venerdì 24 gennaio 2014

Alla sultan ghari ( itinerari in Delhi, 1)

“ The Safdarjiung tomb?”
“ no, no, the Sultan Gari, the Sultan gari” ripetevo stizzito al giovane addetto dell’ufficio Turistico governartivo in Janpath, “ che lei dovrebbe ben conoscere, visto il mestiere che fa ”, invece di dovere cercare in internet  le informazioni del caso. Ma ciò che mi adirava non era la sorpresa , quanto che quel giovane svogliato e ignorante che con il suo compagno d’ufficio si trastullava al computer,  fosse l’esatta conferma delle mie aspettative, a dispetto delle quali mi ero avventurato nel traffico rischioso da un capo all'  altro di Connaught Place,  ripercorrendone tutto il decorso anulare, pur di evitare il traversamento dello squallore commerciale del Palika Bazar.
Pur sempre a  dispetto di ciò che mi era lecito attendermi, presso il B blok  mi ero lasciato irretire,  come da dei “lapka” , da alcuni giovani  che pur supponevo che gestissero  un fittizio ufficio turistico di informazioni, pur di sibilare loro lo sprezzo furente per il loro tentativo maldestro di invischiarmi  nel loro viscidume azzimato in camicia e cravatta, quando mi hanno detto che no, non si poteva raggiungere che noleggiando un’automobile.
“ E visto il mestiere che lei dovrebbe saper fare, sono venuto in quest ufficio legalmente autorizzato, dicevo ora invece al giovane funzionario governativo,  con verve polemica più sottaciuta, per sapere quali autobus posso prendere dal centro in direzione di Sultan Ghari, la prima tomba monumentale dei sultani di Delhi.
Non ne sapeva niente e non sapeva come informarsene, , o non voleva perdervi tutto il tempo necessario alla ricerca, ovviamente, ma  individuata l’area in cui si trova il monumento ripiegava sullindicazione di comodo di quale fosse la meno distante a suo avviso delle fermate del metro
“ Lei può scendere a Chattarpur e poi prendere un autoricksw”
Era quanto avevo desunto benissimo già da solo, semplicemente consultando la mappa di Delhi.
“ Il problema è che resta alquanto distante, e non credo che gli stessi conducenti di autorickshaw  ne sappiano qualcosa del Sultan Ghari, in Chattarpur”
“ Chieda e vedrà che colà tutti sapranno di esso e potranno condurvela”
Era un’autentica provocazione una simile risposta,  avesse avuto una minimo di esperienza motivata da un cointeressamento effettivo alla bellezza monumentale di Delhi,  una qualche cognizione fattuale, non si sarebbe azzardato a spacciarmi con sicumera una così  illusoria  rassicurazione. Che ne sanno mai  del patrimonio storico di Delhi a milioni i suoi abitanti, quando a milioni sono degli emigranti che vi ci si sono  avventurati solo per disperazione dalle campagne dell’India:
Non mi restava che congedarmi  con deferenza del tutto formale, e reimmergermi nel caos stradale di Delhi, incerto, data l’ora già pomeridiana, se rinviare all’indomani la visita del Sultan Ghari, con tutto il tempo di una giornata davanti, o se tentare di giungervi quello stesso pomeriggio,  prendendo un  metro per Chhatarpur.
La stessa linea gialla avrei potuto altrimenti utilizzarla in direzione opposta,  fino al Chawri Bazar per poi recarmi al Karim Restaurant presso la Jama Masjid, e tentarie la sorte di potervi finalmente  ordinare con successo un pesce sia pure intero, tikka o karaj o curry che fosse, visto che è possibile richiedervelo solo d’inverno, e che quando lo avevo ordinato  di sera, per Capodanno, accettando di cibarmene di uno intero, dato che non era cucinato altrimenti, non ve n’era più , “ finished”., con mio smacco deluso  “ Venga dopo le undici del mattino”mi aveva consigliato il cameriere, ed ora era da poco passata l una del pomeriggio.
Nell’incertezza  facevo due biglietti per ambo le direzioni, e già mi ero deciso per la “ grotta del Sultano”, quando a decidermi a rinviare l’escursione all'indomani,  era la costipazione di corpi fino al boccheggiamento traccheggiante, che vedevo oltre i vetri di ogni vagone delle vetture del metro che viaggiavano in direzione di Chhatarpur.
La sorte di una bella vita quotidiana mi avrebbe così riservato al Karim restaurant finalmente la goduria di un intero fish tandori, e  l’indomani il risveglio in una meravigliosa giornata di sole, che propiziava l’escursione nel suo  fresco albore mattutino.
In nottata,  riconsiderando la mappa di Dehi,  e incrociandone i dati con le coordinate del sultan Ghari fornitemi dalle varie guide,  mi era parso che per giungervi fosse meglio utilizzare la linea metropolitana aeroportuale, scendendo ad Aerocity, che appariva di gran lunga più vicina al sito monumentale che non Chhatarpur . E in tal senso mi indirizzavo
E straordinario sul metrò espresso , usciti dal tunnel, ritrovarsi ad attraversare, come in  un salone mobile, la periferia di Delhi in cui le selve di neem vengono cedendo all’avanzata dei quartieri più lussuosi, scendere e ritrovarsi nella sua periferia a cielo aperto, tra i prati e le radure in cui si gioca a foootball o a cricket, prima di inoltrarsi sotto il sovrappasso,  trovare conferma che nessuno ne sa niente di alcun Sultan Ghari,  ma che vi era pur anche una stazione degli autobus,  a dispetto di tutte le smentite di addetti al turismo del cazzo, prendere nota anche solo dei numeri delle loro  linee, il 717, il  543,  prime di salire su uno di essi,  in direzione di Chhatarpur, lungo la Merhauli road, con il solo supporto di chi sapeva dove dovessi scendere per ritrovarmi all'altezza dellIndian spinal injures center, che secondo una delle guide è in prossimità del Sultan Ghari.
Ma una volti scesi al sovrappasso che reca all’ospedale, e si chiede a chi vi  è operante , o a chi  è del posto da un certo qual  tempo, i rivenditori di frutta o di bevande, qualcuno inizia a saperne qualcosa,  e insorge il dubbio che molti altri saprebbero indicarti la via, il sito, pur che si chieda di esso sotto un altro nome per cui è universalmente conosciuto. Sta di fatto che consentendo con le indicazioni fornite che tra loro sono coerenti,   lasciato l’ingresso al nosocomio  si è indotti a intraprendere la prima via che si diparte sulla sinistra ritornando sui propri passi, a percorrerne l’intero rettilineo sterrato  per svoltare a destra e quindi ripercorrere, svoltando sempre a destra  una strada parallela alla  precedente , lungo la quale ville lussuose e palazzine a schiera s’inselvano nell’aperta brughiera, fino a che non si incoccia in un muro,  oltre il quale da chi ti dice di avere inteso che cerchi la masjid, si  è indirizzati ad avviarsi ove vi si apre un varco,  e dove tra le fronde degli alberi appare infine il Sultan garhi, la grotta del Sultano,  a poche centinaia di metri di distanza dal punto in cui ci si è  avviati a piedi per almeno alcune miglia.
Appaiono innanzitutto le sua mura di cinta, turrite agli angoli, e antistante, a valicarne il portale d’accesso recandovisi in pellegrinaggio, una folla che il giorno in cui vi sono giunto ( il 2 di gennaio del 2014) sorprendentemente ne gremisce la radura antistante, tra tende e cucine di campo,  dove primeggiano bambini e ragazzi, i più quasi tutti allineati in fila per cibarsi di dhal e puri e di una dolcea purea,  attavolandosi e sedendosi a saziarsene in congreghe separate,
