giovedì 17 settembre 2015

Sempre sul fonte battesimale in Sant'Andrea


E' ben lungi dal vero la nostra Diocesi, se  pensa che la questione emersa quanto al  fonte battesimale in San Andrea, resti quella dei suo costi e della sua disarmonia intrusiva, non spiegandosi pertanto tale e tanta levata di scudi.  Ci si chiede ora infatti, nelle voci di protesta,  se per la nostra Curia Vescovile  il popolo di Dio  sia l'intera umanità, di noi tutti quanti,  per cui  Sant'Andrea, quale suo luogo di culto, teologicamente, prima ancora che per volontà dell'Unesco, è  patrimonio appieno dell'umanità intera, o se per il nostro Vescovado, a quanto pare,  si  abbia dignità di figli del Padre,  che egli intende portare salvezza, solamente se si è  cattolico apostolico romani , e come tali allineati  alle disposizioni del  proprio Vescovo, prima ancora che obbedienti a ciò che detta  lo Spirito nella propria coscienza. Se è così  va di per sé che  la casa del Padre, quando  consiste nelle sue Chiese, sia dei cristiani quali soli suoi  figli, mentre ogni altra persona che le frequenti o visiti  ne è al più un ospite, e che i luoghi di culto, come nel caso di Sant'Andrea, siano geloso patrimonio della sola Curia, di cui   assolutisticamente può disporre come meglio crede, secondo quanto  pensa  lo stesso sovrintendente Stolfi  Ed ecco dunque, che nel nostro caso,  per celebrare, ( trionfalisticamente?),  la conversione battesimale di chi non è altrimenti che un infedele , secondo gli intenti  svelati dalle comunicazioni diocesane alla Gazzetta del 6 agosto scorso, ( " Serve per inserire nella Comunità cristiana individui provenienti da altre religioni, soprattutto il sabato santo"), si elude con un silenzio imperterrito la volontà degli stessi cattolici propri fedeli, i quali  non sono mai stati chiamati di fatto in causa per discuterne, e diventa bene che decida l'imperio vescovile,  passando  al di sopra di tutto,  sopra il rispetto dello spirito con cui è stata ideato da Leon Battista Alberti il Sant’Andrea, che resta Basilica”d’autore” a tutti gli effetti, nonostante le modificazioni plurisecolari che l’hanno assurta a concattedrale, sopra il  riguardo per la nostra sensibilità di moderni e post moderni, che ad esempio troviamo insostenibili i criteri, d’altri tempi, che  fecero affrescare disgraziatamente Sant’Andrea nel Settecento, e cosa più grave di tutte, si resta incuranti, e nemmeno ci si pone il problema, di quale sia la valenza che avrebbe presso altre fedi e credenze, non meno radicate di quella cattolica, la conclamazione solenne con un battesimo in Sant'Andrea durante una veglia pasquale, di una risonanza mediatica pari alla grandiosità delle volte, della conversione al cattolicesimo di un proprio ex correligionario, che è clamorosa apostasia per l’islam, passibile della stessa condanna a morte, per i sikh una rottura che ingenera l' esclusione di chi l’ha praticata da ogni relazione nel proprio mondo comunitario d’origine, tanto per rifarmi alle due comunità religiose non cristiane,  di altri figli di Dio, più presenti nel territorio. E quanto allo spirito precipuamente cristiano dell’opera , due note terminali. 1) Il Vangelo non invita forse, architettonicamente, a versare vino nuovo in otri nuovi? 2) E sono così sicuri coloro che vorrebbero la cerimonia battesimale in Sant’Andrea per farla decorrere sotto gli affreschi dell’acqua di vita eterna che reca Gesù alla Samaritana, di non prendere una  svista solenne quanto al sublime messaggio dell'episodio evangelico? Credere infatti che l’acqua viva che Gesù ha da dare alla Samaritana come a ciascuno di noi, la quale in chi la beve si rivelerà “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna», sia quella battesimale di una fede confessionale autentica che ci purga da un'altra ripudiata come falsa, significa esattamente, secondo le parole inequivocabili di Gesù, che si è tuttora di coloro per i quali non è ancora giunto il momento in cui  il Padre sarà adorato né sul monte Garizim dei Samaritani né nella Gerusalemme ebraica, che si è ancora di quanti sanno pregarlo solo in una sede specifica di uno specifico culto, ad esclusione e a disdegno di ogni altro, ossia che non si è ancora i veri adoratori che egli cerca, coloro cioè che adoreranno il Padre per quello che è,  in spirito e verità, senza che sia più indispensabile per questo un particolare sito del sacro, od un determinato rito liturgico o sacramentale.” Perché Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in Spirito e Verità”, semplicemente e assolutamente.

