sabato 21 settembre 2013

Seconda ecloga indiana riscrittura

Seconda Egloga Indiana








Brillano i pani di sterco dei roghi di Holika

nella prima luce del giorno sui muri e i terrazzi,

la mangusta riappare nei coltivi degli orti,

si schiudono le membra dai giacigli terreni,

con i lavacri delle stoviglie

iniziano nei cortili le abluzioni e gli spurghi,

“ India was enslaved by the British”

la lezione che ripete il fanciullo

prima di andare a scuola,

ripetendola, nell'India indipendente,

nella lingua del British  che gli è ancora più d'obbligo, ora che è senior,

per non dovere cinque rupie alle suore se usa l’hindi,
ora che è senior,  per non  dovere cinque rupie alle suore

cinque rupie alle suore se usa l'hindi.

“India was poor and weak at that time”

ripete, come se i suoi stessi panni di ogni giorno

fossero ancora quelli di quel paese, debole e povero,



“ Every man will be thy friend

Whilst thou hast wherewith to spend”

quando il vero amico "he stands by us

through thick and thin,"

lo è nella buona e nella cattiva sorte,





“Hello, rupees…hello, pens…”



nel mercato dove cerchi il coriandolo fresco

puoi ritrovare più ancora il maldicente di turno

“L’amico, che la fa da padrone sull’uscio del negozio,

spende tutto nel bere e gli trema la mano,

nessuno vuole lui come barbiere… "




ed ora chi mi riscatterà questo corpo di morte,

dove il grano già si schiude al calore di marzo

se non, ancora di più,

l’amore ch’è vita e luce dell’anima ferita
la follia di un docile cuore




tra le follie di un docile cuore

lontanandoci con l’amico

nelle valli dove ancora risuona il canto di Krishna,

ed è il clamore della pioggia di fiori e colori

che assorda il dolore che invasa la mente,

la luna, quel tocco di sandalo, la luna,

sul volto vergine del cielo,



fin che di nuovo tra le forme d’incanto

cade la mente con l’escremento,



poi che amore, giocando il gioco della tigre,

sulla Yamuna sei tu,  è te stessoYama,  Dio della morte,



ed accade il distacco tra i cieli di Delhi,

non più, nella lontananza, lo sguardo amato amante

ma con le nuvole in disfacimento

tremulo liquido l’acciaio nelle trame di vetro,

 trasmutati in arenaria i cortili e i terrazzi

finchè il treno che già ti riconduce tra i cortili e i terrazzi

cui nello sfolgorarvi del giorno sei di ritorno,



di nuovo dove chi ama non infinge soltanto,

e qualcosa comunque succede.

“E’ troppo povero l’inglese di Ashesh ed Ajay" -

il verdetto delle suore, per bocca dell’amico,

perché a loro consenta in India un futuro.

come pappagalli li hanno addestrati

solo a ripetere quello che non capiscono.

 Ripareremo, comunque, ripartiremo.

Li abbevereremo, i piccoli, al nostro soccorso,

come tra i campi, dalla riarsa giungla,

si abbeverano gli armenti al Kuddhar,

aprendosi il varco dove il fiume intesse le sue rive

delle canne che ora graticciano il nostro avviato negozio.



