mercoledì 26 agosto 2015

Keldhar







  Il Tempio shivaita di Keldhar   
     
 
L’amenità incantevole del sito, su di una prominenza tra i rivoli d’acqua d’un fiume ombroso,
 si conciliava a meraviglia con il mio benevolo scetticismo sulla effettiva rilevanza del piccolo purana mandi shivaita
 le cui dimesse spoglie, tra le suggestive vestigia di templi che non erano che ammassi di rovine hindu,

erano state per giunta sbiancate anteriormente e consegnate al riguardo che poteva avere della sua antichità la devozione locale.
 Così intentavo una sorta di amabile sfida con quelle pareti, a che mi dimostrassero, alla mia compulsazione visiva, almeno che il purana mandir non era in difetto dei fondamentali di un tempio Pratiratha, , almeno nelle parti che ne restavano , il tempio essendo stato stroncato dove avrebbe dovuto avere inizio la varandika di transizione a dun qualche sikhara , perché vi subentrasse una sovrastruzione recente, che faceva capo a una cuspide che per fortuna era di assai scarse pretese.
Una sorta di affettuosa ironia già ad una primo approccio si congedava dalla supposizione che lo voleva finanche pancha-ratha, perché le due presunte prati-rathas erano upabhadras della proiezione centrale, e dunque tri-ratha era il tempietto, né di più poteva essere.
Ma lo stesso approccio mi visualizzava che il tempio consisteva anche dell’antarala, e che il vestibolo poteva ostentare, di dimensioni maggiori, un ricco paramento edicolare sovrastato da eminenti gavakshas, che lo accomunava alle proiezioni dei karnas e del ratha centrale. La nicchia era si ribassata, ma la rendevano compiuta una soglia inferiore che per giunta figurava fregiata di petali di loto incisi nel bordo inferiore, due pilastri laterali pur se ai minimi effetti, che mancavano, certo, dei rilievi dei vasi dell’abbondanza e del badraka di raccordo, ma che in luogo di tale elaborazione pur tuttavia erano decorosamente adorni di due ardhapadma o semi-loto successivi, sotto un capitello mensola che non mancava di esuberanza prominente. A conclusione superiore dell’ architettura della nicchia, un kapota .semplice che faceva le veci della gronda chhadya. Tale ornamentazione edicolare era inoltre replicata sulla facciata interna dei karnas, ad assicurare che in essi tutti i dikpalas trovassero ricetto ( albergo). E i bhadras facevano pur anche sfoggio di un certo sfarzo, potendo esibire appunto i piastrini protocollari di due gatha.pallavas tra una badharaka coronata da un ardha.padma quale suo medaglione.
Il basamento sottostante, poi, era un adhisthana di tutto punto, dal bel risalto delle torniture circolari delle sue modanature indefettibili di kura, kumba e kalasa, conclusa da una kapotika con takarikas di tutto riguardo.
La cordonatura di un ghanta mala, alle estremità opposte delle pareti, raccordava bhadra e karnas, com’è d’uso fine nei templi Pratihara.                      
Caduta così anche l ultima prevenzione in me simulata, salutavo con gioia divertita le divinità e gli esseri celestiali che non mancavano di comparire in ogni edicola. In conformità con le direzioni cardinali di cui i dikpalas erano i protettori, dopo uno dei due ganas danzanti che erano di stanza nelle nicchie della kapili dell’antarala, assecondando il verso della pradakshina, nei karnas essi non potevano non essere Varuna volto a nord ovest,  Vayus con il manto sollevato dal suo essere ventoso,
   
 mentre Parvati in panch-agni-tapas era insediata nel bhadra nord,  
 
   
 
   
 cui facevano ovviamente seguito Kubera e Isana nei karnas seguenti,
 
   

 
   
 
   

 
   
 
   
 ai quali succedeva Kartikkeya nel bhadra est,
 
   
 
   

 Indra sull’elefante Airavata ed il flammeo Agni come era da attendersi nei kharnas successivi,

 
   
 
   
 
   
 
   

un portentoso Ganesha nel bhadra sud,
 
   
 
   

infine di prammatica Yama
   
   
 
   
e Nirriti,
 
   
 
   
ed il secondo dei gana vestibolari , intento alle danze al suono di una vina.
 