Odorico Bergamaschi, ex insegnante ora in quiescenza

















Quanto al dibattito sul fonte battesimale in Sant’Andrea, assurto ora agli onori della cronaca nazionale, e' ben lungi dal vero la Diocesi di Mantova, se come si desume da un suo comunicato per opera di don Giampaolo Ferri, portavoce del Vescovo Roberto Busti, pensa che siano in questione il solo fonte e i soli suoi costi, non spiegandosi pertanto tale e tanta levata di scudi. Più radicalmente è in questione,  infatti,  per tutti coloro che sono delle menti pensanti interessate al problema, chi sia per la nostra Curia Vescovile  il popolo di Dio, cui prestare ascolto ed  accoglienza, come con esso la Curia intenda rapportarsi ed esercitare la sua autorità , e che cosa intenda per casa di Dio e come intenda disporne, quando essa consiste in una sua chiesa . Ora c'è chi crede, come lo stesso Pontefice, Papa Francesco, che  sia popolo di  Dio l' intera umanità , e  sua vera casa  l' universo intero, per cui Sant’Andrea quale suo luogo di culto, come per me i templi hindu e le moschee o tombe islamiche che tento amorosamente di salvare in India dall' incuria dell’oblio e dal vilipendio turistico, sono teologicamente, prima ancora che per volontà dell'Unesco, patrimonio appieno dell'umanità intera, che ha per questo piena voce in capitolo. Per la Curia di Mantova sembra invece che si abbia dignità di figli del Padre,  e che egli intenda portarci a salvezza, solamente se si è cristiani , e come tali obbedienti senza battere ciglio alle disposizioni del  proprio Vescovo, prima ancora che a ciò che detta  lo Spirito nella propria coscienza.  I siti ecclesiastici di sua pertinenza possono dunque dirsi la casa del Padre solo per i suoi figli cristiani, mentre ogni altra persona che li frequenti o visiti ne è al più un ospite, ed è per questa visione che i luoghi di culto, come nel caso di Sant Andrea, , li viene custodendo come un geloso patrimonio della sola Curia, di cui disporre come meglio crede. Illudendosi di non essere un alfiere del gioco, così pensa che stiano le cose anche il Sovrintendente Stolfi,  quando attribuisce al Vescovo assolutisticamente, all'interno della sua Chiesa,  " pieno titolo, e primaria responsabilità, di stabilire per la chiesa concattedrale in merito alle esigenze di culto", sulla cui natura liturgica  tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito,  io incluso,  a diverso titolo  in realtà  hanno contestato solo che imponga, quanto al battesimo di ipotetici catecumeni adulti, che debba svolgersi  necessariamente in Sant'Andrea, con quel che ne consegue. Ed ecco dunque, che nel caso in questione,  per celebrare, ( trionfalisticamente?),  la conversione battesimale di chi non è altrimenti che un infedele , secondo le intenzioni reali dell'opera che svelano le comunicazioni diocesane alla Gazzetta del 6 agosto scorso, ( " Serve per inserire nella Comunità cristiana individui provenienti da altre religioni, soprattutto il sabato santo"), si elude con un silenzio imperterrito la volontà degli stessi cattolici propri fedeli, i quali   non sono mai stati chiamati di fatto  in causa per discuterne, e diventa bene che si  decida d'imperio vescovile ,  passando  al di sopra di tutto,  sopra il rispetto dello spirito con cui è stata ideata da Leon Battista Alberti la chiesa di Sant’Andrea, che resta Basilica”d’autore” a tutti gli effetti, nonostante le modificazioni plurisecolari, di un anonimato collettivo e e d'altre " firme", che l’hanno assurta a con cattedrale, sopra il  riguardo per la nostra sensibilità di moderni e post moderni, che troviamo insostenibili i criteri, d’altri tempi, che  ad esempio  fecero affrescare disgraziatamente Sant’Andrea nel Settecento, e cosa più grave di tutte, si resta incuranti, e nemmeno ci si pone il problema, di quale sia la valenza che avrebbe presso altre fedi e credenze, non meno radicate di quella cattolica, la conclamazione solenne con un battesimo in Sant'Andrea durante una veglia pasquale, di una risonanza mediatica pari alla grandiosità delle volte, della conversione al cattolicesimo di un proprio ex correligionario, che è clamorosa apostasia per l’islam, passibile della stessa condanna a morte, per i sikh una rottura che ingenera l' esclusione di chi l’ha praticata da ogni relazione nel proprio mondo comunitario d’origine, tanto per rifarmi alle  due comunità religiose non cristiane più presenti nel territorio.
E quanto allo spirito precipuamente cristiano dell’opera , due note terminali.
Il Vangelo non invita, architettonicamente, a versare vino nuovo in otri nuovi?
E sono così sicuri coloro che vorrebbero la cerimonia battesimale in Sant’Andrea per farla decorrere sotto gli affreschi dell’acqua di vita eterna che reca Gesù alla Samaritana, di non prendere una  svista solenne quanto al sublime messaggio evangelico dell'episodio?

