domenica 8 gennaio 2017

pietà di me, mio Dio

Pietà di me, Mio Dio,
della troppa mia delicatezza prima di giungere a morte,
dona la Tua pace
ai miei giorni che strema il Tuo giogo,
ne intendono solo spasimi e stenti,
il farne del mio futuro un tremito misero,
ravvivati o fuoco d'amore
ora e nell ora di ogni nostra morte

il mio ultimo giorno

Mio Signore,
fa che questo sia il mio ultimo giorno,
la mia ultima ora,
il mio ultimo battito,
la mente non vede più oltre che angosce di stenti,
nel seguito degli eventi che l'avvento di belve,
il mio lascito è solo vanità di sforzi,
trema, alla sua aperta voragine,
lo spendermi in perdita per il misero amico,
soffoco, mio Dio,
non vedo più luce nello splendore dei giorni,
tacito di tutto
tra ogni altro in chiarità di sguardo

martedì 3 gennaio 2017

A Capodanno ( Capodanno indiano)

A Capodanno ( Capodanno indiano)
L’ultimo dell’anno ho rivisto ancora una volta in videochiamata Chandu, Poorti, Ajay, Kailash , meravigliosamente belli nei lineamenti ravvivati dal freddo. Chandu era di una allegria che sopravanzava straripante le poche cose che aveva da dirmi, Poorti irradiava ancora più gioia nel riscoprirmi così affettuoso e tenero nei suoi riguardi di bambina in boccio. Con Ajay mi sono intrattenuto prima che gli altri arrivassero e dopo che se ne sono andati, cercando di prospettargli un futuro prossimo, nella prosecuzione degli studi presso la sua scuola fino al dodicesimo anno, per poi seguitarli all’Università di Chhatarpur, in concomitanza con la sua apertura a tutti gli effetti. Con Kailash ho ripreso i soliti discorsi , sull’animazione a Capodanno di Khajuraho, che la faceva affollata di turisti, soprattutto indiani, come nelle ricorrenze dell’Amausia o della stessa Shivaratri, macchine parcheggiate ovunque lungo le vie dei templi, e per egli, senza l' incombenza per le vacanze di portare a scuola Chandu e Poorti e di ricondurli a casa, affidando il negozietto ad Ajay , si prospettava l'opportunità di raggranellare centinaia di rupie con qualche giro turistico in cui recasse ai templi minori o alla stazione ferroviaria visitatori indiani del più diverso tenore, i due signori di Jaipur che avevano finanche richiesto le sue generalità, perché fosse il conducente anche di certi loro amici quando fossero sopraggiunti in Khajuraho, una coppia, marito e moglie, di Bhopal, tutt’altro che in vena di elargizioni, tre signore di Kolkata che benché fossero arrivate da Delhi solo di pomeriggio con il treno che avrebbe dovuto pervenire di primo mattino, si attardavano per strada per reperire un autorickshaw il cui noleggio fosse più economico di quelli i cui conducenti si erano offerti l' uno di seguito all’altro di accompagnarle.
Il freddo tagliente induceva Kailash a rientrare a casa al più presto dall' internet center, per non pregiudicare la salute di un Chandu ancora convalescente, che mi aveva preannunciato come si fosse scurito di pelle per un’infezione contratta e per essere stato sottratto per giorni al freddo dell’acqua e di lavarsi in cortile, ma prima di riportare a casa Poorti e Chandu non avrebbe mancato di recarsi nella vicina pasticceria in cui abitualmente ordinavo le torte per i compleanni e le ricorrenze speciali, per acquistarne una al cioccolato che allietasse il Capodanno dei bimbi.
Cessato il clamore della loro apparizione in videochiamata, il loro squarcio di vita, benché l'ora fosse già tarda ho fatto il numero di telefono di Mohammad, più per una prassi di rito, che perché immaginassi o sperassi che potesse rispondermi, ed invece il ragazzo l ho ritrovato al telefono. L’affetto dirompente che ci unisce ci faceva presenti l uno all’altro più che se ci vedessimo in linea , e i nostri discorsi fluivano l uno dall altro come se si intrecciassero con i nostri sguardi. Mohammad mi ribadiva che Muskan oramai da due mesi l’aveva lasciata, senza che alcuna sofferenza fosse tacitata dalle sue parole. La sua situazione familiare me la prefigurava secondo gli intenti che proiettava nel padre, preannunciandomi che sarebbero rimasti a Khajuraho fino ad aprile, e che al mio ritorno avrei potuto trovarlo li fino ad allora, quando finirà per lui con gli esami di stato il decimo anno scolastico, poi la casa sarebbe stata affittata e lui e la mamma e la sorella avrebbero preso la via di Kanpur, per andare a stare nella casa grande della nonna, mentre il padre sarebbe andato in cerca di lavoro nel Gujarat , da quelle parti. Ma tutto sarebbe stato messo in discussione , se il padre avesse trovato un lavoro remunerativo in Khajuraho.
“ La vita è davvero difficile Mohammad”
“Si deve sopravvivere” mi sospirava il ragazzo.
Ma il peso più  immane che gravava sul loro futuro familiare, più ancora che l'onere della sussistenza,  era il matrimonio futuro della sorella, in là nel tempo di ancora un quinquennio, ai cui costi di almeno 250.000 rupie il padre non sapeva da solo come far fronte, disponendo di un  guadagno giornaliero al più di 200 rupie come venditore di the,  con il quale  non  riusciva a provvedere che a stento alle necessità familiari di ogni giorno .
“ Devo dirti quello che davvero penso, Mohammad? La cosa più terribile è che nei matrimoni indiani diventino un tale problema la dote e le nozze, i loro costi, il dar da mangiare a degli invitati, mentre non ci si dà pensiero che una figlia possa essere felice con il suo sposo," “ Ma se non le dai una dote , e la sposi povera, il marito poi la maltratta, la picchia, non la vuole più, la rimanda indietro dalla sua famiglia…”

