sabato 16 gennaio 2016

in risposta a Franco Carminiti


ODIO LA CULTURA- Non c'è livello più basso per un paese di quando una persona che ha dedicata la vita alla cultura, restando fedele all'idea di onestà intellettuale, giunge alla consapevolezza che non ne valeva la pena. Ed è normale se anche un Ministro arriva a dire che 'con la cultura non si mangia'. Maledetto paese: mi hai portato ad una sensazione di nausea e disgusto nell'aprire un libro, nell'ascoltare musica, tanto più nel crearla. Maledetto paese l'Italia! Se Dante la definì ' ...serva.. nave sanza nocchiere,...e bordello', devo constatare con sconforto che dopo 8 secoli nulla è cambiato! Del resto lo dice anche il Vangelo: se getti le perle ai porci questi le calpesteranno e, rivoltandosi, ti sbraneranno. Maledetta Italia: non sei degna del patrimonio culturale di cui tanto ti vanti!

se pensi che qui in India non debba rivoltarmi ogni giorno per le stesse ragioni, di fronte ai trafficanti del suo patrimonio culturale solo nei quali le nostre agenzie di viaggio e i loro turisti fanno affidamento...

Di fantasmi sugli alberi e delitti di mafia

Di fantasmi sugli alberi e delitti di mafia
“Lo sai, Rico, mi ha detto Mohammad nel ricontattarmi prima di venire in ufficio, che ieri sera ho visto dei preta?”
Per chi lo ignorasse, i preta sono degli spiriti dei morti.
“ Erano su di un albero, e mi hanno invitato a salire con loro. “ Vieni su, Mohammad”. Ma io piano piano mi sono allontanato, e poi sono fuggito di corsa verso casa. A a papa e a mamma però non ho detto niente per non spaventarli.
Quando è sopraggiunto in ufficio, l ho accomodato con tutti gli agi del caso perché scendesse nei dettagli.
Come nelle più improvvide fiabe gotiche, erano già passate le dieci di notte quando i genitori l hanno incaricato di andare a raccogliere legna. Egli ha colto l’ occasione per uscire con un amico che poi ha lasciato lungo la strada, inoltrandosi da solo nella giungla, circa per tre chilometri. E’ stato mentre era chino a raccogliere sterpi, che ha iniziato a sentire un ronzio di voci, poi quel richiamo distinto . Dei preta aveva visto solo le vesti , una sorta di lungo kurta, quale quello degli sciiti, ed era stato in grado di riconoscere dalla capigliatura che erano un uomo e una donna.
La loro voce era simile a quella dello zio che ci aveva accolto in Kanpur.
“ E se tu avessi fatto come ti chiedevano?
“ Mi avrebbero preso sull’albero e sarei finito nel Nirvana”
Mohammad, che dall’accaduto non sembrava tuttavia scosso quanto era lecito attendersi, dopo essere fuggito via di corsa ne aveva parlato con l’amico che l’aveva atteso per strada, e che dell’avvenimento non era sorpreso.
Nello stesso posto un uomo era stato cremato dai parenti anni addietro.
E come meravigliarsi? Mi ricordavo ancora dei due ragazzi di Rajnagar che erano rimasti uccisi viaggiando in motocicletta mentre io ero ancora in Italia? Tempo fa il fratello più grande dell’addetto del chiosco dove ci siamo sfamati di chicken byriani era stato sbalzato di sella dal fantasma di uno dei due, che con l'altro se ne stava appostato sempre su di un albero.
“ Ora tutti e due fanno i preta in Rajnagar”
“ E se a tua volta ti richiamassero, perché lo farebbero?”
“ Per avermi con loro a fargli compagnia “
Ma ieri sera non è accaduto per la prima volta che abbia avvistato oppure avvertito dei preta. Era già avvenuto in Kanpur, non nelle rovine della vecchia fabbrica britannica della cui infestazione di spiriti mi aveva già parlato, ma in un parco dove sussistono ugualmente delle rovine, ed in cui aveva voluto inoltrarsi nonostante lo si dicesse anch’esso spiritato.
“ A un tratto ho sentito toccarmi la spalla. Mi sono voltato e non ho visto nessuno. Poi ho avvertito che mi si prendeva per mano. Mi sono voltato di nuovo, e di nuovo non ho visto nessuno, mentre una voce mi diceva “ Mohammad, vieni”…”
Anche allora se l era data a gambe, fino a che non aveva raggiunto un conducente di autorickshaw , che nel trasportarlo via gli aveva detto che doveva aspettarselo.
Del ragazzo mi sono ricordato , a mia volta, la paura dei fantasmi che in lui era sopraggiunta, quando ci siamo ritrovati attardati di sera lungo la strada tra i campi di ritorno da Bhyathal, confidando nella mia presenza per discacciare i suoi timori.
Com’ era possibile, che anche ieri sera, non avesse avuto paura ad inoltrarsi per chilometri nella giungla da solo, quando per di più era il cuore della notte?
Gliene ho chiesto la ragione ed il ragazzo " E' del buio che ho paura. In bicicletta viaggiavamo senza luce, nella giungla avevo una torcia".
Ed io, avevo visto mai fantasmi? O la mafia, in Italia?
Dalla sua replica alla mia obiezione che la mafia è una realtà invisibile, che si tiene nascosta, ho inteso che mi chiedeva se avessi assistito ad omicidi di mafia.
Lui si, invece, due nella sua Kanpur, di un uomo che era stato raggiunto per strada a revolverate, di un altro che era stato pugnalato al ventre, dopo che gli avevano mozzate le dita della mano.
E quando era sopraggiunto rispetto al misfatto ? In tempo per sentire la vittima gridare “ lasciatemi, non fatemi niente”, contorcendosi dal dolore., prima comunque della polizia, che era intervenuta solo dopo quindici minuti, almeno questo un dettaglio quantomai realistico.
Erano due dei cinque delitti cui mi aveva già detto di avere già assistito in Kanpur ora meravigliandosi che a me non fosse invece capitato di vederne nessuno.
“Due volte i pretas, cinque delitti, io sì che sono invece a perfect man ” mi ha sorriso con divertita superiorità.
E se l indomani provassimo a ritornarci insieme?
" No problem... I run fast Io corro via veloce.... Così ti farai un Babbà Preta. E italian language andrai ad insegnarlo agli altri preta sugli alberi".