Mi si dirà poi che è  un bandhar dove ognuno può saziarsi liberamente,   istituito per celebrare  l’anno nuovo-  è il 2 di gennaio del 2014 il giorno in cui compio la visita-, ma che tanta folla, composta di uomini e di donne e vecchi e bambini,  sia accorsa  e seguiti ad accorrere ad una festa allestita nella radura del monumento sepolcrale, rafforza la mia supposizione che esso sia più popolare di quanto ritenessi , sotto le specie /le spoglie  di un altro nome.
Avrei dovuto chiedere del Mazaar del Pir Baba mi si conferma  dirà più tardi, quando non avrò ancora cessato di meravigliarmi di quanto sarò venuto scoprendo.
Antistanti al monumento tombale vi sono bancarelle che vendono drappi sepolcrali e dolci e lumi e fiori per le offerte, il che è  la riprova di come sia divenuto un luogo sacro di culto, il sito della sepoltura di chi in vita fu un principe guerriero, Nasiru’’d –din Mahmud, figlio primogenito dell illustre Iltutmish,  e predestinato a succedergli, non fosse  caduto in battaglia nel 1229 a Laknauti. La tomba fortezza fu eretta in suo onore due anni dopo da suo padre,  riservando alla preghiera solo la parete occidentale, volta alla Mecca, come nella propria tomba che fece edificare nell’area del Qutub minar, un anno prima della propria morte, avvenuta nel 1236.
E’ un fattore di meraviglia che non tardo tuttavia a relativizzare, avevo già avuto modo di constatare come lo stesso  fosse avvenuto dei lasciti tombali della stessa sorella indomita del nostro principe Nasirud’din Mahmud, ossia la sultana Raziya, la quale salì al trono alla morte del padre Iltutmish, nel 1236, e fu la sola regina  che abbia avuto Delhi come sua sovrana, prima che in epoca moderna vi si attentasse a divenirlo la signora Indhira Gandhi.Come il fratello  anche la sultana Raziya trovò  la morte in battaglia,  a Kaithal, nel distretto di Karnal, nel 1240, a seguito di una rivolta dei nobili che l’avevano costretta alla fuga. Una  delle  sue  tombe presunte,- l’altra  è nella località dove rimase uccisa , è ora accerchiata dalle case a cielo aperto nell’intrico di vicoli che si dipartono dalla Turkman gate nell’old Delhi, dentro una  recinzione che apparta l’area dei sacelli come un luogo sacro
Del dato che gli avelli di principi o dignitari secolari possano prestarsi alla loro sacralizzazione devozionale per lo stesso stato d’ abbandono in cui versano, che assurge a correlato oggettivo  della loro sorte di sante vittime sacrificali,  che il cielo ha preservato dalla profanazione di una sacralizzazione secolare monumentale e del vilipendio turistico che ne consegue,  ne avrei avuto una riprova il giorno seguente, quando la Nila gumbad retrostante la meraviglia della tomba-giardino di Humayun, sul cui incanto visivo solo  i battenti della sera potevano chiudersi per me definitivamente,  al limitare della stazione ferroviaria di Nizamuddin e dei suoi bivacchi di povera gente avvolta per il freddo nei propri mantelli,  mi è apparsa illuminata all’interno, e vi  ho visto salire un giovane per onorarne i sepolti nei catafalchi che ho potuto solo intravedere sotto i loro verdi ammanti islamici, sospintovi lontano dal ringhiare dei cani che  me ne precludevano l’accesso.
una sorte opposta è toccata invece  alle  tugluquidi  moschee fascinose Kirki e Begampur, la cui  conversione in monumenti protetti solo nominalmente, ha sortito la desacralizzazione del loro degrado a trafficato luogo di transito, non che a orinatoio per chi vi conviene nel bere e nel gioco.
Giunti così al portico  d’accesso  alla  Sultan Ghari tomb, è  la finzione marmorea di un arco che vediamo sovrastare la scalinata che ascende al portale che inquadra nelle scritte coraniche delle sue cornici marmoree il tetto ottoganale della sala di preghiera sul  lato opposto dell’edificio sepolcrale.
Analogo destino fittizio graverà sugli archi della tomba del padre, e occorrerà attendere ledificazione a fine secolo della tomba di Ghyathud- din Balban per  vedere comparire in India un primo arco vero . Non lo costituiscono ancora,  infatti, blocchi di pietra a forma di cunei, i voussoirs, disposti circolarmente e culminanti nella pietra o chiave di di volta, ma una successione di pietre disposte orizzontalmente , una sopra l’altra,  con i bordi arrotondati ad una delle estremità.
Valicato l’accesso, ci troviamo in un cortile da cui emerge la parte superiore della  tomba a camera ottagonale di Nasiru’d-din Mahmud, per metà della sua altezza. 
Il porticato circostante si risolve nella sala di preghiera, di cui quattro colonne marmoree supportano la trabeazione ugualmnte marmorea e la copertura ottagonale,  senza che vi sia tentato alcun arco, per i limiti che ben sappiamo, e che approssimano suggestivamente  la sala di preghiera a un tempietto greco in terra di Armenia.
Dintorno i frammenti decorativi, l’ornamentazione , con motivi vegetali naturalistici, che soggiace al rivestimento marmoreo della parte superiore della tomba del sultano, voluto da Firuz Shah ( 1351-88), insieme alla riparazione del Qutub Minar o della Suraj kundi,  oltre un secolo dopo,  attestano quanto  fossimo ancora in tempi di spoglio delle vestigia di templi hindu demoliti, come nella edificazione e nell''ampliamento della moschea Quwattu’l-islam, ma al contempo di soggiacenza alla perizia  e ai limiti delle maestranze hindu. Nella sala di preghiera è perfino ravvisabile l’utilizzo di una yoni o pietra di scolo del lingam ,  nella sua pavimentazione laterale.  Forse l’area fu scelta per edificarvi questa ed altre tombe dinastiche dei figli di Iltutmish, perché si prestava particolarmente a tale attività di reimpiego per la presenza di un tempio hindu, risalente all'ottavo secolo dopo Cristo, dalla cui demolizione potevano largamente attingere i dominatori islamici, edificato, si congettura, da un feudatario dei Pratihara. In esso l’uso di arenaria grigia o bruna avrebbe fatto seguito all'impiego antecedente in loco di arenaria rossa, in epoca Gupta.
E ora il tempo, con i devoti di discendere nella sala della tomba del Sultan Ghari, che la costruzione intorno ad essa della piattaforma, ha trasformato in una cripta , o ghari, appunto, in persiano.
E come ci si avventura, l’emozione si fa palpitante.
Occorre discendere per ripidi gradini, mentre la vista si obnubila, per riacquisire gradualmente la visione di una realtà stupefacente. Un raggio di luce filtra pulviscolare dall'entrata, in cui si calano i corpi dei visitatori e dei  fedeli, ma a vincere l’ottenebramento sono le innumerevoli fiammelle,  esalanti sentore d’unguenti ,  che brillano nei lumi delle candele e delle  coppette di ghee che alimenta fumigante l’ardore degli stoppini   intorno ai catafalchi del principe e di altri membri della famiglia del sultano.  E i devoti depongono fiori e offerte di dolci,  depositano sulle tombe verdi bendaggi , e nei gesti rituali che compiono , l’aarti con i lumini accesi ,  appaiono essere quasi tutti degli hindu coloro che si raccolgono  in preghiera sulla tomba di un principe islamico santificato per le sue imprese compiute in battaglia contro la loro fede e i suoi antichi seguaci, rari sono i musulmani che compongono le mani a coppa nel gesto rituale della preghiera, per poi passarsele sul volto e sul cuore.