E da queste sponde anche voi a casa, ben pasciute capre

Ite domum saturae, venit Hesperum, ite capellae

venerdì 20 settembre 2013

quarta ecloga indiana riscrittura


                                                               Quarta Egloga Indiana






"Cosi dal retro del suo tempio la Sibilla di Cuma

Cantava ambigue parole tremende nell'eco dell'antro",

e dall'osteria volgi all'uscita, sul retro,

che dà nel cortile che fu la tua aia di casa,

ne ritrovi la distesa deserta

più ancora arida invasata dal sole,

trasalendo, sui tuoi passi,

ai ragazzi che in bicicletta vi sopraggiungono,

sono indiani, del Punjab, e non ti occorre

che nemmeno lo dicano,

l'uno è nell'attendamento al riparo dal sisma,

l'altro con la madre accampato in giardino,

al tuo timido accenno

si scambiano un sorriso e già ti annientano,



sarà così anche laggiù,

come di nuovo metterò piede in un'aula?,

la madre resta ignara in ombra

e ricambia mesta il tuo namastè,

per davvero è piccolo l'orbe del mondo,

e l’intonaco grezzo ha raccorciato i muri dintorno,

quanto si è fatto breve, senza più grida animali

ogni spazio retrostante di rustici ed orti,

spiantata la vigna

per i ranghi infoltiti di steli di mais,

dissodata ogni cavedagna

dove quante tue anelanti corse,

quanti tuoi sogni controvento,

scoloritesi con le memorie porte e finestre,

rinserrata ad ogni accesso ulteriore

la tua casa ceduta dichiarata inagibile,





nel refolo d'aria

tra i vasi ascolti il silenzio,

erano allora fragranti di gerani ed oleandri,

ed ora è il conforto, con lo sgomento,

che tutto sia cosi svanito e ammutolito,

lo sciame che avverti

un sopito tumulto di vergogna e lacrime,

inutile cercare altri volti che quelli

che in osteria già salutasti,

già li ritrovasti

nelle schiere sparse delle loro lapidi ,







“ And the bird, did it fly away again?

in Khajuraho,  l'amico chiede del rondoncino che ponesti in salvo,

quando, al rientro in città,

tu vuoi sapere di Ashesh come ha preso il volo,

“Sì, -gli ripeto al telefono,- ma solo dal campo vicino alla fattoria

dove vive un uomo che cura gli animali,

in bicicletta, dentro una scatola con i buchi,

gliel‘ho portato fino da Mantova.

“The swift", gli spiego nel mio cattivo inglese,

se perde il volo non si solleva più,

quell'uomo, l’avessi visto,

prima di spingerlo a viva forza in alto

l'  ha baciato lieve, chiedendogli scusa,

solo così dopo che è ridisceso un poco

esso l'uccellino è volato via libero nel cielo,

ciò di cui nutre, aerei insetti, lo cattura in volo,

rasenta l'acqua quando la beve.”

“He will be bad student, He will lose his mind...

but what we can do...” ripete l'amico,

che possiamo più fare per il nipote Ashesh

se a rapirlo è stato il padre

per un'ottava classe carpita con la corruzione,

-senza che mettesse piede nella sua aula

mille rupie si tenne il maestro pubblico

in cambio della bicicletta e della promozione certe-

l’amico tutta la settimana l'ha richiamato invano,

e domani andrà da lui di persona,

“ non agitarti, then  keep quiet mind ”, gli raccomando,

“I’ve to speak him sweet, if I want him

to speak me true”,

"I know, only if I speak him sweet He speaks me true..."


" Lo so, che solo se gli parlo dolce lui mi dice il vero"

devo parlargli dolce, se voglio che mi parli sincero"

mi dice in risposta con assoluta calma,

“Vai, sì, ma ricordati:

di Ashesh è come ti ho detto, del rondone:

anch'egli, se perde il volo non si risolleva più”
















lunedì 9 settembre 2013

il sereno, ora



Sereno, variabile

Il sereno ch’ oggi è riapparso nel blu immacolato del cielo di Mantova dopo le nuvolaglie di ieri, stamane era la schiarita di voce nell'animazione alacre  di Kallu, fermo con il tuc tuc, di nuovo in funzione, lungo la strada tra Kajuraho e Bamitha presso l'hotel Clarks, dove egli si valeva della tregua della piovosità  per riparare la cappotta dell’autorisciò e ripulirlo tutto di nuovo.
“ Per me è come un bambino, "he’s like a child", ed è bene che levi ora da lui tutta la polvere e lo sporco, adesso che la pioggia è distante nel tempo".
Non era certo il caso di avvertirlo, come mi veniva in animo, di tutta la differenza tra la perdita di un bambino e di un autorisciò.
Chandu,in via di guarigione, stava giocando a casa, dove l'amico sarebbe tornato per il pranzo solo dopo avere pulito a dovere il tuc tuc, e si erano sopiti i suoi dissidi con Vimala.
"Quando ieri mi hai detto che si tornava a celebrare tra ladies il compleanno di Krishna, ho capito perche Vimala ha preteso l’acquisto di una collana d’oro nel momento più sbagliato.
“ Yes”
“ E non essere, amico mio, così duro e cattivo con te stesso” , come quando ieri egli non ha voluto fare festa con i bimbi per il suo stesso compleanno.
“ Lo so, ma quando la vita va male, e devi spendere e non hai denaro perché hai perduto tutto il tuo guadagno per un incidente del genere...”
“ Lo sai bene che io sono in questo come te, ma non è andato perso niente, ed ora non ci resta che ripartire”.
Ad iniziare dalla ricerca del Rani ka bagh, del giardino della regina dove Vandana Shiva ha la sua banca dei semi nei pressi di Khajuraho.
“Ne ha sentito parlare il tuk tuk man che è vicino a me, forse è lungo la strada che da Rajnagar va a Gangi. Ti ricordi quando l'abbiamo percorsa?”
“ Un anno fa, oramai. Ma ti sarà facile ritrovare il giardino, grazie alle sue immagini che stanno in un documento che riceverai con una e-mail”
“ Andrò nel Shiva net più tardi. Ora devo finire il lavoro per essere a casa al più presto per pranzare”.
“Anche per me è l’ora dell’uscita per un caffè al bar. Scriverò più tardi alla lady italiana che è l’autrice del libro sul museo archeologico di Khajuraho, per essere poi stasera da mia madre.
See you later my dear”“ See you later”.