domenica 10 gennaio 2016

Del Taj Mahal e dei paradisi d'amore, discorrendone con Mohammad al rientro da Agra

Del Taj Mahal e dei paradisi d'amore, discorrendone con Mohammad al rientro da Agra
Quando al rientro da Agra io e Mohammad ci siamo ritrovati stasera a discorrere su di una delle panche di cemento che fronteggiano il talab dei nostri incontri, è stato per me inevitabile fargli riprendere tutte le fantasticherie di cui le guide locali e librarie più corrive o i servizi televisivi farloccano i soli discorsi sul Taj Mahal di cui sono capaci, per smontarle di nuovo ad una ad una, come è gioco forza che ne debbano decostruire le fandonie anche i più autorevoli storici e critici.
E riaffiorava la “ leggenda”del Taj Mahal bianco e di quello nero sull' opposta riva, di mani e teste tagliate ai costruttori perchè non ne rivelassero l enigma architettonico...
“ Mohammad si raccontava la stessa storia per le Piramidi d’Egitto e l'accesso alle tombe interne dei faraoni… Ma se si suppone che lo stesso Shah Jahan ne sia stato l’architetto progettista… Se c’è poi al mondo una meraviglia che almeno quanto alle sue forme può essere ricostruita tale e quale in ogni sua parte questa è proprio il Taj Mahal, sempre che si ritrovi un marmo favoloso simile quello che vi è stato impiegato , di cui si sa benissimo la provenienza dal Rajasthan, dalle cave di cui ti ho detto di Makrana,. Tutto vi è simmetria di una precisione assoluta, non vi sono statue o dipinti, ogni sua decorazione è riproducibile nel suo disegno…”
“ E’ che sarebbe oggi impossibile per quanto costerebbe..
“Questo di sicuro. La storia poi che il Taj Mahal fosse prima ancora un tempio di Shiva… “ anche se non gli ho taciuto che della stessa Kaba si dice, forse con qualche ragione, che fosse prima di Maometto un tempio cristiano, il che non significava che non sia oggi islamica al cento per cento..
“Mi meraviglia piuttosto che non ti sia stato raccontato anche di qualche passaggio segreto che lo collegasse con il Red fort…. Le guide così si perdono in tali discorsi, e non dicono che entrando nel giardino del Taj Mahal tu ti ritrovi con l'amatissima Mumtaz Mahal di Shah Jahan, che vi è sepolta nel trono di gloria di Allah il Misericordioso, nel Paradiso della vita oltre la morte, che già in terra vi appare come secondo il Corano è il mondo dove vivono i santi, con i char bagh, i quattro giardini tracciati dalle sue acque e gli hest behest, le sue otto porte di accesso, tante quante sono quelle che conducono da otto stanze alla sala ch'è al centro del Taj Mahal, (tante) al pari di quanti sono i modi in cui si può entrare con una vita santa in Paradiso, - che in urdu come è detto?”
“ Jannat”
Forse è stato il mio essermi riferito alle statue che gremiscono invece i templi hindu, di una calda fattura manuale particolarissima,invece irriproducibile, particolarmente in quelli più piccoli e remoti e sperduti, e a me così cari, ( così come lo sono i loro rilievi vegetali, che come le (nostre) pievi romaniche occidentali caratterizza per me caramente proprio quelli più piccoli e remoti e sperduti), che ha indotto il ragazzo poi a raccontarmi di come il Profeta potesse essersi rifatto allo stesso induismo, di cui non c’è menzione nel Corano, quando negò che si potesse onorare Dio in un idolo di pietra. Maometto, l ho subito corretto, non vi fa riferimento che a ebrei e cristiani ed ai loro profeti quali suoi precursori , meno perfetti,  e gli induisti per lui sarebbero rientrati nel novero dei popoli che invece adorano empiamente molti dei.
Quanto al cristianesimo, gli ribadivo che per me svuotato di ogni suo carattere storico, si riduceva alla rivelazione che Dio è amore, e che come tale attrae la realtà del mondo che il suo stesso essere amore vuole che sia da lui libero e indipendente, anche se in tal modo lascia che vi sia così tanta violenza, proprio quanto un magnete faceva si che la metà del cuore che la sua Muskan gli aveva regalato e che recava inciso “ My love”, restasse attratta dall'altra metà con scritto “ for ever”, che la giovinetta aveva preservato per sé.
Come Mohammad mi approfondiva meravigliosamente, del resto gli stessi induisti non si considerano tali, per essi esistendo piuttosto il sanatana dharma, il loro eterno sentiero verso il Paradiso, di cui aveva discorso con un loro sadhu.
“ Mi ha detto che come islamico non rispetto il sanatana dharma perché mangio carne.”
"E tu che cosa gli hai risposto?"
Gli aveva esibito come ora a me la sua dentatura, per dimostrargli che se negli incisivi era come quella dei bovini che si nutrono d’erba, nei canini era come quella delle tigri che si nutrono di carne.
E il sadhu?
“ Mi ha detto che mangiando carne divento come gli animali feroci”
"E tu, a tua volta?"
“ Gli ho risposto che mi nutro di carne di animali buoni e pacifici come i buoi e i montoni, e che così divento come loro buono e pacifico”
“Mi sa , Mohammad, che il tuo Dio più che Allah sia il chicken biryani… Lo sai che c’è chi crede che anche gli animali abbiano un anima e che anche per loro ci sia un jannat? E tu li mangi...Così li aiuti a raggiungerlo prima, eh’?”
“ Certo” ha annuito il ragazzo, mettendosi a riderne “ Ma un documentario americano ha dimostrato come certe macchine possano registrare la sofferenza delle stesse piante se ne tagli una parte. Anche loro hanno vita, che quel sadhu vegetariano uccide…”
"Mohammed dovresti a proposito parlarne con un jain. Certi di loro non scavano nemmeno buche nel terreno. Forse ti direbbero che ti puoi nutrire solo di frutti o di foglie, non di piante intere che strappi…
“ Come gli spinaci…”
“ Tu stesso ti ricordi cosa mi dicevi, quando ti rifiutavi di nutrirti di pomodori? “ But they have family! Ed ora come la metteresti, se ti nutrissi di loro?
“ Direi che si tratta solo di pomodori gay o di rape lesbiche…”
Che dunque come tali si potevano uccidere? Era troppo il puro incanto delle parole divertenti del ragazzo per seguitare una schermaglia da cui il suo cuore già sapevo che sarebbe uscito sprigionato.
Al suo ripetermi come in Agra, che se lo avessero spinto ad andarsene dall'India come gli altri musulmani, lui avrebbe risposto che si sarebbero portati appresso il Taj Mahal, come tutte le cose belle che vi avevano costruito, preferivo chiedergli se si ritenesse più indiano o musulmano.
“Indiano”, era la sua risposta “ E’ questa la mia terra. Ed è più di noi mussulmani che degli hindu.
Perché quando moriamo veniamo calati nel suo suolo, mentre gli hindu finiscono in polvere nel vento”
Non mi restava prima di lasciarci per poi ritrovarci in ufficio, che di chiedergli quale nuovo capitolo figurasse nel suo libro sull’amore.
Più non ricordava bene i titoli dei precedenti, ma se ne doveva aggiungere ora uno ulteriore, sarebbe stato quanto l amore sia luce della vita e insieme sporco
“ E criminale”
Ce n' era abbastanza, per non aggiungere più altro che le affinità della nostra corrispondenza affettiva

