giovedì 2 maggio 2013

in Mahoba e dintorni itinerari di antichi templi hindu


Lungo l’ampio viale che da Sagar, Chhatarpur, corre verso Mahoba, giunti al borgo di Srinagar, a meno di venti chilometri oramai dall’antica capitale del regno dei Chandella, quando ormai si sta abbandonando il centro abitato del villaggio, una deviazione compare a sinistra, lungo la quale si inoltra il nostro itinerario. L’indizio che la strada è quella giusta è l’apparizione, sempre alla sinistra, poco dopo che la si è imboccata, dello specchio lacustre di un talab, prima di un conglomerato successivo di tempietti hindu, situati dentro ciò che resta di un apparato fortificato. Qualche chilometro dopo si profila sulla destra un rilievo scistoso, ed è alla sua altezza che occorre intraprendere la deviazione che compare sull'altro lato della strada, per arrivare in pochi chilometri alla prima nostra meta, in Urvara, un villaggio tutto arcuato lungo un vasto talab, per lo più prosciugato, presso il termine del cui costeggiamento  appaiono  i resti di un antico tempio shivaita.
La sua complessità confonde la vista e l’emoziona, nel profilarsi criptico di gradinate e di portici ornamentati dei motivi geometrici di rosette e rombi diamantini e gremiti di edicole vuote, i cui  recessi recano al santuario interno sovrarialzato, è un disorientamento cui contribuisce l’ammanco del lato a ridosso del villaggio, tamponato da un edificio che comprende i resti della parte caduta in rovina, insieme con la copertura del santuario del tempio. Ma l’impianto presto si disvela.

Sul basamento che digrada nel talab, tre delle quattro scalinate originarie d’accesso recano ad una terrazza superiore, e tra loro, dopo i primi gradini, sono raccordate da una galleria soggiacente alla stessa terrazza della piattaforma, sulla quale si sopraeleva il santuario vero e proprio. Sono così numerose le edicole sulle pareti esterne e interne della galleria, oltre settanta,  quale mio assistente, ne ha contate il mio piccolo incantevole Ajay, mio figlio adottivo, da accreditare l’ipotesi che il tempio fosse dedicato alle Chausat yoghini, le 64 dee in cui si manifesta l’energia o Shakti del Dio, con nicchie residenziali ulteriori per le divinità femminili ad esse alleate, almeno quanto,  se non ben più, del tempio che ritroveremo sul nostro cammino.Tra i rombi di diamante, e le rosette, che costituiscono i motivi ricorrenti dei fregi, nei pilastri una sorta di croce si risolve nella stilizzazione quanto mai compendiaria di due coppe fogliacee dell’abbondanza.
Non una novità, come non lo sono  l’ornamentazione involuta degli stipiti inferiori,  le pietre di luna o chandra sila delle soglie, o i reticoli a scacchiera sovrastanti, un apparato decorativo che fa risalire il tempio al secolo decimo della nostra era, quando i Chandella erano ancora dei feudatari tribali in fase di emancipazione. Dalla piattaforma, poi altre tre gradinate superstiti immettono nella sala o mandap quadrangolare del vero o proprio tempio , coperta, grazie alla transizione di un ottaedro, da un soffitto circolare da cui si affacciano teste bovine, entro l’involucro superstite di un tetto piramidale. Ed è da tale sala, che per il tramite di un breve vestibolo, si ha accesso a quel che resta del garbagriha, il santuario del Dio. Del portale solo le statue delle dee fluviali Ganga e Yamuna e delle loro attendenti - una delle quali era forse una divinità naga o serpentina-, sono sopravvissute con una certa grazia e fortuna all’erosione del tempio.
La contemplazione  in cui la mente s’interna in virtù del  respiro sacrale del tempio, può ora spaziare alla vastità del talab, nei cui fondali prosciugati discendono di seguito ghat sgretolatisi, e dove , se ancora umido è il fondo, a trovare frescura e pastura armenti di bufali, in una distesa che si fa sterminata.
E la mente corre in cerca di analogie e di conferme alle sue congetture, e non tarda a trovarle, in tutta evidenza, nella rivisitazione del tempio delle Chausat Yogini di Vias Badora, nel circondario di Lori, a una distanza di gran lunga inferiore di quanto non paia secondo gli attuali confini,  stando ai percorsi dei manti stradali e al  loro dissesto: anch’esso verte su quattro gradinate d’accesso su cui è sopraelevata la galleria, da cui  si ha accesso al tempio centrale, allo stesso piano, pressoché identica l’ornamentazione geometrico-floreale, e decisivo, a suggellare l’ipotesi che siano due varianti dello stesso tipo di tempio destinato al culto delle Yogini, il ricorso alla galleria deambulatoriale, ed il ricorrere sulle sue pareti di edicole così numerose, da raggiungere e superare il novero stesso delle Yogini.
Si è forse così individuato, al contempo, un tipo ulteriore di tempio alle dee Yogini, dell’India centrale, oltre a quelli di Khajuraho, che allinea le celle delle dee sui quattro lati del cortile rettangolare di una possente fortezza templare, e a quello che invece le dispone lungo le pareti che volgono circolarmente dei templi  di Mitaoli, nel circondario di Gwalior, e di Bedhavgath, nei pressi Jabalpur.
Raccolte le energie fisiche e speculative, si può essere di ritorno alla grande via alberata che reca a Mahoba, seguitando viaggio, al ristoro della sua ombra, fin che non si avvistano sul lato manco i cavalli di Arjiuna, Arjuna medesimo e il medesimo Krishna, nelle statue di uno sfavillante tempio recente ceramicato.
E’ alla sua altezza che occorre svoltare, per poi girare ancora a sinistra, e ritrovarci in Sanjahari, il bel villaggio del secondo tempio del nostro itinerario.
Così già l'ho descritto nella pagina del mio blog sull'arrivo dell'autorickshaw nella casa dell'amico Kailash
“Con Ajay io ero invece in Mahoba e dintorni, per visitarvi gli antichi templi Chandella di cui avevo ritrovato l’indicazione del sito, insieme con il foglietto su cui ne avevo trascritto i nomi, dai pannelli che durante il festival di danze internazionali di Khajuraho pubblicizzavano tali località archeologiche. Un incanto il tempietto dedicato alle Chausat yogini di Sijahari, la cui scalinata digradava nei ghat di un talab, tra le fronde di un pipal, e di un nim, che ne custodivano la sacralità delle granitiche forme architettoniche primeve,

sei sikkara sopra sei delle nove celle interne, corrispettivamente di diversa grandezza, alla destra e nel lato retrostante, senza alcun apparato decorativo, un portale di accesso alla sala interna su cui davano le celle multi residenziali delle dee, i motivi ornamentali esterni puramente geometrici,
in un’alternanza di poligoni e di rombi diamantini, sopra le flessuosità curvilinee degli stipiti inferiori, riprese magnificamente nella sukanasa o antefissa,
 secondo un’assonanza di forme e decoro che evocava i tempi del Lalguan Mahadeva di Khajuraho, e ancor più il Chusat yogini mandir, l’adiacente tempio a Ganesha, anch’essi in riva a un talab, di MauSahanya, o i presumibili tempietti alle dee e il tempio al Dio Shiva in loro puntuale prossimità , di Bhima Kundha, situati nei vicini paraggi di Dhubela"

In effetti erano cosi grezzi i soli motivi ornamentali di poligoni e rombi, era talmente semplificativa l'inteposizione della modanatura di quattro kapota tra il basamento e i sikkara,
da fare risalire il tempio di Sijahari, come quelli di cui detto, ai primordi della estensione sul territorio della dominazione Chandella


