosa nei riguardi della stessa Santa Romana Chiesa, il che dovrebbe pur sempre scandalizzare, anche se di questi tempi la cosa non può certo suscitare stupore, o scalpore, visto di che maniche abbondanti si sta mostrando la Santa Romana Chiesa con la condotta sessuale sregolata e con la blasfemia dei potenti che la privilegiano. Ora, per venire al dunque, è pur vero che la mostra non sottaceva il furore antislamico di Vincenzo I, che più per ambizioni di gloria, che per sincerità di fede, lo animò nelle sue imprese belligeranti contro i Turchi ottomani in Ungheria. Ciò che permane pur tuttavia inammissibile, è che in virtù della religiosità del duca sponsoriale della potenza mondana della Santa Romana Chiesa, destinataria per parte sua di istituzioni di ordini religiosi e di mirabili sacrari, nei riguardi speciali della presunta reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, siano stati rimossi, omessi o sottaciuti non dei vizi privati, ma i crimini imperdonabili contro altre religioni, l’ebraismo per intenderci, insistentemente commessi dallo stesso Vincenzo, per suo cedimento assenziente ed ordine consapevole e diretto.
Secondo le ricerche già plurisecolari di Bertolott Antonino, condotte in Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli 16, 17. e 18. - studi e ricerche negli Archivi di Roma e di Mantova / per A. Bertolotti Roma - Tip. delle Mantellate, 1891 Testo Monografico, a Vincenzo II non solo può essere attribuita una grida del 1603, con la quale questi invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo - non solo-che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito prove, tali da assicurare almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso di riscattarsi dal bando capitale o da altre eventuali pene (a cui era stato condannato) oppure di guadagnarne del denaro.
Una cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga,” la quale principia dal 1561 e finisce al 1603,- che il Bertolotti ebbe provvidamente a raccogliere-, registra che a di - ossia il giorno-22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..."
"Al quale spettacolo, riassume Bertolotti, furono presenti- loro bontà Serenissime- il Duca e la Duchessa di Mantova, ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi.“ La qual Jonadith ebrea legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo uficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita” E’ ben inteso che i tre ebrei erano stati costretti a prender parte al supplizio della loro correligionaria, li giustifica Bertolott.
E non è tutto, purtroppo, a suffragio del mio dossier.
A conforto del mio assillo che a mia volta io non debba concorrere nel peccato di omissione, non dei più leggeri, dei misfatti di Vincenzo I che rendevano inammissibilie in sale curiali qualsiasi magnificazione espositiva della sua pietà devozionale, è il dato recentissimo che non più tardi del dicembre scorso una pagina culturale della Voce di Mantova era dedicata ad uno studio pregevole recente, per una singolare coincidenza sempre ad opera di un emerito Bertolotti, questa volta Bertolotti Maurizio di Mantova, noto a noi tutti, che verteva su un altro crimine orrendo consentito dal nostro Serenissimo duca, ed a lui addebitabile, un crimine che è desumibile direttamente dal titolo medesimo dello scritto in questione: Sette ebrei sulla forca. Dalla Trinità di Rubens (1605) alla Madonna della Vittoria ( 1495-96).
Anche da una lettura in sintesi dello stesso gran bel réportage di Paola Artoni, l’articolista, pur senza addentrarsi nel saggio si evince che Vincenzo I permise che i sette ebrei, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi fossero” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso non seppe poi far di meglio nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Nec plus ultra, sul ne-fasto al potere di Vincenzo I.
Non sarebbe dunque davvero il caso, in conclusione, che da parte delle autorità della Chiesa si lasciasse solo a Dio il perdono di chi a favore della sua potenza mondana ha commesso simili misfatti interreligiosi, e che in virtù di tali favori non si anticipasse in ambito storico- celebrativo la Sua indulgenza plenaria?

caro amico, ti scrivo

Caro amico, ti scrivo                                                                                   4 giugno 2012
"Da ieri sera qui non sono pervenute ulteriori grossi scosse fino ad adesso. Ma un certo traballio è continuo...Qui a Mantova riusciamo ancora a stare e a dormire in casa, pur se vestiti e " senza andar sotto" le coperte, con le ciabatte a portata di piede...E 'già una gran bella differenza rispetto a chi nelle nostre Basse si ritroverà a dormire in macchina anche stanotte. Di novità c'è che l'anno scolastico in città è stato dichiarato finito e che il mercato è stato spostato- Quanto alla pioggia è soprattutto un bene per l'agricoltura, credo. Occorre tener conto di tutto.
Ciao
Odorico

che ne sarebbe di me, di Kailash, di Vimala

SPERIAMO CHE SAPPIANO SCEGLIERE BENE ... PER UN PAESE FINALMENTE LAICO, PER I DIRITTI DELLE DONNE, PER LA VITA CHE PRIMA DI TUTTO E' PORTATA DALLE DONNE. Si enfatizza così, in maiuscolo, in un post editato su facebook, alla rimessa in discussione della legge 164 che regolamenta in Italia il diritto di abortire.
Io mi chiedo soltanto che cosa saremmo ora io, il mio amico indiano e sua moglie, se non avessimo dato la vita al bambino ch'è sopraggiunto dopo quello che ci è morto. E chiedo rispetto per chi come me è contro l'aborto e si ritiene ugualmente laico.