 Ed è dato  dato di  vedere anche il  reperto di un amalaka inghirlandata di un tempio hindu antecedente, come ne sono state desunti i pilastri di supporto interno, nei sincretismi mirabili che nella cripta compone la fede.
Risaliti all’esterno, tra le rovine di altre tombe dinastiche, di una moschea in rovina ,  basta avviarsi per il sentiero che si diparte di fronte alla tomba del Sultan Ghari, per ritrovarsi  lungo la Merhauli road da cui fare rientro.





sabato 18 gennaio 2014

17 gennaio, cronaca di una tranquilla giornata indiana

17 gennaio cronaca di una tranquilla giornata indiana

Mi sveglio tardivamente, mentre di fuori sta ancora piovendo, i lampi e i tuoni, il “boom bom” come li traduce in inglese Kailash, dell’imperversare di un temporale nel corso di queste piogge monsoniche fuori stagione, non hanno perturbato più di tanto il mio sonno profondo, talmente me lo concilia il tremendo terribile che dopo che a kailash è stato prescritto a me ugualmente dai medici del Christian hospital di Chhatarpur, al termine della mia breve degenza, la settimana scorsa, che ha fatto seguito ad una comune diagnosi di dementia precox, come avrebbero sentenziato degli psichiatri ottocenteschi, di schizofrenia secondo la psichiatria contemporanea. Una caligine grigia seguita a gravare su Khajuraho, precludendone lo splendore invernale, Kailash lo ritrovo a letto, e comprende benissimo che è a lui che muovo i miei addebiti, quando gli chiedo come mai Ajay e Poorti non siano a scuola, mentre sottaccio che egli non è al lavoro Per il gran temporale scrosciato in mattinata i bambini tutti non sono andati a scuola, si è protratto quindi ulteriormente il regime vacanziero indiano, che feste islamiche a parte, dura oramai da lunedì corso, a seguito del freddo per il quale le scuole indiane restano chiuse in gran parte del paese, in mancanza di qualsiasi impianto o forma di riscaldamento. Per me ha dell’incredibile come un così mite tiepido fresco possa indurre gli indiani a un imbacuccamento con sciarpe e paraorecchi, come io stesso ne abbia patito il rigore e la diffusività di virus e batteri, quando alla mia partenza per Delhi ho patito un gran freddo e mi sono ritrovato all'addiaccio nel vagone sleepers, e ne rabbrividissi al ritorno in stato influenzale, oppresso di nuova da una tosse che mi si accaniva nel petto ogni qual volta tentavo di emettere parole. Ieri, l’occasione o le circostanze impellenti a seguito delle quali Kailash ha dovuto disattendere il lavoro in autorickshaw, è stato il gran riassetto dell ufficio in un vano adiacente, risistemandovi l’arredo e l impianto elettrico, un lavoro che si è protratto unintera giornata, per il venir meno dell energia elettrica fino alle cinque del pomeriggio, a seguito dei lavori in corso in Chattarpur per l'installazione della nuova rete ferroviaria, non che per il gran numero di perforazioni e di chiodi da sistemarvi, da parte del balai, il falegname, perchè sulle pareti vi riapparisse in un ritrovato ordine tutto l’apparato decorativo inter-religioso e del più multicolore artigianato indiano, incluse miniature del rajasthan e dipinti Madhubani o Gondi. Nella mattinata odierna, sono le undici e Kailash è ancora attardato in casa per cucinarmi il breakfast, dopo di che si mette a letto in uno stato di torpida sonnolenza e di indisposizione indisponibile a qualsiasi darsi da fare, accusando il suo cronico bruciore agli occhi, per tutta la polvere che aveva dovuto spazzare ieri n ufficio a seguito del trapanio dei buchi per sistemarvi i chiodi cui appendere quadri e ninnnoli. Già nel decorso del risveglio la mia mente aveva conosciuto i suoi propri travagli, perché la soddisfazione di come il giorno avanti ero riuscito a far risorgere il mio ufficio ancora più bello e più incantevole che nel suo corredo precedente, era stata perturbata dalla pretesa del brahmino Balbil, che del vano del mio ufficio è il proprietario, un ordine richiesta più che una domanda, che dall'indomani mi mettessi a servizio delle due donne che gestiscono il suo ritrovo d'infanzia assistenziale. Non era dunque servito a nulla che oramai due settimane fa, alla partenza per Delhi, avessi rintuzzato il suo esercizio abusivo della propria autorità di brahmino e di proprietario dell’ufficio che è il cuore delle mie attività in India, con l’ordine che mi facessi l’insegnante personale del figlioletto di una donna musulmana che vagheggiava,- come lord Krishna ha mille giopi, one thousand amanti vaccare, a detta di Kailash- in questo caso la moglie del driver Anklet , che a tanto l’aveva istigata, sapendo del debole del brahmino per la sua signora, e con il quale ho un conto da lungo in sospeso, per avere egli scaricato su due piedi con un “ Madar chod” in quel gran intrico di vie che è la vecchia Varanasi, a oltre due chilometri di distanza dal loro hotel, il cliente italiano e la sua famiglia di cui io e Kailash gli avevamo commissionato il trasporto sino a Varanasi da Khajuraho, per essergli essi venuti in gran dispetto in quanto non gli avevano elargito alcuna bakshhesh. E mitigatasi tale mia inquietudine angosciata, grazie anche al lenitivo dei farmaci, ora la letargia di Kailash, il riacutizzarsi della gravità che assumeva per lui la lacrimazione degli occhi, pur se il sole è diuturnamente schermato da una grigia foschia, la sua collericità con Vimala, nel persistere del mio parossismo mi mettevano in stato di estremo allarme, era forse finito, temevo, l’effetto della sua cura farmacologica, mentre nessuno dei familiari sembrava avvertire la situazione di rischio, nè Vimala canora nei suoi lavaggi e rilavaggi, nè Ajay come sempre irreperibile nella sua incoscienza esasperante. Sicché mi limitavo a tenermi daccanto al ragazzo mentre assisteva alla sfuriata del padre, e nel puntargli il dito contro, con foga iraconda, riuscivo a contenere l’aggressività del mio astio per la sua volatilità mentale, per essere egli ancora “chotan” più nella sua incoscienza della gravità delle cose e della pesantezza della nostra situazione che nella statura del corpo.
Per via, avvertivo tutta l’alterazione in corso del mio stato mentale, che i farmaci possono sedare solo nelle sue reazioni, per l’odiosità che assumevano i volti e i corpi della popolazione locale, in specie i giovani che bighellonano in tre in sella alle loro moto, senza prefiggersi niente da fare, alcun vero mestiere da intraprendere, o alcunché da leggere o studiarsi, i lapka e i bimbi già in cerca di turisti da accalappiare, o al loro seguito incalliti, come demoni custodi che se ne sono impossessati di un lascito in rupie per essersene impossessati della fiducia o della incapacità di farne a meno, o di cacciarli via, tale e tanta è di costoro l’ottusa incultura o insicurezza, o pochezza di mete, che fanno si che per un “misto di insolenza, di capriccio e vanità”, non credano o diffidino di chi parla loro in tutta sincerità e onestà, e cadano invece inevitabilmente nelle sporche grinfie di chi non sa pratica re altra arte o parte che il raggirarli, come ben loro sta, sia pure a dispetto di chi studia ogni pietra templare o usanza o vestigia locale, cerca di venire a conoscenza dogni organic farming o organizzazione effettivamente no profit con cui sia fecondo l’incontro del viaggiatore o turista. Era stato il ricadere in tale retaggio locale, al mio rientro da Delhi, quando mi si è irriso al saluto o mentre in bicicletta faticavo nellerta che conduce al tempio Chaturbuja, o neanche nel negozio del balai , il falegname a cui stavo affidando le mie miniature da incorniciare, mi sono trovato al riparo dalla altrui indiscrezione assoluta, alla richiesta del farmacista di quanto mai mi pagasse il "principal" per le mie lezioni di italiano, e dopo che certe bambine si sono unite alle loro compagne che erano i soli allievi delle mie ultime lezioni di italiano, solo per chiacchierare con loro e sottrarsi agli insegnanti e alle sberle che da loro avrebbero ricevuto se si fossero comportate nello stesso modo , che la mia mente ritrovandosi per mia libera scelta, o per vocazione d’amore, in un contesto dinferno simile a quello delle scuola dItalia a cui mi sono ritrovato libero, è entrata in depressione ed ha ripreso a vacillare, è crollata e precipitata nelle sue patologie aberranti.
Con il brahmino Balbil ho incrociato solo il saluto e lo sguardo, al ritorno nel market che ha il suo nome di famiglia, e ho serenamente trascorso l’intero pomeriggio a riordinare sugli alamari dell’ufficio le effigie delle divinità hindu e i loro apparati di culto, ad appendere ai muri i residui dipinti madubhani o gondi di cui disponevo, i pupazzi e le ghirlande rajasthani, o quant'altro lo ha reso per me un sito ameno di riparo e conforto, in cui è riapparso Kailash verso sera.
“ non ripetere ancora una volta quanto è bello il nosro ufficio, porta male” ha insistito. E pur nella sua inettitudine a complimentarsi e a rendere merito e grazie, mi è mostrato soddisfatto che non apparisse più come la congerie di uno show rom dell'artigianato liturgico indiano. Solo dovevo decongestionare l'intasamento di seggiole e tavoli e panche. Del mio amico ho in gran pregio ogni giudizio estetico, tanto più da quando ha biasimato la mia scelta di un dipinto madhubani perché conteneva solo l'immagine composita di un mandala di pesci beneauguranti, dicendomi laconicamente, in tutta franchezza quale motivo di scontento estetico.“ there is not subiect”

