venerdì 29 giugno 2012

tutto il tradimento di Ashesh e dei suoi

Sono rimasto attonito quando Kailash mi ha detto perché Ashesh, il figlio della sorella da noi adottato, è acquiescente od ha sollecitato la scelta familiare che non faccia rientro in Khajuraho, ed è assenziente a restarsene e ad andare a scuola a Srinagar. “ In Srinagar presso le scuole pubbliche può frequentare la classe ottava, grazie alla promozione che ha ottenuto .in Viatal, nel villaggio natio del mio amico, senza esservi mai stato a scuola che per presenziare a degli esami fasulli, a fine anno, per fini ispettivi, a seguito di una combine intercorsa tra il padre di Kailash e l’insegnante delle elementari. A seguito di una sordida intesa,  ad Ashesh e ad Ajay, il bambino del mio amico, erano assicurate con la promozione le tremila rupie a testa della rispettiva bicicletta, e all’insegnante una bakshesh di mille rupie -la sola elargizione a non essere andata in fumo, poiché le rupie delle biciclette sono finite in spese di medicine inutili per il piccolo Chandu, amore di noi tutti, secondo le prescrizioni dei medici che abusano dei timori del padre che possa morire come è morto Sumit, ad ogni minimo colpo di tosse del bimbo.
Ma in Srinagar, nel degrado infinito della sua scuola pubblica, che potrà impararvi, Ashesh, in un'ottava classe, se l’ultima classe in cui è effettivamente stato è la quinta? In tal modo egli potrà solo ottenere di affrettare la fine della frequentazione di scuole che non gli daranno accesso a niente.
" Cosi ha scelto di diventare un cattivo studente, di perdere la sua mente…” si accalorava con candore il mio caro amico, quando lasciava prevalere l'idea che si tratti di una escogitazione pienamente fatta propria dal ragazzo, nella sua indole subdola, e che non subisca soffrendone un raggiro dei genitori, che Kailash domani raggiungerà in Viatal, dove soggiornano, per un ultimo sforzo/ tentativo di dissuaderli.
A che era valso, mi  amareggiavo a mia volta, che mi fossi sacrificato a insegnare ad Ashesh i rudimenti di Inglese e di Matematica perché potesse essere ammesso in una scuola che gli fornisse una vera educazione e un'istruzione effettiva, che io ed il mio amico avessimo ricusato di attardarlo ancora in quinta, con Ajay, assecondando gli esiti dei test che gli consentivano di ritrovarsi in sesta senza perdere alcun anno di scuola, e che gli ultimi giorni l’avessimo condotto con noi in Delhi, alla mia partenza dall'India, perché nel craft Museum sperimentasse la possibilità di farsi allievo di chi potesse insegnarli il disegno artigianale, - E ancor più , che ne facevano lui e i suoi genitori, così scegliendo, di quanto sofferenza era costato diventare con lui consapevoli che a nulla serviva a lui ed Ajay la scuola che io e Kailash avevamo a loro già assicurato, se vi imparavano solo a rispondere come pappagalli senza usare la mente?
"Invano ho faticato- ripetendomi con il profeta Elia, per nulla e invano ho consumato le mie forze"
"E' un imbroglio, un inganno, è dhokha , Kailash," gridavo al mio amico, senza avere ancora compreso appieno.
"Un inganno, si, ma nei confronti di se stesso... " egli ribadiva, supponendo che del raggiro il ragazzo fosse consenziente.
" Kailash, capirei, se non volesse fare ritorno per come io e te possiamo averlo trattato…"
“ No, no, non ha niente contro di noi, Ashesh pensa bene di me, di te, di Vimala..
Non era dunque perché Kailash in cucina l’aveva cosparso come Ajay di cherosene, minacciando entrambi di dare loro fuoco se avesse scoperto che mi derubavano ancora, negli ecccesi del “drama” cui l’avevo indotto io stesso con i miei sospetti, piangendo poi sulle sue spalle che così avesse perduto per loro la sua figura di padre, nè si rifiutava di rientrare fra noi perché avessi gridato al ragazzo che era un cobra, raggiungendolo alla gola nel prenderlo per la collottola, quando aveva cercato di subornare Ajay ai suoi intenti, dissuadendolo dal venire con me e Kailash a Delhi, la volta precedente la mia partenza
" Vedrò che si può fare. ma non è come Ajay, nostro figlio. E' già grande. Sarà difficile farlo studiare, se non vuole, anche se è intelligente, e sa disegnare bene..."
Che io e il mio amico non abbiamo solo fatto uso di lui, nel porlo al servizio di Ajay, era certo , come il fatto che di me e di Kailash il ragazzo ed i suoi genitori si siano serviti senza residui scrupoli . Per due anni senza spendere nulla, il padre e la madre se lo sono ritrovato da noi sfamato e vestito, portato in viaggio e a spasso ed educato, senza che a loro costasse più che le rupie di una telefonata a distanza di mesi, e dopo due anni, senza avere studiato nulla, il ragazzo si ritroverebbe due altre classi avanti senza che ne abbia fatto un'ora di lezione, ma dopo averci fatto patire i disinganni d'amore e gli atti colpevoli più crudi, per come inveivamo e lo punivamo perchè diseducava a sua volta Ajay invece di aiutarlo menomamente. E più che imbroglio, e inganno, un altro termine appare calzante per la decisione di Ashesh e dei suoi: tradimento. Di ogni nostro sforzo ed intento, violentemente amoroso, negli stessi eccessi che ci causava il ferimento del cuore.Eppure, ciononostante, Kailash è disposto ancora ad attenderlo, a farlo venire in Khajuraho per parlare ancora con lui, perchè a lui ed a me riveli, parlandogli dolcemente, se la decisione corrisponde ai suoi propositi e alla sua natura subdola, in tal caso lasciando che essa abbia il suo corso, o se è l'escogitazione di un raggiro del padre che questi gli impone a suo danno.
(Concedendogli ancora delle opportunità, con una dolcezza ed una fermezza di cui oggi erano radiose al telefono le sue care parole.)
E con lui, " Ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio", posso dire come il profeta.