domenica 8 settembre 2013

il primo incidente, e altro ancora

Quando tre giorni fa Kailash mi ha detto dell’incidente che gli era capitato sul tuk tuk solo  un’ora prima, mentre in lui prevaleva ancora il sollievo di avere evitato il peggio, avrei voluto farmi a pezzi dalla disperazione,  per il destino avverso che sembra  frustrare ogni nostro sforzo,  per  la sfortuna che a Kailash non concede tregua,  non lasciandogli  la soddisfazione  neanche, con il suo tuk tuk, del  guadagno esiguo  di mesi e mesi di lavoro, che l’incidente in un istante  aveva  dissolto con i suoi  costi.
“ Com’è stato Kailash, dimmi...”
Da quello che ha dovuto ripetermi, a più riprese, ho inteso che lunga la strada che correva diritta da  Bamitha a Khajuraho,  mentre da solo rientrava lentamente , era sopraggiunto un altro autorisciò alle sue spalle, guidato in tutta fretta da un conducente  scriteriato che voleva raggiungere quanto prima  dei viaggiatori che lo attendevano in Khajuraho, nella giornata di gran traffico perché era un giorno di festeggiamenti in onore di Shiva. Si era fatto largo strombazzando “ pip... pip... pip...”, Kailash frastornato si era volto in sua direzione scansandosi, per ritrovarsi già contro un albero di mahua quando si  è rigirato.
“ E qello si è  arrestato, a soccorrerti?”
“ Si  allontanato ancora più  in fretta...”
L’intero vetro davanti era in frantumi, era da aggiustare la capotta in più punti, forse occorreva il ricambio della parte gialla ammaccata e storta del muso anteriore “ Ma io sono salvo,  non c’era nessun passeggero, l’autorisciò va ancora bene...”
Sapeva di un altro incidente capitato quello stesso giorno all’altezza  dell’aeroporto,  in cui era andato sfasciato l’intero veicolo,  un’ulteriore incidente, di cui mi ha detto oggi, era capitato presso il villaggio della moglie, e  le conseguenze erano state che  una ragazza si era infortunata a una gamba.
La polizia era intanto presente per dei rilievi e per scattare fotografie, mentre Kailash stava discorrendo con  l’agente presso il quale aveva acquistato il tuk tuk, al quale l’ho pregato di chiedere quali rischi coprisse la sua assicurazione. Anche così, cercavo di evitare che la mia esasperazione spaventata di finire travolto dalle conseguenze giudiziarie di un incidente più grande, trovasse nell’amico sfortunato un  suo miserabile sfogo .
“ Kailash,  non ho avuto esperienza , in tanto viaggiare per l’I india, di incidenti gravi in autoriscio. Solo in città, qualche urto... non sapevo che potessero verificarsi in pochi mesi  in tale numero, solo in Khajuraho... anche la settimana scorsa il conducente di tuk tuk che è anche lui   barbiere di casta...”
Ma con l’avvento della sera, per il fatto che dopo avere condotto il tuk tuk in officina mi aveva tagliato fuori  dalle decisioni sulle  riparazioni in atto,  o ancora da compiere, che volesse fare tutto di sua testa, avendo già messo in conto allo stesso tempo che fosse tutto a mio spese,  avrei trovato modo nel mio dissesto interiore di  sfamare il dolore avventandomi sulla sua inermità disgraziata,  ritrovando la via del cuore e dell’amore solo il mattino seguente.
Ho anticipato ad Ajay quello che gli avrei detto”  Il tuk tuk è anche un mio problema. Chi paga, ora?  Può farlo da solo papà? Ma deve decidere con me”
“ Lo so, I know” mi rispondeva Kailash con tono remissivo e dolce.
Il tuk tuk  era in riparazione in un’officina di Khajuraho, forse  poteva bastare farsi inviare da Chattarpur solo una secondo vetro anteriore,  era fortemente probabile che si potesse conservare la parte   superiore del  muso davanti, bastava solo ripararla e tinteggiarla, per il momento si poteva fare a meno anche di sostituire la capotta. Ma al pomeriggio quando l’ho risentito di nuovo il suo umore era di nuovo e ancor più sconvolto. Era Chandu, il nostro Chandu, ora la ragione della sua disperazione più grande.