Credere infatti che l’acqua viva che Gesù ha da dare alla Samaritana come a ciascuno di noi, che in chi la beve si rivelerà “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna», sia quella battesimale di una fede confessionale autentica che ci purga da un'altra ripudiata come falsa, significa esattamente, secondo i detti inequivocabili di Gesù, che si è tuttora di coloro per i quali non è ancora giunto il momento in cui né sul monte Garizim dei Samaritani né nella Gerusalemme ebraica sarà adorato il Padre, che si è ancora di quanti sanno pregarlo solo in una sede specifica di uno specifico culto, ad esclusione e a disdegno di ogni altro, ossia che non si è ancora i veri adoratori che egli cerca, coloro cioè che adoreranno il Padre per quello che è,  in spirito e verità, senza che sia più indispensabile per questo un particolare sito del sacro, od un determinato rito liturgico o sacramentale.” Perché Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in Spirito e Verità”, semplicemente e assolutamente.

lunedì 7 settembre 2015

" Each man kills the thing he loves"
Di un quarto bigliettino di Gino a commento di una mia poesia
La mia paura di espormi in ciò che reputavo il meglio di quanto scrivevo, perché un giudizio critico negativo non mi stroncasse nei limiti palesatisi per me insormontabili in quanto li denunciavano ancor più spietatamente i miei raggiungimenti più alti, nei loro esiti di conseguenza mancati, mi indusse a consegnare a Gino dei componimento quale quello che segue, che inesorabilmente avrei poi declassato ad Esercitazione. Gino vi ravviso acutamente una novità nella sospensione che vi accade del tempo, di un tempo che era in realtà il tempo della desolazione di una vita dei sensi e intellettiva caduta nell’inedia perché senza speranza, quando un’apparizione , una riesumazione di trascorse esperienze la rieccita, ne risveglia la brama. In effetti la perimetrazione dell’ammattonato è una cattura dell’istante, come intese benissimo Gino, in quanto ne finisce subito irretito nell’ordinarietà mortificante della quotidianità, Ciò che quindi si itera in modulazione di frequenza , di cui chiede Gino il chiarimento, con il ristabilimento del principio di realtà e la desistenza, che ne consegue, che induce la mente a quieta rassegnazione ( “ il ritorno del feedback”), è il destino che si prefigura all’assecondamento del richiamo, l’uccisione possessiva dell’anima amata ( l“ each man kills the thing he loves" di Wilde- Fassbinder), che ha il suo corrispettivo nella gelosia assassina di due personaggi d’opera come Otello ed il don José della Carmen.
Di ciò che suscitò l’immaginazione di questo testo poetico, mi soccorre solo il ricordo della psicologia archetipica di Hillman e di Images di Altmann. Sullo sfondo Montale, of course, e i suoi correlati oggettivi della desistenza a vivere.
Il cielo che gravita converso in acqua
Il cielo che gravita converso in acqua.
Nelle tenebre, insostenibile,
il calice in frantumi
sopra la tavola. Entro un intarsio nelle Menti
la figura ad irricomporsi dell'Unicorno,
il gioco della chiave oramai smarrito
nella successione vana dei tentativi.
Soffermatasi la pioggia,
quando è un'irruzione nel verde
tra l'umido che gocciola.
Entro la gola
un grido rabido che sale...
Alla favilla
riscaturendo dall'ombra a perimetrare lo sguardo
il grigio scalfito degli ammattonati.
Finch'é il ritorno del feed-back.
Sulla modulazione di frequenza inalterata
Otello chiede a Desdemona un altro bacio ancora.
E se rimoduli
è don José che riassassina Carmen adorata.
Il commento di Gino Baratta
“ Scopro una novità nella sospensione del tempo. O meglio, nell incombenza di un attimo. Di un attimo che mi pare tu voglia dilatare, espandere, anche se la perimetrazione ne assicura allo sguardo la cattura.Dentro l’attimo, dentro una sua immobilità irrompe e trascorre un volo? E la sua iterazione in modulazione di frequenza? E di nuovo: se si rimodula?"


Da un altro bigliettino o pizzino risulta che ebbi a consegnare a Gino una seconda stesura del testo poetico, il cui ampliamento solo in parte si è conservato nella versione definitiva , o comprendeva immagini che ricorrono nel suo testo che ho or su allegato, ma che non aveva fatto ancora la loro comparsa nella .redazione del testo cui si rifaceva la nota di gIno antecedente. Egli vi riscontrò una ulteriore componente parnassiana, oltre a quella liberty , già attestata , per il ricorso a un immaginario mitico intessuto di menti, unicorni, decani di cui si persero poi le tracce.La sospensione del tempo , già rilevata da Gino nella più breve versione precedente del componimento, nella sua redazione più vasta del componimento finiva per corrispondere a un movimento "verso il pacato,verso il silenzio" concluso dal punto
A tale versione più estesa avevo allegato un mio componimento breve, una mia " briciola", come gli avevo detto e gli era rimasto impresso, che forse corrisponde, non ne sono sicuro, a uno dei testi che allego,. In esso Gino credette di ravvisare il procedere della mia intuizione poetica: " da un baleno, già in se concluso, far emergere una situazione più espplicita, più arricchita, dunque
Più non infierire
Più non infierire
nel cuore d'altri.
Che i tuoi giorni
almeno siano cenere
d'insfiorati petali di rose.