Lungo il percorso che dalla strada che reca a Mahoba svolta sulla sinistra,  all'ingresso in Sijhari, se non è in corso la stagione delle piogge, è impossibile non rilevare le pile di pani di sterco stesi al sole ad essiccare, secondo una disposizione estetica che rammenta l intreccio della paglia,
come il cotto di certi magnifici  gunbad o mausolei islamici  iraniani,  in Sangbast, nel Khorasan.
Siamo ben oltre ogni provocazione d'avanguardia inscatolata come merda d'artista,  ancora infantilmente intrappolata nel dualismo scatologico che fa dello sterco l'alimento principe del demonio, suscitato dal  disgusto sensoriale degli escrementi.
Dilungandoci nella sosta presso il tempietto, propiziata dall'amenità del sito,  sotto l'ombra delle fronde del pipal o del nim che si riversano nel talab, tra cui i sikkara granitici compaiono e dispaiono, il pensiero ricorre al dualismo radicato nell'arte Chandella come in quella di Roma antica, tra un arte braminica o patrizia della capitale e un arte plebea della provincia, per cui il granito e il suo rude ornato hanno iniziato e  seguitato a caratterizzare il sermo rusticus dell'arte dei Chandella nelle aree rurali delle loro dominazioni, rispetto ai templi in arenaria splendidi che si sono susseguiti in Khajuraho,  o negli altri principali centri dei Chandella che, quasi in prototipi di esordio, come a Mamallapuram, vi erano stati prefigurati in forme più  rudi o ancora ridotte, per poi  rifulgere coevi,  per chi venisse dai contadi, nella loro grandiosità di sviluppo architettonico e statuaria,  a iniziare dall'esordio fenomenale del tempio Laxmana. Nello stesso volgere dei tempi, i templi rurali coesistevano con la  grandiosità di sviluppo di quelli delle capitali, in modi analoghi a quelli in cui  le pievi romaniche assistevano alla loro trasfigurazione nelle splendide cattedrali dei borghi medioevali, e seguitavano a volgere alla fede e a riproporsi umili ed alte, o divulgavano i luoghi di culto più illustri in modestia di  sembianze e di ornamenti, come mentre i nostri templi hindu, periferici,  riproposero quelli di Khajuraho, o di Mahoba, , più che a riproporre in tutta modestia quelli di Khajuraho, come in direzione opposta pur avvenne, remotamente, a Boipura, o a Baragaon,  in quel di Tikamgarh, tesero a differenziarsene, o si profusero per conto proprio, magari con  la vistosità di più sikkara, facendosi plurimi nei loro santuari, magari, e nelle modalità d'accedervi, ma in scala più ridotta e in tutta povertà granitica, con più rudimentali torniture di modanature e scannellature di amalaka ,  senza trine o trame di chaitya, ma senza florilegi di statue o di fregi di scene di vita di corte,  ricadute di kirtimukka a profusione. E come era possibile, altrimenti, se anche nelle successive capitali di Mahoba e di Ajaygarh, i templi dei Chandella poterono reggere il confronto con quelli di Khajuraho solo in ordine di grandezza e quanto a edificazione in arenaria,  negandosi ogni consimile trasposizione statuaria di quali e quanti siano i modi di manifestarsi della pienezza del  Dio.
Ma se nell'arte di provincia non fu raggiunta o perseguita la successione in linea e in crescendo delle componenti architettoniche dei templi di Khajuraho,  che teneva sublimemente coesa ogni espansione laterale nei transetti ed ogni profusione iconografica statuaria,  in una forma di coesione ascensionale sattvica, che rendeva intelligibile mediante un percorso circolare la metafisica religiosa che ispirava i cicli e le proiezioni e i recessi delle innumerevoli statue, non vi venne meno l'avanzamento di grado nella unificazione architettonica del tempio hindu,  di portici e sale e gallerie di deambulazione e santuario, che dei Chandella  alle forme del tempio hindu fu il lascito straordinario.
Lunga e diritta corre la strada verso Mahoba, già oltre in direzione di Bandha, e quasi dispiace, giunti al chilometro undici, lasciarne il confortevole ammanto, pur di giungere alla meta finale, per ciò che ciò si prospetta di li a poco, tra il polverio che si fa ammorbante delle cave intorno di cemento. una deviazione sulla destra per una strada sterrata così accidentata e scoscesa, irta di spuntoni di roccia così aspri, che invita a chiedere al cielo quando mai finisca, per suggestivo che sia, nel sole e nel caldo, l'aspetto nevoso che assume il paesaggio sommerso di calce. Ma è la pena di pochi chilometri soltanto, giusto il tempo che si profili il dirupo di massi intorno al quale svolge il suo corso l'incantevole Makarbai, che è bene seguire tutto nel suo dipanarsi di casipole bianche e blu, negli slarghi improvvisi ombreggiati dai nim, fin che tra i tetti bassi di tegole compaiono intatti i sikkara del purana mandir, o mar, di cui si è chiesto così a lungo, e di cui non va certo deluso all'impatto l'orizzonte d'attesa.
Tre sono i sikkara, con un rombo di diamante macroscopizzato nella discesa della proiezione centrale lungo i fianchi della jangha,
  reticoli a scacchi ne sono la trama e gli occhi di luce in luogo delle gavaksha, o chaitya, come tre sono i garbagriha dei santuari  che raccorda la sala interna, cui si accede da una gradinata che ne risale la piattaforma su cui la sala o mandapa è sopraelevata, con la sua volta a cupola sovrastata puntualmente da un tetto piramidale.
I portali dei garbagriha consentono di identificare in Vishnu la divinità della trimurti che in diverse sue manifestazioni , secondo la diversa disposizione dei suoi attributi, presiede al centro della trabeazione l'ingresso della cella, e indica  nella sua divinità  il destinatario del culto, nel fregio sovrastante si affoltano le nove divinità planetarie, e come è di rito le dee fluviali, Ganga e Yamuna , sostano in basso  sugli stipiti laterali. Nella volta del mandapa oltre  la cordonatura soggiacente di "reverse half diamonds " (semi-diamanti inversi),  fregi di  triangoli alterni, rosette, si succedono motivi a cuspide, esattamente come nel tempio  shivaita gemino di Vias Badora.
Volge al tramonto l'ora calda meridiana, appagati si è di ritorno lungo la via che riporta a Mahoba, non senza che dei pavoni possano esserci stati di congedo nella radura al'uscita del villaggio.

