Nel Bundelkand e nei distretti
di Shivpuri e di Guna- Ashoknagar
1 Garhkundar
All’arrivo in Jhansi, quando erano già le due del
pomeriggio, attenendomi a quanto mi è stato confermato da un addetto all’ufficio
turistico ch’è dislocato nella stazione
ferroviaria, dopo che ho preso un autorickshaw per quella degli autobus, vi ho chiesto del primo che fosse in partenza
per Barwa Sagar, per iniziarvi la
mia escursione a Garhkundar, il primo dei grandi
palazzi e forti dei sovrani Bundela, antecedente lo spostamento della
loro capitale ad Orchha.
In Barwa Sagar ho divagato perdendo tempo prezioso senza un
orientamento preciso, prima di decidermi o di ridurmi a richiedere se era in grado di condurmici, ad uno dei conducenti di tuk tuk che erano in sosta in un vialetto ombreggiato da piante che si
dipartiva dal punto in cui ero sceso dall’autobus, lungo la via soffusa di sole
che proseguiva verso Niwari, in direzione sia di Chattarpur e di Khajuraho, che di Mahoba.
Non era una richiesta che all’interpellato giungesse
peregrina, e per soddisfare la quale avanzasse delle difficoltà rilevanti, se
non quanto all'ultimo tratto da affrontare in salita, benché la distanza che
intercorreva fosse di 36-38 chilometri, circa, e Garhkundar mi fosse stato preannunciato come
un sito quanto mai fascinoso perché impervio e solitario , e cosa non
indifferente a risolvermi ad accettare di mettermi in moto con lui,
l’importo richiesto, di 800 rupie, come conveniva Kailash intermediando
al cellulare, era tutt’altro che esoso. Concordavo prontamente e con i bagagli
appresso partivo senza più indugi sul tuk tuk, seguitando in direzione di
Niwari.
Nella splendida
giornata solatia, traboccavano di luce e colore il rigoglio dei
campi e della profusione arborescente ai lati della strada, la frutta e la verdura dei bazar che apparivano
allestiti lungo il suo percorso, già all’uscita di Barwa Sagar, facendo seguito
alla pulverulenza calcinata degli ammonticellamenti nei dintorni di Orchha,
ravvivata dallo splendore a chiazze delle bouganville, attraverso la quale mi
ero ritrovato a ripercorrere l’arteria dei miei primi tragitti che mi avevano
condotto a Khajuraho, e di ogni ripartenza dal suo sito verso altre mete od il
rientro in Italia, prima del dilatarsi della vista sul corso della Betwa, del succedersi della profusione di orti e giardini che avevano preceduto la
riapparizione del tempio sakti Jarai Math, che mi ripromettevo di visitare l
indomani.
Lasciando pure che il
conducente trasformasse il servizio a me riservato in un savari condiviso,
raggiungevamo e traversavamo Niwari, dove se il treno, come in Barwa Sagar,
avesse fatto sosta qualche ora prima, mi
sarebbe stata risparmiata la lunga digressione verso Jhansi e nei suoi peripli
ferroviari e stradali, pervenivamo di lì a poco alla successiva borgata, oltre
la quale svoltavamo sulla sinistra, lungo una viottola asfaltata secondaria che
ci inoltrava tra campi e villaggi, intraprendendo ad un bivio la diramazione,
sulla sinistra, che ci adduceva alle alture crestate che si erano profilate all
orizzonte e che il percorso finiva per affiancare addentrandosi tra i loro
rilievi, prima che una deviazione sterrata sempre sulla sinistra non ci
portasse al villaggio di Garhkundar ed al forte omonimo che infine appariva,
sovrastante e imponente, sommità tra le
altre sommità collinari.
Il tempo di posteggiare l’autorickshaw ai piedi della
scalinata che raggiunge le mura esterne d’accesso al castello, e la sua
entrata, che il guardiano del forte si era già caricato il mio bagaglio in
spalla, per iniziare a procacciarsi una
mia compensa. Non mi restava che assecondarlo, nella sua mistura di sincerità e
di artificio, perché anche il conducente risaliva l erta al seguito di entrambi
fino all’ interno del palazzo.
La sua mole prefigurava
il tipico assetto dei manieri Bundela, dispiegando in capo a sette
piani, inclusi quelli del basamento, quattro possenti torri d’angolo quadrate,
precedute dalle rimanenze di torri ottagonali,
ed un avancorpo al centro delle
mura, in cui si faceva prospiciente l’alto portale.
L’
arcata d’ingresso era compresa entro una
cornice rettangolare ed all’interno di un secondo arcone cieco, nel cui grembo
si apriva la umile grazia di
finestrella, giusto all’altezza
della parte centrale della trabeazione sommitale del portone d’accesso,
tale myse in abyme stagliandosi tra le
serie- tre- di due nicchie ad ambo i lati, di cui il portale era l
interruzione della successione, secondo
gli stilemi che sono tipici , nell’architettura islamica di Delhi, delle tombe
a guisa di palazzo ultraterreno d’epoca Lodi,
delle moschee coeve o risalenti all’ interregno di Sher Sah Sur, oppure
ai primordi dell’era Moghul. Tale magnificenza accogliente era enfatizzata,
nella sobrietà del suo apparato, oltre lo stacco di un cornicione dalle
ulteriori tre schiere di arcate che lo sormontavano, per un totale di sei
ordini , se si includevano le arcate che affiancavano il portale, . Semplici ballatoi mensolati raccordavano il portale alle torri
laterali, a suggello della severità
marziale del forte schiva di ogni
adornamento o decorazione, che non fossero i modesti chattri, connessi da un bengaldar, che restavano a
coronamento di una soltanto delle torri
d’angolo.
Il cortile interno,sopraelevato come negli altri palazzi Bundela rispetto al piano d’ingresso, mi sarebbe apparso il più vasto e
immensificante di ogni altro di loro, per la serratura entro la
schermatura di una galleria e dei cortiletti pensili al piano superiore,
della proiezione verso l interno, in una serie di sale sovrapposte, dei corpi
d’angolo e centrali, un’alternanza di
vani chiusi ed aperti ch’era una prefigurazione ulteriore dell’architettura
successiva dei palazzi mirabili d’ Orchha e di Datia.
Dai parapetti la vista poteva spaziare tutto intorno
incantevolmente, per la modesta altura anche dei rilievi circostanti, che due
altiforni o ciminiere che fossero sfidavano impunemente verso nord ovest, mentre nell’opposta direzione tra i
ponticelli si schiudeva la vista di un laghetto e del biancore di un tempio
sulle sue rive, il sito di preghiera e di culto delle regine d’un tempo del
palazzo, quando vi discendevano dal baradar che vi s era rivolto, secondo
quanto mi diceva il guardiano, tentando
in hindi di farmi da guida.
Il suo maldestro tentativo , quando eravamo più soli e più
in alto, di estorcermi un ammontare ben superiore per i suoi servigi impostimi
e non richiesti, tentando di profittare della venuta alfine di uno straniero in
Garhkundar, gli propiziava poco più di
un centinaio di rupie, di cui aveva modo
di ringraziarmi con i più ossequiosi omaggi servili, dopo che un intervento al
cellulare di Kailash l’avevo ricondotto al un
ridimensionamento in termini interni al mondo indiano delle richieste
avanzabili..