Le mie solite raccomandazioni vane che con la fine delle vacanze di Natale riprendesse la scuola, si sovrapponevano al seguito possibile di tale discorso, e come al solito sortivano solo l'effetto di provocare la fine del suo collegamento, con la giustificazione consueta che le batterie del suo cellulare si stavano scaricando
“ E’ geloso di te e di me…non vuole lasciarci parlare ancora”, i termini scherzosi del suo commiato.

sabato 24 dicembre 2016

Ed ora, amico mio ( versione ultimamente riveduta e corretta )

Ed ora, amico mio
( versione ultimamente riveduta e corretta )
Ed ora, amico mio,
Che qui invecchio solitario e nel freddo
Tra cumuli intorno di parole nei libri
Senza che a farmi compagnia sia più la certezza
Di ricongiungerci ancora,
Di nuovo insieme dove come cala la sera su ricordi ed attese
Il gelo del tuo attaccamento ingeneri
La tua gelosa follia
Il residuo calore che avventura ancora i miei anni,
Oltre l’attendere qui solo la la morte nel passare dei giorni,
Ora in me è l’amore che di te crepita, mio caro,
Per quanto so che sei perduto se non ti sostengo,
Per quanto tu in me confidi benché di me
Tutto tu sappia,
Mentre senza di te qui il mio dolore è tale e tanto
Che la gabbia di stenti è il suo imprigionarsi,
Che disperando di ritrovarci
La mia veglia cerca solo l’addormentarsi e il morire
Nel sogno di te.
Novembre-Dicembre 2016