Nell'ora che si eterna in te la stasi
Nell'ora che si eterna in te la stasi
v'é chi riferve di un'attesa,
v'è chi gode di un suo angelo
nell'ora che in te ricade la rinuncia.
E mentre tanta inedia torna ad infrangerti ( spezzarti) (stremarti),
vi è chi in suo godimento o in una preghiera a un dio
teme una morte che tu solo brami.
E' ogni bellezza solo il principio di ogni tormento
E' ogni bellezza solo il principio di ogni tormento,
il deserto il termine di ogni brama.
Un petalo ( di rosa) il residuo bene.
E tu non gualcirla, incauta,
la sua delicatezza che ti sospira.

Nella nebbia è un sogno di che trepidi
Nella nebbia è un sogno di che trepidi.
Se già credulo lo miri,
tu solo lo disfiora
di morte quel tremulo incanto.
Eppure ti ho richiamato, mio delicato essere,
Eppure ti ho richiamato, mio delicato essere,
nel vuoto illimite del mio solo amore.
Che un angelo segni ora il termine
che mi è invalicabile.
Crepitando nella mia estinzione
fiamma che di te divampi solitaria,
se luce non splende ch'entrambi riarda.

Già nell'attimo, astanti,
Già nell'attimo, astanti,
che tremanti ci si porge,
già sgomenti ci ritrae
nei più delicati sguardi
il tremendo che palpita.
Così a te solo assisto
in me dissolto a desiderarti inerte.
1983
il bigliettino di Gino
Nell'ampliamento della redazione trovo la conferma del movimento già notato nei primi versi tuoi: dall'alto verso il pacato, verso il silenzio che coincide col punto. Grazie all'ampliamento non solo si accentua la componente liberty, ma il tutto, mi pare, assume cifre vagamente parnassiane. Certe figure, precedentemente implicite, sono affiorate: le Menti, l'Unicorno, soprattutto i Decani.
Preferirei. " tra l'umido che sgocciola" a "tra l umido che sgronda". sgronda è assai connotato, mi sembra
&&&
Quella che tu chiami briciola, io la leggo come germe, pieno di presupposti, di premonizioni, ma mi pare, se ho capito bene, che sia il tuo modo di lavorare: da un baleno già in se conchiuso, far emergere una situazione più esplicita, più arricchita, dunque.






 Il tempio a Shiva Gargaja Mahadeva di Indor
Il tempio al dio Shiva di Indor sorge  di fatto asserragliato tra  case e ripostigli  e garages del villaggio , la cui costruzione già è andata a discapito dello spazio ad esso antistante e retrostante,  circostante il tempio sui fianchi, imponendo al portale del tempio di essere  in conformita con essi con una serranda blù, e già interpenetrandolo dove è caduto o sta finendo in rovina




Ma la sua bellezza è tale che anche un simile appressamento invasivo può solo, ancor più, esaltare  i  resti della sua grandiosa anomalia architettonica.
In essi ti si proiettano istantaneamente alla vista le acuzie dei pilastri che  sommovimentano e trattengono in un 'orbita il continuum espansivo dell'avanzata e dell'ostentazione radiale  delle aggettanze dei rathas,  paramentate uniformemente di edicole e di udgama di gavakshas,  in un'alternanza ondulatoria di avanzamenti a guisa di  spogli cunei e di elevazioni  frontali  di lesene luminosamente tramate dei reticoli di ombra e di luce degli archi chaytias dei gavakshas, che un tempo aveva una corrispondenza esaltantenell'alternanza superiore, di cui era animato il sikhara, di latas di sbieco o venu-koshas a ripiani di bumi amalakas, e di latas facciali ordite di soli gavakshas.


Tale mirabile  divergenza dalle tipologie architettoniche imperanti tra i templi Nagara dell India del Nord, constava  di solo vestibolo e  santuario e della sopraelevazione del sikhara caduto in rovina. Fungeva da basamento un adhishtana dalle possenti modanature usuali ,di nuda  solennità,  - kura, kumba, kalasa-concluso da un kapota con takarikas.
Tra i pilastri che puntavano a cuneo delle proiezioni angolari erano nove quelli dei bhahras avanzanti piani nel profilo stellare del tempio,  essi offrivano alla vista un?edicola dagli stipiti lineari sormontata, prima che dal proprio udgama,  da serie di  tulas a forma di teste leonine, un simha mala,




 e da un kapota con takarikas. che fungeva da gronda-chhadya. Raccordava pilastri angolari e badhras antistanti una ghirlanda di ghanta malas.






Le edicole ospitavano quali lord protettori  i vari dikpalas nelle otto direzioni cardinali , tra i quali Vayus aveva il mantello sollevato dalla propria natura ventosa,



 mentre negli altri bhadras erano rinvenibili immagini di Kartikkeya che alimentava il pavone ch'è il suo veicolo,






di Ganesha e di Parvati in panchagnitaas,

 com'era lecito attendersi in un tempio shivaita. Le immagini delle divinità della costellazione shivaita intervallavano come terzo sopraggiunto la successione a coppie dei dikpalas, così Ganesha compariva  di seguito a Indra ed Agni,



Kartikkeya a Yama e Nirriti, Parvati a Varuna e Vayus, prima di Kubera ed Isana.
Il varandika che quindi precedeva le rovine del sikhara era una meraviglia a prima vista, per la magnifica serie di tulas floreali, fregiati di mascheroncini e mirabili mostri che vi intercorreva inframmezzata tra due kapotas di raffinata eleganza,  quello inferiore con pendenti di lumas, quello superiore con dentellature sottostanti, nonché per  l'antarapatta successiva, che tra pilastrini dalle spropositate mensole albergava una vivacissima serie di ganas danzanti.



