sabato 23 giugno 2012

ordine naturale, semeiotica, ermeneutica del dialogo

" In quanto organismo fisico e psichico noi siamo relazione, cioè dialogo. Ne viene che quando esercitiamo il dialogo a livello spirituale non facciamo altro che riprodurre la logica fisica fondamentale di cui viviamo obbedendo alla logica del nostro essere" ( Vito Mancuso, Obbedienza e libertà pg .161).
In un'ontologia naturalistica,  secondo la logica in assoluto dello  spinozismo, come filosofia,   l'artificiale, la semeiosi non possono che essere ancora natura ( si confronti la ricerca di bio-semeiotica di Giorgio Prodi), che l'identico operare dello Spirito che anima la natura, secondo il medesimo logos e una medesima dynamis. Si pensi al futuro nanotecnologico dell'energia, alle celle di Graetzel che imitano l'agire fotosintetico delle foglie per accumulare l'energia del sole, di altre celle che riproducono le capacità dei batteri  per produrre energia e simultaneamente purificare le acque, o sfruttando le alghe e i batteri i metodi biologici per produrre l'idrogeno.
Pertanto l'economia dell'uomo non può che conformarsi alle leggi dell'economia della natura o ecologia, secondo il  punto di vista concorde di Ferdinando Boero, in  " Economia senza natura "
Vi si può ritrovare affermato che "l’uomo fa parte della natura e le regole che inventa sono alla fine soggette alle regole della natura" , che  "l’artificiale non  può permettersi di coniare leggi e regole differenti da quelle naturali" e  "se le leggi dell’economia e quelle della natura entrano in conflitto, quali prevarranno? Fine della storia. Non possiamo essere così arroganti da pensare che siano quelle dell’economia a prevalere. Se infrangiamo le leggi della natura a favore di quelle dell’economia, la natura ce la farà pagare cara, carissima. Anche in termini economici"
Resta da chiarire quali sia la natura di tali leggi, se siano universalmente immutabili, secondo i paradigmi della Rivoluzione scientifica del Seicento, o se lo Spirito, in esse liberamente operante, non sia creativo di nuovi ordini di regolarità che ci chiamano in causa come concreanti,  innanzitutto nella Sua azione di grazia.
Grazie della citazione, caro Odorico. Lo spirito non può creare nuovi ordini di regolarità. E' solo arroganza antropocentrica. Le regole della natura... molte le conosciamo, partono dalla fisica e arrivano all'ecologia. Bisogna studiarle e bisogna anche scoprirne di nuove. Ma poi non possiamo pensare di essere in grado di cambiarle. Possiamo solo obbedirle. Mettiamola così: la natura è dio. Pensi che possiamo cambiare le sue leggi? Siamo liberi di non obbedire, ma poi dobbiamo pagare il conto. E il conto sta arrivando.