La sera si era fatta oscura quanto la notte al rientro in
Barwa Sagar, di cui fiochi lumi
illuminavano le strade, esponendomi al
rischio ricorrente di esservi investito da motocicli od autovetture. Troppo
a lungo mi ci attardava l’indeterminazione su quale delle due destinazioni, tra Orchha e Jhansi
, avessi a prescegliere per il pernottamento, apparendomi troppo esose anche le sole 300 o
le 500 rupie richiestemi dai conducenti in autorickshaw per trasferirmi in Orchha, quando per una
ventina di rupie avrei potuto raggiungere in autobus Jhansi. Solo che i drivers
dei tuk tuk si facevano sempre più rari e indisponibili, sempre più unicamente
interessati a stipare sul loro veicolo quanti più passeggeri possibili alla
volta di Jhansi, senza spazio o respiro per me ed il mio bagaglio, mentre gli
autobus per Jhansi arrivano già
stracarichi al punto da non potere più far salire nessuno. Finalmente ne
sopravveniva uno che non aveva ancora
raggiunto la soglia del proprio traffico illimitato, e su cui il bigliettaio mi faceva salire,
sollecitato dalla gentilezza premurosa di un signore corpulento che sopravveniva
in vettura.
Era dunque Jhansi la mia destinazione notturna,
malauguratamente, ancora una volta: perchè ancora una volta vi avrei
sperimentato l imprevidenza di farvi affidamento nella stagione dei matrimoni,
che ancora una volta ne intasavano a notte fonda strade ed alberghi. Così solo a caro prezzo vi ho potuto trovare
soggiorno al Samrat hotel, ben deciso, l
indomani, a lasciarlo di primo mattino per Orccha. Meta, la rivisitazione
particolareggiatissima del tempio
stupefacente Jarai Math, di ritorno
verso Barwa
Sagar
Terzo giorno in Barwa Sagar , di nuovo in jarai math , da Orchha a Shivpuri
quarto
giorno Sesai
Quinto giorno terahi mahua
Sesto giorno keldar
Settimo giorno terahi mahua, kadwaha, indor
Ottavio giorno surawaya scindia chattri
Nono giorno terahi, mahua, kadwaha
Decimo giorno shivpuri, orchhha,
friends of Orchha
Undicesimo giorno jarai math, datia
Dodicesimo giorno penultima domenica di marzo, orccha, ram temple, jahangir mahal, jhansi khajuraho
Il secondo giorno mi trasferivo
Per duecento rupie in luogo delle trecento
fino a barwa Sagar e di
ritorno, al parcheggio in Orchha degli autorisckshaw
pattuivouna
sola corsa di andata fino al tempio Jarai Math, per evitare
che mi si stesse ad attendere per un tempo che avrebbe trasceso le supposizioni di ogni aspettativa, e potevo
già ritrovarmi, di li a mezzora , in un
giorno incerto d’estate, di fronte alla
meravigliosa vista del tempio dove emergendo da una nebbia fittissima tre mesi
avanti non avevo potuto trattenermi che una decina di minuti in compagnia del
disinteressato mister Dipak ,
tre mesi avanti eccelso cliente del
mio bapuculturaltours..
La grandiosità della magnificenza frontale del tempio era un effetto fors’anche di quanto ne era stata una rovina, con la
perdita del portico d’accesso che aveva lasciato in vista in un continuum splendido
outdoor l’ornamentazione che era adombrata al
suo interno e quella che lo trascendeva all’esterno, fino alle volute a
suggello dell’antefissa del sukanasa,
contro il fondale reticolato di gavakshas del sikkara, che ne riprendevano la trama del sacrale ordito
continuo. Delle loro carenature erano arcuati gli udgamas delle nicchie che si stagliavano sopra la vedibhanda, della coronatura dei
tempietti delle proiezioni centrali di ogni parete, delle pratiratha
laterali a guisa di pilastri , delle nicchie dilungate dalle loro sovrastrutture a templi nei recessi e
nelle proiezioni d’angolo delle karnas e dell’antarala, dove gli
udgams si dilatavano e si duplicavano, nel loro
slancio ascendente verso il loro reticolato superiore di cui era luminescente
la parte superstite del sikhara originario,.
Da uno scatto fotografico all'altro di ogni aspetto
percepito della sua sublime visione, testi alla mano, iniziavo a ripercorrere in
ogni suo dettaglio l'arcano sublime del tempio che mi si ripresentava
meravigliosamente intatto, nelle sue anomalie, e nei suoi precorrimenti, che pur
non ne smagliavano la esemplarità canonica, nella onnipervasività del suo
manifestarsi quale criterio d'ordine di una profusione eccelsa , in cui mi si
riformulava al contempo l'enigma o mistero della sua cripticità fascinante,
cifrato dal rebus della sua divinità di culto.
Epitome macroscopica dei templi Pratihara, incredibilmente
sfuggita/o al cribro del vaglio del maggiore Cunningham, immane come il
Teli-ka-mandir di Gwalior quanto egualmente riconducibile al solo apparato
architettonico del santuario e dell'antarala del vestibolo, dei templi pratihara
osservava l'assetto di rito pancharatha, che contempla cinque proiezioni
laterali, badhra centrale, le pratiratha a guisa di pilastro nelle antiche fogge
gupta, karna d'angolo con i dikpalas tutelari, riassunte dalle rathas
corrispondenti del sikkara nel cielo riassorbente dell unità divina originaria,
Di lato alle dee una pianta di loto rampicante si
schiudeva in tre boccioli, in cui trovavano ricetto un docente e quattro
discepoli. In esso si sono ravvisate le sembianze di Lakulisha e dei suoi
discepoli Kusika, Mitra, Garga e Kaurushya, per la sua similarita con altre
ricorrenze dello stesso soggetto in posizione analoga, nel portale del tempio
della Maladevi in Gyaraspur., o nel Teli ka Mandir , in gwalior,
in cui è ben individuabile la danda di un bastone alle spalle
del soggetto centrale. Essendo Lakulisha il riformatore leggendario del culto di Shiva pashupatinath, se ne
è desunta una affilazione shivaita del tempio, ma è una debole traccia, forse
per una licenza o una estempooraneità dovuta alle maestranze, a seguito di
loro mera ripresa imitativa.
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domenica 29 marzo 2015
cronache di viaggio fine marzo 2015- Garhkundar
versi
Che di me sia scritto nel rotolo del
libro,
come per colei che era detta sterile,
dopo avere lasciato tutto e ricevuto il
centuplo,
è indecidibile dagli esiti della
parola,
quando lo splendore del giorno è un
cocktail alla mia follia,
....................................................................................................
un ritorno a khajuraho
“ Do you
stay one day in Khajuraho ? “mi chiede in prossimità dell’arrivo in
stazione un corpulento nativo, dai generosi intenti quanto dal fare maldestro,
che da una mia secca risposta precedente ai suoi precedenti tentativi di
approccio, non ha inteso che a Khajuraho vivo oramai da più
anni, in Sewagram, presso la mia famiglia d’adozione. Niente a che
vedere o a che fare con la
superficialità dei rapporti di convivenza di pochi giorni dello stesso
stay home stay -dei friends of Orchha
-, che ho sperimentato i giorni avanti, intrusivo di stranieri in una famiglia che ne commercializza
affaristicamente l’ ingerenza, lasciando
che sia il più evasiva possibile. Che ha di compartecipe tale sorta di meeeting, con ciò che ha unito
la morte di un bambino?