“ Oh, come sono sfortunato, “ what bad life!. Il raffreddore gli è passato di dentro, sentissi come fa fatica quando respira… il buco che ha sopra lo stomaco va su e giù”
Ho cercato di non perdermi d’ animo, sconvolto, perchè l’amico conservasse la lucidità mentale, prendendosi la massima cura di Chandu senza angosciarsi...
“ Kailash, non farti problemi di denaro, se non ce la facesse più a respirare,  portalo all’ospedale cristiano di Chattarpur. Contatta qualche conducente di taxi per questo... Quante rupie hai in casa? “
“ Solo settecento”
“ Non importa. Pagherai domani.  E il dottore da cui sei stato, che cosa ti ha detto? Gli hai chiesto se devi portarlo in ospedale?
“ Ha detto che non ce n’è bisogno. Ma che ci vuole tempo perché guarisca. Una settimana, almeno. Aspetto a dare Chandu lo sciroppo del medico, e poi vediamo. Sai dirmi di che si tratta”
Era del Kofarest , stando allo spelling, dal che ho capito, trovando in internet di che genere di medicinale si trattasse,  che Chandu, il nostro Chandu, era affetto da bronchite.
Benché spasimasse a respirare, poteva muoversi e giocare, ora anche rispondermi al telefono, trovare di lì a poco il sonno.
Che Kailash vigilasse attento  sul suo sonno, evitandogli le correnti d’aria di ventilatori, assicurandogli acqua di bottiglia a temperatura ambiente. Io intanto,  dato che l’ora ancora lo consentiva, mi sarei affrettato a fargli avere denaro per l’indomani mattina, per il tramite della Western Union.
Ho dovuto vincere le sue insistite resistenze, avrebbe preferito fare ricorso piuttosto a quanto gli era rimasto depositato in  banca. Ed ho allora inteso che mi aveva tagliato fuori perché non voleva ricorrere al mio aiuto,  che fino a quel momento aveva avuto solo in mente di fare ricorso al prestito altrui.
Il crollo della rupia indiana quindi avrebbe reso per me meno oneroso l’aiuto in euro, l’indomani mattina l’avrei sentito allegro, l’amico, con le rupie già in tasca e le riparazioni che procedevano per il meglio, ma al ritorno dell’incontro nel Parcobaleno con Vandana Shiva, per  sentirne durante il festivaletteratura in corso in Mantova, avrei udito con sgomento  una sua voce cupa e  sorda d’odio, quando caduta la linea mentre mi stava rispondendo Ajay,  ho ritrovato lui al telefono quando ho richiamato.
Alquanto io perplesso, ad Ajay stavo chiedendo perché mai, per conto della madre, mi avesse  domandato più volte quanti soldi avessi inviato al padre.
“ E’ per comperarsi una collana d’ oro, che te lo ha chiesto”, mi ha risposto in sua vece Kailash, torvo  d’odio per la moglie.
“ Ho fatto un incidente, ho perso tutto quanto ho guadagnato con il mio tuk tuk, avrei perduto anche  tutto ciò che ho in banca senza il tuo aiuto, Chandu è malato, e lei vuole del denaro per una collana d’oro...”
Non fosse per Ajay,  Poorti, Chandu, avrebbe voluto porre fine alla sua vita a seguito di  una moglie del genere,  sgradita a tutti  nella sua rozzezza analfabeta, che  non lo rispetta come marito, gli si rivolta nel letto come un animale senza volerne sapere, quando le chiede di fare sesso, ogni tre, quattro settimane...
Era tornata a picchiarla, ma solo prendendola a calci, mi ha assicurato.
Si ricordasse ch’era la madre dei suoi figli, del suo lavoro in casa, che  a lei che lascia il denaro, del cuore con cui si era tra noi interposta, dissennati, mente i nostri bambini scoppiavano in lacrime...
Un anticipo  della sua avversione erano state le accuse rivooltele il giorno avanti per  la malattia contratta da Chandu “ Aveva già lo stesso disturbo e glielo ha trasmesso con il suo latte, tutto il giorno lo lascia nell’acqua, sempre in acqua, acqua, acqua...”
Intanto, acquietando Kailash, avevo fatto di Ajay il messaggero della mia risposta alla madre, in tutto e del tutto negativa.