   
 
   

Ero quindi al portale, devozionalmente tinteggiato di azzurro e di verde
 
 Le dee fluviali erano andate distrutte di recente, se figuravano ancora esservi nei manuali di mia consultazione, e due fantocci sacri ne avevano preso il posto sui lati interni, ma erano sopravvissute allo scempio delle vivaci attendenti “ chattra-darini” con una borsetta delle offerte, due donne al seguito ed un dikpala shivaita per parte, alle loro spalle, sorvolandoli un rishi penitenziale, dei vidyadharas ed un’hamsa mithuna.

 
 
   
   
   
Gli stipiti potevano quindi esibire la più usuale sequela di 5 bande ornamentali,
 
   
 
   

 in tale ordine procedendo da quella più interna: saka patra fogliare, naga-saka serpentina, saka- mithuna di 5 coppie amorose dentro delle loro nicchie, uno stambha sakha conformi ai canoni del pilastro ornamentato con due vasi dell’abbondanza alle estremità, tra i quali dalle fauci di un kirtimukka, sottostante ad un medaglione nelle fogge di un ardha-padma, o semi-loto, una campana pendeva, attaccata a un cordone, fino a raggiungere delle volute vegetali, prima che fosse alfine la volta di un bahya saka terminale, defluente le volute di fogliame rampicante. Il capitello un Kirtimukka che era parte del piedistallo d’appoggio per una surasundari.
Nel lalata bimba della trabeazione un irriconoscibile Garuda coglieva per la coda i serpenti terminali del naga-sakha, a suggello di un’inimicizia perenne nei confronti dei nagas cobra del veicolo di Vishnu, comportando una stonatura solo presunta tale sua centralità in un tempio shivaita, oramai avevo visto ricorrere il caso così di frequente in quel di Shivpuri , da non considerarlo più tale e da non farci quasi più caso. Vidhyadaras formavano il corteo di Garuda sollevando una corona conica sul suo capo, al di sotto dell’allineamento , ai lati, delle saptamatrika con Shiva Virabhadra e Ganesha e dei Navagraha..
 
   
 
   
   
 
   
 
   
   
 
   
 
   

 
   
L’amenità incantevole del sito, su di una prominenza tra i rivoli d’acqua d’un fiume ombroso, si conciliava a meraviglia con il mio benevolo scetticismo sulla effettiva rilevanza del piccolo purana mandi shivaita le cui dimesse spoglie, tra le suggestive vestigia di templi che non erano che ammassi di rovine hindu, erano state per giunta sbiancate anteriormente e consegnate al riguardo che poteva avere della sua antichità la devozione locale. Così intentavo una sorta di amabile sfida con quelle pareti, a che mi dimostrassero, alla mia compulsazione visiva, almeno che esso non era in difetto dei fondamentali di un tempio Pratiratha, , almeno nelle parti che ne restavano , il tempio essendo stato stroncato dove avrebbe dovuto avere inizio la varandika di transizione a dun qualche sikhara , perché vi subentrasse una sovrastruzione recente, che faceva capo a una cuspide che per fortuna era di assai scarse pretese.
Una sorta di affettuosa ironia già ad una primo approccio si congedava dalla supposizione che lo voleva finanche pancha-ratha, perché le due presunte prati-rathas erano upabhadras della proiezione centrale, e dunque tri-ratha era il tempietto, né di più poteva essere. Ma lo stesso approccio mi visualizzava che il tempio consisteva anche dell’antarala, e che il vestibolo poteva ostentare, di dimensioni maggiori, un ricco paramento edicolare sovrastato da eminenti gavakshas, che lo accomunava alle proiezioni dei karnas e del ratha centrale. La nicchia era si ribassata, ma la rendevano compiuta una soglia inferiore che per giunta figurava fregiata di petali di loto incisi nel bordo inferiore, due pilastri laterali pur se ai minimi effetti, che mancavano, certo, del rilievo dei vasi dell’abbondanza e del badraka di raccordo, ma che in luogo di tale elaborazione pur tuttavia erano decorosamente adorni di due ardhapadma o semi-loto successivi, sotto un capitello mensola che non mancava di esuberanza prominente. A conclusione superiore dell’ architettura della nicchia, un kapota .semplice che faceva le veci della gronda chhadya. Tale ornamentazione edicolare era inoltre replicata sulla facciata interna dei karnas, ad assicurare che in essi tutti i dikpalas trovassero ricetto ( albergo).
E i bhadras facevano pur anche sfoggio di un certo sfarzo, potendo esibire appunto i piastrini protocollari di due gatha.pallavas tra una badharaka coronata da un ardha.padma quale suo medaglione.