“ no, non ci starò solo un giorno come i turisti dei voli organizzati o che ne
scappano subito via” , disgustati dagli
accalappiatori che ci ritrovano, immancabilmente, come la coppia di giovani
fratelli italiani che ho incontrato nell home stay in cui mi sono intrattenuto,
dove avevano invece intenzione di restarci per più giorni, mentre non erano stati in grado di trattenersi
che un giorno in una khajuraho fuori controllo, a dispetto dei suoi splendidi templi a loro stesso dire.
“ And do
you like to stay in Khajuraho’
La sua voglia di ricevere una risposta compiacente è solo
pari alla mia di frustrargliela appieno
“ No, perché ci sono solo
lapkas ed okkar, ”, per non dirgli delle guide ufficiali.
Il mio malanimo e la depressione d’umore sono certo anche, e
non solo, una conseguenza anche dell
ulteriore infezione che mi sta oscurando la mente, ulteriore lascito della fetida sporcizia ovunque pervasiva, nel mio viaggio tra Orccha , Barwa Sagar
ed i siti di antichi templi nel
distretto di Shivpuri,
Ma il rimettervi piede non
mi è certo allettante, per quanto mi ci attendano le creature più
splendide e care..
Per di più a guastarmi un umore già di per sé nauseato, ci si intrufola l ultimo passeggero
rimasto in carrozza, l unico cui non
abbia ancora dato la precedenza, che si interpone tra il mio pesante bagaglio e
gli stipiti della portiera mentre sono affaticato a discendere.
“ Sorry.. “ mi dice pure,
senza nemmeno le scusanti di avere il timore che il treno possa essere
in partenza, come il passeggero che mi ha fatto cacciare un urlo in Jhansi, per
essersi intromesso nel corridoio tra la mia corpulenza e quella di un altro
anziano signore, senza darci modo di defilarci l uno dall altro, nella fretta
di ritirare un ultimo bagaglio.
“ Oh, you are standard in India…” gli ribatto, senza che
nemmeno possa più sentirmi.
Mi raggiunge immediatamente un conducente di tuk tuk che non
conosco, alla cui premessa introduttiva di quanto la stazione disti dal
villaggio, devo ripetere che sono oramai di Khajuraho, e che mi attende un suo
collega di lavoro inviatomi incontro da un mio amico, il barber driver come
Kailash lo chiama, spregiativamente, per
essere costui qualche gradino più in
basso negli ordinatamente castali.
Il giovane conducente seguita ad insistere, e a non mollare
la presa del bagaglio, ed io manco di dirgli che non solo so già quanto disti ancora Khajuraho ,
ma che so immaginare anche i motivi per i quali
lui solo può avermi raggiunto dentro la stazione ferroviaria, senza
correre il rischio di incorrere in multe e di ritrovarsi condotto fino a
Gwalior.
Pietanze cucinate, ed altri servigi e favori , quali il
lavaggio degli indumenti, resi alla locale polizia ferroviaria, al pari del
barber tuk tuk driver che mi attende prima della biglietteria, secondo le disposizioni che ha recepito di
Kailash.
Di fuori, la canea degli altri conducenti di mezzi che si
contendono all’uscita turisti e viaggiatori locali, a seconda della loro
destinazione vicina- “ Bamitha! Bamitha! Rajnagar! Rajnagar!”
Sull ‘autorickshaw ho modo di sobbalzare e di sussultare fin
oltre l’area ferroviaria, per quanto è sconnesso e devastato il fondo stradale,
a causa dei lavori in corso della costruzione di un sovrappasso stradale, che
dovrebbe evitare di doversi ogni volta arrestare al passaggio a livello per
almeno una decina di minuti, a seguito delle manovre di spostamento dei vagoni
dei treni arrivati a destinazione.
Buona cosa in sé, come i lavori di ampliamento e di
rifacimento del fondo stradale, sempre che non solo abbiano un inizio, ma prima
o poi anche una fine.
Come non ne conosce una prossima o ventura l’ aeroporto che
si vorrebbe di rango internazionale,
mentre sempre di meno sono i turisti stranieri, il nuovo Museo archeologico,
l’intero manto stradale di Khajuraho, distrutto ed ampliato e non ancora
rifatto tutto ad un tempo.
Mi tengo il vomito di dentro, per non incrementare dei miei rigurgiti la
sporcizia ai margini della strada o dei rivoli
in cui evacuerei, e lo rigetto nella latrina di casa, provocandovi un
fetore insostenibile. Ma tra quelle pareti in cui mi ritrovo e disperdo
confusamente i contenuti dei bagagli,
c’è chi è volto amore, c’è cura e dedizione volta ad
attendermi, pur nel freddo fare a me
dedito di ognuno di loro, che non me ne vorranno se senza tutti i dovuti
riguardi imbratterò di miei escrementi
liquidi piastrelle e indumenti intimi e lenzuola, pur nel sonno, in cui fin nel fondo del suo
essere, rivedo immerso nel lettone di loro tutti l’adorato Chandù.
“ Do you stay one day in Khajuraho ? “mi chiede in prossimità dell’arrivo in stazione il corpulento nativo dai generosi intenti, quanto dal fare maldestro, che non ha inteso da una mia secca risposta precedente ai suoi precedenti tentativi di approccio, che in Khajuraho ci vivo oramai da più anni, in Sewagram, presso la mia famiglia d’adozione. Altro che la superficialità di rapporti di convivenza di pochi giorni dell’ home stay dei friends of Orchha , che ho sperimentato i giorni avanti, intrusivo di stranieri in una famiglia che ne commercializza affaristicamente l’ ingerenza, lasciando che sia il più evasiva possibile. Che ci ha a che vedere tale sorta di meeeting, con ciò che ha unito la morte di un bambino?
“ no, non ci starò solo un giorno
come i turisti dei voli organizzati o che ne scappano subito via”
, disgustati dagli accalappiatori che ci ritrovano, immancabilmente,
come la coppia di giovani fratelli italiani che ho incontrato nell
home stay di Orccha, dove avevano invece intenzione di restarci per
più giorni, a dispetto degli splendidi templi a loro stesso dire di
Khajuraho.
“ and do you like
to stay in Khajuraho’
La sua voglia di ricevere una risposta
compiacente è solo pari alla mia di frustrargliela appieno
“ No, perché ci sono solo lapkas ed
okkar, ”, per non dirgli delle guide ufficiali.