Grazie della citazione, caro Odorico. Lo spirito non può creare nuovi ordini di regolarità. E' solo arroganza antropocentrica. Le regole della natura... molte le conosciamo, partono dalla fisica e arrivano all'ecologia. Bisogna studiarle e bisogna anche scoprirne di nuove. Ma poi non possiamo pensare di essere in grado di cambiarle. Possiamo solo obbedirle. Mettiamola così: la natura è dio. Pensi che possiamo cambiare le sue leggi? Siamo liberi di non obbedire, ma poi dobbiamo pagare il conto. E il conto sta arrivando.

Grazie caro Ferdinando. Riferendomi a nuovi ordini di regolarità alludevo in particolare alla concezione scientifica del mondo di Stuart Kauffaman, da lui espressa ultimamente ( nel 2008) in " Reiventare il mondo". Per quanto mi attiene, se la natura naturante è Dio ( oppure dio con la minuscola) possiamo solo cooperare alla creazione continua di uno Spirito che ci comprende e ci trascende., in spirito d'obbedienza certo, se non a un ordine fisso al suo innovarsi normativo in cui rientriamo.
cordialmente
O.Bergamaschi




Seconda egloga indiana ( revisione temporanea)

Brillano i pani di sterco dei roghi di Holika
nella prima luce del giorno sui muri e i terrazzi
la mangusta riappare nei coltivi degli orti,
si schiudono le membra dai giacigli terreni,
con i lavacri delle stoviglie
iniziano nei cortili le abluzioni e gli spurghi,
“ India was enslaved by the british”
la lezione che ripete il fanciullo
prima di andare a scuola,
 ripetendola, nell'India indipendente, nella lingua dei britannici che gli è ancora più d'obbligo,
ora che è senior, nell' India indipendente/
nella lingua dei britannici che ora che è senior

gli è ancora più d'obbligo nell' India indipendente/
nell'India indipendente per non dovere cinque rupie alle suore se usa l’hindi,
“India was poor and weak at that time”
ripete come se i suoi stessi panni di ogni giorno
fossero ancora quelli di quel paese debole e povero ,



“ Every man will be thy friend
Whilst thou hast wherewith to spend”
invece quando il vero amico "he stands by us
through thick and thin,"
lo è nella buona e nella cattiva sorte,


“Hello, rupees…hello, pens…”

Nel mercato dove cerchi il coriandolo fresco
puoi ritrovare più ancora il maldicente di turno
“L’amico, che la fa da padrone sull’uscio del negozio,
spende tutto nel bere e gli trema la mano,
nessuno vuole lui come barbiere…


e ora chi mi riscatterà questo corpo di morte,
dove il grano già si schiude al calore di marzo
se non, ancora di più,
l’amore ch’è vita e luce dell’anima ferita


tra le follie di un docile cuore
lontanandoci con l’amico
nelle valli dove ancora risuona il canto di Krishna,
ed è il clamore della pioggia di fiori e colori
che assorda il dolore che invasa la mente,
la luna, quel tocco di sandalo,
sul volto vergine del cielo,

quando fin che di nuovo tra le sulle forme d’incanto
cade la mente con l’escremento,

poi che amore, giocando il gioco della tigre,
sulla Yamuna è te stesso, Dio della morte,

ed accade il distacco tra i cieli di Delhi,
non più, nella lontananza, lo sguardo amante
ma con le nuvole in disfacimento
tremulo liquido l’acciaio nelle trame di vetro,
in arenarie e cemento trasmutati  dall'artefice  i cortili e i terrazzi
cui nello sfolgorarvi del giorno sei di ritorno,

qui dove chi ama non infinge soltanto,
e qualcosa comunque succede.
“E’ troppo povero l’inglese di Ashesh ed Ajay" -
il verdetto delle suore, per bocca dell’amico,
perché a loro consenta in India un futuro.
Come pappagalli li hanno addestrati
solo a ripetere quello che non capiscono.
Provvederemo, comunque, ripartiremo.
Li abbevereremo, i piccoli, al nostro soccorso,
come tra i campi, dalla riarsa giungla,
si abbeverano i bufali al Kuddhar,
aprendosi il varco dove il fiume  intesse le sue rive
delle canne che ora graticciano il nostro avviato negozio.