martedì 30 aprile 2013

in Chandigarh


Quando ho sognato il mio arrivo in Chandigarh, mi accoglievano luminose case bianche con verdi finestre squillanti, tra la frescura frizzante di un vento montano, cui succedevano quartieri di case in cui il  cemento aveva grigiori perlacei, di longilinee haveli di arenaria fulgente, con intarsiati rilievi  arabescati.
Ma dopo le piatte distese oltre i filari di pioppi dei campi dell’ Haryana pulverulenti, l’arrivo nella  Chandigarh reale è stata  la disillusione istantanea che realisticamente non potevo che attendermi,
Per anonimi quartieri moderni l’autobus è pervenuto nella più anonima e grigia stazione di autobus,  aperta a  una piazza centrale di un grigiore ancora più squallido. E come ho trovato e lasciato la  stanza di albergo,  attardato dalla impossibilità di sostare nel primo hotel perché non disponevo del  permesso di residenza in Chhattarpur, è subentrata l’anonimità dei viali a quella dei caseggiati popolari e di utilità pubblica  dei settori centrali,  verdi di una moltitudine di alberi estenuati dalla calura  estiva e senza vigoria di fronde, lungo incerti e sterrati camminamenti pedonali, rispetto ai quali  predominavano le auto in ogni corsia. Ma non solo  le larghe arterie stradali a percorrenza veloce erano riservate al dominio pressocché assoluto degli autoveicoli, e lo erano anche le corsie a scorrimento più lento, mentre le piazze destinate al traffico pedonale ne erano degli esclusivi parcheggi, in cui spadroneggiavano i carapaci delle loro sagome allineate, mentre nei parchi  i viandanti erano sparute presenze fantasma.
 Delle forme di vita di strada,   le uniche attestazioni erano due venditrici appiedate di frutta, mentre per dissetarmi, in assenza di qualsiasi chiosco o rivendita di bibite analcoliche,  ho dovuto rifarmi a uno degli spacci frequenti di vino e birra.  Uscendo avevo mirato solo a raggiungere il centro capitolino, credendo che per quanto a quell'ora tarda ne fossero inaccessibili e inavvicinabili gli edifici pubblici, con il flusso del traffico potessi raggiungerne gli spiazzi resi più magnificenti dalle illuminazioni notturne.
Ma giunto a qualche settore di distanza, senza ravvisarne ancora alcuna parvenza, non mi restava che avviarmi al rientro tra le repliche seriali dello stesso tipo di edifici pubblici rinfrescati di bianco, a loro volta delle  repliche seriali di filari di balconi senza sporto rispetto ai loro supporti.
All’uscita dell’hotel, l'indomani avrei  visto  appiedati i chai walla del settore 22,  i venditori di tè, prima di trovarmi più a mio agio nel traversare un settore agiato, per raggiungere per i suoi viali il teatro Tagore.  Un  esercizio di rigore, più che di fantasia, il  parallelepipedo in muratura tra due cubi di vetro che ne costituiva il tutto, Era odoroso anche nello spiazzo esterno delle travature e dell’acustica in legno, ne era il sentore dell’ascetica degli allestimenti, l’ambito in cui  la cultura popolare indiana sembra  trovare  in Chandigarh  il solo diritto ad una sua rappresentazione scenica,
Poi, nella  pioggia che si intensificava nel  tardo mattino, nemmeno l’iter procedurale che si complicava per ottenere il diritto di accesso al centro capitolino, poteva lasciarmi presagire ciò che esso mi avrebbe riservato: già l’approssimarvisi aveva la cupezza di un incubo,  il verde incolto di radure ed alture lo appartava al di fuori della città abitata,  destinandolo al solo accesso militarizzato della burocrazia amministrativa, in un sogno di città in cui con la pianificazione urbanistica  cadeva ogni effettiva  ragione d’essere di una partecipazione politica.
Eppure, oltre il mostruosario del Secretariat , che splendidi edifici aveva vagheggiato la fantasia geometrica di Le Corbusier,  quali armoniose ricomposizioni incruente di ogni  vertenza politica e giudiziaria, nel parlamento e nell’alta corte di giustizia, in virtù del semplice decorrervi  civico dei cicli naturali dell’essere.  Si arriva a fronteggiare il Parlamento dopo averne costeggiato l’azzurro delle vasche d'angolo, che frescheggia e riflette la sua attività rinnovatrice, mentre  il profilo corneo della tettoia si allunga in un’inflessione che è come una ricezione della spiritualità celestiale, la sovrastano una piramide inclinata, una sorta di sifone svasato che pare un’ ameba, a significare tutto ciò che di  straniato e sghembo si ricompone in ogni ordine. E le vacuità dei supporti di cemento costituite di  circolarità irregolari,  esaltano come l’ordine geometrico comprenda intrinsecamente anche l.‘organico. Nel suo manifestarsi alla vista in cromatismi vistosi,  bellissimo il pannello che nei cicli della vita include la sede istituzionale del Parlamento. Ma il magnifico edificio primeggiava in un immenso isolamento deserto , senza impronta alcuna di alcuna vestigia umana  partecipativa, conteso dal cemento armato del grande spiazzo di fronte, e dall’erba matta che vi cresceva incolta e lo attorniava con grami alberi. Una recinzione che divideva l’ampio spiazzo, troncava ogni flusso vicendevole con il palazzo di giustizia,  rinviando al presidio militare della riduzione a burocrazia della democrazia.
Ridisceso l’avvallamento  e raggiunta e percorsa, a sinistra, la china  in salito del   manto stradale divisorio, mi ritrovavo presso la scultura celeberrima del’open hand, della mano aperta, pronta a ricevere e dare, in virtù di una risorsa civile di Chandigarh, così vitale, che sembrava non aver bisogno di alcun concorso  politico od istituzionale  nel suo auto asserirsi. La frequentazione diurna delle aule giudiziarie spiegava come il verde circostante l’Alta corte fosse stato aggraziato a giardino di rose, tra getti d’acqua, e come con il traffico umano di vakil, avvocati e loro clienti, vi circolasse quello veicolare. L’Alta corte era un’altra invenzione fantastica del genio architettonico di Le Corbusier, avvivata da un reticolo di parallepidedi che hanno la funzione di frangisole,  da pilastri nei più  brillanti colori primari, sullo sfondo di rampe di ascesa così innovativamente profilate di vuoti.
L’esercizio del rigore giudiziario vi era convertito nell’applicazione delle regole di un  gioco, come quelli dell’ infanzia, che attraverso le sentenze che emana ci riconsegna  alla innocenza di una ritrovata armonia  con l’ordine naturale delle cose,
Del  rigore costruttivo applicativo della città in cui tornavo, senza sublimazione ascetica o invenzione fantastica, nel suo destinare il pregio di abitazioni e negozi e ristoranti solo ai più facoltosi, era una sorta di compensazione complementare l’esuberanza fantastica del rock park che Nek  Chand, ispettore e supervisore di strade profugo dal Pakistan,  dopo la Partizione, aveva prodigiosamente popolato delle sue innumerevoli  creature scultoree, ottenute con il riuso clandestino dei più vari rottami  della città in formazione, cocci in ceramica di  vasellame, di prese della corrente, ferramenta di biciclette, senza che tuttavia lo strabiliante assumesse ai miei occhi  una valenza più che artigianale, pur nel suo evocare le cromie luminescenti degli edifici di Gaudi.
Il romantico Gandhi Bavan, di Jeanneret, nell’arcuarsi della tensione delle sue linee spezzate, per frangersi ancora, in una ricomposizione ciclica ternario che prende orpo nel corso della pradakshina deambulatoria, materializzantesi nel calore della sua bellezza granulare parietale, sotto il sole ritornato a splendere e ad avvivare i parchi e i giardini del campus universitario in cui il memoriale è situato, è stata la visione del bello in cui si era commutata in farfalla la crisalide  delle parvenze da incubo di Chandigarh, prima che il Satabdi-express mi consentisse il sollievo di distaccarmene, per ritrovarmi gioioso nella vitalità di Delhi.