Insieme abbiamo mangiato delle frittelle di patate con ripieno di ceci e salse piccanti, prima che mi lasciasse solo e ch’io facessi ritorno a casa per depositarvi un quadro e un quadrettino devozionali islamici da riparare.
Dell ufficio non lo persuadeva ancora, mi ripeteva, l’ingombro che vi costituivano le giare di terracotta, la disposizione della panca per lezioni o conferenze, che andava per lui disposta invece lateralmente.
A un mio ulteriore rientro a casa, per prelevarvi decalcomanie e una coroncina del rosario indiano da sovrapporre all’immagine di Pope Francis , beneaugurante come quella di un Shiva o di un Buddha in abayamudra, ho chiesto ad Ajay se voleva cogliere l’occasione di riprendere il mio insegnamento dell italiano, per vedere il riordino dell’ufficio nel nuovo vano, e di sollecitare Poorti ad essere della partita. Sul l’istante si sono fatti ritrovare disponibili tutti quanti i fratellini, con me in bicicletta era pronto a venire anche Chandu, fresco e profumato e lieto nel suo incanto infantile.
Piovigginava, ma Kailash sarebbe venuto a prenderci con l’autorisciò se fosse piovuto a dirotto.
Che mi sia dimenticato di portare con me i libri di testo, è stata la circostanza che ha propiziato che tenessi solo una piccola lezione breve sul “ciao e il buon giorno o il buona notte o buonasera”, -con gli amici o con le persone di riguardo non familiari-, tra i più impertinenti schiaffeggii e pugnetti graziosissimi che mi infliggeva l’adorato chandu, il mio presunto e improvvisato assistente, di cui saltellante sul lettino dei massaggi sottostante la lavagnetta, dovevo fronteggiare tutta l impertinenza dei tentativi di cancellare quanto vi scrivessi con il pennarello.
Poi li ho lasciati disporre dei pennarelli e della lavagna a loro piacimento, di rientro a casa per prendervi la videofotocamera della cui card avevo recuperato i contenuti e le funzioni del dowload dei dati il giorno avanti, insieme con delle berrette per ripararci dalla pioggia al rientro di lì a mezz’ ora.in video e foto ho tentato di riprendere e fissare l incontenibile gioia dei miei bambini, sino a che è stata l'ora che si rimettessero le scarpe e si avviassero verso casa . Nemmeno il tempo di chiederci se fosse il caso o meno di rientrare in bicicletta, che per l''ffetto di noi tutti che sprigionava alla sua sola vista, è ricomparso Kailash che era venuto a prenderci con il tuk tuk.
Le biciclette le avremmo lasciate dentro l’ufficio. Visto che era ancora aperta la pasticceria cui l’ufficio fa seguito, ho invitato i nostri bambini a cibarsi di qualche dolcetto. Di la dai vetri Kailash si è immancabilmente oscurato alla loro gioia, come supponevo, al pensiero di Sumit, che ne sarebbe potuto esserne gioiosamente ugualmente partecipe, “ My Sumit”, come non manca di dire le poche volte che ne ha modo di parlare. Al nostro povero caro Sumit era già corso anche il mio pensiero, quando per accertare linglese di Poorti, le ho chiesto di dirmi quanti fratelli avesse.
Due, certo, tra me ho pensato, ma se non si conta il fratellino che è già nel Nirvana.
Aveva cessato di piovere a dirotto quando ci siamo decisi a rientrare, sicché solo Poorti e Chandu sarebbero tornati a casa sull'autorisciò, mentre io ed Ajay avremmo riportato a casa le biciclette.
La caduta di tasca del portafoglio è stato poi il pretesto per avviare Ajay a precedermi mentre lo raccoglievo da terra, e per recarmi allo shop center di Agrawal per acquistare le colle che mi servivano per riparare la copertina di “ the religious imagery of Khajuraho” e il quadrettino devozionale muslim, per ritornare indietro al negozio di articoli per la casa di un negoziante jain, ed acquistare la cesta metallica che ancora occorreva, perché Vimala potesse disporvi rialzate dal suolo tutte le stoviglie e le posate in uso.
Ma mi illudevo ,se cosi credevo di completare la felicità domestica: “ E adesso, brontolava la costernante Vimala, perché non portare indietro quello che avevo acquistato il giorno avanti, che come avevo adocchiato in cucina ad un mio rientro a casa, non bastava per l’occorrenza. Una micragnosità che faceva il paio con la sua ostilità al paio di babbucce che si era provveduto ad acquistarle, perché stando con i piedi sempre in ammollo nel cortile, non seguitasse a contrarvi infezioni.
“ Cerchi piuttosto di salvare denaro acquistando meno gutka”, la rincalzavo.
“ E’ una old lady”, ribadiva esacerbato Kailash, mentre mi cucinava gli spaghetti, e lei assisteva come in atteggiamento di sfida e senza avere niente da voler apprendere, vista la sua ritrosia a muoversi oltre il raggio di duecento metri da casa e ad alimentarsi che di ciò che non fosse cucinato di vegano con le sue mani, a nessun altrove se non il suo villaggio d’origine,” le altre donne cambiano quando vanno in un nuovo posto, lei invece è rimasta tale e quale”, pronta a farsi beffe della mia eccessiva tema di versare nel condimento e sugli spghetti più timo del dovuto, dal vasetto dai cui fori non voleva saperne di uscire.
“ Con tutto il riguardo che ho nei suoi confronti”, commentavo con Kailash, mentre lei si allontanava, per la sua sguaiataggine che è il suo eloquio naturale, per il suo maneggiare la merda con cui sacramenta la porta di casa con la stessa naturalezza con cui prepara il cibo e le bevande, e recupera da terra ogni cosa che vi cade e non la rigetta o la usa di nuovo senza lavarla..
Ma il tragitto verso la quiete del sonno riservava ancora una reprimenda di kailash contro Ajay per la sua persistente irreperibilità, cui mi associavo con ferocia danimo , visto anche che Ajay si negava a una risposta, e un lungo indaffararmi al computer con le immagini di Ajay e Poorti e Chandu in ufficio, per scegliere quella da destinare a facebook, prima che sulla volontà di scrivere prevalesse il sonno, dopo quella di navigare in internet. Ma la pioggia si era fatta intanto talmente scrosciante, che mi correva il pensiero al rosmarino che restava esposto alla sua inclemenza, mentre un gattino mi si infilava nella camera senza che avessi alcun intento di osteggiarne il ricovero,. Salivo sul terrazzo a raccogliere il rosmarino di cui il vaso era divenuto una conca d’acqua,e lo ponevo al riparo in stanza, prendevo i medicinali di turno, l' oleanz incluso, e il sonno mi ghermiva all’istante.