E da queste sponde anche voi a casa, ben pasciute capre
Ite domum saturae, venit Hesperum, ite capellae



stesura precedente



Brillano i pani di sterco dei roghi di Holika
nella prima luce del sole sui muri e i terrazzi
la mangusta riappare nei coltivi degli orti,
si schiudono le membra dai giacigli terreni,
con i lavacri delle stoviglie
iniziano nei cortili le abluzioni e gli spurghi,
“ India was enslaved by the british”
la lezione che ripete il fanciullo,
prima di andare a scuola, /
nella lingua dei britannici che nell' India indipendente ancora  più gli è d'obbligo
ora che egli è senior
per non versare cinque rupie alle suore se usa l’hindi,
“India was poor and weak at that time”
ripete come se i suoi stessi panni di ogni giorno
fossero ancora quelli di quel paese debole e povero ,
“ Every man will be thy friend
Whilst thou hast wherewith to spend”


invece il vero amico he stands by us
through thick and thin,
lo è nella buona e nella cattiva sorte,

“Hello, rupees…hello, pens…”

Nel mercato dove cerchi il coriandolo fresco
puoi ritrovare più ancora il maldicente di turno

“L’amico, che la fa da padrone sull’uscio del negozio,
spende tutto nel bere e gli trema la mano,
nessuno vuole lui come barbiere…

e ora chi mi riscatterà questo corpo di morte,
dove il grano già si schiude al calore di marzo
se non, ancora di più,
l’amore ch’è la vita e luce dell’anima ferita

tra le follie di un docile cuore
lontanandoci con l’amico
nelle valli dove ancora risuona il canto di Krishna,
e il clamore della pioggia di fiori e colori
assorda il dolore che invasa la mente,
la luna quel tocco di sandalo
sul volto vergine del cielo,

quando fin che di nuovo sulle forme d’incanto
cade la mente con l’escremento,
poi che amore, giocando il gioco della tigre,
sulla Yamuna è te, mio dio della morte,
ed accade il distacco tra i cieli di Delhi

con le nuvole in disfacimento
non più, nella lontananza, lo sguardo amante
ma tremulo liquido l’acciaio nelle trame di vetro,
tra pietra e cemento trasmutati nei cortili e i terrazzi
cui nello sfolgorarvi del giorno sei di ritorno,

dove chi ama non infinge soltanto,
e qualcosa comunque succede.
“E’ troppo povero l’inglese di Ashesh ed Ajay -
il verdetto delle suore, per bocca dell’amico,
perché in India a loro consenta un futuro.
Come pappagalli li hanno addestrati
solo a ripetere ciò che non capiscono.
Provvederemo, comunque, ripartiremo.
Li abbevereremo, i piccoli, al nostro soccorso,
come tra i campi, dalla riarsa giungla,
si abbeverano i bufali al Kuddhar
 aprendosi il varco dove intesse le sue rive delle canne
che ora graticciano il nostro avviato negozio.
E da queste sponde anche voi a casa, ben pasciute capre
Ite domum saturae, venit Hesperum, ite capellae

Prima egloga indiana- revisione ( Paro upkar)


Prima Elegia Indiana

Qui dove la tigre che ti fronteggia
è il pupazzo di stoffa di Chandu,
e nel dolce lume il gioco e il canto
sono la felicità di bimbi tra l’immondo
che lieve brezza (qui) ti riconduce,
(vi) trattiene i tuoi giorni tra sibili e incanto
prima che cedano al sonno ed ai silenzi,
(popolati ) inquietati dai ladri ,
della luna sui terrazzi e gli orti di Sevagram,

cum complexa sui corpus miserabile nati
lo stesso colpo di tosse nell'ultimo nato
e già è il tremendo del sereno
di cui i muri (vi) sono assorti nei giorni,
tu vi schiudi il cuore e le braccia
e quanta delicatezza tenera
discopri nel morso
ch’è il calore della schiusa di piccoli cobra,

mentre non hai più altra vita, che questa,
che ti adempia o ti smentisca per sempre,
deus nobis haec otia fecit
tra gli strilli e il pianto o il crollo di schianto
dove (qui) il villaggio riposa all’ombra dei nim,
nell’attesa del rientro al tramonto
dalla giungla di bufali ed ox,
quando di febbraio è già è estate
e la senape ingiallisce i campi,


tutto si è consumato nella tua remissività ad ogni oltraggio
da che cedendo cedesti la gola per il taglio a Kali Bhairavi
e potesti lasciare il tormento delle aule
dove chi è rimasto rimarrà ancora più a lungo

ed altrove, qui in India,
eccoti di già sulla via del ritorno
con l’amico sotto le stesse fronde ospitali dell’himli,
in lontananza sfumando i declivi
dove alle acque del Ken discendono i boschi,
e le propaggini rive del parco vi approdano ai giunchi,
“Vedi, come il fiume senza farne uso e ricevere offerte
dona la sua acqua a pecore e cervi,
così l’albero ci dà la sua ombra”,
sotto la quale possiamo ancora indugiare
dicendoci disvelandoci che cosa  sia tra noi sia paro upkar,

è nelle vicinanze il tempio di Chattarbuja
che preannuncia la nostra antica città,

poi conterà solo andare avanti,
e sarà questo il nostro canto più alto




















……………………………………

venerdì 22 giugno 2012

Sul Corano

                                                                         Sul Corano

In risposta all’interrogativo postomi attraverso facebook da un mio ex allievo di origini arabe.