In surplus raffinati lumas superni  illeggiadrivano l'ultimarsi del passaggio al primo dei gavakshas del sikhara da cui pendevano.
L'antarala il cui prospetto aveva diminuito di tre i bhadras radiali , che avrebbero dovuto essere altrimenti idealmente dodici, presentava gli stessi fasti, ma di dimensioni allargate, nella edicola ugualmente fatta tempietto dal suo frontone, che come quelle minori dei bhadras, miniaturizzava varandika e sikharika in virtù del succedersi di teste leonine,delle quali quella centrale poteva essere piuttosto un uomo mascherato con una testa di leone- kapota, udgama.



 Ma a fare la differenza più significativa erano i pilastrini laterali in foggia di portichetto, con capitelli mensolati e fregiati di duplice gatha-pallavas, i vasi dell'abbondanza, raccordati da un badhraka impreziosito di rilievi floreali e di una campana pendente da un cordone.
 Di rilievo, tra le immagini scultoree insediate sulle pareti dell'antarala, una splendida Parvati che vi figurava nella nicchia della kapili settentrionale.



Il portale del garbagriha che al suo interno  si rivelava radiale solo nelle sue proiezioni,  era una autentica magnificenza, sia nei gruppi scultorei delle dee fluviali,  sorvolate da vidyadharas amorosi di seguito a un rishi e da hamsa mithuna,












che nella tornitura  soprattutto del secondo dei 5 saka sdel portale, un naga-saka di serpenti intrecciati come nodi, di una duplice corda, che facevano capo al loro irriducibile nemico, Garuda, il quale  ne ghermiva per la coda quelli terminali al centro della trabeazione. Il naga-sakha faceva seguito ad un patra-sakha più interno di volute, e precedeva un saka di mithuna entro nicchie, esterno al quale si elevava uno stambha saka per parte, di cui i pilastrini dei ratikha delle kapili vestibolari erano state una prefigurazione fedele. Ultimava l'apparato degli stipiti una bel bhaya-saka di virgulti fogliari rampicanti con turgore di linfe. Per le  somiglianze del portale  con quello del Teli-ka-mandir, Krishna Deva avrebbe voluto l'intero tempio opera delle stesse maestranze che operarono in Gwalior, edificata a suo parere verso il 775 d. C..






Retta da due  atlanti sovrastava il portico un'architrave nelle fogge  di una serie di tulas, rappresentanti kirtimukkas nelle rientranze e teste leonine nelle prominenze. A sua volta l'architrave era sormontata da una successione di edicole con figurine interne, contornate da un ampliamento estensivo  della bhaya saka, che era stata così allargata e prolungata a comprendere un recesso di ulteriore edicole, per essere a sua volta superata dalla ghirlanda terminale di un ghanta mala.
Le sapta matrikas figuravano al loro interno, precedute da Ganesha e seguite da Shiva Viravbhadra.
Due dvarapalas, l'uno dei quali Bahirava, affiancavano ai due lati il portale









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Il tempio, stavo per dire la chiesa, sorge  di fatto asserragliato tra  case e ripostigli  e garages del villaggio di Indore la cui costruzione già è andata a discapito del lo spazio ad esso antistante e retrostante,
 circostante sui fianchi, imponendo al portale del tempio di essere  in conformita con essi nella serratura  del portale con una serranda blù. e già interpenetrandolo dove è caduto o sta finendo in rovina
Ma la sua bellezza è tale che anche un simile appressamento invasivo può solo ancor più esaltarne  i  resti . della sua grandiosa anomalia architettonica.
In essi ti si proiettano istantaneamente alla vista le acuzie dei pilastri che  sommovimentano e trattengono in un 'orbita il continuum espansivo dell'avanzata e dell'ostentazione radiale  delle aggettanze dei rathas,  paramentate uniformemente di edicole e di udgama di gavakshas,  in un'alternanza ondulatoria di avanzamenti a guisa di  spogli cunei e di elevazioni  frontali  di lesene luminosamente tramate di reticoli di ombra e di luce, che aveva un tempo una corrispondenza nell'alternanza superiore di cui era animato il sikhara di latas di sbieco a ripiani di bumi amalakas e di latas facciali ordite di soli gavakshas.
 Tale mirabile  divergenza dalle tipologie architettoniche imperanti tra i templi Nagara dell India del Nord, constava  di solo vestibolo e  santuario e della sopraelevazione del sikhara caduto in rovina. Fungeva da basamento un adhishtana dalle possenti modanature usuali di nuda  solennità,  concluso da un kapota con takarikas.
Tra i pilastri che puntavano a cuneo erano nove quelli dei badhras avanzanti pianamente nel profilo stellare del tempio,  che offrivano alla vista un edicola dagli stipiti lineri sormontata prima che dagli udgama da serie di  tulas a forma di teste leonine, un shima mala, e da un kapota con takarika  che fungeva da gronda-chhadya. Raccordava pilastri angolari e badhras antistanti una ghirlanda di ghanta malas-
Il varandika che precedeva le rovine del sikhara era una meraviglia a prima vista, per la magnifica serie di tulas floreali, di mascheroni e mirabili mostri che vi intercorreva inframmezzata tra due kapotas di raffinata eleganza,  quello inferiore con pendenti di lumas, quello superiore con dentellature sottostanti, nonche per  l'antarapatta successiva che