Il dono tanto agognato

Il dono tanto agognato

Come tra Voi l'amico Simone Lanzi mi ha augurato, posso sperare che il dono tanto agognato sia arrivato. Presso il Consolato indiano mi si è assicurato che trascorsi due mesi da che il visto di impiego mi è stato negato, dal 5 gennaio mi sarà possibile inoltrare la richiesta di quello turistico, e a fine gennaio, o nelle prime settimane di febbraio, potrò prendere il volo per l India e riunirmi con le persone che vi amo. Il caos ancora in corso della demonetizzazione che mi renderebbe quantomai difficoltoso assicurarmi ed assicurare il contante in rupie non mi fa certo scalpitare di impazienza perché tutto si risolva al più presto, e Kailash mi attende con animo rasserenato e tranquillo, anche in virtù della forza d'animo con cui ho saputo fronteggiare il mio sconforto angosciato senza trasmetterglielo quando gli telefonavo. Che il Natale che torno a rivivere con mia madre e tra i miei in Italia possa sedare la mia apprensione persistente, senza che debba urtare nella loro incomprensione , o indiscrezione, di quanto mi costa ciò che qui a tremare al freddo non è più solo una scelta di vita. " Giacchè Ti fece amor/ povero ancora"

In quella santa Notte dell Oriente ( riscrittura)

Una volta, di Natale
Ripropongo questo stralcio delle memorie che ho raccolto di mia madre
" A onzar al sproc",

"La stalla era una manna durante l'inverno, c'era caldo, si stava bene, ma quando andavi fuori bisognava che tu ti intortigliassi tutta, perchè c'era un freddo, ma un freddo, che quando cominciano a dire adesso di un freddo polare, ma dov'è questo freddo polare? MI ricordo allora dei freddi che non s'apriva la porta della stalla,,per la condensa, che dentro c'era caldo, e fuori dei candelotti di ghiaccio che duravano mesi attaccati ai coppi. Con delle sere, delle serenate di stelle, dei freddi asciutti che si stava da Dio, anche se era veramente freddo!
Al caldo dei filò nelle stalle, c'era gente ch'era brava a contare le favole, non avevano mai finito, ci mettevano i gesti, ci mettevano tutto il loro modo di fare, e noi altri avevamo gli occhi fuori della testa...A volte venivano anche in due a contare le storie, venivano anche quelli che cantavano, con la fisarmonica, ma quelli che cantavano si facevano vedere anche d'estate, erano i canzonettisti che andavano anche per i mercati, ora ci sono dischi, ma allora essi avevano i librettini delle loro canzonette.
Poi sempre d'inverno, dieci, dodici giorni prima di Natale, arrivava in gruppo della gente di piazza,veniva con un legno fatto a punta, e diceva di volerlo fare ungere: " Andem a onsar al sproc". Questo significava che dovevi ungergli quel legno con qualcosa, che tu dessi a loro del maiale, delle salamelle, un pezzo di grasso, di pancetta, che loro infilavano su quel legno che restava unto, e mettevano poi in una loro sporta. Intanto che arrivavano e che aspettavano che tu venissi fuori, sentivi che ti cantavano la loro cantafola, vediamo se ora me la ricordo, ah, si. " In quella Santa Notte dell Oriente/ che tutti i masa al porco e mi n'g'ho gnente/ La luna la luseva e'l can baiava/ per testimone a gh'era un can de paia".
Era tutta gente di piazza, tutta povera gente, dei cameranti, che non poteva ammazzare il maiale, ma quella sera , chi dava loro un cotechino, chi una coteca, e così arrivavano a casa con la cesta piena di roba di maiale, la coteca più buona la si teneva allora da parte, perchè con questa si facevano fagioli e coteche, e la si cuoceva nel brodo, per questo quella gente accettava anche delle coteche, e le infilavano sul legno, dello " sproc"
Questa era la filosofia dell " onzar al sproc", in " Quella santa Notte dell Oriente"

giovedì 15 dicembre 2016

Tutto su mia madre VII Il lavarsi e il lavare di una volta nelle case di campagna