Penso, da persona che non è particolarmente colta e che non ha ancora letto integralmente il Corano,che l’errore di fondo che si assume rispetto alla civiltà Islamica sia di identificarla con il Corano, come se l’Islam consistesse soltanto nella sottomissione ai suoi contenuti testuali, che sono stati diversamente interpretati nel corso del tempo e nelle varie culture.
Come cercatore di Dio, personalmente non attribuisco al Corano uno statuto privilegiato rispetto ai testi fondamentali di altri Religioni.
Il Corano per me contiene la Parola di Dio ( l’Ispirazione del suo Spirito ), ma come la Bibbia e i Vangeli non è in tutto e per tutto Parola di Dio. Mi è impossibile, come i fondamentalisti coranici, leggerlo come Parola di Dio in ogni sua virgola e punto, così com’è redatto in arabo. Ha splendide aperture rivelatrici ( leSura 18, 24, ad esempio, se ben ricordo), ma secondo un criterio di lettura che desumo dalla rivelazione del Cristo nel Vangelo, il Corano così come la Legge mosaica parla eminentemente alla durezza del cuore. Per umanizzarlo, umanizzando l’Islam come religione di misericordia del cuore, e trarne una loro teologia spesso arduamente sublime, molti autori , filosofi, poeti, mistici e letterati dell’Islam sono andati ben oltre i suoi contenuti. La rivelazione dell’Islam è immensamente più ricca di quella del solo Corano, che risulta spesso contraddittorio e ripetitivo di formule aride prive della saggezza e della luce del cuore, ossia dell’amore, che è la stessa presenza illuminante dello Spirito. Dove non è misericordioso il Corano esprime una legislazione ed un’idea di Dio come Potenza assoluta cui sottomettersi, quale che ne sia il decreto, per duro e inumano che ci appaia, che non mi è sostenibile, come ad esempio non mi è accettabile che il Dio dell’Antico Testamento possa chiedere ad Abramo il sacrificio di Isacco. E’ comunque da leggere, assolutamente, e soprattutto per chi è islamico è da osservare e da vivere con la fede e l’intelligenza del cuore.
Come sostenne un grande teologo cristiano, recentemente scomparso, personalmente credo che si possa essere uomini di più religioni, e che tra le varie religioni si debba cercare una fecondazione reciproca, un reciproco arricchimento nella propria ispirazione religiosa di fondo.

martedì 19 giugno 2012

Terza Egloga Indiana riscrittura







“Oracolo del Signore.
Quanto il cielo si sopraeleva su tutta quanta la Terra,
cosi le mie vie si sopraelevano
sulle vostre vie,
e i miei pensieri sui vostri pensieri”
Isaia

Tra le foglie riarse della fersa
e d’aprile si fondevano desolazione ed ardore

dove di giorno fulgevano i fiori di chheola
/il chiarore dellemessi circonfondendo nei pleniluni le traversate notturne/
/che al padre riconducevano il cuore dei piccoli tra le stregate mahùa,/
sulle biciclette, in fila indiana,
al di là dei coltivi dove in cerca invano dell’acqua della Devi
si perse il cammino delle donne con le giare di javari

Era la domenica delle Palme e  del Natale di Rama,
e con che amorosa violenza io ed il padre
incamminavamo i bambini alla menzogna educativa cui i giorni seguenti
li riallineavano in coro i testi scolastici,
“ Ministers, Politicians, Judges
Occupy their post because they studied hard “

poi abbandonandoli per che intorti tormenti come i nodi dei rami,
nella megacity di ladri in cui stuprata per strada
la vita vorrà appendersi ad un cavo in stanza,
chiederà all’amico sgomento una qualsiasi morte,

senza che altri che il Dio nostro
in Delhi possa anche di questo perdonarla.-

“ma ora non farti più del male, siamo tutti qui”
cantavano le loro anime di nuovo ad accogliermi,
nel loro sollievo che alfine  il Dio Scimmia
sia stato placato dalla puja nel tempio,
che  più non accadrà di Chandu ciò che ne fu di Sumit,
come tra i raggi della ruota
 lasciò presagire il piede del bimbo sanguinante.