una ritrovata innocenza in armonia/ all’ innocenza di un ritrovato equilibrio

giovedì 18 aprile 2013

l'arrivo del tuk tuk


Neanche due giorni sono intercorsi, tra l’arrivo del mio bonifico nel conto corrente dell‘amico,  quando già ne disperavo, e quello dell’autoricksaw nuovo di compera nella casa di Kailash, dopo che per anni e anni mi sono dato da fare, ed ho atteso invan,o  per vedere Kailash  intento al lavoro nei suoi campi, o nel nostro negozio generale di paese, fare anche solo la barba ad un solo cliente in quello di barbiere, invece che stazionarvi a farla da padrone in chiacchiere supponenti.
In Chattarpur, dove l’autoveicolo è  stato acquistato, con alla sua guida un conducente amico si è stati  già di ritorno,  martedì scorso,  una seconda volta, per la registrazione dei dati identificativi dell‘autoricksaw , sobbollendovi sotto un caldo torrido in compagnia di Ajay edi  Chandu. Insieme con il lavoro ed un  guadagno non irrisorio, stando a quanto ha raggranellato già il primo giorno, pare sia sopraggiunta anche la fine dell' insonnia notturna che alimentava il suo ozio in un circuito vizioso esasperante, quando non c’era pomeriggio che non dovessi contrastare la sua propensione a letargire in un letto, od al suolo, tra i bambini inaccuditi che gli stavano intorno.  A mezzogiorno ora lascia che anche al  mio pranzo  provveda Vimala,  per essere quanto prima in postazione di nuovo presso l’automezzo, pur se deve ancora attendere che gli arrivi a giorni la licenza del trasporto di viaggiatori che non siano dei familiari, o dei conoscenti, per potere seguitare a trasportare liberamente i suoi clienti occasionali. Nel frattempo non si attenta più a farlo, dopo che ieri la polizia l’ha intercettato e redarguito presso il tempio di Durga ch’è in prossimità dell‘aeroporto, mentre con due ragazze, oltre Vimala e Poorti, e Chandu, era avviato a Byathal per mostrare l’automezzo ai propri genitori. Con Ajay io ero invece in  Mahoba e dintorni, per visitarvi gli antichi  templi Chandella di cui avevo ritrovato l’indicazione del sito, quando ho recuperato il foglietto su cui ne avevo trascritto i nomi dai pannelli,che durante il festival di danze internazionale di Khajuraho, pubblicizzavano tali località archeologiche. Un incanto il tempietto dedicato alle Chausat yogini di Sijahari, la cui scalinata digradava nei ghat di un talab, tra le fronde di un pipal e di nim che ne custodivano la sacralità delle granitiche forme architettoniche primeve, sei sikkara sopra seidelle nove celle interne, corrispettivamente di diversa grandezza, un portale di accesso alla sala interna su cui davano le celle multi residenziali delle dei, i motivi ornamentali esterni puramente geometrici, in un’alternanza di poligoni e di rombi diamantini, sopra le flessuosità curvilinee degli stipiti inferiori, in un’assonanza di forme e decoro che evocava  i tempi del Lalguan Mahadeva di Khajuraho, e ancor più il Chusat yogini mandir, l’adiacente tempio a Ganesha, anch’essi in riva a un talab, di MauSahanya, o i presumibili tempietti alle dee e il tempio al Dio Shiva in loro puntuale prossimità , di Bhima Kundha, situati nei vicini paraggi di Dhubela.

in memoria di don Ulisse Bresciani


Dall’India in  cui ancora  mi trovo, la lettura in rete del  commento  di don Ulisse Bresciani alla Genesi e alle Lettere di Paolo, negli incontri che teneva ogni martedì nelle sale canonicali della basilica di Sant'Andrea , puntualmente  quanto implacabilmente vi arrivavo in ritardo, era rimasto fino a questi giorni il mio solo legame continuativo  con la realtà di  Mantova più propriamente  culturale e spirituale. Avrei voluto prima o poi un giorno o l’altro scrivergli, a riguardo, e rendergli grazie di quanto nel corpo a corpo dell’esercizio sanguinante dell’amore  reale, in tutte la vulnerabilità cieca e le fragilità umilianti della mia carnalità spirituale, avessi trovato sostegno e conforto decisivo nelle sue riletture illuminanti dei sacri testi che sono l‘alfa e l’ omega della spiritualità cristiana, in particolare,ad esempio, sulle orme esegetiche del biblista  Andrè Wenin,  di come la  cupidigia sia il peccato alla radice di ogni altro, quando il desiderio non sa accettare il limite che consente il ritmo dell’essere, e la " bestia, che in noi è accovacciata" si fa distruttiva di ogni alterità umana e naturale che ci è affidata in dono perché se ne sia responsabile, o di come per Paolo  la potenza e sapienza di  Dio nel suo splendore di gloria, si manifesti  proprio nella vulnerabilità fragile per cui per il mondo siamo solo debolezza e follia, sua spazzatura  e rifiuto di tutti.
Con che luminosità annuente mi aveva manifestato come fossi proprio nel vero, che avevo inteso al volo, quando gli ebbi  timidamente a chiedere  se nelle loro candide vesti lavate con il sangue dell’agnello, i 144 mila eletti dell’Apocalisse , riscattati dalla terra, non fossero gli stessi eunuchi evangelici,.
Invece per un’ispirazione che non è pura casualità naturale, dopo innumerevoli giorni ho aperto in internet  questo martedi 16 aprile la Gazzetta di Mantova,  per ritrovarvi la notizia dolorosissima della sua morte il giorno avanti, senza più alcuna possibilità di alcuna ripresa con egli di alcun discorso  ad un mio futuro rientro. Non lo ritroverò dunque più nella sala della colonna di Sant’Andrea,o in quella d’attesa del nostro comune medico personale, senza che potessi supporre la gravità del male che ve lo recava, per la stessa serenità imperturbata e gioiosa con cui mi salutava e poi, in sincronia, si reimmergeva  nelle letture dei libri che vi recavamo per leggerli in attesa, e fin che avrò vita terrena resterà così consegnato solo alla riesumazione della mia grata memoria, il ritrovarvi  in questo mondo  l’unico volto e l’unica voce in cui nelle ore estreme del dolore e della disperazione, dei miei ultimi tempi, ho confidato e che ho ritrovato immancabilmente pronta ad ascoltarmi, per accompagnarmi nella remissione o a riavviarmi alla speranza fiduciosa . Così è stato , per la sua indefettibilità spiurituale, quando a lui si è rivolto in lacrime il mio Io affranto per la morte del mio piccolo Sumit, o  quando con la dignità ed il lavoro, ogni prospettiva di vita e di futuro  sembrava  andata distrutta.-
In tal modo egli si assimilava a Dio, nel suo debole per i deboli di cui parlava nelle sue omelie mirabili, autentici improvvisi del Suo Spirito.
 Allo stesso modo, si è assimilato alla Sua passione per la libertà di ogni uomo, quando con fermezza assoluta mi ha categoricamente invitato a lasciare  affidata alla autonoma scelta del mio amico indiano, e della moglie,  il compimento della gravidanza da cui sarebbe nato il nostro adorato Chandu , pur dopo averli consigliati nella loro fede hindu secondo quanto mi dettava la mia ispirazione cristiana.
Resta  ora compito di chi a differenza di me è dentro la comunione di vita parrocchiale della Chiesa cattolica, che non vada disperso l'insegnamento del suo Cristianesimo, così radicalmente fedele alla  Parola del Verbo e così  eversivo al contempo della vulgata devozionale religiosa, nel farsi flagello sferzante, di domenica in domenica,  di chi  annuendo tra i banchi sapeva benissimo, in conformità  di fede a questo mondo,  come essere assolutamente cattolico senza essere per niente cristiano.