Su Mantova capitale della cultura italiana

Su Mantova capitale italiana della cultura i

Quanto a ciò che Mantova sarà approntata ad essere dal marzo venturo, resto pertinacemente un fautore di Mantova quale reale  capitale universale di gusto e di cultura, reinventata come tale, partecipativamente, da tutte le sue maestranze e dalla sua cittadinanza, in luogo di una città "venduta" consumisticamente come attrattiva turistica, da dei consulenti per dei consultanti con un semplice tocco di schermo, , digitalizzando in forma di smart city la cultura di corte e cortigiana di una città ducale, secondo un progetto  che l'attuale amministrazione ha ereditato dalla precedente, cui ben più si confaceva che ad un sedicente Partito democratico, e che si prefigura come l ennesima riproposizione dei soliti panem et circenses...Solo un esempio di ciò che intendo, quanto alla torre della Gabbia: un conto è restaurarla per farne solo un belvedere per il ristoro turistico, un altro è farne una stazione di transito verso la visitazione della cappella Bonacolsi e la promozione della conoscenza del trecento figurativo della nostra città. Quanto a tale nomina di capitale italiana della cultura, Mantova si autopromuove da sola per il suo patrimonio culturale ed artistico, non ha certo bisogno di investiture in tal senso, che sanno solo di vassallaggio e appannaggio,  con mere  parvenze signorili di puri lasciti partitici  per la semplice ragione che riscoprire Mantova, e farla riscoprire,significa pur sempre reinventarla interpretativamente, grazie innanzitutto ai suoi intellettuali, Signorini, Bernardi Perini, Flisi, Braglia, Malacarne o  chi altri, cui chi amministra la nostra città seguita a preferire sempre chi è esterno e di grido, (uno Sgarbi o un Dario Fo, sempre per fare nom)i, come già fu della cultura di corte gonzaghesca,. E per davvero  riscoprirla,  in tempi che non si vorrebbero più di Principati o Signorie, significa farla scoprire per davvero innanzitutto ai suoi cittadini, e grazie ad essi ai suoi visitatori , con un particolare riguardo agli studenti dei nostri istituti , che mi è lecito supporre che ne siano particolarmente ignoranti, facendoli coautori con i loro docenti, gli intellettuali delle nostre Accademie ed Istituti di ricerca,  di un museo reale della città di Mantova, passata, presente o futura, nelle sue prospettive, che tale non è pur nei suoi pregi quello di San Sebastiano, o altrimenti,  riscoprirla  esigere che  si adibisca il Palazzo della Ragione a spazio espositivo dei progetti e delle ricerche che concernono Mantova e il suo territorio di docenti e discenti del Politecnico della nostra città, prima ancora che dei capricci o invenzioni stagionali di qualche critico che va per la maggiore per i più svariati motivi.. Se anche così non sono chiaro e aggiornato, pazienza,. per chi seguita a non poter o voler capire che il turismo che sia senza una preminenza altamente culturale è a vocazione puramente epifita, di strangolamento di ogni altra attività che non ne sia un indotto., a solo vantaggio di outsiders e cortigiani nativi e corporazioni  associate.