Il mio malanimo e la depressione
d’umore sono certo anche, e non solo, una conseguenza anche dell
ulteriore infezione che ho contratto a seguito della fetida sporcizia
indiana ovunque pervasiva, nel mio viaggio tra Orccha , Barwa Sagar
ed i siti di antichi templi nel distretto di Shivpuri,
Ma il rimettervi piede non mi è certo
allettante, per quanto mi ci attendano le creature più splendide.
Per di più a guastarmi l’umore
nauseato, ci si intrufola l ultimo passeggero rimasto in carrozza, l
unico cui non abbia ancora dato la precedenza, che si interpone tra
il mio pesante bagaglio e gli stipiti della portiera mentre sono
affaticato a discendere.
“ Sorry.. “ mi dice senza nemmeno
le scusanti di avere il timore che il treno possa essere in partenza,
come il passeggero che mi ha fatto cacciare un urlo in Jhansi, per
essersi intromesso nel corridoio tra la mia corpulenza e quella di un
altro anziano signore, senza darci modo di defilarci l uno dall
altro, nella fretta di ritirare un ultimo bagaglio.
“ Oh, you are standard in India…”
gli dico senza che nemmeno possa più sentirmi.
Mi raggiunge immediatamente un
conducente di tuk tuk che non conosco, alla cui premessa introduttiva
di quanto la stazione disti dal villaggio devo ripetere che sono
oramai di Khajuraho, e che mi attende un suo collega di lavoro
inviatomi incontro da Kailash, il barber driver come il mio amico lo
chiama, spregiativamente, per essere costui qualche gradino più in
basso negli ordinatamente castali.
Il giovane conducente seguita a
insistere, e a non mollare la presa del bagaglio, ed io manco di
dirgli che non solo so già quanto disti ancora Khajuraho , ma che
so immaginare anche i motivi per i quali lui solo può avermi
raggiunto dentro la stazione ferroviaria, senza incorrere il rischio
di finire multato e di ritrovarsi condotto fino a Gwalior.
Pietanze cucinate, ed altri servigi e
favori , quali il lavaggio degli indumenti, resi alla locale polizia
ferroviaria, al pari del barber tuk tuk driver che mi attende prima
della biglietteria, secondo le disposizioni che ha recepito di
Kailash.
Di fuori, la canea degli altri
conducenti di mezzi che si contendono all’uscita turisti e
viaggiatori locali, a seconda della loro destinazione vicina- “
Bamitha! Bamitha! Rajnagar! Rajnagar!”
Sull ‘autorickshaw ho modo di
sobbalzare e di sussultare fin oltre l’area ferroviaria, per quanto
è sconnesso e devastato il fondo stradale, a causa dei lavori in
corso della costruzione di un sovrappasso stradale, che dovrebbe
evitare di doversi ogni volta arrestare al passaggio a livello per
almeno una decina di minuti, a seguito delle manovre di spostamento
dei vagoni dei treni arrivati a destinazione.
Buona cosa in sé, come i lavori di
ampliamento e di rifacimento del fondo stradale, sempre che non solo
abbiano un inizio, ma prima o poi anche una fine.
Come non è dell aeroporto che si
vorrebbe di rango internazionale, mentre sempre di meno sono i
turisti stranieri, del nuovo Museo archeologico, dell’intero manto
stradale di Khajuraho, distrutto ed ampliato e non ancora rifatto, tutto ad un tempo.
Mi tengo il vomito di dentro, per non
incrementare dei miei rigurgiti la sporcizia ai margini della strada
o dei rivoli in cui evacuerei, e lo rigetto nella latrina di casa,
provocandovi un fetore insostenibile. Ma tra quelle pareti in cui mi
ritrovo e disperdo confusamente i contenuti dei bagagli, c’è chi
è volto amore, c’è cura e dedizione
volta ad attendermi, pur nel freddo fare a me dedito di
ognuno di loro, che non me ne vorranno se senza tutti i dovuti
riguardi imbratterò di miei escrementi liquidi piastrelle e
indumenti intimi e lenzuola, pur nel sonno, in cui fin nel fondo del
suo essere, rivedo immerso nel lettone di loro tutti l’adorato
Chandù.
domenica 8 marzo 2015
un'infelice felicità
Una felicità infelice
Sul far del sera ieri l’altro sono uscito con il giovane Mohammad tra i tempietti che danno sul bacino lacustre del Prem Sagar , e l’ho invitato a volgere lo sguardo ai rifiuti che vi stagnavano a riva, mentre il tramonto illuminava dei suoi ultimi bagliori le cime dei templi che si profilavano oltre le acque e le piante che vi crescono ai bordi.
“ E’ in queste acque che la moglie di Kailash lava anche i miei abiti”, gli ho detto a guisa di commento, senza che ci sia verso, il mio amico, da mesi e da anni di indurlo ad acquistare una nostra lavatrice, zero i risultati di ogni mio sforzo a mie spese, come zero sono stati i i risultati di ogni mio zelo perché doti i bambini più grandi dei certificati di nascita, se stesso di quelli che gli occorrono per il passaporto, zero quelli di ogni mio intento di visionare almeno qualcuno dei campi che gli sono stati offerti per l'acquisto, zero quelli di ogni proposito di ripristinare il negozio di barbiere, mentre dà segni di cedimento il suo encomiabile, perseverare ogni giorno nel proporsi all ingresso degli hotel di lusso con l’autorisciò, e sempre più io mi sento un animale morente. Nella congiuntura di un tasso di cambio che ogni giorno mi è sempre più sfavorevole, il mio denaro è una risorsa con cui non riesco più ad assicurare, ad entrambi ed ai nostri figli, che il solo seguito di questa nostra vita pur così bella e sempre più drammi che la sconvolgano, da cui mi è sempre più difficile il distacco, per la riflessione meditativa e la scrittura o per inoltrarmi in qualche viaggio, nel subcontinente indiano, che non sia il mio cabotaggio tra i templi del Madhya Pradesh e l’ acquisi zione in Delhi e poi via internet dei testi occorrenti per rivisitarli più profondamente, tramite l indagine visiva diretta o dei reperti fotografici che ne ho desunto, per pervenire a scriverne con l’ autorevolezza di uno spirito interpretativo capace di definirli ed intendere in ogni dettaglio..
Mohammad, a quella vista delle acque infognantesi, mi ha allora indicato a sua volta un maiale che scendeva a bagnarvisi, ricordandomi come vi si defechi e urini a piacimento.
Il discorso l’abbiamo ripreso presso il chiosco che si affaccia sulla riva opposta del talab, dove abbiamo protratto i nostri discorsi tra coca cola, patatine e kurkuré
Gli stavo dicendo che lo stesso hotel che guarda sul talab, nelle immediate vicinanze, conviveva nella sua gestione immacolata con lo squallore rivoltante dell’immondezzaio adiacente, una discarica nel cui liquame lurido i rifiuti che vi finiscono sono il mondo di vita quotidiano di maiali e galline che vi scorrazzano e dei bambini che vi escrementano, ad ogni ora del giorno, nell indifferenza del traffico di scorrimento, e chiosavo la mia ripulsa rilevando come l hotel fosse di proprietà del politico locale del Bjp il cui volto compariva in un manifesto appeso alle lamiere di quel chiosco, quando lui mi ha invitato a leggere il motto che vi campeggiava in hindi ed in inglese, sotto le immagini di Narendra Modi per un verso e di Vivekananda ed altri illustri ascendenti sull’altro, cui non avevo fatto fino ad allora minimamente caso: ” Making India clean” come recitava in caratteri guizzanti.