lunedì 13 gennaio 2014

E’ la strada per Umaria, quindi per il parco di Bandhavgarh, la stessa che da Satna  reca  prima a Barhut , poi a Maihar, e da Maihar a Marahi, lontanandosi da Satna per la sua periferia polverosa.
S’infoltano gli alberi come il viluppo stradale si sbroglia nella direttrice risolutiva, mentre  a manca e a destra  si disegnano rilievi , sin che un grande cartello segnaletico , dopo 15 km ,  in concomitanza con l’apparire di un monte di  altezza  imponente , sulla sinistra,  avvertono che svoltando nella sua direzione, a non più di 6 chilometri di distanza vi soggiace Bharhut,  il sito archeologico di una della stupe capitali del buddismo indiano,  insieme con quelle di Sanchi, di Sarnat, di Amaravati nel Sud dell India, risalente nella notte dei tempi all epoca Shunga, nel secondo secolo prima di Cristo, forse fondata dallo stesso Ashoka,  e che nessun  testo di storia dell’arte indiana può consentirsi di ignorare. A onore del vero, il sito originario della stupa è talmente  considerato irrilevante in ogni guida e manuale, rispetto ai resti mirabili delle sue vedika che si possono vedere nei musei di Kolkata, Delhi, Allahabad o in  pochi frammenti residui, della vicina Ram van,  che figurano tra i primi esemplari dell’arte indiana, inconfondibili nella forza icastica del taglio ligneo con cui sono stati scolpiti, che nel lasciare Khajuraho a meno o poco più di 150 chilometri di distanza, dubitavo della sua stessa esistenza , o ne figuravo mentalmente la ricerca come la romantica quest del ritrovamento immaginario  di un sito perduto, alle stesse parole di Tiziana Lorenzetti, che mi avvertiva che non c’era proprio nulla da vedere.  "No antiquities exist at Bharhut now" recita la stessa voce Wikipedia. Che in Satna ci fosse un hotel Bharhut del Mp tourism, avvalorava l’ipotesi che celebrasse in loco la perdita assoluta di ogni vestigia in materia, dopo che le autorità inglesi ne decisero il trafugamento in Kolkata ed altrove di ogni illustre vestigia, dopo gli scavi condottivi nel 1874 da Alexander Cunningham, che era stato in Bharhut già l’anno prima, e seguitati dallassistente Beglar,  così  come in Firenze ogni hotel o casa o statua di Dante non fa che esaltare ancor più il reperimento solo altrove di lasciti e salma del sommo poeta.
Né certo poteva fugare il mio scetticismo sull'esistenza tuttora di una qualsiasi Bharhut, il fatto che l’addetto alla reception del mio modesto hotel in Satna, tenuto pur conto del fatto che foss’egli pure di  un ignoranza assoluta in materia di qualsiasi reperto monumentale, o del passato , ne smentisse ogni esistenza, o alludesse a un Bharhutnagar ch’era un sobborgo attuale di Satna, nella cui denominazione soltanto, in memoria, dovevo rassegnarmi che consistesse ogni  rimanenza in loco del giacimento un tempo di una stupa gloriosa, senza più alcuna traccia del suo passato, un po' come solo il toponimo Virgilio rievoca nelle vicinanze della mia città di Mantova  che ci fu un luogo , nei suoi vaghi paraggi, che diede i natali al poeta massimo latino .
Non c' è da meravigliarsi che anche quando ho iniziato da umile pedonauta il percorso che sulla sinistra reca a una Bharhut così vistosamente indicata  dalla segnaletica stradale indiana, con una simbologia inequivocabile sulla giacenza di un sito monumentale circolare quanto uno stupa, per chi fosse tardo a comprendere,  mi ci sia inoltrato ancora agnostico del tutto, e che fosse un primo germoglio di una fede ancora scarsa, nel suo fioco lume, la conferma che si c’era alcunché corrispondente a una stupa, solo poco su, od oltre, rispetto al villaggio, di un lattaio in motocicletta che mi ragguagliava sulla effettiva distanza, scorciandola alquanto.
E uno dei luoghi più comuni che si presume sia un detto originale, che la strada  è la stessa meta, ma il percorso che reca a Bharhut si faceva e si presenta al  viaggiatore così  incantevole, che può essere una compensazione più che bastante del ritrovamento del nulla alla fine. E come un sussidiario che squadernava via via  l’abc del mondo rurale indiano del Madhya Pradesh, prima un villaggio le cui case i cui tetti ribassati declinavano sulle pareti di malta e le soglie fumiganti nel folto degli alberi, poi , deviando sulla destra,  per una scorciatoia,  il percorso che si  faceva la più rimarcata  delle cavedagne tra i campi insolitamente aperti,  senza recinzioni di sorta,  allora degli arativi o dei filari dei primi germogli di grano, mentre tra i fiori di * e le fronde degli alberi grandiosi, l’orizzonte appariva dominato dalla sagoma sempre più incombente del rilievo di Bharhut, la montagna rossa. Un rivo vi è traversabile da un pontile su cui  può essere  dato di assistere al transito in bicicletta delle ragazze che vi si recano a scuola,  quando si è oramai nelle vicinanze del villaggio (di Bharhut,) e nei campi che ancora si interpongono,  è possibile vedere all'opera tanto il trattore quanto l’aratro di legno sospinto da  buoi, o  nell’aia rifulgere i pani con le sementi di legumi - e la pula a riseccarsi nel sole .
Bharuth, come già ci addentra, si rivela subitaneamente pari ad ogni più illustre sito dell’India che corrisponda al suo glorioso passato,  poco più di un pugno di case,  una viottola che ne è la decorrennza  e a cui affluisce una ancora più esigua, prima di ritrovarsi nell’aperto di una radura che conduce a casolari sparsi, ad un altro raggruppamento di case, di cui alcune,  in numero di quattro, presentano un corpo centrale i cui tetti spiovono su quello circondario che fa da bordo  sottostante , come più a Nord Est, nei distretti montani di Rewa prossimi oramai ai confini con l’Uttar Pradesh. Poco oltre è  dato di ritrovarsi tra i coltivi  in un un folto d’alberi, grandioso e ombroso, di un tale rigoglio di fronde e foglie che assorbe il respiro, tra cui fanno la loro comparsa  incantevole due tempietti o edicole remoti.  Poi il folto degli alberi si schiarisce in coltivi e radure,  in prossimità del manto stradale che si è lasciato per la scorciatoia, o da cui si giunge a sinistra in Barhut, oltre il quale il farsi declivio del suolo precede i cancelli e il filo spinato d’ingresso a ciò che oramai, indubitabilmente, al di la della stessa fede che fin qui ha guidato i nostri passi,  è la certezza assoluta che siamo prossimi al sito della stupa di Barhut, in virtù della sua presenza reale che così ci si manifesta,