venerdì 5 aprile 2013

6 aprile


Kailash, immensamente caro, a notte inoltrata finalmente ha trovato il suo sonno  occupando il mio letto,  nella stanza della televisione Vimala e i bambini si godono ora il riposo di una vita serena, mentre io solo insonne, custodisco la mancanza insostenibile di Sumit.alla nostra unione familiare
Nei campi circostanti Khajuraho, alla cui vita agreste  l'altro ieri ho fatto ritorno da Delhi, ancora compaiono ampie distese di grano, tra i coltivi in cui già le spighe ne sono state recise e raccolte in mannelli,  una quiete profonda quanto la realtà delle cose sovrintende al lavoro nei campi e alla pastura dei bufali nelle radure,  in un'intensità d'ombre che addensa la pace sotto le fronde.
Prima di partire per Delhi, due settimane fa, sulla via che reca ai villaggi di Citrai, Beni Gangi, Bamnora, un contadino mi aveva coinvolto nella separazione che ancora era in atto dei grani dil pisello dalla pula, con un'elica che fungeva da ventilabro di fronte ai cesti di cernita,  era agli inizi la raccolta dei ceci, i campi intonsi di grano primeggiavano su quelli in cui era iniziata la semina, un incanto era la luce che invigoriva la viridescenza nel fogliame, non ancora si era illanguidita nel velame delle nubilagioni che ne offuscano ora la luminosità, mentre la calura incrementa, ed allo spirare  del vento turbini crescenti di  foglie morte ingialliscono nei fondali stradali, delle radure e dei campi di stoppie.
Nella stessa vita di ogni giorno del villaggio di Khajuraho, intanto ho dato l'addio al giovane commesso del k
Kashmir , così riguardoso e gentile, ho ritrovato Ganesh senza più lavoro come guida, con il dottor Dubey ho differito di parlare del suo affido del suo podere alle mie cure, mentre con Kailash ho pattuito compensi e fatto acquisti, ho vagheggiato un futuro in cui ogni iniziativa intrapresa giunga a buon punto, l'acquisto dell'autoricksaw, il lavoro nei campi propri ed altrui, inseminandovi con il grano od il sesamo le colture ayurverdiche, il progetto di un negozio di item islamici desunti dagli atelier dell'urdu Bazar, dell'apertura di una bottega di giocattoli e di beni domestici e capi ornamentali,  in materiali poveri quali carta riciclata, legni non pregiati, pezzi di stoffa,  giunchi e vimini e cordami, lavorati dalle mani di donne ed adolescenti o di popolazioni tribali di villaggi adivasi,
Da Delhi vi sono stato di  ritorno con nuovi seggiolini di canne palustri,  acquistati nella solita bottega  del Nehru Bazar, ma questa volta dai giovani che li fabbricano mi sono fatto condurre nella casa in cui le costruiscono, in strettoie di vicoli quali quelli in cui mi è venuta meno anche solo l'idea di inoltrarmi ulteriormente,  oltre la Turkman Gate, quando sono pervenuto sino alla breccia tra le case che costituisce con i loro muri il vano a cielo aperto del luogo di culto islamico delle presunta regina Tugluq *, morta in Delhi di fine violenta come l' altra signora che vi ha tento di erigersi nella storia recente a despota dominatrice dell'India.
Non meno care mi erano nei bagagli le cards con i  girasoli, od il trenino,  o le libellule e altri fiori e insetti  intorno ad essi volanti, ricavati da ritagli di stoffe e filamenti colorati, o la collana di simulate pietre ottenute con le policromie, e i caratteri devanagar, di striscioline arrotolate di ritagli di giornale, che nel National craft Museum avevo acquistato da una luminosa e intensa Jan Sandesh, che li fa  creare a donne ed adolescenti dei sobborghi di Delhi, ripromettendomi che sarei tornato/ tornerò/ quanto prima a trovarla, perchè le cose non finissero a tal punto, facendomi estensione, a mia volta, della  rete di relazioni del suo atelier solidale, come  non possono finire nel nulla le mie dichiarazioni di intenti con Bablu,  in Chitrakoot,di diffondere tra i bambini indianii suoi meravigliosi giocattoli di legno, in luogo di quelli di plastica, o che espressi con la signora di Nagpur che ho incontrato nel Silpgram di Kajuraho a fine febbraio, che a delle famiglie adivasi assegna la fabbricazione, o il disegno e la stampa, di meravigliosi manufatti o di tribali figurazioni warli.
 Nè vi avevo accantonato come acquisti occasionali, la maglietta con l'effige di Ganesha, dall'aureo profilo stilizzato, o quella con l'immagine in bianco e nero di Ghandi, accompagnata dal suo asserto che "Dio non ha religione". Come non ritrovarmici d'incanto, nella ricerca di un Dio da adorare in Spirito e Verità, tramite una fede liberata dal sacro di qualsiasi religiosità? Non per altra ragione raccolgo o indosso al contempo simboli hindu e islamici e cristiani, con la rabbia in corpo che mi si sprigiona in furore,  quando non posso nemmeno  inoltrarmi poco oltre la soglia di un  tempio con le scarpe, per lenire i  tormenti artrosici che insorgono nel levarmele,   dove possa sedermi  lì accanto, che ecco, all'istante, c'è già chi mi ha avvistato ed inveisce contro la impurità contaminatrice delle mie calzature, o al solo ricordo della suoricina di Khajuraho che mi rimbrotta per il rosario hindu con il quale ho partecipato al rito della messa la domenica delle palme, compiacendosi di dirmi che li tagliano loro, non appena sia loro dato di farlo,  simili  oggetti di perdizione...
Anche il samadhi del luogo di cremazione dello stesso Gandhi  ne è divenuto un sacrario, per chi mi ha redarguito che anche il vasto circondario di pietra che a distanza vi si eleva intorno,  ne era un baluardo intoccabile dalla borsa in cui avevo raccolto dei libri.
 Ma  nel tardo mattino di oggi  6 aprile,  Kailash mi ha or ora recato la notizia che dopo oltre una settimana non gli sono stati accreditati i 1.500 euro che gli ho inviato per l'acquisto dell'autorickshaw, ed io già immagino che siano finiti dispersi, e voglio soltanto sfigurarmi e levarmi la vita distruggendo la sua.