Già ho scritto, in merito, a proposito delle affluenze crescenti nel Museo di San Sebastiano Premesso che il Museo di San Sebastiano lo trovo molto bello, va detto che un Museo della città è per me tutta un'altra cosa, è una ricostruzione multimediale,e tramite reperti, del suo passato, della sua realtà presente,e delle sue prospettive future, che va realizzato con la PARTECIPAZIONE di tutte le sue maestranze colte, dagli intellettuali delle sue Accademie o fondazioni agli studenti e docenti delle scuole o istituti di ricerca del territorio, ossia è esattamente il contrario del progetto di digitalizzazione in forma di smart city della cultura di corte di una città ducale, realizzata da dei consulenti per dei consultanti, che l'attuale amministrazione ha ereditato dalla precedente, e che è l ennesima riproposizione dei soliti panem et circenses.

sulla cultura di massa ai tempi odierni.

E' solo un' illusione di comodo di politici e ministri e amministratori, che ciò che è pop e turismo o religione di massa possa essere per i più un viatico alla religion pura ,  alla cultura elevata o alla grande politica, anzi, serve ad appagarne il bisogno di spiritualità e di arte in forme che escludono il passaggio della grande generalità a una fede autentica e al bello che sublima il tragico, facendone dei devoti di padre PIo e non di Dio Padre, quale Origine del Bene che orienta la trama di ferro della necessità senza senso, dei fans di pop star che al più accederanno a qualche romanza lirica o valzer di Strauss, dei reduci di un pensiero di sinistra tutto e solo cantautoriale ora allo sbando tra l uno e l'altro esclusivismo nazional.populista, dei visitatori di monumenti e templi,o mostre ed expo, solo per inquadrarvisi in selfie con la apposita prolunga che ora è già di rito, secondo un esempio nefasto che scende dagli stessi loro miserandi ministri e premier o dallo stesso Pontefice o Dalai Lama..Ed il gusto sarà per loro solo un fatto di enogastronomia, la vera religione ed arte del nostro tempo, con i chef quali maitres à penser ad officiarne il culto.

lunedì 4 gennaio 2016

La storia del ragazzo che non portava chaddi

La storia del ragazzo che non portava chaddi
“ Mohammad, ho già un titolo per il romanzo che vengo traendo dalle tue vicende, insieme al libro sull’amore di cui mi stai scrivendo i capitoli (il primo che insegna a suo dire che l’amore è vita, il secondo che è cieco, il terzo che è pericoloso, il quarto che è follia,il quinto che è solitudine e richiede distanza, se è speciale), sarà il suo titolo “ La storia del ragazzo che non portava chaddì”, le mutande di cui gli era stato trasmesso in famiglia che doveva risparmiare l uso e di cui ha fatto a meno sino alla settimana scorsa, quando si è stracciata una delle sole due paia di pantaloni di cui disponeva, oltre a quelli scolastici, e siccome l'altro paio era ad asciugare al sole, era impedito anche ad uscire di casa.
Quando si è recato a provare i pantaloni nuovi che ho provveduto ad acquistargli, insieme ad un paio di mutande nel “ general store”, e a scarponcini in similpelle che integrano i soli infradito che porta ai piedi, dotandolo anche di un paio di calze oltre a quelle che usa solo a scuola, nel negozio d’abbigliamento ha ricusato energicamente i jeans che indossava più comodamente, perché, come mi ha poi confidato, se mostrava come gli stavano in vita lasciava vedere che sotto non indossava nulla.
Mai i giorni seguenti, quando il ragazzo si è rifatto vivo in ufficio, superata l’infuriata che la mente perturbata di Kailash gli aveva inscenato di nuovo, non ho assecondato la richiesta che era insita nel suo informarmi che non aveva i soldi per comperare anche un solo cioccolatino di quelli che aveva promesso alla sua Laila la notte di capodanno, ( “Mohammad, posso fronteggiare solo l’acquisto di ciò che ti occorre in ogni eventuale emergenza, è tuo papà che deve tentare di provvedere al tuo mantenimento e alle piccole spese”), mentre ben volentieri gli ho acquistato un “ chocolate and banana paratha “, con cui per sole 60 rupie ha potuto festeggiare con i suoi cari in famiglia il nuovo anno.
Avrei voluto altresì dirgli, in vena d’invenzioni e trovate linguistiche, come avessi potuto aggiornare la nuova toponomastica di Kundarpurah in Murghipurah, in luogo già di Chickenpurah, per via dei polli che vi sono allevati quasi in ogni casa e che ne sono una celebrità, così come a quanto vocifera la trivialità dei dintorni le sue “ fucking ladies” , che mi aveva proposto sottovoce in offerta nientemeno che un government office sulla via del ritorno da Rajnagar, presumendo così di intrattenermi amenamente insieme con il primo cittadino di Kundarpurah che aveva l onore di affiancare , mentre interloquivano con il giovane vakil che aveva riso di cuore della mia ridenominazione del borgo di adivasi e ne aveva coniato la variante integralmente hindi, presso lo spaccio di te in cui mi ero fermato e in cui ero stato invitato a farmi loro ospite.
Ma dopo che ieri sera Mohammad si è rifiutato di venire in ufficio, dopo averlo già disertato od avervi fatto il pagliaccio, ogni volta che vi conviene senza avere altre ragioni o presunti interessi che dovervi studiare, pur di salvaguardare il suo rapporto con me od il piacere della lettura terminale del Piccolo Principe, sono mutati il vento è l umore, e con il caro ragazzo mi si fa di stretta osservanza una quantomai dolorosa astinenza verbale