Il basamento sottostante, poi, era un adhisthana di tutto punto, dal bel risalto delle torniture circolari delle sue modanature indefettibili di kura, kumba e kalasa, conclusa da una kapotika con takarikas di tutto riguardo.
La cordonatura di un ghanta mala, alle estremità opposte delle pareti, raccordava bhadra e karnas, com’è d’uso fine nei templi Pratihara. Caduta così anche l ultima prevenzione in me simulata, salutavo con gioia divertita le divinità e gli esseri celestiali che non mancavano di comparire in ogni edicola. In conformità con le direzioni cardinali di cui i dikpalas erano i protettori, dopo uno dei due ganas danzanti che erano di stanza nelle nicchie della kapili dell’antarala , assecondando il verso della pradakshina, nei karnas essi non potevano non essere Varuna volto a nord ovest, Vayus con il manto sollevato dal suo essere ventoso, mentre Parvati in panch-agni-tapas era insediata nel bhadra nord, cui facevano ovviamente seguito Kubera e Isana nei karnas seguenti, ai quali succedeva Kartikkeya nel bhadra est, Indra sull’elefante Airavata ed il flammeo Agni come era da attendersi nei kharna successivi, un portentoso Ganesha nel bhadra sud, infine di prammatica Yama e Nirriti, ed il secondo dei gana vestibolari , intento alle danze al suono di una vina.
Ero quindi al portale, devozionalmente tinteggiato di azzurro e di verde
Le dee fluviali erano andate distrutte di recente, se figuravano ancora esservi nei manuali di mia consultazione, e due fantocci sacri ne avevano preso il posto sui lati interni, ma erano sopravvissute allo scempio delle vivaci attendenti “ chattra-darini” con una borsetta delle offerte, due donne al seguito ed un dikpala shivaita per parte, alle loro spalle, sorvolandoli un rishi penitenziale, dei vidyadharas ed un’hamsa mithuna.
Gli stipiti potevano quindi esibire la più usuale sequela di 5 bande ornamentali, in tale ordine procedendo da quella più interna: saka patra fogliare, naga-saka serpentina, saka- mithuna di 5 coppie amorose dentro delle loro nicchie, uno stambha sakha conformi ai canoni del pilastro ornamentato con due vasi dell’abbondanza alle estremità, tra i quali dalle fauci di un kirtimukka, sottostante ad un medaglione nelle fogge di un ardha-padma, o semi-loto, una campana pendeva, attaccata a un cordone, fino a raggiungere delle volute vegetali, prima che fosse alfine la volta di un bahya saka terminale, defluente le volute di fogliame rampicante. Il capitello un Kirtimukka che rientrava nel piedistallo d’appoggio per una surasundari.

Nel lalata bimba della trabeazione un irriconoscibile Garuda coglieva per la coda i serpenti terminali del naga-sakha, a suggello di un’inimicizia perenne nei confronti dei nagas cobra del veicolo di Vishnu, comportando una stonatura solo presunta tale sua centralità in un tempio shivaita, oramai avevo visto ricorrere il caso così di frequente in quel di Shivpuri , da non considerarlo più tale e da non farci quasi più caso. Vidhyadaras formavano il corteo di Garuda sollevando una corona conica sul suo capo, al di sotto dell’allineamento , ai lati, delle saptamatrika con Shiva Virabhadra e Ganesha e dei Navagraha..

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