Avrei inteso già oggi,  al finire del giorno, perché Vimala  nelle circostanze  più proibitive, ugualmente ambisse tanto sconsideratamente o insulsamente a una collana d’oro. Era il giorno che portava a compimento il  Krishna Janmashtani, durante il quale le donne del Madhya Pradesh, dopo la veglia notturna,  in cui compiono la puja,   si raggruppano insieme  per onorare la nascita  di lord Krishna,  come si farebbe  presso una puerpera alcuni giorni dopo i travagli del parto, digiunando sino alle ore quattro del sorgere del sole del giorno seguente, che in India  sono ora già trascorse.
Era anche il   compleanno di Kailash, ma lui non aveva  voluto festeggiarlo, non aveva voluto comperare neanche un dolcetto che allietasse i bambini insieme con lui.

“ Kailash non devi volerti così male. Non essere come me.  Ti prego”.

giovedì 5 settembre 2013

A Pali, Dudhai





 
L'avventura di un viaggio così suggestivo non potrebbe avere esordio più prosaico e confortevole, fin dall'inizio esso non richiede percorsi proibitivi , anzi, ci offre tutto l'agio di intraprendere da Lalitpur la high road per Sagar, e di  uscirne sulla destra in direzione di Pali, per ritrovarci, al di là del villaggio, dove i coltivi e gli addensamenti delle piante tra i campi- mahua, neem, choeula-,  cedono alla boscaglia che precede i bordi dell'altopiano incipiente, finchè  si finisce ai piedi di una scalinata che risale il pendio.
Cento scalini, ancora, e si è alla radura in cui appare il  muro di cinta del tempio di Shiva Neelkanteshwara.
Il biancore calcinato della muraglia e del  santuario lasciano presagire che il luogo di culto sia antico quanto ripetutamente rifatto nel suo persistente  nucleo originario. Il tempio che ci appare, entro la recinzione, consiste della sola cella, con un vestibolo d'accesso assicurato da una rientranza, e sopra un cornicione il suo tetto è assolutamente piatto: le sue sembianze costituiscono una delle forme originarie dei templi Gupta, la cui sopravvivenza è tenace, nel cuore dell'India,  dove i luoghi di culto sono più appartati e solitari.
Sulle pareti di fondo e laterali, una nicchia  campeggia vuota, affiancata da dei pilastri con un rilievo a T tra coppe fogliacee dell'abbondanza, sovrastando un fregio di leonini kirtimukka le cui fauci spalancano la voragine della vita e della morte, in cui ha termine il  profilo elegante del basamento.