sabato 2 gennaio 2016

In Dang 2

L’inferno delle psicopatologie di Kailash  di cui debbo essere il” guaritore ferito”, che ne fu forse l’ infettante, ravvivano di splendore i giorni che la settimana  scorsa prima del Natale ho finito di trascorrere in Gwalior e nel suo circondario,  risalendovi in Amrol, in Dang, agli albori iconici ancora incerti dei templi hindu delle dinastie Pratihara, in Gwalior al loro fulgore estremo già raggiunto nel Teli-Ka mandir, all’intaglio nella roccia di ogni canonica minuzia scultorea nel monolite roccioso del tempio Chaturbuja lungo l erta che reca alla fortezza,  a quanto resta della disfida in grandiosità e magnificenza / splendore ai templi di Khajuraho dei nuovi sovrani Chandella  intentata dai Kachchapagata, già loro alleati e divenutine vassalli,  nei santuari al suo interno Sash e Bau, in Sihonia nel romantico avvampare ora di rovine del Kankamadh.
Di  tali escursioni, mi è ora di conforto rammentare soprattutto quella avvenuta di domenica in Dang, un remoto villaggio in prossimità  di quel Gohad Chauraha  che mi era stato preannunciato come un insediamento che più minuscolo non avrebbe potuto essere lungo l’arteria di raccordo di Gwalior con Bindh , a trenta chilometri di distanza  dall’avvio della corsa in minipullman.
Invece, nella smentita puntuale delle proprie aspettative che sa riservare così spesso l Incredibile India, quando vi sono sceso al termine di una corsa tra distese di arativi di campi  ancora  spogli,  di un interesse paesaggistico meramente agronomico, che può attirare per la sua natura fertirrigua crassa e piatta soprattutto l’acuto  interesse economico di coltivatori punjabi, tant’è che l unico edificio di  risalto apparsomi ai finestrini era stato un tempio sikh gurudvara che avevo avvistato in prossimità dell’arrivo, mi sono ritrovato in un’arteria trafficata di un sobborgo vasto  di per se quanto  una delle cittadine cresciute lungo i percorsi stradali dei Distretti indiani a me familiari,  a tre chilometri di distanza dal  grosso del centro città vero e proprio, mentre in direzione opposta una freccia mi indicava che ad un chilometro era localizzata anche una stazione ferroviaria.
In quello stesso suburbio non mancavano gli stessi atm, e ben altro che di soli biscotti avrei potuto sfamarmi, che il giorno avanti, all ingresso in Amrol,  che dall’addetto alla reception mni era stato invece prospettato come un villaggio in pieno sviluppo, degli insegnanti che il  conducente del tuc tuc aveva contattato mi avevano avvertito che era la sola cibaria che vi avrei potuto reperire, sempre che dei nativi, o loro stessi, non fossero disposti ad offrirmi da bere anche del tè.
Non mancavo inizialmente di essere sviato verso la stazione ferroviaria, dopo avere fatto scorta di banane e di guava, prima di ritrovarmi avviato , da indicazioni credibili per la loro concordanza, lungo il seguito  del percorso effettivamente da intraprendere per giungere a Dang, che era (lungo) la stessa arteria trafficatissima dei veicoli più pesanti , autobus e camion, che seguitava in direzione di Bindh, ancora avanti per non meno di tre, cinque chilometri a piedi, fattibilissimi data anche l ora meridiana in cui iniziavo a incamminarmi.
A cenni e in hindi, un primo passante che interpellavo ulteriormente mi faceva intendere che Dang  era situata sulla concrezione argilllosa dell’altura minimale che dopo tanta pianura  si profilava sulla mia destra ancora remota,  facendosi via via fascinosa, perché tra la vegetazione arborea le dimore che iniziavo a scorgervi,  nel loro sopralevarsi assumevano le parvenze di residui di antiche torri.
Come dei casali nella vastità delle campagne meridionali d’Italia,  li precedevano tra i  coltivi , che fossero minuscole case, postazioni di avvistamento di watchmen a guardia dei campi o ripostigli di arnesi, edifici a guisa tutti quanti di parallelepipedi senza seguiti di tetti o di ingentilimenti di sorta,  che avrei visto contrappuntare anche le campagne del vicino distretto di  Morena nel recarmi a Sihonia.
Mi smarrivano frecce di vistose segnalazioni in hindi, per cui per il tramite al cellulare di Kailash chiedevo conferma della esatta direzione di marcia a un giovane di grande avvenenza  che sopraggiungeva in trattore , solo poco prima che delle frecce ulteriori mi indicassero anche in inglese che la strada da intraprendere era proprio la scorciatoia sulla destra che sinuosa tra i campi recava verso quella altura,  per un tratto a piedi ancora a lungo, dove il venir meno del manto stradale  di cui restavano solo incrostazioni sparse,  si faceva la pulverulenza di  un camminamento terminale patibolare, tra le asperità del ciotolio  soggiacente al loro insussistente arco plantare.