Ora al distacco del rientro
odora la fragranza rigogliosa del basilico nel vaso,
con l'employment letter, nei bagagli,
che nella stessa scuola dove l’ammissione dei bimbi ha coronato le rinunce
degli sforzi comuni,
ti farà al ritorno maestro d'Italiano



Nè più dica più l’eunuco “ Ecco,
Che albero secco io sono”
da che il patrio scarto ne ha fatto una pietra d'angolo
sotto un altro sole,


pur nel dolore, al poterli ancora carezzare
che ad ogni ora che passi l’indomani si faranno
a cinquemila,
seimila, settemila chilometri distanti,


a che la meta di ogni meta
sia il ritorno che feconda la vita di ogni giorno,
quando Chandu, amore di noi tutti,
sia tra le braccia dell'amico che ancora lambisco,

ed  tra i miei libri in stanza io ne continui la Parola,
nell’unità, Sumit, dell’invisibile vivo più ancora tra noi.









E d’aprile si fondevano desolazione ed ardore
Dove tra le foglie riarse della fersa
Di giorno fulgevano i fiori di chheola
 sui fondali dei cieli,nei pleniluni
/il chiarore delle (auree )messi circonfondendo nei pleniluni le traversate notturne/
le traversate notturne
/che al padre riconducevano il cuore dei piccoli tra le stregate mahùa,/
distolti, nei giochi, dal muto biancore del villaggio nativo
(dove s’aggiravano) tra le sole luci di lampade
che ravvisavano i volti,
sulle biciclette, in fila indiana,
al di là dei coltivi dove in cerca invano
dell’acqua della Devi
si perse il cammino delle donne con le giare di javari
Era la domenica delle Palme e il nel Natale di Rama,
e con che amorosa violenza io ed il padre
incamminavamo i bambini alla menzogna educativa cui i giorni seguenti
li riallineavano in coro i testi scolastici,
“ Ministers, Politicians, Judges
Occupy their post because they studied hard “

poi abbandonandoli per che intorti tormenti come i nodi dei rami,
nella megacity di ladri in cui stuprata per strada
la vita vorrà appendersi ad un cavo in stanza,
chiederà all’amico sgomento una qualsiasi morte,

senza che altri che il Dio nostro
in Delhi possa anche di questo perdonarla.-

“ma ora non farti più del male, siamo tutti qui
cantavano le loro anime di nuovo ad accogliermi,
non si maculasse ancora
e il cuore sarebbe di nuovo toccato  dall'azione di grazia
(spirerebbe ancora di nuovo l’azione di grazia),
nel loro sollievo che abbia placato alfine il Dio Scimmia
sia stato placato dalla abbia placato la puja nel tempio,
che più non accadrà di Chandu ciò che ne fu di Sumit,
come giorni addietro tra i raggi della ruota
come ne lasciò presagire il piede del bimbo sanguinante.



Ora al distacco del rientro
odora la fragranza rigogliosa del basilico nel vaso,
con nei bagagli l'employment letter , nei bagagli,di maestro della
che nella stessa scuola dove l’ammissione dei bimbi, tutti quanti,  ha coronato le rinunce
ha coronato le rinunce degli sforzi comuni,
 ti farà al ritorno maestro d'Italiano



Nè più dica più l’eunuco “ Ecco
Che albero secco io sono

poichè  da che il patrio scarto colà ne ha fatto una pietra d'angolo
sotto un altro sole,

pur nel dolore, al poterli ancora carezzare
che ad ogni ora che passi l’indomani si faranno
a cinquemila,
seimila, settemila chilometri distanti,

nel distacco a che la meta di ogni meta
sia il ritorno che feconda la vita di ogni giorno,
quando Chandu, amore di noi tutti,
sia tra le braccia dell'amico che ancora lambisco,
e la scrittura io tra i miei libri in stanza io ne continui la Parola,

nell’unità, Sumit, dell’invisibile vivo più ancora tra noi,

Assistere gli infermi di Seamus Heaney Traduzione

Da Electric Light di Seamus Heaney
Assistere gli infermi

Al termine dell’estrema unzione, mio padre mi ricordava
Felix Randall di Hopkins. Poi si ridusse

(come avrebbe detto lui stesso)” a poca cosa nei suoi panni”
Spettrale, un relitto.
E sembrava che si fosse così rattrappito
Per essersi liberato di qualcosa di spettrale,
quella estranea, brumosa parte di se stesso,
ch’era Northumbria, l’egli obbligato
che diciottenne aveva percorso le strade di Hexam
con il bastone e il dovere di riportare a casa
il corpo morto di suo zio con il traghetto del bestiame

Mandriano di spettri fin dall’inizio. Branditore di chiglia.
Niente protetti e lucidi sandali ribattuti
Tweed color cacca di vacca e cuoio sangue di bue.