mercoledì 27 marzo 2013

28 marzo- Holi


28 marzo, secondo giorno di holi, un holi ai suoi minimi termini ieri, qui in Khajuraho, più una festa dei colori familiare/ domestica che per strada. Soltanto un ragazzino mi ha spruzzato polveri, all’inizio della mia digressione verso il  Brahma Temple, per ripercorrere fotograficamente gli itinerari di Chitrai,. Bamnorah, Beni Gangi, sulla via di ritorno del Chatarbuja, che è sta da me ripercorsa invano così tante volte, agli inizi del mese, per ricercarvi invano il portafoglio smarritovi, con la mia carta di credito, così come alla ricerca degli occhiali che vi ho perso il giorno prima, invano in mattinata sono stato di ritorno sul mela ground ove la fiera era in via di definitivo smantellamento, Mi sono intrattenuto con diversi indiani al talab, che precede Citrai,  intento a meditarvi su come solo la considerazione della nullità, di fronte al nulla di Dio, di ogni nostro titolo e grado, possa farci ( non solo asserire ma) realmente accogliere la stessa e pari dignità di uomo, con il proprietario sik  della  mietitrebbia che stazionava al limitare dei campi di grano che nel termine opposto del mio viaggio, si stendevano oltre la cinta dei rilievi Vindya in cui si apre la breccia ch’è il sito di Beni Gangi e Bamnorah.
Prima di lasciare la casa di Kailash , che ha preferito che così io non fossi parte della celebrazione con Poorti, Vimala e Chandu, di Holi presso una famiglia di vicini che li aveva invitati, perché non rovinassi a loro anche tale ricorrenza festivai, dopo la puja di Deepawali, il Natale e il Capodanno, ho eseguito il bonifico on line  di altre 1500 euro per l’Ape di Kailash, sbollitosi il reinsorgere astioso del mio malumore per l’inettitudine economico lavorativa dell'amico, mentre al rientro, quando era già sera, riconciliato con il suo essere  quanto mai caro,  mi sono steso accanto a lui che occupava il mio letto, prima che uscissimo per comperare dolciumi bangha/  in  cui sono presenti foglie di una pianta affine alla Marjiuana. In mattinata, solo lo spirito conciliante di Kailash  ha potuto sanare  il contrasto che tra noi stava insorgendo, evitando che degenerasse in scontro. La mia mente, furente della perdita degli occhiali, una riprova del dharma negativo che infesta le nostre vite, era quella impazzita di una tigre in gabbia, e di fronte a Kailash ancora letargico/ tra le coltri, non si capacitava che per  trovare un lavoro che gli dia un qualsiasi reddito, mi ritrovassi a fine marzo senza avere ancora viaggiato a distanza e per lungo tempo per l India (, il mio astio ripetendosi) Il mio astio si ripeteva il leitmotiv solito: che per Kailash sia un dato di fatto ovvio richiedermi ogni distacco e separazione, l’accettazione di ogni doloroso disagio e patito sopruso, qui in India, ogni onere e spesa, come fossero un obbligo da me perennemente dovuto a lui e ai suoi cari, senza dunque manifestarmi  alcuna forma di rendimento di grazie per  ciò che faccio per lui,o alcuna gratificazione di sorta, mentre a me che assicuro tutto a lui ed ai suoi familiari, è stato finora inutile chiedere tutto ciò che gli costi una reale fatica, ogni considerazione in cui prevalga ciò che assicura effettivamente una fonte di reddito, domandargli ciò che solo da un padrone animalesco, e  di necessità, o solo per amore dei figli, se prevalesse sulla sua indolenza al lavoro che lo affeziona a ogni giaciglio, potrebbe essere indotto ad accingersi.
Che poi per trarre da me il mantenimento di sé e dei suoi cari, l’amico debba patire gli attacchi aggressivi del mio ritrovarmi tigre destinata per un tempo indeterminato alle  catene delle sue manchevolezze, sia costretto ad assistere, come mio garante, a quanto reco danno alla mia incolumità mentale e fisica se subisco furti o danni, se perdo cose o i dati e i lavori al computer,  ed egli debba sentire piangere i bambini  angosciati dai miei atti ed atteggiamenti, o dalle nostre risse venute oramai alle mani, vedere con loro volgere al peggio per le mie reazioni inconsulte ogni loro festa, la puja di Depawali o il Capodanno, si fa rilievo accessorio, per i miei deliri di scrittore, e di viaggiatore mancato, trattenuto in India in pausa di sosta prolungata nella sua casa
Anche / e/ stamane, rialimentava ogni mio astio e frustrazione la mia sfiducia preventiva anche nell’esito della compera per lui di un autorickshaw, dopo che con ogni mio sforzo ho ottenuto soltanto che il negozio di barbiere sia l’ambito dei suoi soli interessi non lavorativi, a perdervisi in chiacchiere, e seguitano ad essere affidati a suo padre i suoi due campi e il negozio in Byiathal, senza che da lui pervenga alcuna sollecitazione in senso contrario.
Solo per la resipiscenza di una mia tardiva assunzione di conoscenza e presa in cura dello stato delle cose, ho rilevato che la mancanza di acque di pozzo, e di irrigazione, può pregiudicare soltanto i raccolti invernali dei suoi campi, ed ho coinvolto Ajay in una trasmissione dei compiti, ottenendo, che quando avrò lasciato l’India Kailash  recinga di siepi quegli appezzamenti, assieme ad Ajay, per contornarli di  alberelli di guava, di mango, di piante ayurvediche quali il neem e l'aula, che pongano le sementi al loro riparo, più certo, dalla ghiottoneria animale o  dalla avidità umana, con la ripromessa che l’investimento, la prossima estate, sarà concentrato nella costruzione di un pozzo sui suoi terreni.
Quanto ai terreni che il dottore Dubey potrebbe lasciare in uso, in cambio di una spartizione del raccolto e di una mia assunzione dei costi di gestione, via e-mail ho interessato alla cosa Marzio ed Alessia, che per Holi si ritrovano  in Hampi. Un conto è offrire georgicamente il proprio lavoro nei campi e nella coltivazione di piante ayurvediche, per trarne esperienza e conoscenza, equilibrio fisico e mentale / è un conto/, ben altro farsi responsabile della loro conduzione annuale.





lunedì 25 marzo 2013

dopo allahabad

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Dopo il viaggio in Allahabad