Un passante mi offriva sulla sua motocicletta un passaggio la cui gentilezza non mi sentivo  di ricusare, proprio mentre la vista del villaggio mi si veniva slargando a distanza ravvicinata,  e così mi ritrovavo a discendere di li a poco proprio all’altezza dell ingresso del tempio, in una radura dell’addensarsi di alberi  nel cuore del villaggio.
Mentre depositavo lo zainetto presso la piattaforma del tempio, e ne ragguagliavo l’immagine alla sua riproduzione fotografica, il gruppo di anziani e ragazzi che stazionava appresso si scomponeva per venirmi incontro, com’era da attendersi che fosse , mi dicevo, senza innervosirmi o spazientirmi anzitempo per i contrattempi che la  loro curiosità poteva ingenerare, avevo tutto un pomeriggio davanti per la perlustrazione dell edificio  cui il volume di Trivedi Temples of the Pratihara Period in central India  non riservava più di tre pagine, e potevo  ben ricondurre le loro istanze alle mie., sempre che fossero loro a porsi al mio seguito, e non accadesse , come di solito avviene, che in un sopraluogo tu apra  un libro per investigare un tempio o una pianta, e i fanciulletti o i giovinotti  nativi, senza il minimo riguardo per un’attività mentale di cui non capiscono il senso,  o cui non pensano di dover portare  rispetto perchè a compierla è la bizzarria di uno straniero,nella sua inferiorità umana,  con il loro sguardo ficcante anticipino l’indiscrezione istantanea delle l domande intemperanti con cui ti interpellano,  che non possono che distoglierti dall’attività di ricerca in cui ti stai concentrando.  Ma a filtrare  l’appressarsi di ragazzi ed anziani erano due giovani  che sapevano con me interloquire in inglese, e che mi assicuravano che il soddisfacimento della curiosità e degli interessi degli astanti  non prevaricassero sulle mie esigenze di visitatore.
Dei due quello  più affabile mi informava che un mese avanti era morto il pujari del tempio che faceva da guida a chi sopraggiungesse occasionalmente, e costui  era lo stesso suo nonno paterno, il che spiegava come in segno di lutto fosse rasato il suo capo, cui accennavo come a riprova-
Da allora nessun altro era sopraggiunto da fuori a visitare il tempio, e in onore della mia venuta reinaugurale, un fanciullo sopraggiungeva con un vassoio di dolci, che ingentiliva
Ancor più l’accoglienza che mi si veniva riservando.
Venuto meno il sikhara originario del tempio insieme con la varandika,  la sua visita  avrebbe richiesto l’indagine visiva solo del basamento e delle pareti  e del portale d’accesso, con la sola complicanza, che già mi avevano riservato  i templi di Amrol,  ma che però  mi si sarebbe qui riproposta più intricata, che l’ordine delle divinità cardinali del tempio vi si era  si completato, oltre le tre soltanto che nel più antico tempio di  Amrol , il Ramesvara, avevano conseguito tale insediamento tutelare,  ma con solo Agni, Yama e Nirriti posizionati nel lato direzionale che sarebbe stato il loro, definitivamente. Come si era verificato nel tempio di Amrol più tardo il Danebab, vi si sarebbe ripresentato Surya,  per uscire di scena poi nei templi posteriori, ma  invece che occuparvi, come nel Danebaba,  il sito che sarebbe stato presocché per sempre quello di Isana, vi sarebbe comparso in luogo dello stesso re Indra nell’angolo est- sud dove costui si sarebbe stabilizzato permanentemente. Il seguito  delle divinità a guardia del tempio mi avrebbe riservato, per  giunta, tutta una serie di  irregolarità  ulteriori rispetto al posizionamento  cardinale/ direzionale  che sarebbero divenuto quello in pianta stabile degli altri dikpalas,. Vayus vi  occupava ( occupava) (ndovi l’angolo) avrei infatti dovuto ricercarlo  nell’angolo che sarebbe divenuto di Varuna,, in luogo del quale avrei dovuto vedere comparire Hari-hara, per trovarlo essendovi invece insediato nell’angolo di nord-est che  sarebbe divenuto il presidio definitivo di Kubera., mentre in seguito, se tutto tornava, avrei visto una divinità femminile non meglio precisata prendere  il posto che sarebbe stato quello poi fisso di Isana
Ripresa l opera del Trivedi , con i miei due accompagnatori ed i ragazzi che mi restavano appresso, cui si univano via via   degli anziani incuriositi e interessati,  tra svarioni vari e ravvedimenti repentini, a iniziare dalla confusione di Surya con l immagini che invece era di Brahma che campeggiava nella kapili settentrionale del vestibolo, stupefacentemene  mi disciplinavo a meraviglia  nell’apprendere dando apprendere, al tempo stesso in cui  scoprivo che come il  secondo dei templi di Amrol, dall epoca altomedievale della sua fondazione era rimasto per i nativi un tempio di culto vivente di cui si era persa ogni memoria o consapevolezza dell’identità degli dei che vi erano scolpiti.