giovedì 3 settembre 2015

Otto bigliettini di Gino Baratta a commento di mie poesie d'un tempo.
1
E’ bastato giorni or sono che mettessi mano alle mie antiche carte che tengo in un bauletto ch’è appena poco oltre l’ingresso della mia libreria, sotto il reliquario, tra altre scatole di reperti di viaggio, dei pochi cimeli che mi restano del mio caro Sumit, per ritrovare raccolti in una busta che mi aveva recato una missiva di Jean Starobinskij, sparsi al suo interno tra le altre buste di alcune lettere di Claudio Magris, ( “Caro Bergamaschi, grazie, custodirò molto volentieri il suo manoscritto nella bottiglia. Tante care cose”), i bigliettini che Gino Baratta mi trasmetteva sul fare delle lezioni, quando oltre trent’anni or sono fummo colleghi nello stesso Istituto scolastico, con su scritto il suo commento ai miei testi poetici che gli facevo vedere. Otto in tutto, non di più, su ritagli d’occasione, ma scritti con una grafia fine quanto l’acutezza e l attenzione prestatami, quale da nessun altro avrei più ricevuto.
In alcuni di essi era contenuta l’analisi di un semplice testo, preso in esame in se stesso, in altri Gino aveva inserito la disamina anatomica del mio componimento nella visione che si veniva facendo del decorso intertestuale della mia produzione poetica, per farmi presente quanto, secondo i suoi orientamenti critici, vi significasse o meno un avanzamento espressivo,.
Di tali "pizzini",vorrei pubblicarne inizialmente uno inerente una mia sola poesia, di cui allego il testo testo, per non complicarne la decifrazione con l’illustrazione di rinvii e rimandi Sta esso scritto sul retro dell’incarico conferito al sig. Prof. Baratta di supplire il prof. Sarzi Braga, in data 9 novembre 1983. Addì 8 novembre 1983.

E’ a commento di un mio componimento che ricorre nella edizione in rete della mia raccolta Acanti ed asfodeli , ma di cui il mio spirito critico ha poi accolto che vi figurasse solo se vi compariva quale una delle Esercitazioni che fanno seguito ai suoi componimenti essenziali, all’atto di un loro restauro selettivo del 1998.
In tale suo referto, più che recensione, attraverso una figura emblematica del componimento, l’”astrale bilancia”, Gino colse nella forma discorsiva implicita del componimento, l’interrogativo, la trama esistenziale che vi venivo esprimendo, e seppe individuare in Montale l autore di riferimento . Borges ora mi sembra di aggiungere, e Quevedo cui Gino rinvia con il suo cenno alle mie “agudezas”, insieme con la constatazione che c’è troppa lucidità discernente nelle parole costernate di allora, perché esprimessero davvero un discorso di tenebra. Nella versione originaria come ne La casa dei doganieri c’era un “addipana” cui fa e riferimento Gino, che ora ho corretto in sdipana

Quale vera Maat può soppesarti

Quale vera Maat può soppesarti
la coppa a propendere dell'astrale bilancia,
se questa tua cieca carne che dilacera e rantola,
o inerte il suo pugno di polvere.
Al volgere del fuso
gli occhi che ti tramano inesausti
con gli incubi i sogni,
certe solo la pena e le ansietà dell'ansito,
nessuna condanna inappellabile,
la tua carcerazione che così continua.
Il filo che si sdipana e ti conduce
e chi può rivelarti
se volge ad un'uscita celeste o a delle fetide fauci,
chi ti riconduce il ritorno della vela che vapora.
Così la tenebra ci fa complici del nostro destino,
e ci si inanella alla catena ininterrotta
o la si spezza e si soggioga.
E Giasone che tradisce Medea per lui fratricida,
e Teseo Arianna che fu sua complice anch'ella
contro il suo sangue,
saranno i gloriosi vincitori che fluttua la marea perenne.