“Noi li tagliamo”, nel defilarsi mi ha precisato la sorella, non poco compiacendosene, a proposito del rosario hindu con cui ero comparso alla Messa.
E dove mai l’avevo acquistato, o come mai ottenuto, quell'oggetto di fatale perdizione idolatrica,  meritevole solo di ogni più devoto accanimento di resezione dell’ impuro.
Loro non taglieranno un bel nulla, quando Chandu si recherà alle loro scuole, ho replicato invece a Kailash, che riteneva ovvio che dovrei sottostare alla richiesta della sorella di non comparire con simboli hindu ad una Messa.
Non è affatto cristiana tale richiesta - gli ho soggiunto, il suo solo concepimento mi risuonava quanto mai empio e blasfemo, non meno del rifiuto dell’ex vescovo di Varanasi di benedire i bambini della scuola di Valentino Giacomin perché erano Hindu.
Quasi che Cristo, anziché per la totale salvazione del genere umano, si fosse incarnato per la sua dannazione generale, come accadrebbe fatalmente, se per salvarsi invece che il vivere bene, fosse indispensabile la credenza nel Gesù storico e nella sua Chiesa apostolica, ed il Cristo non potesse essere ritrovato ed attinto dentro ogni orizzonte di fede e di vita.
 Essere indiani, per i padri reverendi della Chiesa di Khajuraho,  sembra che piuttosto che il convertirsi alle ragioni di fede di hindu, jain, siks, o muslims, significhi il farsi compartecipe della idolatria dei propri connazionali per il cricket, o che per le sorelle sia il condividere l adorazione infantile per i mortaretti o quella alimentare del dahl, inzuppandovi gaudiosamente le mani, non che per ogni ordine ecclesiastico riconoscersi nei sacri proventi e privilegi secolari che assicurano loro gli ordinamenti civili indiani.
Ne sono stati per me un esempio trascorso, e recente, i collegi cattolici estesi nella loro imponenza per interi isolati stradali, che primeggiano in città in cui i cristiani sono poco più di qualche sparuta famiglia, quali Mathura e Allahabad, dove il Saint Joseph College non era certo l’unico istituto religioso, che si rifacesse alla diocesi di Lucknow, ad essermisi imposto di nuovo e lungamente alla vista, mentre facevo ritorno alla stazione centrale dalle Civiles Lines, dove mi ero perso per l’intero pomeriggio nella sola sezione statuaria del grande museo.
Dunque era vero che vi si potevano ritrovare magnifici frammenti dello stupa di Bharuth, quali quello degli acrobati sovrapposti in elevazione, od il brano di una jataka in cui comparivano capanne dell’epoca Shunga, non solo, oltre ad innumerevoli splendide opere quali l’Ekamukka shivalinga rinvenuto a Khoh, di epoca gupta, o il più tardo Narashima di Unchdih, che dell’arte gupta ancora rammemorava il naturalismo, a splendide rappresentazioni del Buddha risalenti alla scuola di Sarnath, o di Shiva e Parvati, nei loro celestiali sponsali, che sono state asportate da Khajuraho, a copiosi reperti di varia origine religiosa provenienti da Kaushambi, vi figuravano dei pannelli ornamentali e le chaitya degli oculi solari, contornanti divinità quali Mahisha Suramardini, del tempio che finora ho mancato di andare a vedere di Bhumara, sicchè, in un itinerario nell’India Buddista ed Hindu prima di Khajuraho, raggiungendo Buhmara da Nachna Kuthara, per poi dirigersi a Maihar, e lungo la strada per Rewa, ai luoghi ed ai siti del museo di Ramvan e della stupa di Bharuth, seguitando sulla via per Allahabad che conduce agli stupa di Dor Khotar, prima di pervenire alle sole fondamenta di quelli che furono eretti dallo stesso Ashoka in Kausambi, dove è dato di visitare i resti dei monasteri in cui visse Buddha medesimo e compose l' Itivuttaka, l’approdo al museo di Allahabad avrebbe significato il ritrovamento figurativo incantevole delle superstiti vestigia figurative di quei templi e stupa che si siano già visitati, od evocati nel sito medesimo in cui sorsero.
Un’esperienza estasiante, che smorzava l’amarezza sconsolata e rabbiosa alla Sangam, del giorno avanti, dove alla confluenza dei sacri fiumi non avevo ritrovato pressoché più nulla della Maha Kumbh mela. Soltanto le
infinitudini dei pali della luce elettrica vi restavano erette, in un silenzio percorso dal vento che non era infranto che dal rumore dei camion che asportavano le travature dei ponti galleggianti che erano sospesi sulle acque poco più che reflue del Gange, in cui della festa hindu non sopravvivevano che poche ghirlande di calendule depositate a riva dalla corrente, che i piedistalli di alcune pedane di vasi sanitari.
Da altre maestranze anche le tubature fognarie venivano rimosse con le scavatrici, che aprivano pertanto voragini nel letto in secca del fiume, le passerelle di ferro dei vari percorsi di raccordo, sul greto sabbioso, seguitavano ad essere schiodate e rimosse ad una ad una.
Ad ondate salienti risaliva il furore di avere mancato l’appuntamento con l’evento, fallendolo una prima volta quando ho tentato di approdarvi in fuga da Khajuraho, talmente la mente vi era stravolta per avere subito i clamori notturni delle feste nuziali e la lettura avvenuta a tutto volume del Ramayana, in una casa accanto, per potersi ritrovare nei carnai hindu dellla Maha Khumb Mela, al punto che mi sono arenato in Chitrakoot, prima di Allahabad, ed oltre la sua stazione ferroviaria, vessata dalla pioggia, nell’approdo illusoriamente consolatorio, in Sarnath, delle parole misticamente disincantate con cui Valentino si ritraeva da ogni coinvolgimento spirituale nella Maha Kumbh mela “ E’ solo superstizione. Prendono tutto alla lettera, ed invece di purificare la mente con le acque dello spirito, vanno a immergere il corpo nel Gange, che è più merda che acqua, per poi tornare alle loro case santificati e più truffatori di prima…”
Ed io stesso, come se tale demistificazione potesse distogliermi dalla mia frustrazione incombente, avevo addotto un rinforzo testuale a tale sua deprecazione del Maha kumbh mela, inoltrandogli le pagine del Sarvatirthamahatmya del Garuda Purana: "Ma il santuario più alto è la meditazione sul Brahman; il controllo dei sensi è un altro luogo santo; la disciplina interiore è un supremo tirtha e la purezza del cuore un lago santo. Colui che compie un’abluzione in un tirtha spirituale, nello stagno della conoscenza, nell'acqua della meditazione profonda, che distrugge l'impurità derivante da attrazione e repulsione, costui si avvia alla meta suprema.”. La frustrazione irreparabile della mia aspirazione a dare coronamento alla trasposizione immaginativo-letteraria nelle mie ecloghe di un anno di vita indiana, con la mia esperienza tradotta in versi del massimo evento hindu, ben altro combustibile avrebbe trovato alla sua rabbia furente, nell'uno o nell’altro dei passi, a mia libera scelta, della Gangamahatmya del Naradapurana: " Chi uccide un brahman, il proprio guru o una vacca, il ladro e colui che viola il talamo del guru, tutti costoro sono purificati dall’acqua della Ganga: non c'è incertezza su questo”.
Nella proiettività della mia miseria diuturna, sapevo a memoria con chi prendermela, con l'amico del mio cuore, appunto, che nella sua possessività egocentrica, nello stravolgere con le sue renitenze la mia mente votatasi alla missione impossibile di farne un lavoratore attivo, in uno spirito di rinuncia sacrificale che si era obbligato al suo servizio effettivo permanente, diveniva il colpevole primo del fatto che avessi mancato di vivere tale evento, che mi fossi ad esso sottratto o che ne fossi stato distolto, un evento, la Maha Kumbh mela, che avrebbe potuto risarcirmi di un anno vissuto in India senza esservi che un viaggiatore e un conoscitore sporadico.
La livida collera che con lui trattenevo al telefono,minimizzando i pellegrini e i sadhu residui, uno più automatico dell'altro nel chiedermi una baksheesh, era già immemore delle sue lacrime e del dispiacere con cui tutta quanta la sua famiglia si era rassegnata a dovermi lasciare partire solo per alcuni giorni, e mi avrebbe ulteriormente esasperato l'animo che l'indisponibilità di posti per il giorno seguente, mi fosse di impedimento a restare in Allahabad un giorno ancora, per recarmi a Kaushambi, visitare in Allahabad di nuovo le tombe del Khusro bagh, più di quanto non mi avesse consentito un accesso furtivo, a sera inoltrata, prima della partenza, tra le presenze fantasmatiche degli omosessuali che vi cercavano incontri, ombre umane tra quelle dimore ultraterrene, che per quanto magnificenti, a distanza di anni, quando le visitai in concomitanza con la Ardh Kumbh Mela, mi ricomparivano come residenze celestiali di principi e regine madri, senza trascendersi nella sublimità di trono di gloria dell'Altissimo, cui si eleva imperituro il Taj Mahal
The train one, one, one, ek, ek, ek, is" normally late" 2, 3, ..11 hours,” avrebbe poi risuonato di continuo l'altoparlante, nella Junction railway's station di Allahabad. E' l'India, bellezza,  intanto mi ripetevo per adattarmi al ritardo, per il quale mi sarei ritrovato in Khajuraho alle due del pomeriggio anziché alle sette del mattino
Marzo 2013