L’occhio dell’esperto, la testa di chi sa riscontrare
Quali bestie e in quale anno v’erano e in quale terreno...
ma poi sparve (se ne andò) anche quello. Con ogni precauzione.
Il suo sorriso una semiporta estiva girevole all’esterno
Ed all’interno. Una luce che graziava.
Per la quale la morfina concessa fu per noi benedetta.


Da North

Il ramo d’oro

( Eneide Libro VI, versi 98-148)



Cosi dal retro del tempio la Sibilla di Cuma

Cantava ambigue parole tremende e l'antro ne era eco

Con detti in cui il chiaro vero e il mistero

Erano intrecciati inestricabilmente. Apollo volse e impresse

I suoi sproni nel suo anelito, la rinsavì, imbrigliò i suoi spasimi..



E come fu trascorso il suo accesso e la folle delirante ebbe cessato

L’eroico Enea iniziò a dire: Non c'è prova estrema, o Sacerdotessa,

che tu possa immaginare e che me possa sorprendere,

poichè tutto io ho presagito e già sofferto.

Ma di una cosa di prego di cuore: poichè è qui, si dice,

che si trova la porta del Regno dell'Ade,

tra queste ombrose paludi che l'Acheronte traversa tracimando,

Ti prego d’uno sguardo, d’un incontro faccia a faccia

Con il mio caro padre.

Insegnami la via ed aprimi i vasti sacri battenti

– Su queste spalle l’ho trasportato tra fiamme

E migliaia di lance nemiche.

Nel folto della battaglia lo trassi in salvo

Ed egli poi fu al mio fianco per ogni mio viaggio di mare.

Un uomo avanti negli anni, esausto eppure sempre tenace.

Egli stesso mi ha mezzo pregato e mezzo ordinato

Di questo contatto, di trovarti e farne richiesta.

Così dunque, Vestale, ti supplico di avere pietà

Di un figlio e di un padre, giacché niente esula dal tuo potere,

Di chi

Se Orfeo potè richiamare l ombra di una moglie

in virtù della sua fede nnei sonori concenti nelle corde sonoramente pizzicate della sua lira Tracia,

se Polluce potè redimere un fratello nel c(ontinuo )suo viavai

a sua volta cosspesse volte nella terra dei morti

e se anche Teseo, e il grande Ercole.. ma perchè riferirmi a loro parlare di loro?

io stesso sono dei più alti natali, un discendente di Giove”.

Cos' stava pregando, recinandosi sull'altare

Quando ls profetessa prese a dire. Consaguineo di dei,

Trioano, figlio d'anchise, facile è la discesa all'Averno.

giorno e notte sta aperta la porta del Nero Plutone.

Ma ritrovare l'andata e risalire all'aria suprema,

questa è ilo vero cimento e la vera impresa.

Solo pochi ne sono stati capaci, figli di dei

favoriti da Giove il Giusto, o innalzati al cielo

in un avvampo di gloria eroica.La distesa delle foreste sottostante

a mezza strada, il cocito vi serpeggia nelloa tenebra, lambendone le rive.

Se però amore ti tormenta tanto e tanto ti abbisogna è tuo bisogno tu hai bisogno

per due volte di solcare veleggiare il logo stigio e per due volte di investigare

la tenebra del Tartaro, se vuoi oltrepassare il limite,

intendi ciò che tu devi fare precedentemente/ avanti

Nascosto nel folto di un albero c'è un ramo fatto tutto d'oro

e d'oro sono fatte anche le sue foglie e i suoi ramoscelli flessibili.

Esso è sacro a Giunone infera, che ne è la patrona.,

e un boschetto gli fa da tetto, dove l'ombra profonda s'addensa s'ammassa

per quanto ombrose valli si distendono in lontananza. Ad alcuno

è stato mai concesso di discendere nei recdessi nascosti della terra,

senza che abbia prima staccato dal suo albero

questo aureo piumato serto/ inserto, e non lo consegni

a Proserpina, la mir4abile, cui è decretato che spetti,

suo proprio dono speciale. E quando lo si sia colto,

un secondo ricresce in sua fece, ancora d'oro,

e il fogliame che vi rigoglia ha lo stesso splendore metallico.