Spero che il visitatore incallito trovi accompagnatori meno stolidi dei giovani  quelli che si sono uniti al ragazzo che mi accolse all’ingresso del villaggio,  che non fecero certo un motivo di mia gloria il fatto stesso che a piedi e in stato trasandato dal viatico avessi raggiunto un sito così inusitato e sconosciuto a chi non sia del luogo o dello stretto circondario,  senza mostrare propensioni al fumo o all’alcool o a gutka di sorta,  e nonostante l’handicap dell’artrosi e il retaggio di un corpo appesantito dalla sua senilità,  che mi impediva di sforarlo insieme con gli abiti nel traversamento cui mi invitavano del filo spinato, in assenza del custode di turno. Ma anche nellIndia più primordialmente al passo con la modernità dei tempi, esistono  le anime gentili, e al mio appartarmi schifato e autistico per diradarne il seguito, sopraggiungeva l’angelo provvidenziale di un giovinetto , forse avvertito dai miei stessi precedenti accompagnatori così ravvedutisi di quanto aveano inscenato, che si poneva in contatto telefonico con il custode del sito, il quale  sopraggiungeva alfine dopo quasi mezz’ora.  Avevo così accesso finalmente al sito della stupa di Bharhut, poco oltre sulla destra: un sito elisio, tra  gli alberi che facevano corona o serto al basamento circolare superstite del corpo circolare della stupa, ai brani del selciato del percorso intorno della pradakshina, a ciò che restava degli stipiti iniziali di uno dei torana,  al di qua di una recinzione che  isolava la sacralità o intangibilità dei reperti, sancita da una stele di uno Yaksha  convertito in un Hanuman dalla devozione locale, adiacente  all’area depressa dello stupa, dai pascoli d’armenti immediatamente contigui,  negli avallamenti che preludevano al monte di li a poco sovrastante , a compimento della solennità naturale dell amenità del sito. Ad avere il tempo e la voglia e le gambe buone sul monte sono ravvisabili rilievi rupestri, un’ iscrizione antica, concernente lo stupa, come mi informavano la guida inutilmente disposta a condurmici, il giovinetto che mi aveva accolto all ingresso del villaggio, e che avrei ritrovato dopo l’ospitalità concessami da due anziani fratelli che vivono in uno dei casolari del raggruppamento di dimore e rustici e stalle nelle vicinanze,  e che sulla sua motocicletta sarebbe stato ben felice di condurmi all'incrocio di ripartenza per Maihar.
In Maihar  si situa oltre l’intero villaggio la prima destinazione del nostro recarvicisi,  al di là della stazione degli autobus, avviandovicisi per la stradicciola sterrrata, sulla destra, che seguita il bordo di un talab, per poi deviare sulla sinistra, volgendoci alla collina su cui biancheggia in lontananza il tempio della Sharada Devi. Ancora qualche centinaio di metri, e oltre le fronde degli alberi ci appariranno l’amalaka e il pinnacolo del Golamath, il purana mandir al dio Shiva eretto dai Kalachuri nel  960 dopo Cristo.
E un tempio vivente ove accorrono ben più fedeli che visitatori, e lo rimarcano la cinta muraria e il calcinati e tinteggiati di bianco e di rosso, in strenuo contrasto con la finezza, che ne è ancor più esaltata, della preziosità retrostante del decoro ornamentale irrinuciabile, a quei tempi,  del  piccolo tempio che ne rifulge nel portale d’accesso al santuario. Ne  precede la cella il portico d’entrata, enfatizzato dalla gronda ricorrente, lo sovrasta un’ armonioso e fulgido sikkara, che le modanature di due kapota intervallate da una pattika sopraelevano sul jangha dei fianchi del tempio, ove  su un basamento dai forti rilievi curvilinei ricorrono due ordini di statue, nella loro natura individua superstite alloo stucco di cui sono incrostate, alle tante ripassate sopra di esse di una devozione indifferente e indiscriminata.
Ritornando al portale d’accesso al garbagriha, cui nel portico  è innancabilmente antistante un Nandi in adorazione del lingam, ne fregiano la trabeazione la serie superiore  delle saptamatrika e quella sottostante dei nove pianeti, prevenuti da Brama alla loro destra e cui fa seguito Vishnu alla loro estrema sinistra, mentre in posizione centrale si attesta la divinità di Shiva, quale destinatario del tempio.
La banda laterale principale incolonna mithuna di coppie amorose sulle divinità fluviali di Ganga e Yamuna, tra un’attendente e d'un guardiano naga, mentre una mirabile cornice a volute arriccia ed inflette ed inarca le sue spirali sinuose tutt’intorno al portale. Non  meno incantevoli sono le ondulazioni fluttuanti nei pilastri che separano il vestibolo al di là del portale e la cella vera e propria, ornamenntati nelle testate daimotivi dei ghata-pallava e del kirtimukka,  al pari delle fluttuazioni delle navigazioni celestiali delle coppie dei capitelli del portico.
L’apparato statuario che nelle loro proiezioni e nei loro recessi adorna le pareti  laterali del tempio,  nella fascia inferiore dispone come secondo copione le divinità guardiane dei punti cardinali, i vyala leogrifi e le ninfe apsaras, .nelle nicchie delle  principali proiezioni solo Shiva uccisore del demone cieco Andaka è ravvisabile al suo posto dovuto,  le altre statue postevi risultandovi illeggibili e incongrue,  appaiono invece di minori dimensioni le figure statuarie del registro superiore, tutte composte di coppie amorose.
Una volta lasciato il tempio, la via lungo la quale ci siamo incamminati poco oltre l’autostazione, seguitando verso le alture ci conduce all’area di sosta e di parcheggio degli autoveicoli oltre la quale occorre procedere a piedi per raggiungere il Trikuta hill, il monticello del tempio della dea Sharada.
Confluiscono nel culto della Devi  quello di Saraswati, Sharda Mata, la dea bianca dell intelligenza, sia essa quella della musica, delle arti, o della scienza, sposa di Brahma, e  la tradizione mitica che vuole che sulla collina Trikuta sia caduta la collana( har ) di Sati, ( Mai, la Madre Dea) , quando il suo cadavere portato in spalla dal Dio Shiva furente per la sua morte per autoimmolazione, in reazione all  ostilità del padre Daksha nei confronti del proprio coniuge divino, fu fatto a pezzi, 51, da Vishnu con il proprio chakra, per arrestare i passi della danza cosmica di Siva, il Tandava, che stava annichilendo il mondo,  sicché il Trikuta è uno dei 51 Sakti Pitha dell’India, luogo sacerrimo di culto, pur se mai quanto il sito dell’Assam dove della Dea cadde la vulva, nei pressi di Guwahati.
Sarà una interminabile serie di bancarelle di oggetti liturgici e di offerte votive,
noci di cocco, dolciumi, drappi o coloratissime polveri,  o souvenir della Dea, giocattoli e capi di abbigliamenti per ladies, un bazar religioso che per multicolore e fragrante che sia, ci estenuerà sino allo spiazzo ai piedi del colle, dove tertium datur solo se a tal punto si ritorna indietro, tra il  valicare la porta e iniziare la salita a piedi degli scalini dell erta, o retrocedere fino alla stazione della funivia per ascendere in cabina. L’importo sarà minimo, ma una lunga coda stremante è assicurata, data il suo ammontare, 70 rupie only, alla portata di un'infinità di pellegrini indiani. Chi si reca a omaggiare la Devi è comunque inserito in un pellegrinaggio tecnologicamente avanzato che ripudia le forme estreme di sacrificio cui si può ancora assistere nel perikrama di oltre  chilometri della collina di Citrakoot, dove trovarono la loro residenza Rama e Sita in esilio da Ayodya, che delle coppie terrene percorrono per l’intera lunghezza vicendevolmente distendendosi e protraendo per tutta la lunghezza del loro corpo la ciotola che si trasmettono l’uno l’altro. Solo la ressa e la calca di lunghe file spossanti è quanto si deve patire e a cui deve adattarsi, in Maihar anche chi claudica o è ricurvo e piegato in due sulla sua schiena, sempre che  non sia possibile eludere la sequela ed abbreviare il tragitto.
A chi sceglie di far prima a piedi vi sono invece da affrontare 1152 comodi gradini, al cui termine dovrà condividere con chi è salito in funivia la confluenza nell'accalcamento/ affollamento asfissiante di una serpentina tra le sbarre, che prelude salmodiante alla darshan della dea. La vista può intanto essere risollevata dalla profusione di ghirlande appese ovunque, dei filamenti votivi rossi e arancione che cingono i tronchi degli alberi dello spiazzo del tempio, dalle serie di campane donate dai devoti  cui si scorre di lato.