Tutto su mia madre VII
Il lavarsi e il lavare di una volta nelle case di campagna
"Una volta le case di campagna non erano come quelle di adesso, che hanno le piastrelle e i rivestimenti. Le case di campagna erano grezze, c’erano le pietre normali, e ci portavi dentro la smalta, un po’ di tutto. Normalmente davi un’acquata ai pavimenti prima di spazzarli, quando c’era solo la polvere, che così non si alzava, ma quando pioveva era un disastro, dovevi proprio raschiarci in casa.
Una volta alla settimana ungevi le sedie, pulivi i vetri, facevi tutti i mestieri di sopra. Li facevi solo una volta alla settimana perché dovevi andare in campagna, e da questo lavoro nei campi e nella stalla eri sempre occupata. Sempre una volta alla settimana lavavi i panni e venivano pulite le scarpe, senza stirare tutto come adesso, stiravi le camicie delle feste, quelle sì, così come si faceva pulizia ai vestiti delle feste, ma per i miei genitori e i miei zii erano uno, due, al più, uno per l’estate, uno per l'inverno.
Si lavava tutto a mano, con la cenere, era la cenere allora il detersivo, quella più bella che si ricavava dal focolare, la tiravi fuori, la setacciavi, la mettevi in un lattone, la lasciavi deporre nell’acqua che bolliva in una stagnata, poi ci mettevi dentro tutti i tuoi panni, prima di lavarli una seconda volta in una mastellina con acqua più tiepida e di buttarci sopra la liscivia, per poi risciacquarli per due volte. Gli abiti diventavano così belli puliti e profumati.
Era usato anche il cloro della candeggina come detersivo, per levare le macchie resistenti dei panni bianchi, ad esempio di una tovaglia macchiata di vino, di frutta, e il procedimento era sempre a mano,
O con la cenere o con la candeggina i panni si lavavano normalmente fuori , di lunedì, e se era freddo, o se pioveva, si lavavano in cantina o in una stanza a parte, non in cucina. Erano proprio vite dure, quelle.
Quando poi si dovevano fare le “bugade” era un macello, un massacro. Si facevano una, due volte all’anno, di decine e decine di lenzuola e federe, la donna si doveva allora alzare la mattina presto, alle quattro e mezza, le cinque, per più giorni di fila. Prima si faceva bollire l’acqua, poi nell’acqua si buttava la cenere, veniva poi preso un telo fitto come colatoio, che non lasciasse passare la cenere, e l’acqua filtrata con la cenere veniva versata sui panni che erano dentro una tinozza. La procedura era ripetuta almeno un'altra volta, e i panni venivano lasciati a bagno almeno una notte, prima di andare a sciacquare al fiume tutta quella biancheria, in due, o tre donne, con un carretto, un cavallo, le soioeule, le panche, le assi grosse. Durante le “ bugade” seguitavi a usare per giorni la cenere, in acqua e liscivia, e la cenere ti bruciava, al punto che finivi che avevi le mani scorticate. Per stenderla ad asciugare, poi tutta quella biancheria, ci volevano le soghe grandi e piccole, per distendee i panni da una pianta all’altra di interi filari. Un macello, un massacro. Poi sono venute le lavatrici. Lascia però che ti dica che i panni come li lavavamo una volta restavano più puliti. Le sciacquature che si facevano una volta non lasciavano quella polverina che resta nei letti e nei materassi, del risciacquo della lavatrice con i detersivi.
Quando poi avevi da lavare le stoviglie, come tiravi giù la pentola del brodo mettevi su una pentola dell’acqua, o usavi l’acqua calda della vasca della stufa., vuotavi la tua acqua nella bacinella, ci mettevi una brancata sempre di cenere o di farina gialla, vi lavavi le tue pentole, i tuoi tondi, e venivano pulitissimi. Era salute anche quella.
Per lavarsi non c’erano né shampoo, né dopo shampoo, né balsamo, ti lavavi con acqua e cenere e basta. Macchè sapone, acqua e aceto per il risciacquo dei capelli. E venivano lucidi e lisci come seta.
Il bagno lo si faceva d’inverno alla fine della settimana nella stalla, ah, le vacche con il loro bel fiato caldo, c’era un tiepido, un tiepido…vi portavi una soieuola piena d’acqua, i tuoi panni puliti a cavallo di una panca, poi puzzavano di stalla, ma te li mettevi che erano belli puliti
Facevi il tuo bagno nella tua soioeula, con la tua acqua, ti mettevi addosso i tuoi panni, ti intortigliavi bene, e via di gran corsa verso casa, dove d’inverno ti mettevi nel tuo letto scaldato con il prete e con le braci."