“ A cominciare da quanto sta ad un passo dalla tua porta di casa, lercio dei rifiuti dei tuoi ospiti” mi viene l idea di replicargli in facebook, “una volta fotografato il luridume fognario a cielo aperto che coesiste con la bella vista che la stessa pensione offre sui templi, dal lato opposto, e abbinatolo al suo poster che in Khajuraho vedi dappertutto”, ma mi invitava alla cautela quanto era appena accaduto il giorno avanti, dopo che mi ero aperto in piena confidenza con la giovane coppia di un giornalista di una radio emittente e di un’anestesista, originari di Firenze, poco prima della quale avevo appena finito di pranzare nel tavolo accanto del Madras cafè, in cui era presente ed assisteva ai nostri discorsi il solo vecchio proprietario. Mi ero in particolare lasciato andare su quanto fosse il caso di fare una generosa offerta a una scuola del villaggio vecchio di Khajuraho che sguinzaglia anche i suoi bambini per accalappiare turisti e ricevere le offerte che hanno fatto subentrare finanche il marmo alle sue classi sul tetto di una volta, d’intesa con i lapkas più svezzati che si spartiscono il 50% dei soldi che le procacciano
Mi ero poi offerto di illustrare loro i templi orientali che restavano a loro ancora da vedere, prima della partenza, avviandomi con loro in bicicletta nella loro direzione, e sulla piattaforma del tempio Javari ero già tutto intento a spiegare loro come la sommità del pinnacolo significasse l’uno inesteso da cui emana il mondo manifesto , così come ne discende la curvatura del sikkara, ed in conformità con il dispiegarsi del tempio nelle proiezioni delle edicole che lo replicano in miniatura, etcetera etcetera, quando come il tenore del cavaliere della Rosa nel più bello della sua aria così difficile e bella, sono stato interrotto da una successione di telefonate in successione una più iraconda dell altra di Kailash, che .mi chiedeva per quale follia mi fosse venuto in mente di screditare le scuole di un bramino della vecchia Khajuraho, che avrebbe saputo come rivalersi su di noi.
I miei cari giovani ospiti, che tutto sentivano ed a tutto assistevano, non avevano avuto il tempo di esclamare “ Ma questa è una mafia…”, strabiliati della velocità del corto circuito informativo che si era prodotto nel giro di solo qualche decina di minuti, quando credevamo di avere parlato appartati, senza che nessuno potesse stare a sentire o a seguire i nostri discorsi tutti in italiano- non fosse stato per un mio accenno alla natura di business school delle scuole private di Khajuraho, che non si riferiva certo ai contenuti professionali del loro insegnamento, o per il mio atto eloquente di mettere immaginarie offerte in denaro nel solo immaginario taschino di un immaginario destinatario affarista, e senza preoccuparci che anche il solo gestore potesse starci a sentire o a riferire alcunché a qualcuno, quando alla mia attività interpretativa delle simbolicità del tempio hindu, che mi avviavo a riprendere, ci si metteva di traverso lo stesso vigilante, quasi che stessi facendo per lucro la guida abusiva, e sopraggiungeva trafelato dalla scalinata lo stesso direttore della scuola in questione, incattivito dal timore di perdere l’offerta che i due turisti gli avevano promesso il giorno avanti, dopo che gli osservatori che aveva sguinzagliato al loro seguito, nell’ imminenza di li a due ore della nostra partenza, gli avevano riferito le loro mosse, ed altro era stato addotto dal testimone interno dei nostri colloqui.
“ Non temere, daremo comunque un offerta, per non cacciarti nei guai…” era stata la premura manifestatami dai due giovani, prima che le nostre strade si dipartissero.
In stanza la sera seguente mi sarei ritrovato finalmente insieme con un calmo Kailash, non solo a riordinare ancora una volta la vanità di piani e progetti, a riproporci viaggi e chimere, ma a parlare delle case vernacolari locali, alla luce della conoscenza positiva che ne avevo acquisito, documentandomene in Delhi presso l Intach, l’organizzazione non governativa volta alla tutela del patrimonio storico artistico e paesaggistico dell’India.
“ E’ lo stesso talab dove la moglie del mio amico lava i nostri panni” riscorrendo l immagine del Prem Sagar avevo detto allora invece con la soddisfazione gioiosa di chi si riconosce di casa in un sito che cadeva nel cono di gloria di una rinomanza singolare, nel ripercorrere il fascicolo agli atti che documentava un progetto di risanamento intentato nei riguardi del bacino lacuale, per l’attenzione della giovane che me lo aveva approntato e che tanto generosamente e prontamente mi assisteva.
Insieme con Kailash tornavo così a parlare del chabutra, ch’è insieme la piattaforma intorno agli alberi sacri ed il ripiano che precede la soglia di casa, volto a propiziare cerimonie e incontri sociali e personali, come già ne avevo parlato con Mohammad, lungo il nostro magico viaggio in bicicletta diretti a Chitrai, tra il verde smagliante dei coltivi di colza , al profilarsi incantevole di casolari e chiome frondose e cime montane, chiedendo a Kailash se potesse accedere sullo stesso chabutra insieme ai dalit nel suo villaggio, fosse quello di casa propria o della loro.
Mi chiariva la natura di mezzanino del machiyara, in legno di mahua, o di log, come l’aangan fosse il nome di un cortile quale quello della nostra stessa casa,
ma quanto al dislocarsi nei suoi canti di Chula e Ghinochi, del forno di cottura della cucina, e dell’area di lavaggio, mi invitava a fare ritorno alla sua casa nel villaggio., dove avrei trovato anche l’angolo di cui in quei documenti non si parlava del nartha, la sbreccatura che volge a una piccola fossa che raccoglie l’urina che vi si rilascia.
Quanti giorni sono già trascorsi di questa mia ulteriore permanenza in india, venivo intanto pensando, mentre mi discorreva con fervore,- certo, acquietatici, senza che siano insorti tra noi “ drama” e tensioni, ma pur in assenza di una convivenza profonda di momenti vissuti insieme, se non nelle circostanze in cui ci riunivano i visitatori che abbiamo assistito, mister Dipak, Marinella, Alberta, Katerina from Moscow, assaporando solo la soddisfazione della comunanza di intenti, di una buona vita nel comune impegno per i nostri bambini, io al computer e lui in tuk tuk, per esiguo che ne fosse l’esito.