Mi si era fatto subito cenno a Krishna dadhi-manthana,  intento alla angolatura del latte con la madre Yasoda, in una formella dislocata incongruamente sopra il portale d’accesso, talmente travalicante è la popolarità della sua ghiottoneria birichina del  burro delle gopi, di cui non avrebbe tardato a derubare i cuori stessi fattosi giovinetto,  e come non ravvisare Ganesha nella prima delle divinità di stanza nelle proiezioni centrali, ma quanto alle stesse divinità cardinali, o a Kartikkeya riconoscibile per il pavone che alimenta, quale suo veicolo, o a Parvati in Pancha-agni-tapas nelle altre nicchie principali, le cui immagini vi erano di stanza a completare il consesso famigliare del dio Shiva cui il tempio era dedicato, come già in Amrol, o Batesara, o Naresar, secondo un’ordinanza canonica che avrei ritrovato nelle nicchie inferiori del basamento dell’ adhisthana  del tempio Chaturbuja di Gwalior, in cui soggiacevano a quelle superiori di Vishnu e di due sue incarnazioni, essendo tale tempio  in onore dell onnipervadente,  talmente si era stabilizzata negli ordinamenti iconografici delle maestranze templari,  ciò che dicevo illuminava le menti degli astanti come una rivelazione originaria.
Errori smentiti, ripensamenti, correzioni in corso di visualizzazione  e ribadite stabilizzazioni interpretative , ma tutti sembrava concorrere ad assicurarmi l’attento riguardo di un seguito indefettibile e ammirato,  che cercavo di accalorare della mia passione emozionata, alla vista dei mirabili ornamenti delle nicchie e della magnificenza della viridiscenza vegetativa dei pilastri laterali - prati-rathas  che ne monumentalizzazavano il risalto, ancora gremiti della vitalità naturalistica dei rilievi Gupta,  forse una primizia del tempio di Dang, tale ricorso a guisa di paraste dei prati-rathas, come nel fasce del portale quello di bande in forma di pilastri o stamba-sakhas, di cui un sikhara fosse il coronamento terminale. E come non esaltare il dispiegarsi  a ruota retrostante del piumaggio del pavone di Kartikkeya , a  suo insediamento in un trono di gloria che ne irradiava il fulgore divino?
Già a quello dei due fratelli che mi era più amichevole, avevo alluso alla bellezza incantevole dei motivi decorativi delle tulas che soggiacevano ai pratirathas lungo la modanatura dei kalasas, o alle carenature degli udgamas che sormontavano le nicchie, assumendovi vivaci sembianze leonine in quelle delle nicchie centrali, al tempo stesso in cui gli indicavo il  tetto di un  edificio vicino le trabeazioni che ne sporgevano, le  sciahtir,  per  fargli intendere che ne imitavano nella pietra le testate ornamentate che fregiavano i templi hindu lignei originari. Ne avrei avuto un ricordo struggente il giorno seguente in Sihonia ,  quando l’immensità immane del Kankamadh mi si sarebbe ridimensionata, momentaneamente, alla vista del degrado della finezza della grafica scultoreadelle tulas che vi comparivano oramai come un residuo  arcaico, in epoca avanzata Kacchapagata, al pari di come in una immagine ingrandita gigantescamente la risoluzione bassa dei dettagli la sgrana in una ricampionatura rovinosa..
Una giovane signora indiana , proveniente dall’America, e nativa di gwalior, vi avrebbe invece invertito i  ruoli che in Dang mi aveva conferito presso i nativi la mia pur tormentata cognizione iconica delle loro divinità scolpite, quando all uscita dal garbagriha dove si era prosternata in adorazione del linga  al seguito di un  gruppo di ragazze che vi avevano recitato una litania di mantras, mi faceva presente che la pradakshina che aveva appena compiuto non si prestava all adorazione di Shiva, e che avrei dovuto invertirne in un secondo tempo il corso in senso antiorario, così come mi era imposto ogni volta, senza che ne avessi tratto il debito insegnamento, dalla piattaforma circolare che nel Matanghesvara recava sino alla scalinata d’accesso al linga superiore, intorno al quale era d’obbligo poi ruotare in senso contrario.
Le pareva buona cosa che in Sihonia, come in Mitaoli, Padhavali o Batesara , non vi fossero  che  visitatori indiani, e la mia esperienza della  realtà devastante dell’ attratività turistica di Khajuraho mi induceva a darle conferma mentre ci congedavamo, pur se poco prima avevo fatto redarguire da un indiano due ragazzini che stavano scalando una parete dal tempio, mentre un uomo stava discendendo da una delle nicchie centrali dove per farsi fotografare aveva preso il posto della statua dells divinità che vi era un tempo riposta. Degno emulo delle coppie che incorniciano il loro amore entro gli archi dei mirhab delle moschee monumentali di Delhi.