E giunti che si  è in cima della scalinata , la vista preveniente di ciò che è riservato a chi si fa astante alla dea, non può che diradare la maya di ogni illusione in proposito, giusto il tempo di depositare l’offerta , che sia raccolta da uno dei pujari, cedendone una quota di prasad come ricevuta in cambio, che l’altro ti sospinge già via nei modi più spicci, per fare scorrere tutto al più presto. Resta, di lassù, la gran vista della piana sottostante, dellle anse  fiume che vi scorre, degli specchi dei talab che rilucono nella vasta distesa  di piante e coltivi.

sabato 28 dicembre 2013

cronaca di un' ordinaria giornata indiana

cronaca di un' ordinaria giornata indiana
21 dicembre sabato 2013-12-22

Redatta la cronaca del giorno prima, pur nel persistere di tosse e raucedine mi predispongo a recarmi a Panna, per fotografare i reperti eccellenti del museo archeologico dipartimentale che vi ho visitato la settimana scorsa, quando sento all’ esterno farsi acuto il diverbio tra Vimala e le donne del vicinato, ma allorché esco esso ha già superato il livello di guardia: la moglie del lavandaio dalit, dirimpettaio, si sta già avventando su Vimala con una tanica di plastica e a tal punto posso solo contribuire con altri vicini a dividerle mentre si accapigliano e stanno dandosele. Faccio convenire Kailash , che mi spiega che Vimala si lamentava, con i suoi modi insolenti e sgraziati di villica, che la vicina riversasse le acque reflue nella canaletta delle condutture della nostra abitazione, ingorgandole. Sembrerebbe sedarsi il contrasto, che è l’occasione per constatare che il secchio che uso per riscaldare con il water heather l’acqua con cui faccio la doccia , è lo stesso in cui gli avanzi giornalieri dei pasti si fanno il pastone che ambisce la vacca che penetra in casa, chiedo dunque a Kailash di usare il tuk tuk e di andare a procurarmene un altro, insieme ad un vaso in cui inseminare basilico, dato che sono ancora in tuta nell’imminenza di fare la doccia prima della partenza. Me lo procurerà di plastica, insieme con il vaso in cui primeggia un rampollo. E’ talmente lunga e laboriosa la doccia nello stanzino in cui devo trasferirmi con l’occorrente e il minimo dei panni, il seggiolino su cui riporli con l’asciugamano non che lo sgabellino in legno che mi ha fatto fare Kailash, che solo verso mezzogiorno posso essere in partenza, avviandomi a piedi per la stazione degli autobus, perché prenderò un tuk tuk solo dopo avere ricaricato il cellulare, di un importo di 200 rupie, più 20 di abbuono.
Meraviglioso come sempre è il tragitto attraverso il National Park prima dell’arrivo a Panna, dove l’influenza che mi debilita mi induce a un pranzo confortevole presso il Raj Laxmi, prima di recarmi al Museo archeologico, in un altro chowk, dove non ritrovo il direttore con cui vorrei interloquire. Sono affidato alla sorveglianza di un indiano nauseolente, che mi fornisce l’occasione per un forte esercizio di disciplina interiore nel ricambiare con gentilezza la sua vicinanza quando mi presta aiuto. Al vaglio selettivo dei reperti sopravvivono un mirabile tirthankara e una coppia Uma e Mahesvara di epoca gupta, non che più straordinario di tutti, un possente e naturalmente nobile Shiva Rudra, sempre dei primordi classici della scultura indiana, non ritroverò invece le sapta matrika in catalogo nel volume sui master pieces dei musei del Madhya Pradesh, la cui esibizione stessa, come per i maggiori reperti dei musei di Dhubela, Vidisha, Ram van, sembra averne occasionato il trasferimento nel museo centrale di Bhopal.
Un languore sfinente mi pervade di torpore sonnolento mentre concludo la visita e lascio il museo, inutile è la divagazione per rivisitare il Baldeoji mandir, che trovo chiuso, cheaps, un somosa, possono bastare a sostenermi nel viaggio di rientro sul bus che mi scarica a Bamitha, da dove con un passaggio in savari per 50 rupie raggiungo Sewagram in Khajuraho. Nonostante lo stato influenzale uscirò per acquistare delle bottiglie dell’acqua e delle caramelle che mi pasticchino contro la tosse notturna, e lo sciroppo ayurvedico squisito che si sta esaurendo, per farmi fare la barba da Moma, sempre che trovi ancora aperto il negozio di barbiere, consegnandogli un'immaginetta della Sharda Devi di Majhar da tenere nel nostro negozio in comune, ed eventualmente telefonare a mia madre,- ma quando faccio rientro di li a poco per depositare le bottiglie dell’ acqua e ripartire, trovo una piccola folla accalcata di fronte a casa con Kailash uscito in chaddiqi, nient’alro che mutandine, sicché Vimala gli consegnerà un asciugamano per farne un longi: è uno strascico virulento delle beghe della mattinata, a seguito di quanto avrebbe detto e minacciato la consorte del lavandaio dalit con madre congiunta: insinuando che Vimala sarebbe la moglie di due mariti, dei quali sarei io il secondo, e ripromettendo malefici , jantar manthar, contro i nostri bambini. Dentro di me , imperturbato dall’accusa senza fondamento che mi coinvolge, penso che almeno essa scongiura la vociferazione , a suo tempo, ch’io fossi invece una delle due mogli di Kailash, mentre mi dà sollievo cheegli non resti sconvolto dalle minacce di un jantar manthar, dopo che per un maleficio del genere ebbe a temere la morte improvvisa e senza ragione apparente di Sumit. Egli ripromette di andare con me dalla polizia di Chhatarpur, per sporgere denunzia, forte della mia autorevolezza di straniero, e la minaccia concretamente legale sembra sortire i suoi effetti. “ sorry, sorry”, si scuserà il lavandaio per la moglie linguacciuta quanto essa, si, cornifera a sua insaputa. Per farmi radere la barba mi allontano solo allora dalla piccola folla del vicinato, radunatasi intorno, e che non accenna a disperdersi, ma l’avvistamento di una camionetta della polizia lungo il percorso, mi induce a telefonare a Kailash dal negozio di Moma, per sincerarmi che non sia accorsa a motivo della diatriba che ci coinvolge.
Trovo Moma ancora al lavoro quando sono ancora le nove di sera, meglio non fare confronti con la disponibilità a sfiancarsi per i figli di Kailash, dall’altro capo dell’abitato non trovo invece aperto il negozio di prodotti ayurvedici, nei paraggi è ancora in funzione solo un altro esercizio di barbiere, telefonerò a mia madre da casa con il cellulare, senza trovarla, anzichè via skype, dal shiva.net center, ancora in funzione, mentre sta ancora chiudendo l’Agrawal center shop, il che mi consente di assicurarmi altre caramelle per la notte. A casa ritrovo sereno Kailash, confortato dalla solidarietà del vicinato, mi imbandisce pasta asciutta un pò scotta ma dal condimento squisito, prima di potermi offrire dei puri fatti di farina di lenticchie che mi sono immangiabili, offertigli dalla famiglia che vive accanto alla nostra, e di avviarsi con me verso il caro sonno notturno, da cui mi risveglierà , sul far della mezzanotte, per sgridarmi di non avere tenuti chiusi i battenti delle porte della mia stanza, essendo io precipitato a letto nel sonno tutto quanto ancora vestito.

cronaca di un' ordinaria giornata indiana

cronaca di un' ordinaria giornata indiana
21 dicembre sabato 2013-12-22

Redatta la cronaca del giorno prima, pur nel persistere di tosse e raucedine mi predispongo a recarmi a Panna, per fotografare i reperti eccellenti del museo archeologico dipartimentale che vi ho visitato la settimana scorsa, quando sento all’ esterno farsi acuto il diverbio tra Vimala e le donne del vicinato, ma allorché esco esso ha già superato il livello di guardia: la moglie del lavandaio dalit, dirimpettaio, si sta già avventando su Vimala con una tanica di plastica e a tal punto posso solo contribuire con altri vicini a dividerle mentre si accapigliano e stanno dandosele. Faccio convenire Kailash , che mi spiega che Vimala si lamentava, con i suoi modi insolenti e sgraziati di villica, che la vicina riversasse le acque reflue nella canaletta delle condutture della nostra abitazione, ingorgandole. Sembrerebbe sedarsi il contrasto, che è l’occasione per constatare che il secchio che uso per riscaldare con il water heather l’acqua con cui faccio la doccia , è lo stesso in cui gli avanzi giornalieri dei pasti si fanno il pastone che ambisce la vacca che penetra in casa, chiedo dunque a Kailash di usare il tuk tuk e di andare a procurarmene un altro, insieme ad un vaso in cui inseminare basilico, dato che sono ancora in tuta nell’imminenza di fare la doccia prima della partenza. Me lo procurerà di plastica, insieme con il vaso in cui primeggia un rampollo. E’ talmente lunga e laboriosa la doccia nello stanzino in cui devo trasferirmi con l’occorrente e il minimo dei panni, il seggiolino su cui riporli con l’asciugamano non che lo sgabellino in legno che mi ha fatto fare Kailash, che solo verso mezzogiorno posso essere in partenza, avviandomi a piedi per la stazione degli autobus, perché prenderò un tuk tuk solo dopo avere ricaricato il cellulare, di un importo di 200 rupie, più 20 di abbuono.
Meraviglioso come sempre è il tragitto attraverso il National Park prima dell’arrivo a Panna, dove l’influenza che mi debilita mi induce a un pranzo confortevole presso il Raj Laxmi, prima di recarmi al Museo archeologico, in un altro chowk, dove non ritrovo il direttore con cui vorrei interloquire. Sono affidato alla sorveglianza di un indiano nauseolente, che mi fornisce l’occasione per un forte esercizio di disciplina interiore nel ricambiare con gentilezza la sua vicinanza quando mi presta aiuto. Al vaglio selettivo dei reperti sopravvivono un mirabile tirthankara e una coppia Uma e Mahesvara di epoca gupta, non che più straordinario di tutti, un possente e naturalmente nobile Shiva Rudra, sempre dei primordi classici della scultura indiana, non ritroverò invece le sapta matrika in catalogo nel volume sui master pieces dei musei del Madhya Pradesh, la cui esibizione stessa, come per i maggiori reperti dei musei di Dhubela, Vidisha, Ram van, sembra averne occasionato il trasferimento nel museo centrale di Bhopal.
Un languore sfinente mi pervade di torpore sonnolento mentre concludo la visita e lascio il museo, inutile è la divagazione per rivisitare il Baldeoji mandir, che trovo chiuso, cheaps, un somosa, possono bastare a sostenermi nel viaggio di rientro sul bus che mi scarica a Bamitha, da dove con un passaggio in savari per 50 rupie raggiungo Sewagram in Khajuraho. Nonostante lo stato influenzale uscirò per acquistare delle bottiglie dell’acqua e delle caramelle che mi pasticchino contro la tosse notturna, e lo sciroppo ayurvedico squisito che si sta esaurendo, per farmi fare la barba da Moma, sempre che trovi ancora aperto il negozio di barbiere, consegnandogli un'immaginetta della Sharda Devi di Majhar da tenere nel nostro negozio in comune, ed eventualmente telefonare a mia madre,- ma quando faccio rientro di li a poco per depositare le bottiglie dell’ acqua e ripartire, trovo una piccola folla accalcata di fronte a casa con Kailash uscito in chaddiqi, nient’alro che mutandine, sicché Vimala gli consegnerà un asciugamano per farne un longi: è uno strascico virulento delle beghe della mattinata, a seguito di quanto avrebbe detto e minacciato la consorte del lavandaio dalit con madre congiunta: insinuando che Vimala sarebbe la moglie di due mariti, dei quali sarei io il secondo, e ripromettendo malefici , jantar manthar, contro i nostri bambini. Dentro di me , imperturbato dall’accusa senza fondamento che mi coinvolge, penso che almeno essa scongiura la vociferazione , a suo tempo, ch’io fossi invece una delle due mogli di Kailash, mentre mi dà sollievo cheegli non resti sconvolto dalle minacce di un jantar manthar, dopo che per un maleficio del genere ebbe a temere la morte improvvisa e senza ragione apparente di Sumit. Egli ripromette di andare con me dalla polizia di Chhatarpur, per sporgere denunzia, forte della mia autorevolezza di straniero, e la minaccia concretamente legale sembra sortire i suoi effetti. “ sorry, sorry”, si scuserà il lavandaio per la moglie linguacciuta quanto essa, si, cornifera a sua insaputa. Per farmi radere la barba mi allontano solo allora dalla piccola folla del vicinato, radunatasi intorno, e che non accenna a disperdersi, ma l’avvistamento di una camionetta della polizia lungo il percorso, mi induce a telefonare a Kailash dal negozio di Moma, per sincerarmi che non sia accorsa a motivo della diatriba che ci coinvolge.
Trovo Moma ancora al lavoro quando sono ancora le nove di sera, meglio non fare confronti con la disponibilità a sfiancarsi per i figli di Kailash, dall’altro capo dell’abitato non trovo invece aperto il negozio di prodotti ayurvedici, nei paraggi è ancora in funzione solo un altro esercizio di barbiere, telefonerò a mia madre da casa con il cellulare, senza trovarla, anzichè via skype, dal shiva.net center, ancora in funzione, mentre sta ancora chiudendo l’Agrawal center shop, il che mi consente di assicurarmi altre caramelle per la notte. A casa ritrovo sereno Kailash, confortato dalla solidarietà del vicinato, mi imbandisce pasta asciutta un pò scotta ma dal condimento squisito, prima di potermi offrire dei puri fatti di farina di lenticchie che mi sono immangiabili, offertigli dalla famiglia che vive accanto alla nostra, e di avviarsi con me verso il caro sonno notturno, da cui mi risveglierà , sul far della mezzanotte, per sgridarmi di non avere tenuti chiusi i battenti delle porte della mia stanza, essendo io precipitato a letto nel sonno tutto quanto ancora vestito.