Dopo il viaggio in Allahabad

“Noi li tagliamo”, nel defilarsi mi ha precisato la sorella, non poco compiacendosene, a proposito del rosario hindu con cui ero comparso alla Messa.
E dove mai l’avevo acquistato, o come mai ottenuto, quell'oggetto di fatale perdizione idolatrica,  meritevole solo di ogni più devoto accanimento di resezione dell’ impuro.
Loro non taglieranno un bel nulla, quando Chandu si recherà alle loro scuole, ho replicato invece a Kailash, che riteneva ovvio che dovrei sottostare alla richiesta della sorella di non comparire con simboli hindu ad una Messa.
Non è affatto cristiana tale richiesta - gli ho soggiunto, il suo solo concepimento mi risuonava quanto mai empio e blasfemo, non meno del rifiuto dell’ex vescovo di Varanasi di benedire i bambini della scuola di Valentino Giacomin perché erano Hindu.
Quasi che Cristo, anziché per la totale salvazione del genere umano, si fosse incarnato per la sua dannazione generale, come accadrebbe fatalmente, se per salvarsi invece che il vivere bene, fosse indispensabile la credenza nel Gesù storico e nella sua Chiesa apostolica, ed il Cristo non potesse essere ritrovato ed attinto dentro ogni orizzonte di fede e di vita.
 Essere indiani, per i padri reverendi della Chiesa di Khajuraho,  sembra che piuttosto che il convertirsi alle ragioni di fede di hindu, jain, siks, o muslims, significhi il farsi compartecipe della idolatria dei propri connazionali per il cricket, o che per le sorelle sia il condividere l adorazione infantile per i mortaretti o quella alimentare del dahl, inzuppandovi gaudiosamente le mani, non che per ogni ordine ecclesiastico riconoscersi nei sacri proventi e privilegi secolari che assicurano loro gli ordinamenti civili indiani.
Ne sono stati per me un esempio trascorso, e recente, i collegi cattolici estesi nella loro imponenza per interi isolati stradali, che primeggiano in città in cui i cristiani sono poco più di qualche sparuta famiglia, quali Mathura e Allahabad, dove il Saint Joseph College non era certo l’unico istituto religioso, che si rifacesse alla diocesi di Lucknow, ad essermisi imposto di nuovo e lungamente alla vista, mentre facevo ritorno alla stazione centrale dalle Civiles Lines, dove mi ero perso per l’intero pomeriggio nella sola sezione statuaria del grande museo.
Dunque era vero che vi si potevano ritrovare magnifici frammenti dello stupa di Bharuth, quali quello degli acrobati sovrapposti in elevazione, od il brano di una jataka in cui comparivano capanne dell’epoca Shunga, non solo, oltre ad innumerevoli splendide opere quali l’Ekamukka shivalinga rinvenuto a Khoh, di epoca gupta, o il più tardo Narashima di Unchdih, che dell’arte gupta ancora rammemorava il naturalismo, a splendide rappresentazioni del Buddha risalenti alla scuola di Sarnath, o di Shiva e Parvati, nei loro celestiali sponsali, che sono state asportate da Khajuraho, a copiosi reperti di varia origine religiosa provenienti da Kaushambi, vi figuravano dei pannelli ornamentali e le chaitya degli oculi solari, contornanti divinità quali Mahisha Suramardini, del tempio che finora ho mancato di andare a vedere di Bhumara, sicchè, in un itinerario nell’India Buddista ed Hindu prima di Khajuraho, raggiungendo Buhmara da Nachna Kuthara, per poi dirigersi a Maihar, e lungo la strada per Rewa, ai luoghi ed ai siti del museo di Ramvan e della stupa di Bharuth, seguitando sulla via per Allahabad che conduce agli stupa di Dor Khotar, prima di pervenire alle sole fondamenta di quelli che furono eretti dallo stesso Ashoka in Kausambi, dove è dato di visitare i resti dei monasteri in cui visse Buddha medesimo e compose l' Itivuttaka, l’approdo al museo di Allahabad avrebbe significato il ritrovamento figurativo incantevole delle superstiti vestigia figurative di quei templi e stupa che si siano già visitati, od evocati nel sito medesimo in cui sorsero.
Un’esperienza estasiante, che smorzava l’amarezza sconsolata e rabbiosa alla Sangam, del giorno avanti, dove alla confluenza dei sacri fiumi non avevo ritrovato pressoché più nulla della Maha Kumbh mela. Soltanto le
infinitudini dei pali della luce elettrica vi restavano erette, in un silenzio percorso dal vento che non era infranto che dal rumore dei camion che asportavano le travature dei ponti galleggianti che erano sospesi sulle acque poco più che reflue del Gange, in cui della festa hindu non sopravvivevano che poche ghirlande di calendule depositate a riva dalla corrente, che i piedistalli di alcune pedane di vasi sanitari.
Da altre maestranze anche le tubature fognarie venivano rimosse con le scavatrici, che aprivano pertanto voragini nel letto in secca del fiume, le passerelle di ferro dei vari percorsi di raccordo, sul greto sabbioso, seguitavano ad essere schiodate e rimosse ad una ad una.
Ad ondate salienti risaliva il furore di avere mancato l’appuntamento con l’evento, fallendolo una prima volta quando ho tentato di approdarvi in fuga da Khajuraho, talmente la mente vi era stravolta per avere subito i clamori notturni delle feste nuziali e la lettura avvenuta a tutto volume del Ramayana, in una casa accanto, per potersi ritrovare nei carnai hindu dellla Maha Khumb Mela, al punto che mi sono arenato in Chitrakoot, prima di Allahabad, ed oltre la sua stazione ferroviaria, vessata dalla pioggia, nell’approdo illusoriamente consolatorio, in Sarnath, delle parole misticamente disincantate con cui Valentino si ritraeva da ogni coinvolgimento spirituale nella Maha Kumbh mela “ E’ solo superstizione. Prendono tutto alla lettera, ed invece di purificare la mente con le acque dello spirito, vanno a immergere il corpo nel Gange, che è più merda che acqua, per poi tornare alle loro case santificati e più truffatori di prima…”
Ed io stesso, come se tale demistificazione potesse distogliermi dalla mia frustrazione incombente, avevo addotto un rinforzo testuale a tale sua deprecazione del Maha kumbh mela, inoltrandogli le pagine del Sarvatirthamahatmya del Garuda Purana: "Ma il santuario più alto è la meditazione sul Brahman; il controllo dei sensi è un altro luogo santo; la disciplina interiore è un supremo tirtha e la purezza del cuore un lago santo. Colui che compie un’abluzione in un tirtha spirituale, nello stagno della conoscenza, nell'acqua della meditazione profonda, che distrugge l'impurità derivante da attrazione e repulsione, costui si avvia alla meta suprema.”. La frustrazione irreparabile della mia aspirazione a dare coronamento alla trasposizione immaginativo-letteraria nelle mie ecloghe di un anno di vita indiana, con la mia esperienza tradotta in versi del massimo evento hindu, ben altro combustibile avrebbe trovato alla sua rabbia furente, nell'uno o nell’altro dei passi, a mia libera scelta, della Gangamahatmya del Naradapurana: " Chi uccide un brahman, il proprio guru o una vacca, il ladro e colui che viola il talamo del guru, tutti costoro sono purificati dall’acqua della Ganga: non c'è incertezza su questo”.
Nella proiettività della mia miseria diuturna, sapevo a memoria con chi prendermela, con l'amico del mio cuore, appunto, che nella sua possessività egocentrica, nello stravolgere con le sue renitenze la mia mente votatasi alla missione impossibile di farne un lavoratore attivo, in uno spirito di rinuncia sacrificale che si era obbligato al suo servizio effettivo permanente, diveniva il colpevole primo del fatto che avessi mancato di vivere tale evento, che mi fossi ad esso sottratto o che ne fossi stato distolto, un evento, la Maha Kumbh mela, che avrebbe potuto risarcirmi di un anno vissuto in India senza esservi che un viaggiatore e un conoscitore sporadico.
La livida collera che con lui trattenevo al telefono,minimizzando i pellegrini e i sadhu residui, uno più automatico dell'altro nel chiedermi una baksheesh, era già immemore delle sue lacrime e del dispiacere con cui tutta quanta la sua famiglia si era rassegnata a dovermi lasciare partire solo per alcuni giorni, e mi avrebbe ulteriormente esasperato l'animo che l'indisponibilità di posti per il giorno seguente, mi fosse di impedimento a restare in Allahabad un giorno ancora, per recarmi a Kaushambi, visitare in Allahabad di nuovo le tombe del Khusro bagh, più di quanto non mi avesse consentito un accesso furtivo, a sera inoltrata, prima della partenza, tra le presenze fantasmatiche degli omosessuali che vi cercavano incontri, ombre umane tra quelle dimore ultraterrene, che per quanto magnificenti, a distanza di anni, quando le visitai in concomitanza con la Ardh Kumbh Mela, mi ricomparivano come residenze celestiali di principi e regine madri, senza trascendersi nella sublimità di trono di gloria dell'Altissimo, cui si eleva imperituro il Taj Mahal
The train one, one, one, ek, ek, ek, is" normally late" 2, 3, ..11 hours,” avrebbe poi risuonato di continuo l'altoparlante, nella Junction railway's station di Allahabad. E' l'India, bellezza,  intanto mi ripetevo per adattarmi al ritardo, per il quale mi sarei ritrovato in Khajuraho alle due del pomeriggio anziché alle sette del mattino
Marzo 2013