E distolto nelle mie peregrinazioni artistiche tra i libri ed il computer, dai miei intenti di “ ricostruire le fondamenta di epoche lontane”, per “farmi chiamare riparatore di brecce”, disperando che l’approfondimento delle conoscenze che esige ogni mio ulteriore mettermi in viaggio me li renda sempre più improponibili, di come i mesi che sono trascorsi in India siano già di nuovo più di quattro senza che sia riuscito ad avventurarmi che in Delhi, od oltre Kalinjar, o Tigawa, mi ha dilacerato la disperazione antitetica che tale struggimento che angustia il mio persistere in Khajuraho, me l abbia resa invisa e vi abbia reinscenato la mia tragedia reale, la mia autentica disgrazia mentale, ossia di vivervi , in prossimità di Kallu, tra i cari Poorti ed Ajay ed il mio adorato Chandu, godendo delle cure di Vimala e della più devota amicizia dell’amato Mohammad, forse il momento migliore della mia vita senza gran che felicitarmene, di esservi nel mio paradiso e ritrovarmici in un inferno in terra , nei miei assilli ad emergere ad un destino di fama e ricchezza assicurati, secondo le meravigliose parole in cui ha ritrovato in me vita Oren Miller, blogger, morto sabato 28 febbraio della stessa malattia che temevo e dubito ancora di covare nei miei polmoni, adempiendo il sacrificio di lode del limite accolto di ogni pienezza di vita.
“ E’ in queste acque che la moglie di Kailash lava anche i miei abiti”, gli ho detto a guisa di commento, senza che ci sia verso, il mio amico, da mesi e da anni di indurlo ad acquistare una nostra lavatrice, zero i risultati di ogni mio sforzo a mie spese, come zero sono stati i i risultati di ogni mio zelo perché doti i bambini più grandi dei certificati di nascita, se stesso di quelli che gli occorrono per il passaporto, zero quelli di ogni mio intento di visionare almeno qualcuno dei campi che gli sono stati offerti per l'acquisto, zero quelli di ogni proposito di ripristinare il negozio di barbiere, mentre dà segni di cedimento il suo encomiabile, perseverare ogni giorno nel proporsi all ingresso degli hotel di lusso con l’autorisciò, e sempre più io mi sento un animale morente. Nella congiuntura di un tasso di cambio che ogni giorno mi è sempre più sfavorevole, il mio denaro è una risorsa con cui non riesco più ad assicurare, ad entrambi ed ai nostri figli, che il solo seguito di questa nostra vita pur così bella e sempre più drammi che la sconvolgano, da cui mi è sempre più difficile il distacco, per la riflessione meditativa e la scrittura o per inoltrarmi in qualche viaggio, nel subcontinente indiano, che non sia il mio cabotaggio tra i templi del Madhya Pradesh e l’ acquisi zione in Delhi e poi via internet dei testi occorrenti per rivisitarli più profondamente, tramite l indagine visiva diretta o dei reperti fotografici che ne ho desunto, per pervenire a scriverne con l’ autorevolezza di uno spirito interpretativo capace di definirli ed intendere in ogni dettaglio..
Mohammad, a quella vista delle acque infognantesi, mi ha allora indicato a sua volta un maiale che scendeva a bagnarvisi, ricordandomi come vi si defechi e urini a piacimento.
Il discorso l’abbiamo ripreso presso il chiosco che si affaccia sulla riva opposta del talab, dove abbiamo protratto i nostri discorsi tra coca cola, patatine e kurkuré
Gli stavo dicendo che lo stesso hotel che guarda sul talab, nelle immediate vicinanze, conviveva nella sua gestione immacolata con lo squallore rivoltante dell’immondezzaio adiacente, una discarica nel cui liquame lurido i rifiuti che vi finiscono sono il mondo di vita quotidiano di maiali e galline che vi scorrazzano e dei bambini che vi escrementano, ad ogni ora del giorno, nell indifferenza del traffico di scorrimento, e chiosavo la mia ripulsa rilevando come l hotel fosse di proprietà del politico locale del Bjp il cui volto compariva in un manifesto appeso alle lamiere di quel chiosco, quando lui mi ha invitato a leggere il motto che vi campeggiava in hindi ed in inglese, sotto le immagini di Narendra Modi per un verso e di Vivekananda ed altri illustri ascendenti sull’altro, cui non avevo fatto fino ad allora minimamente caso: ” Making India clean” come recitava in caratteri guizzanti.
“ A cominciare da quanto sta ad un passo dalla tua porta di casa, lercio dei rifiuti dei tuoi ospiti” mi viene l idea di replicargli in facebook, “una volta fotografato il luridume fognario a cielo aperto che coesiste con la bella vista che la stessa pensione offre sui templi, dal lato opposto, e abbinatolo al suo poster che in Khajuraho vedi dappertutto”, ma mi invitava alla cautela quanto era appena accaduto il giorno avanti, dopo che mi ero aperto in piena confidenza con la giovane coppia di un giornalista di una radio emittente e di un’anestesista, originari di Firenze, poco prima della quale avevo appena finito di pranzare nel tavolo accanto del Madras cafè, in cui era presente ed assisteva ai nostri discorsi il solo vecchio proprietario. Mi ero in particolare lasciato andare su quanto fosse il caso di fare una generosa offerta a una scuola del villaggio vecchio di Khajuraho che sguinzaglia anche i suoi bambini per accalappiare turisti e ricevere le offerte che hanno fatto subentrare finanche il marmo alle sue classi sul tetto di una volta, d’intesa con i lapkas più svezzati che si spartiscono il 50% dei soldi che le procacciano
Mi ero poi offerto di illustrare loro i templi orientali che restavano a loro ancora da vedere, prima della partenza, avviandomi con loro in bicicletta nella loro direzione, e sulla piattaforma del tempio Javari ero già tutto intento a spiegare loro come la sommità del pinnacolo significasse l’uno inesteso da cui emana il mondo manifesto , così come ne discende la curvatura del sikkara, ed in conformità con il dispiegarsi del tempio nelle proiezioni delle edicole che lo replicano in miniatura, etcetera etcetera, quando come il tenore del cavaliere della Rosa nel più bello della sua aria così difficile e bella, sono stato interrotto da una successione di telefonate in successione una più iraconda dell altra di Kailash, che .mi chiedeva per quale follia mi fosse venuto in mente di screditare le scuole di un bramino della vecchia Khajuraho, che avrebbe saputo come rivalersi su di noi.
I miei cari giovani ospiti, che tutto sentivano ed a tutto assistevano, non avevano avuto il tempo di esclamare “ Ma questa è una mafia…”, strabiliati della velocità del corto circuito informativo che si era prodotto nel giro di solo qualche decina di minuti, quando credevamo di avere parlato appartati, senza che nessuno potesse stare a sentire o a seguire i nostri discorsi tutti in italiano- non fosse stato per un mio accenno alla natura di business school delle scuole private di Khajuraho, che non si riferiva certo ai contenuti professionali del loro insegnamento, o per il mio atto eloquente di mettere immaginarie offerte in denaro nel solo immaginario taschino di un immaginario destinatario affarista, e senza preoccuparci che anche il solo gestore potesse starci a sentire o a riferire alcunché a qualcuno, quando alla mia attività interpretativa delle simbolicità del tempio hindu, che mi avviavo a riprendere, ci si metteva di traverso lo stesso vigilante, quasi che stessi facendo per lucro la guida abusiva, e sopraggiungeva trafelato dalla scalinata lo stesso direttore della scuola in questione, incattivito dal timore di perdere l’offerta che i due turisti gli avevano promesso il giorno avanti, dopo che gli osservatori che aveva sguinzagliato al loro seguito, nell’ imminenza di li a due ore della nostra partenza, gli avevano riferito le loro mosse, ed altro era stato addotto dal testimone interno dei nostri colloqui.