martedì 10 dicembre 2013

fluttuando in un sogno

Ora mi sembra di fluttuare in un sogno,  nel saperli che dormono in uno stesso letto nella stanza alle spalle,  Kailash insieme a Vimala, Chandu accanto a Poorti e Ajay, quando domani, non fossi sulla via di Maihar, riesploderei ancora contro Kailash,  se lo ritrovassi oltre il previsto immerso nel sonno, incatenando la mia vita tra queste mura fino alla fine dei suoi giorni, per una letargia che non ne farà mai un lavoratore cui trasmettere la responsabilità del futuro dei figli, per i quali soltanto vale la resistenza più che la resa, o mi vedessi costretto ora che sono in India  a potergli parlare solo al telefono,  e a sentirne solo il duro tono di voce, Vimala che rumina gutka susciterebbe la mia ripugnanza,  e tornerei a smaniare di dolore, al sacrificarmi per  chi , moglie e marito, nonostante ogni rampogna, sminuzza in bocca metà del proprio guadagno giornaliero negandone il frutto ai nostri piccoli,  quali un Ajay, il più bisognoso di aiuto,  nei cui confronti avrei dovuto trattenermi ancora una volta dallo scuoterlo fisicamente fino alle lacrime, quando  il vederlo vagolare senza aprire nemmeno i Panchatantra a fumetti, il riscontrare mettendolo alla prova che non sa  riconoscere i verbi, volgere in inglese i nomi al plurale, o dividere venticinque per cinque,  mi avrebbe infiammato d’ira per essere egli stato assente da scuola interi mesi prima del mio arrivo in  India...complice la mortificazione sistematica del suo essere operata dai genitori, e innanzitutto dal padre,  e nel rabbonirmi, e nel puntargli il solo indice  alla fronte, carezzandone una guancia, avrei sentito dirmi la voce di Dio“ vuoi distruggere ora anche lui, di tutto quanto ti ho dato  e ti  è stato qui concesso...?”

Stamane non sono stato capace di raggiungere in lacrime la scuola, affranto dal dolore che potessi avere inflitto la prima umiliazione ingiusta al mio amatissimo, amatissimo Chandu, che prima del mio arrivo  ignorava ancora che cosa fosse il giocare, in cui impazzisce di gioia, quando  denunciandolo a voce alta  l’ho richiamato in casa e distolto dal gioco, facendogli finire nel canale di scolo la palla con cui giocava a cricket, -che sono stato  incapace di raccogliergliela per il dolore artrosico ch'è sopraggiunto nel chinarmi-, perché mi dicesse dove avesse mai messo il mio portafoglio, sottrarmi il quale di tasca, sventolandone una banconota di poche rupie, è uno dei giochi che più lo diverte..Si è chinato a fianco del letto e si è chiuso in un silenzio amaro di lacrime, prima che ritrovassi  il portafoglio e  ricoprissi il mio bimbo di baci e di scuse...Non me ne ha voluto e il suo volto ha seguitato ad accogliermi adorato con la gioia luminosa  di sempre,  e non già perchè di palline gliene ho recate due nuove, con una  mazza ulteriore, e per sovrappiù il telefonino cui aveva rinunciato per  i rudimenti del gioco del cricket.

W la mia Poorti ribelle

W la mia Poorti ribelle che alcuni giorni scorso ha piagnucolato a lungo prima di andare a scuola perchè non sopportava la gavetta di poori invece che di riso, predispostale dalla mamma, scaraventando per due volte a terra il contenitore della scatoletta di plastica all'arrivo dell'autorisciò, alla faccia di tutte le mistificazioni insopportabili della decrescita felice che accetta i poveri solo se obbedienti e contenti del minimo vitale , come le esemplifica il brano seguente.
UNA RICETTA CONTRO L'OBESITA' E ... I DISTURBI DELL'ATTENZIONE
Guardate le scatolette di plastica di questi bambini della scuola materna del Progetto Alice di Sarnath. Contengono la loro colazione e merenda insieme. Si sono alzati presto, al mattino, per venire a scuola. Troppo presto per la colazione che la mamma preparera' dopo qualche ora. Sono, quindi, a stomaco vuoto da diverse ore. Solo al momento della ricreazione possono calmare i crampi della fame grazie al contenuto microscopico di quelle scatolette colorate che qualcuno della famiglia ha provveduto a fargli avere a scuola. Durante il break, si siedono tranquilli sul pavimento dell'aula e consumano il loro pasto. Nessuno deve insistere affinche' mangino. Nessuno li ricorre con il cucchiaio pieno di cibo per ficcarglielo in bocca per forza. Nessuno li prega come se mangiare fosse un favore che fanno a mamma e papa'. Nessuno di questi bambini si sognerebbe di ricattare i genitori "rifiutando" il cibo, fingendo di non aver fame. Mangiano composti, senza ingordigia. A volte, dividono quel poco che hanno con chi ha ancora meno. NOn c'e' pericolo che ingrassino, perche' la moderazione e' una necessita' e loro non se ne fanno un problema. Nessuno fa i capricci. Nessuno vuole di piu' di quello che gli viene dato. Niente Coca Cola, ovviamente. Niente junk food. Niente sovraesposizione a internet, computer e altre invenzioni "pericolose" delle societa' che rincorrono il cosiddetto "progresso". Risultato? Bambini pacifici, socievoli, senza disturbi del comportamento e dell'attenzione. Bambini non viziati che saranno ottimi cittadini della futura societa' impostata sulla "decrescita felice".