Superato il portale d'accesso, che di rilevante ha l'incorniciatura sotto l'inarcatura di  un torana delle divinità fluviali Ganga e Yamuna, ci attende la preziosissima reliquia del tempio. E' il bassorilievo Gupta che mostra Shiva in tre dei quattro volti che assume abitualmente nei lingam,

al centro nel sembiante  meditante della sua potenza di Tatpurusha, o “ Spirito supremo”, ai lati nei suoi  opposti estremi  che così ci affrontano, sulla destra  quello dolcemente femmineo di Vamadeva, poichè Shiva vi è tutt'uno con  la soavità femminile della consorte Parvati, alla nostra sinistra il suo volto stravolto di  Shiva Neelkanteshwara, il Signore dalla gola azzurra. Come appare nel rilievo,  la gola gli fu atrocizzata per avere ingerito l'amaro veleno residuo della frullamento mitico dell'Oceano di latte, ossia la rimanenza negativa dell'ambrosia, od amrita, che ne fu estratta da demoni e dei, ingurgitando la quale Shiva evitò che il mondo ne fosse distrutto.
A nulla sarebbe altrimenti valso che dei e demoni, o asura, usando come zangola il monte Mandara, e il serpente Vasuki quale fune per frullare, mentre lo stesso Vishnu, nella sua incarnazione in una provvida tartaruga, fungeva da perno della montagna messa  in rotazione, avessero così reinfuso nei tre mondi, proprio grazie a Vishnu, l'energia che in essi  e nel dio Indra era andata perduta, a seguito di una maledizione di Durvashas, illustre rishi shivaita, per un'offesa arrecatagli che non poteva restare senza conseguenze. Quanto alle vicende del tempio che si presume che siano invece di natura storica, potrà accadervi che qualcuno degli attendenti  vi narri di come il re moghul Aurangzeb, odioso più dei suoi innegabili meriti, detestando ed avendo in gran dispetto ogni forma di religione che non  fosse la propria di devotissimo muslim sunnita,( vedasi quanto capitò per suo volere agli  stessi sciiti di Hyderabad, le cui moschee furono ridotte a delle stalle), qui giunto per sfregiare ciò che dei templi e delle immagini religiose hindu non aveva tempo o modo di abbattere, avesse sparato un colpo di pistola al volto sacro di Shiva Neelkanteshwara: e come ne fosse sgorgato del latte dell'oceano primordiale.
Aurangzeb, a ciò turbato, nonostante tutta la sua pervicacia fanatica, avrebbe allora rivolto una sommessa preghiera al dio, allontanandosi senza  più infierire.
Quanto il tempio sia dunque ancora vivente, ve lo attesteranno i devoti che assiduamente vi salgono  per ottenere ogni genere di buona sorte, insieme con i custodi e gli addetti intenti ai riti ed alla sua manutenzione, o ai loro lavori artigianali che assicurano attrezzi e sostentamento, ricavando a colpi d'accetta il profilo di una zappa da un pezzo di legno, o intenti a scerpere i rami che intrecceranno il capanno di una puja. Tali fedeli li potrete vedere tra le loro offerte  composte in forme di yantra, sotto addobbi che li porranno più in intimità propizia con il dio.

Una volta discesi e che si sia di ritorno nel villaggio di Pali, che si ritroverà immerso tra i coltivi circostanti di betel, lo si lascerà per un arteria che corre più a sud, costeggiando i bordi  dell'altopiano che insistono  sulla destra, fin che non li affronta e li risale svoltando per alcuni tornanti. Ci attende una distesa più arida che non il fondovalle, tra dimore e recinti di pietrisco. E  quando già si preanuncia Dudhai, d'improvviso tra la sterpaglia compaiono le prime testimonianze del suo illustre passato, dei complessi di tempietti.


I piccoli edifici di culto cubiformi, con una lastra per tetto piatto, ove essa ancora sussista,  consistono  del basamento e del muro del jangha
 e presentano la sola apertura del portale d'accesso,


  fasce puramente ornamentali - a scacchiera, di fiori di loto pienamente schiusi , diamanti e rosette,


 


 


 

 lungo le pareti si alternano a delle fasce in cui la decorazione di arcuati chaitya, a ferro di cavallo, è il coronamento di edicole di statue,


 


 

 

Altri recano nella loro nudità parietale il solo intaglio in una rientranza delle statue delle deità celebrate- Ganesha danzante,
Kartikkeya sul veicolo del pavone, Gaya Laxmi che degli elefanti irrorano dell'acqua celestiale del Ganga.
Il villaggio di Dudhai cui la strada perviene serpentinando nell'arido incolto, è così scabro e sparuto nella sua dispersione di case, che nemmeno riesce ad avvivare, nostalgicamente, il rovinoso e romantico contrasto tra la sua realtà presente ed il suo grandioso passato, quando Abu Rihan Alberuni nell'XI secolo ebbe a parlarne come di una grande capitale. Ma basta superarne l'abitato, inoltrandosi per la vasta aspra distesa che si apre al di là delle case, forse .il  bacino prosciugatosi di un antico talab, per vedere concretarsi,  il fantasma della sua perduta grandezza, nell'alto sikkara che si profila dal rialzo della depressione incolta.
E' ridotto al suo riassestato cuore di pietra,  periclitante sopra ciò che il restauro ha ricomposto del tempio vishnuita di cui  è la sovrastruttura.


