In  Gwalior avrei poi assistito all ingresso seriale  al  Teli-ka-mandir. di gruppi di ragazzi che ne varcavano il recinto solo per scattarvi selfie e foto amicali di cui il tempio per cui non avevano occhi non era nemmeno lo sfondo, e nei templi  Shash Bahu all irrompervi  comitive studentesche che vi transitavano solo per  riempirli del loro chiasso berciante, od appollaiarsi e sfilare lungo le trabeazioni di supporto dei grandi pilastri del mandapa centrale.
In  Dang invece, come già in Amrol , preso il Danebaba,  mi si veniva a distanza al seguito, mi ci si faceva accanto per condividere la mia ricerca, farmi domande, mi si conveniva intorno, terminata la visita, per la serie di domande che dettava loro la  curiosità, dopo che un ragazzo era statio incaricato di recarmi del the con dei biscotti. Quanti altri paesi avevo visitato’ Da quando l india era diventato il mio approdo permanente? ED eero stato in Pakistan? Com’era sta con me la gente del Pakistan? “ Come voi, rispondevo  sorridendo, con un dito volto circolarmente, accennando al loro grato radunarmisi intorno. Per  curiosità ed interesse i pakistani giovani  mi si facevano talmente addosso, dicevo, che a volte era dovuta intervenire la polizia. E vi avevo trovato templi hindu? No, a onore del vero, neanche uno, oltre le moschee soltanto delle chiese cristiane, presidiate dalle forze dell’ordine. Ma lungo la frontiera vi sono luoghi dove ihindu e islamici pregano negli stessi templi, come a Delhi sulla tomba di Sultan Ghari, o nella Firouz Shah KKotha. Erano ben consapevoli, di ciò che aggiungevo , che le cose vi si fanno gravi se uno lascia la propria religione. Islamica per unì’altra religione. In India  ritenevano che non dovessi avere avuto problemi a professarmi cristiano, come confermavo, pur non tacendo  delle difficoltà e delle paure rivelatemi da altri cristiani, E gli indiani nel mondo? E  i loro mandir? Ne avevo incontrati molti nel mio stesso paese, provenienti dal  Punjab, addetti ai lavori dei campi ed alla mungitura, altri insediati in ogni parte del mondo, dove i templi che costruiscono spesso riuniscono i loro tratti hindu a quelli di chiese, di moschee, luoghi di culto buddisti, per significare che molte sono le religioni, ma uno solo il loro Dio.
Gli astanti mi accreditavano oramai di un  tale grado di conoscenza delle universe vicende e delle loro vestigia culturali, che si passava a chiedermi che cosa mai concernessero le lastre allineate a noi accanto ai bordi della attuale piattaforma del tempio. La mano aperta jn rilevo nella parte sovrastante mi faceva ritenere, come loro attestavio, che potesse trattarsi, come già in ERan, di lapidi commemorative del sacrificio di qualche sati  consuma negli antichi tempi , come loro convenivano persuasi.
L’ora era già tarda, e mi si provvedeva un passaggio in motocicletta fino a Gohad Chauraha., non senza prima avermi lasciato in dono un pacco di dolciumi, e che scambiasi le mie generalità e il mio recapito in facebook con i due  fratelli che seguitavano a fungermi da tramite.
V’era tuttavia ancora il tempo perché con un seguito appresso mi si portasse in giro per il villaggio, a vederne le case che dei miei accompagnatori erano le abitazioni, da cui mi si facevano incontro le donne di casa, dai bancali frontali, i chabutri, estesi quanto giacigli, le stalle e i covili dei loro animali, tra cui le capre più care con cui si facevano fotografare, i cumuli simili a covoni di pani di sterco e i capanni che ne erano i depositi,  un  santuario all’aperto ricavato dai resti del tempio.
Dove mi attendeva l uomo che con la sua motocicletta mi avrebbe trasportato, uno zio dei due ragazzi, che trepidamente e teneramente  mi ci avevano condotto per mano, erano radunati degli uomini intorno a un fuoco, degli anziani che erano le autorità del villaggio con i quali, sedevo a riscaldarmi al calore delle fiamme. Avevano tutti quanti prestato servizio nell’esercito mi si diceva di loro.
“ Ed hanno essi combattuto contro il Pakistan? chiedevo sollevando l’ilarità circostante.
No, si smentiva, nel congedo finale
“ Finora, chiedevo al giovane che mi era più caro di tradurre per tutti, cui avevo appena confidato che mi era stata da loro donata una delle giornate più belle di tutta la mia vita, forse una delle dieci più meravigliose,  Dang era solo il nome di una località scritta  su un libro. Ora resta scritto ancor più nel mio cuore”



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