Dunque guarda in alto e cerca a fondo

e quando tu l'abbia trovato, ghermiscilo col dovuto ardire

Se il fato ti ha prescelto/ chiamato, il ramo con faciloità, verrà via da sé.

verrà via da sé, facilmente.

Altrimenti, non c'è niente fa fare per quanta forza tu dispieghi,

tu non riuscirai non ce la farai mai a scrperlo fletterlo

o a reciderlo con la lama più forte tenace resistente tagliente









Il ramo d'oro , in North ( anno della pubblicazione*) fa da preludio alla raccolta perchè non è soltanto un omaggio a Virgilio, resogli con un abbassamento a una medietà di toni discorsiva che lo riavvicini ai nostri tempi e alla loro temperie culturale e linguistico-espressiva-- pur se a un livello più alto di quello in cui è stata trasposta l'egloga nona delle Bucoliche in Electric Light.**



Il ramo d'oro, come ha messo in luce magnificamente Roberto Mussapi nella sua Introduzione a Nord ,in forma di traduzione è un'espressione fondamentale della poetica di Seamus Heaney, e il suggello della tradizione che vi si tramanda, da un viaggio nell oltretomba terreno all'altro, da Omero, a Virgilio, a Dante: per dirla con le parole di un filosofo irlandese di una generazione più recente, il meraviglioso Kearney di Anateismo, è la concezione della poesia come transustanziazione eucaristica sacramentale ai viventi di ciò, che del mistero che giace all'origine e oltre ogni cosa penultima, ritorna nella luce del sole della parola poetica, del viaggio agli inferi di ogni nostra nostra discesa nel profondo, nello spirito di riconciliazione e di pietà di sé e dei viventi di un'estetica religiosa in luogo di una religione dell'estetica, abbeveratasi nell'occasione al filo di pietà della morte avvenuta di recente del padre, all'epoca e negli anni in cui compose la traduzione, rievocato sotto le tramutate spoglie di Anchise reincontrato da Virgilio nell'Averno..

Sotto le spoglie di Anchise, fuso con Caronte traghettatore di anime- il padre sarà rievocato nella sua agonia estrema in Assistere gli infermi, presente in Electric Light, memore il poeta del Felix Randal di Hopkins. Tema di fondo è come il farsi vita eterna o dileguare del padre morente sia uno spogliarsi nel suo stesso sembiante della spettralità di tutto ciò che è stato legge, ruolo, obbligo, il residuo che permane sia la sua individualità senza più resistenze e difese della sua vulnerabilità, l'accettazione e l'accoglienza, la trasparenza di una permeabilità assoluta, correlata a una sofferenza fisica di cui il poeta benedice che la morfina abbia alleviato la fine terrena.

Traduzione precedente

Da North
Il ramo d’oro
( Eneide Libro VI, versi 98-148)

Cosi dal retro del tempio la Sibilla di Cuma
Cantava ambigue parole tremende e l'antro ne era eco
Con detti in cui il chiaro vero e il mistero
Erano intrecciati inestricabilmente. Apollo volse e impresse
I suoi sproni nel suo anelito, la rinsavì, imbrigliò i suoi spasimi..

E come fu trascorso il suo accesso e la folle delirante ebbe cessato
L’eroico Enea iniziò a dire: Non c'è prova estrema, o Sacerdotessa,
che tu possa immaginare e che me possa sorprendere,
poichè tutto io ho presagito e già sofferto.
Ma di una cosa di prego di cuore: poichè è qui, si dice,
che si trova la porta del Regno dell'Ade,
tra queste ombrose paludi che l'Acheronte traversa tracimando,
Ti prego d’uno sguardo, d’un incontro faccia a faccia
Con il mio caro padre.
Insegnami la via ed aprimi i vasti sacri battenti
– Su queste spalle l’ho trasportato tra fiamme
E migliaia di lance nemiche.
Nel folto della battaglia lo trassi in salvo
Ed egli poi fu al mio fianco per ogni mio viaggio di mare.
Un uomo avanti negli anni, esausto eppure sempre tenace.
Egli stesso mi ha mezzo pregato e mezzo ordinato
Di questo contatto, di trovarti e farne richiesta.
Così dunque, Vestale, ti supplico di avere pietà
Di un figlio e di un padre, giacché niente esula dal tuo potere,
Di chi Ecate mise a guardia dell’Averno boscoso
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