“ Non temere, daremo comunque un offerta, per non cacciarti nei guai…” era stata la premura manifestatami dai due giovani, prima che le nostre strade si dipartissero.
In stanza la sera seguente mi sarei ritrovato finalmente insieme con un calmo Kailash, non solo a riordinare ancora una volta la vanità di piani e progetti, a riproporci viaggi e chimere, ma a parlare delle case vernacolari locali, alla luce della conoscenza positiva che ne avevo acquisito, documentandomene in Delhi presso l Intach, l’organizzazione non governativa volta alla tutela del patrimonio storico artistico e paesaggistico dell’India.
“ E’ lo stesso talab dove la moglie del mio amico lava i nostri panni” riscorrendo l immagine del Prem Sagar avevo detto allora invece con la soddisfazione gioiosa di chi si riconosce di casa in un sito che cadeva nel cono di gloria di una rinomanza singolare, nel ripercorrere il fascicolo agli atti che documentava un progetto di risanamento intentato nei riguardi del bacino lacuale, per l’attenzione della giovane che me lo aveva approntato e che tanto generosamente e prontamente mi assisteva.
Insieme con Kailash tornavo così a parlare del chabutra, ch’è insieme la piattaforma intorno agli alberi sacri ed il ripiano che precede la soglia di casa, volto a propiziare cerimonie e incontri sociali e personali, come già ne avevo parlato con Mohammad, lungo il nostro magico viaggio in bicicletta diretti a Chitrai, tra il verde smagliante dei coltivi di colza , al profilarsi incantevole di casolari e chiome frondose e cime montane, chiedendo a Kailash se potesse accedere sullo stesso chabutra insieme ai dalit nel suo villaggio, fosse quello di casa propria o della loro.
Mi chiariva la natura di mezzanino del machiyara, in legno di mahua, o di log, come l’aangan fosse il nome di un cortile quale quello della nostra stessa casa,
ma quanto al dislocarsi nei suoi canti di Chula e Ghinochi, del forno di cottura della cucina, e dell’area di lavaggio, mi invitava a fare ritorno alla sua casa nel villaggio., dove avrei trovato anche l’angolo di cui in quei documenti non si parlava del nartha, la sbreccatura che volge a una piccola fossa che raccoglie l’urina che vi si rilascia.
Quanti giorni sono già trascorsi di questa mia ulteriore permanenza in india, venivo intanto pensando, mentre mi discorreva con fervore,- certo, acquietatici, senza che siano insorti tra noi “ drama” e tensioni, ma pur in assenza di una convivenza profonda di momenti vissuti insieme, se non nelle circostanze in cui ci riunivano i visitatori che abbiamo assistito, mister Dipak, Marinella, Alberta, Katerina from Moscow, assaporando solo la soddisfazione della comunanza di intenti, di una buona vita nel comune impegno per i nostri bambini, io al computer e lui in tuk tuk, per esiguo che ne fosse l’esito.
E distolto nelle mie peregrinazioni artistiche tra i libri ed il computer, dai miei intenti di “ ricostruire le fondamenta di epoche lontane”, per “farmi chiamare riparatore di brecce”, disperando che l’approfondimento delle conoscenze che esige ogni mio ulteriore mettermi in viaggio me li renda sempre più improponibili, di come i mesi che sono trascorsi in India siano già di nuovo più di quattro senza che sia riuscito ad avventurarmi che in Delhi, od oltre Kalinjar, o Tigawa, mi ha dilacerato la disperazione antitetica che tale struggimento che angustia il mio persistere in Khajuraho, me l abbia resa invisa e vi abbia reinscenato la mia tragedia reale, la mia autentica disgrazia mentale, ossia di vivervi , in prossimità di Kallu, tra i cari Poorti ed Ajay ed il mio adorato Chandu, godendo delle cure di Vimala e della più devota amicizia dell’amato Mohammad, forse il momento migliore della mia vita senza gran che felicitarmene, di esservi nel mio paradiso e ritrovarmici in un inferno in terra , nei miei assilli ad emergere ad un destino di fama e ricchezza assicurati, secondo le meravigliose parole in cui ha ritrovato in me vita Oren Miller, blogger, morto sabato 28 febbraio della stessa malattia che temevo e dubito ancora di covare nei miei polmoni, adempiendo il sacrificio di lode del limite accolto di ogni pienezza di vita.
“ Papà, perché mi hai trovato un Baba così grasso e non uno ch’è magro?” le parole di Chandu che ieri sera hanno divertito me e Kailash fino alle lacrime, quando ci siamo ritrovati insieme in stanza, dopo avere rinunciato a recarci in autovettura al Jarai Math di Barva Sagar ed alla fortezza di Garhkundhar, per il mio timore di incidenti per strada che potessero stroncare la vita dei nostri bambini più piccoli.“ Mi impegno Chandu a trovartene al mercato uno più magro, poi stai certo che vado subito via” gli ho detto nel lasciarlo per ritirarmi in stanza, la stanza dove mi intimato anche stamattina di fare rientro, “ room!” , ordinandomelo per gioco, quando mi sono effuso nei suoi riguardi nel mio amore che non so tacergli, la cui tracimazione mi preclude che il piccolino possa accogliermi come suo educatore. . Schermaglie per dirmi quanto è felice ogni volta di ritrovarmi nella sua vita, come quando accenna a nascondersi per essere scovato sotto le scoperte, allorchè di primo mattino mi affaccio in stanza, o quando mi avanza perentorio le sue richieste di dasko, onehundred, one hundredtirthy two rupeses, mostrandomi che se non si possono infilare le banconote nella fessura del salvadanaio a forma di casetta, per la quale non passano che le 8 rupie in monetine che ho nel borsellino, possono benissimo entrarci per la porta d’uscita del suo gullà.
mercoledì 11 febbraio 2015
Mohammad e gli avatars di Vishnu
Mohammad e gli avatars di Vishnu
“Dio dev’essere davvero un Dio cattivo, “ a very bad God”, ha soggiunto Mohammad, dopo avermi detto quanto si fosse rattristato la notte prima, per avere visto piangere suo padre per la disperazione della propria miseria.
Banchi, bancherelle, e spacci all’aperto, erano stati rimossi due settimane prima nell’area che fronteggia il museo archeologico presso il Madras cafe, e suo padre aveva dovuto levare il tavolaccio del suo the shop, con la panca e le sedie adiacenti, per ripristinarlo solo alcuni giorni fa all' ingresso del negozio di noleggio delle biciclette di un parente.
Prima guadagnava 180, 200 rupie al giorno, ora se va bene ne racimola poco più di 80. I turisti di passaggio sono sempre di meno e non vedono più ciò che il padre ha imbandito di nuovo in una sistemazione di ripiego.