Una  doppia entrata , delle quattro originarie,  secondo una pianta che noi occidentali diremmo a croce latina, sulla sommità della piattaforma dà accesso al deambulatorio,ora tamponato, che volge  intorno a due oppos(i)te celle contigue, o garbagriha, con in  comune il muro di fondo,  ed entrambe  dedicate  a Vishnu.
 Quando il general maggiore Alexander Cunningham vi venne tra il 1874 ed il 1877 , quale direttore generale dell'Archaeological Survey of India,

per conto dell'autorità British, ritrovando il villaggio di Dudhai ridotto a un insediamento di appena 40 persone, il tempio non presentava più alcuna icona statuaria di rilievo, non v'era alcuna traccia di piedistalli di statue, già i rilievi delle trabezioni dei portali erano stati rimossi, e  tra le due camere centrali vi era una porta, che pregiudicava l'ipotesi che il muro in cui era stata aperta avesse potuto fungere da supporto alla statua di un dio, sicchè egli  ebbe a supporre che fosse un tempio Jain, con le statue dei 24 tirtankharas, o profeti della fede jainista, allocate nelle due camere centrali
 Il  mandir  precede la magnificenza residua del tempio ulteriore, che immette con un accesso unico alla sala, o mandapa, il cui splendore è tutt'uno con quello dei garbagriha dei tre santuari che vi si affacciano nei loro portali,  ognuna per ciascuno degli dei della Trimurti hindu, Brahma multicefalo,

Shiva danzante Nataraja,  Vishnu. Ai tempi del sopraluogo  del maggiore Cunningham  erano ancora in rovina le camere dei gargagriha laterali, il che spiega perch lo ritenne uno dei rari esempi di un santuario dedicato al dio Brahma.

 
Nei domini dei Chandella un tempio similare, con tre santuari in onore di tre manifestazioni diverse del dio Vishnu, ricorre a Makarbai, nei pressi dell'ulteriore loro capitale, Mahoba, confinata ora nellUttar Pradesh.Il suggello di un richiamo innegabile può essere il diamante macroscopizzato che ricorre in entrambi i templi
















 


( immagine del tempio di Makarbai)
Portali, trabeazioni, pilastri, sono uno sfarzosa ostentazione di motivi ornamentali hindu  secondo i modi in cui  li stilizzarono le maestranze Chandella, in volute serpentinanti e ondulate, architravi reticolate a  scacchiere,



che richiamano la loro ricorrenza nelle trabeazioni della sala del  mandap e del portico d'accesso del più grazioso dei templi di Chandpur,  l'altra vicina capitale dei Chandella-, o altresì impreziosite  con rilievi di corolle di loto dai larghi petali, di fiori cuspidati nell'intradosso, o aggettanti con acuzie nella fascia sottostante, come si dà nella trabeazione del portale d'accesso alla cella brahmanica, mentre sono  ovunque sovrastanti musici e danzatori, tra colonnette che incastonano diamanti.
Kirtimukka figurano nel rilievo a T maiuscola, dei pilastri, che riconnette vasi fogliacei dell'abbondanza, secondo una variazione ch'era presente già nei portali dei tempietti sulla via di Dudhai,  mentre nell' effusione vegetale dei vasi  riaffiora un naturalismo non ancora geometricamente stampigliato, secondo il diktat degli standard di Khajuraho, ch'è tipico dell'arte Gupta fiorita nelle vicinanze di Deogarh e Behati.
Di particolare bellezza sono le colonne laterali del portale del Garbagriha del dio Brahma,  un dado dal design di eleganti volute ne rinserra le spirali ascensionali del fusto, prima del suo concludersi campaniforme, come campaniforme ne è  il capitello.