Gino ne scrisse:

“Mi pare centrale l emblema : astrale bilancia. L’oscillazione delle domande, o, in ogni caso, un aut-aut che si pone quale indugio mi paiono precorsi da astrale bilancia. L’uscita celeste o il volgere alle fetide fauci ( con l interrogativo) stanno, incerti, sull’astrale bilancia.
Se un filo si addipana, non è per certezze o risposte; anzi, per consegnarsi alle contraddizioni del fato, per introdurre all’ambiguità di un rapporto: Giasone-Medea; Teseo-Arianna.
Complessivamente la struttura e le agudezas mi riportano a Montale: Soprattutto l ‘implicante interlocutorio: tua, ti.”


un secondo biglettino tra di me e Gino Baratta

l secondo dei bigliettini tra me e Gino Baratta
Il referto seguente è forse il primo dei bigliettini che Gino ha scritto a commento di una mia poesia. E' questa la ragione principale della brevità delle note che vi si rintracciano, che non si spiega con una sua elusione di come il componimento non gli fosse particolarmente piaciuto, in quanto lo avrebbe poi prescelto a che figurasse in testa ad in una mia terna rappresentativa, in una antologia poetica di cui fuegli il curatore, La doppia dimenticanza, Poeti della sesta generazione Forli, Forum/ quinta Generazione, 1983). Altre mie poesie non furono più pubblicate.
Nel testo poetico Gino Baratta individua alla perfezione l’immaginario che lo ha ispirato, percependo come forme naturali e artificiali, le une vanamente ad intrecciarsi in amore alla guisa di quelle floreali in ferro battuto, vi siano le figurazioni del mondo artistico del liberty, uno stile che non era allora , agli inizi degli anno Ottanta, solo un fatto di gusto, magari rétro, ma il mondo delle forme di un universo culturale immenso: la Vienna, di Trakl , di Hofmannstahl o Rilke, di Klimt o di Schiele, come allora ce la incantavano la critica filosofica e letteraria di Magris e di Cacciari.
Negli altri due testi che Gino avrebbe prescelto per quella raccolta, di cui non serbo traccia o memoria di biglietti, Gino avrebbe rinvenuto tra di noi delle ulteriori affinità elettive al loro improntarsi maniacale al manierismo, secondo una comune vocazione, anti-classicista. che aveva delle similarità con la crisis della negatività del moderno di cui il liberty a sua volta era cifra e sigla.
Benchè a dispetto degli studi di critica d'arte dell'Arcangeli l' espressionismo padano fosse pensato come univocamente estroverso, macheronico-ariosteo, l'indagine critica antecedente dell'opera in prosa del marchesino pittore De Pisis aveva immunizzato Gino da ogni visione unilateralmente giovale dello spirito padano, sicchè rinvenirvi il mio saturnismo non era stata per lui sorprendente.
Così, ora delle circostanze in cui Gino si trasse con me fugacemente in disparte dai suoi accoliti, ne ricordo una in cui si appuntò sul tormentio di cui le mani dei corpi di Schiele erano espressione, un’altra in cui vagheggiò che ci potessimo ritirare come il Pontormo , per nostre alchimie verbali simili a quelle sue pittoriche, in una casa che avesse “ piuttosto cera di casamento da uomo fantastico e solitario che di ben considerata abitura,” secondo le parole di un biografo del gran pittore fiorentino accennate da Longhi, - un involversi e un internarsi di cui aveva già riesumato un ricorso ulteriore, in Scritti sull’arte, quanto alle manie del marchesino de Pisis nella sua Ferrara pentagona o nella sua stanza ottagona in Parigi
E tu ora svena ogni tuo spasimo
E tu ora svena ogni tuo spasimo
fra le ritorte foglie che ti laminò un artefice,
la ferrea trama riforgiandoti
di cancelli invano a schiudersi,
ora che le stagioni si susseguono, pur sempre,
e delirio
è ancora accoglierne il richiamo,
tra i freddi palmiti
verso dimore d'ombra
affetti e palpiti stillanti,
a corpi e mani, se ripulluliamo,
quale vano tormento
a noi morti l'intrecciarci.
( 1982-83)
Commento di Gino Baratta
“Mani- ritorte foglie- laminare-artefice
L’intrecciarsi è anticipato da –trama- ma è verbo che rende trasparente l intera costruzione dei versi
Uno spazio recintato da floreale ferro battuto”
Le altre due poesie apparse insieme con la precedente nell’antologia La doppia dimenticanza
Al frinire dei sistri delle cicale
Al frinire dei sistri delle cicale
non andare se tumultua il sangue,
il cielo è immane una canicola di piombo.
Per chi la Vergine s'intorbida stravolta
le occasioni sorgono già morte.
A lamine profetiche d’argento
che attendi ancora il vento,
per la pianura,
che vi spiri a sommuoverti un futuro?
Più non stormiscono, nell'estuo,
tacite le fronde pitiche,
terreo lo sguardo
le Sibille intorte.
Così a decretarti,
nel desiderio senza più speranze,
tutto di nuovo, sempre così.
(1982-83)
Al chiarirsi di derive di zaffiro
Al chiarirsi di derive di zaffiro
s'invermigliano di sangue le asterie fluttuanti,
nell'opale disciolto di cieli di Siria
mutili acanti promanano agli astri
dei cancri solari cavitati nei vortici,
quando nel riorbitare delle sfere armillari,
a lunazioni più rapide
precipiti immani,
Mercurioveneri chiaroveggenti
ingeminiamo ovoidi abomini ( aborti) postumi,
- nei peripli di terrore
se la celata è levata a mirare un sogno
a parare l'oltraggio che ci ritorce
il seme di cuori che già si sfaglia.
(1983)
foto di Odorico Bergamaschi.