no more cooking , now

“ No more cooking now, mi diceva Kailash l’altro giorno, di fronte a un movie a notte inoltrata.
Io ero di ritorno da Milano, dove mia madre ha finito di vivere da sfollata presso mio fratello, a seguito del sisma delle nostre Basse, ed egli in assenza di nuove ricette da sfornarmi, poteva dirmi di come ogni prezzo sia in aumento in India, al pari della criminalità più efferata di ladri di città e di villaggi. In Satna, come in Indore,. Altro che ciò che io avevo subito sotto i suoi occhi nei vicoli di Pahargangi.. Ed io potevo diffondermi sui miei itinerari ed incontri in bicicletta per i luoghi del sisma, tra campi e capannoni industriali, prima di sopraelevarmi sulla loro distesa lungo l'argine del Po- mentre egli non può più raggiungere Viatal che per la strada ordinaria, via Chadnagar, evitando il percorso tra i campi e la giungla popolata di ladri.
Com’era di conforto la sua quiete mentale, che potesse ridere dicendomi di Poorti, Ajai, Vimala , Chandu, di quest''ultimo rasserenandolo l'appetito che di nuovo manifesta, ora che si ciba di mango e di tanta altra frutta, di milk e chappati, non solo del latte di Vimala, tranquillizzatosi che sia solo perchè sta crescendo, come gli ha detto il dottore, che le settimane scorse mostrava anche le " ossa dello stomaco", il che aveva messo Kailash in apprensione angosciata. Ma tale sollievo, per tali ragioni, non era come se nessuno mancasse all’appello. E tutto non fosse per inabissarsi di nuovo nella sua perdita.( Mio Sumit, bambino mio.)

A Te mi arrendo, o Dio

Allahu akbar, Dio è davvero il più grande. Ne ha sconvolte tra noi di cose il terremoto, nell’ordine materiale ed ideale, con la stessa ironia tagliente che credevamo riservata al magistero della storia.On namah Sivaya. E ci si arrenda alla Sua volontà conseguente.
Chi difendeva il proprio campanile come proprio simbolo identitario, che avrebbe dovuto nei secoli dei secoli svettare in esclusiva tra le nostre campagne, e non tollerava che condividesse lo slancio di minareti o di pinnacoli di gurdwara sik, ora possiamo ritrovarlo in prima fila per il suo abbattimento, per non condannare il proprio centro abitato a non risorgere mai più, sotto l’incombere della minaccia del suo crollo sismico sulle case sottostanti.
E la ragazza sik, che qui è cresciuta, si rattrista sino alle lacrime alla sua caduta, talmente si è trasfusa nella civiltà padana.
Chi vedeva nel verde dei campi una natura amica (incontaminabile, o ancora incontaminata), da salvaguardare dal demone divoratore inghiottitutto del cemento, ora deve affidare anzitutto al bruto cemento e al neoprene armato la sua difesa dalle insidie che la natura cela nel grembo, da che sotto il suo sguardo esse l’hanno percorsa terrificanti, sollevandola insieme con i nostri municipi, mentre chi ancora ritrovava finora il bello solo nella sopravvivenza e nella reviviscenza dell’antico, a meno di non figurare grottesco senza più indulgere in malinconie ossessive deve accogliere l’idea che il bello – come è avvenuto così di frequente nel passato- sopraggiunga in nuove epifanie attraverso l’abbattimento forzoso delle vestigia periclitanti degli edifici storici, per care che ne siano le memorie di cui sono gravide, pena il trasformare in ruderi inabitati intere comunità agricole. E con il destino dell’idea antiquaria di bello si fa improcrastinabile, in loco, la renovatio di quello dell’idea ecclesiastica di bene.
La chiesa che credeva di poter ritardare i rendiconti della propria dogmatica con la contemporaneità, ora è qui costretta a schiudersi alla fede di chi si rifiuta di leggere i disegni di un Dio sovrano onnipotente in quello che accade, deve negarsi la temerarietà di credersi il gregge salvaguardato da Dio come suo popolo eletto rispetto a chi Dio avrebbe castigato con la sua ira sismica.
Ma sarà così in grado,per evitare altrimenti il discredito integrale, di attendere a sacralizzare il secolare e a secolarizzare il sacro, come richiedono le circostanze ed è il suo compito da sempre, evitando di curarsi delle anime che stanno nelle chiese più di quelle rimaste impaurite nelle tende o che sono già al lavoro nei campi, più delle macerie delle propri luoghi di culto che di quelle di capannoni e fienili e case, spezzando il pane e versando il vino sugli altari come sui tavoli domestici e di lavoro, pregando attraverso la preghiera come attraverso il dispendio di forza lavoro e di amore solidale.
Ma così, risulta evidente, non è stato e non sarà consumato- ossia adempiuto- che ciò che era già ed ovunque è nelle cose. Che ciò cui è vano opporre resistenza.
Il terremoto, ddetto altrimenti, manifestandosi ri-velazione.
(Così il terremoto, detto altrimenti, sarà stato un'autentica ri-velazione)

martedì 29 maggio 2012

A Sumit Sen ( 2007-2009), perchè rimanga vivo almeno nel mio cuore e di chi lo ha amato tanto.
"Come potrebbe la morte di un bambino essere per noi così mostruosa se non avessimo prima gustato la meraviglia della sua vita?
Come potrebbe il male farci tanto male se non avessimo prima udito la promessa del bene?
Fabrice Hadjadi Giobbe o la tortura degli amici, pg. 55 della traduzione italiana

La bellezza può essere della massima utilità se se ne riconosce la gratuità assoluta, come assolutamente gratuito è il bene. E la salvezza che salverà il mondo, secondo Dostoevskij è la bellezza suprema del più gratuito bene, che è la stessa bellezza del dolore innocente