E ancora due tempi jain,


una statua  di Varaha, l'incarnazione in forma di cinghiale del Dio Vishnu,


 con tutto il complesso delle  deità hindu arricciate addosso come ne fossero i peli,

in una simbiosi di naturalismo e simbolismo, che ritroviamo identica nella scultura più grandiosa che fronteggia il tempio Laksmana  di Khajuraho.
Sulla via poi del rientro,   la si lasci pure, Dudhai,  ma per  il rilievo dirupato sulla sinistra della piana che ne fu d'ingresso, e si badi bene, nell'aggirarne il profilo, di non discostarsene, tra le piste che insabbiano. Solo così si raggiungerà,ora tra un'orribile ingabbiatura di cemento, l'alta scultura rupestre della incarnazione di Vishnu nel leone-uomo Narashima:


Spettacolare e impressionante, più di quanto si possa oramai dire che sia bella, talmente la superficie ne è stata erosa, al punto che le venature della pietra sembrano fibre legnose.
Un horror a cielo aperto, il dio digrignante nella sua ferinità appagata, non senza che ne trapeli il gusto dell'eleganza, nei resti rupestri dei diamanti che lo ornamentavano. Poco più o poco meno che la propria sagoma di malcapitato tra le sue grinfie, ciò che resta, invece, della presunzione di inattaccabilità di Hiraniakashipu. . il Ricoperto d'oro,  nemico impenitente del proprio figlio adoratore di Vishnu. Né di giorno, né di notte, né da un uomo né da un dio, né da un animale, né dentro né fuori il suo palazzo, avrebbe mai potuto essere ucciso, secondo quanto Brahma gli aveva accordato, ed infatti al crepuscolo, da un uomo leonino, né vero  uomo né vero animale, sortito istantaneamente dalle colonne del palazzo, dunque né da dentro né da fuori, da Narashima egli fu sventrato con gli artigli, ineccepibilmente.
Ed il crepuscolo è  l'ora ambigua del distacco e del nostro rientro, felice e dolente, nella quotidianità di Lalitpur festosa di frutti nei suoi bazar.



martedì 3 settembre 2013

fisica eucaristica del soprannaturale e mondo immaginale

Nella sua più recente opera “ Il Paradiso alla Porta”, Fabrice Hadjadj, definendo i principi di una fisica eucaristica del soprannaturale,  in riferimento a  Jacques Maritain immagina l’”altro spazio” del corpo glorioso del risorto, come “qualcosa che é presente in ogni luogo senza esservi contenuto” che avvolgerebbe il nostro ambito senza esserne un contenitore ( “ non come un recipiente più vasto, che solamente amplierebbe le sue dimensioni senza elevarle a un altro ordine” a pg.380 dell’edizione italiana). Tale è il cielo della sua presenza “tutto in tutti”, per la quale è presente ovunque senza essere localizzato, “ senza essere limitato da quella data “ porzione di spazio. Presente “ secondo il modo della sostanza “, dice Tommaso, e non secondo “ il modo delle dimensioni” ( pg.382).

Ma non è tale altro spazio lo stesso vuoto "sanyata" o "akasa"  che “ fornisce “spazio a tutti gli  esseri per vivere, muoversi e avere il loro essere-all’ Essere di essere” ( Panikkar, Il ritmo dell’ essere , pg 304) , ossia ciò che per l'hinduismo è l’eterno in cui siamo come cose viventi di questo mondo temporale,  non è forse come Krishna si spazia nella Bagavadghita,  “ Tutti gli esseri risiedono in me , ma io non risiedo in loro”, il mio Sé sostiene tutti gli esseri, non risiede negli esseri ed è la causa del loro esistere” ( Nona Lettura).

Altresì non corrisponde forse allo spazio del mondo immaginale , o Terra di Resurrezione, intermedio tra il mondo intellegibile angelico e quello sensibile terrestre, dei Platonici di Persia del ceppo di Shoravardi , l’ascesa al quale, prefigurata dalla nostra immaginazione attiva, nel farci corpi sottili di materia spirituale, ci priva di ogni localizzazione?

domenica 1 settembre 2013

Come allora esulta ( Haiku)

Come allora esulta
a me incontro e dimmi
"Io ancora vivo!"

a Sumit Sen ( 2007-2009)