  • Odorico Bergamaschi

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Un terzo bigliettino di Gino Baratta

Un terzo bigliettino di Gino Baratta

 Questo bigliettino è l unico di quelli rimastimi che riguarda un racconto,  “ La festa nuziale”, che con “ La fiera di paese” ed “ Il giardino pubblico” compone una sorta di trittico iniziatico della mia narrativa. 
Gino ne ebbe a rilevare  innanzitutto lo stile espressionistico,  che egli ricollegò a Gianfranco Contini, mi è difficile tuttora  intendere se citandolo quale critico diagnostico o quale  autore per me esemplare, nell'esercizio appunto di una scrittura espressionistica
In realtà con Gadda e Longhi al vertice di una Trimurti del mio Super-Io,  tra gli autori in prosa del Novecento italiano Contini, era ed è tuttora il mio nume tutelare letterario,,ma ne indossavo i panni mentali solo quando io stesso assumevo le vesti di critico.
Gino ritenne invece che la forma linguistica della mia prosa narrativa risalisse agli anni trenta, a  Delfini o a Landolfi,  mentre rinvenne una reminiscenza di Attilio Bertolucci  nella ricorrenza di "arca" entro il sintagma “ arca immane di quanta gente”.
Ora io direi che Gino si rifece esattamente agli scrittori nel cui calco letterario  mi muovevo, solo che nel racconto la voce narrante in prima persona era l ‘Io di un poeta colto e marginale,  che avvertiva  goffa la ricercatezza della sua diversità in seno al popolo rustico dei suoi compaesani,  di cui purtuttavia ,in un empito populistico intensamente sabiano, avrebbe vorrebbe essere parte sino a confondersi fisiologicamente con la sua natura plebea, il che al termine gli è consentito  felicemente solo dall’ebbrezza del vino, quando l'ha vinta sulla sua lucidità critica divaricatrice. E di quei tempi  l'Io letterario la cui assimilazione ( che  facendomi io sua voce), poteva propiziare la mia  immedesimazione espressiva con tale personaggio,  tra i due citati da Gino era solo quello di Delfini, mentre nella letteratura straniera per me aveva assunto  tale evocatività il grande Robert Walser.
Tommaso Landolfi fu certo voce di scrittore per me determinante, ma la facevo mia quando avevo da impersonare altre identità  letterarie, più elegantemente attillate,  e meno atticciate, che non  quella di un poeta balzano agli occhi del mondo, allorché, ad esempio,  mi attempavo in un signore urbano d’altri tempi, cerebrale  nella sua sentimentalità.
Nel seguito delle annotazioni l’interesse di Gino era quindi calamitato dai modi di tale scrittura espressionistica,  dal senso del ricorso in essa dello esclamativo:  segnava forse la temperatura di uno slancio effettivamente esuberante,  o comunque quella più febbrile di un farsi forza, entro un andamento musicale-narrativo  del racconto che era  per lui costituito da un  preludio di incoraggiamento, un primo movimento in crescendo  e da un  ulteriore in diminuendo,in corrispondenza con il decorso dello spirito d’adesione alla festa del poeta, al venir meno del quale scemavano gli stessi esclamativi. Di tale involversi della vitalità festosa del poeta,  per effetto delle variazioni in una tonalità negativa delle fluttuazioni stesse della sua  consapevolezza riflessiva, per Gino era emblematico  che accanto a un Viva Bacco, mozartiano, al poeta  fosse irrefrenabile l'erompere in  un Viva Bachtin, che era una cifra dell'ostentazione per lui irrinunciabile del proprio addottoramento, a certificazione, invece con ciò,  più di una insicurezza quanto al proprio proprio  valore che di una rassicurazione in merito. Ed in sintonia Gino  registrava , a compimento di nota, il trasformarsi del melodramma del movimento in crescendo  nel melodrammatico della riflessività “ del noster poeta" ch'era al suo cospetto alla consegna del biglietto. Peccato, era allora il mio cruccio,  che per la sua avversione per il melodramma quanto per il mondo dello sport, Gino non potesse avvertirvi di quante citazioni volessi dilettarvi il gusto del melomane, con quell'" Ecco l Ebe che versa", ad esempio, che nella sua bislaccheria la mia memoria canora aveva desunto dalla stessa Traviata. (Gastone E tu dunque non apri più bocca? (ad Alfredo) Marchese È a madama che scuoterlo tocca... (a Violetta) Violetta Sarò l'Ebe che versa).


Espressionismo ( Contini)
Anni trenta- da Delfini a Landolfi-area da Bertolucci
La cifra in esclamativo cresce e cala = segna una temperatura? Prima (il protagonista) ha bisogno di un incoraggia-mento – poi cresce su di sé e quindi cala sempre su di sé
Il melodramma avvia al melodrammatico della riflessione del noster poeta.
Compare Bachtin-in metacoscienza ( - se porco- la plastica- le bibite- più che vino)