A dire il vero, gli avevo detto i giorni avanti, se andavano rimosse tutte le baracche e i baraccamenti del sito, erano da abbattere gli stessi negoziucoli e il ristorante di tralicci metallici, rivestiti di sole tettoie di lamiere , che il raja locale aveva consentito che attecchissero intorno al monumento funerario dell’antenato Pratap Singh, in cui permane insediata una scuola i cui soli banchi presenti sono il lascito di una donazione., dopo avere fatto evacuare e ridotto ad un cimelio, dell’archeo-turismo, il bel raja-market che sorgeva a ridosso della sua palazzina, per evitare che gli recasse ogni sorta di disturbo. Non è che le 200 rupie che perveniva a raggranellare suo padre fossero chissà quale guadagno di cui avere rimpianti.. Ma ora, si affliggeva il ragazzo, pagare la retta della scuola di mia sorella, la luce, come restava possibile?
Con la meravigliosa animazione allegra che è la scia del suo incantevole aspetto, egli era sopraggiunto alla lezione che tenevo ad Ajay quando erano già passate le otto di sera, ed io già mi ero rassegnato alla sua assenza ulteriore, egli giustificandosi del suo ritardo perché un sandalo al piede si era rotto, come poteva mostrarmi, nel tentativo vano di ripararlo.
Non mi restava che dargli 100 rupie perchè se ne comperasse di nuovi, al costo più basso, senza che Ajay mancasse di ricordarmi che da tempo egli stesso necessita di nuovi sandali, come la sorella Poorti.
Mohammad rientrava con due orribili calzature verdastre e venti rupie di resto, che gli riconsegnavo perché ne comperasse di più decenti.
La sua partecipazione alla lezione, rinfrancatosi egli d’umore, si sarebbe poi rivelata tutta un’ impertinenza sugli dei hindu e le debolezze che ne rivelavano gli avatars di Vishnu , che quanto Ajay egli era pur voglioso che riprendessimo a leggere, terminata la lezione di italiano.
La sua visione islamica di un Dio sovrano assoluto onnipotentissimo, che lo aveva indotto ad una blasfemia d’esordio secondo la sua religione, degna della stessa decapitazione per qualche suo correligionario malmostoso, trovava risibile che gli dei potessero temere i demoni asura, che addirittura dalla loro opposizione fossero infiacchiti sino a temere la propria evanescenza, che nel suo essere ne fosse scemato il loro stesso re Indra, agli inizi delle vicende del secondo avatar di Vishnu che eravamo passati a leggere, quello di Kurma, la tartaruga, e della celeberrima frullatura dell’oceano di Latte, un mito che a Mohammad era ben noto per averlo visto sceneggiato o rappresentato in disegni animati alla televisione. E che dire, poi, quanto poi agli dei gelosi l uno del potere dell’altro, che se ne indispettivano fino a contrastarsi a vicenda, come nell’episodio del culto del monte Govardhana propiziatoinstillato dal dio Krishna, che aveva inteso così dissuadere i villici di quelle contrade dall'onorare ancora per paura il dio Indra, scatenando per reazione tutta l'ira pluviale di costui…
“ Mohammad, my dear, sembra che i fatti degli hindu gods siano per te solo dei cartoons”
" Io li rispetto, invece", mi ha risposto sorridendone, per poi, all uscita dall'ufficio, che io ed i due ragazzi avevamo differito quanto più a lungo ci fosse possibile, simulare, su mia provocazione di reggere la saracinesca sulla punta del dito mignolo, come il dio Krishna il monte Govardhana, per metterne al riparo dal diluviare di indra i propri ardimentosi seguaci .
“ Vedi, quanto più una storia di dei può sembrarmi un cartoon, gli ho detto mentre riprendevamo le nostre biciclette, tanto più mi va di studiarla più a fondo per coglierne un senso.”
Come ho fatto stamane, nel corpus del Matsya Purana degli Hindu myths, secondo il commento di Wendy Doniger, di cui ieri avevo acquisito l e-bok, il mito dell’incarnazione di Vishnu nel piccolissimo pesce che chiede a Manu di metterlo in salvo ponendolo in un recipiente più vasto quanto più cresce a dismisura, sino a che il solo Oceano può esserne capiente. Un mito che ci insegna solo come solo portando a salvezza le essenze e i semi di ogni creatura vivente, ( siano quelle animali nate da essudazione di coiti, uova, acqua, o mutino la loro pelle di rettili), serbandoli dentro l’Arca guidata dal corno del pesce nel diluvio della dissoluzione del mondo, Manu potrà portare esso stesso a salvezza.
Nel pesciolino più piccolo, e indifeso, riconoscendo e rinvenendo l'Onnipervadente nel suo infinito espandersi
Banchi, bancherelle, e spacci all’aperto, erano stati rimossi due settimane prima nell’area che fronteggia il museo archeologico presso il Madras cafe, e suo padre aveva dovuto levare il tavolaccio del suo the shop, con la panca e le sedie adiacenti, per ripristinarlo solo alcuni giorni fa all' ingresso del negozio di noleggio delle biciclette di un parente.
Prima guadagnava 180, 200 rupie al giorno, ora se va bene ne racimola poco più di 80. I turisti di passaggio sono sempre di meno e non vedono più ciò che il padre ha imbandito di nuovo in una sistemazione di ripiego.
A dire il vero, gli avevo detto i giorni avanti, se andavano rimosse tutte le baracche e i baraccamenti del sito, erano da abbattere gli stessi negoziucoli e il ristorante di tralicci metallici, rivestiti di sole tettoie di lamiere , che il raja locale aveva consentito che attecchissero intorno al monumento funerario dell’antenato Pratap Singh, in cui permane insediata una scuola i cui soli banchi presenti sono il lascito di una donazione., dopo avere fatto evacuare e ridotto ad un cimelio, dell’archeo-turismo, il bel raja-market che sorgeva a ridosso della sua palazzina, per evitare che gli recasse ogni sorta di disturbo. Non è che le 200 rupie che perveniva a raggranellare suo padre fossero chissà quale guadagno di cui avere rimpianti.. Ma ora, si affliggeva il ragazzo, pagare la retta della scuola di mia sorella, la luce, come restava possibile?
Con la meravigliosa animazione allegra che è la scia del suo incantevole aspetto, egli era sopraggiunto alla lezione che tenevo ad Ajay quando erano già passate le otto di sera, ed io già mi ero rassegnato alla sua assenza ulteriore, egli giustificandosi del suo ritardo perché un sandalo al piede si era rotto, come poteva mostrarmi, nel tentativo vano di ripararlo.
Non mi restava che dargli 100 rupie perchè se ne comperasse di nuovi, al costo più basso, senza che Ajay mancasse di ricordarmi che da tempo egli stesso necessita di nuovi sandali, come la sorella Poorti.
Mohammad rientrava con due orribili calzature verdastre e venti rupie di resto, che gli riconsegnavo perché ne comperasse di più decenti.
La sua partecipazione alla lezione, rinfrancatosi egli d’umore, si sarebbe poi rivelata tutta un’ impertinenza sugli dei hindu e le debolezze che ne rivelavano gli avatars di Vishnu , che quanto Ajay egli era pur voglioso che riprendessimo a leggere, terminata la lezione di italiano.
La sua visione islamica di un Dio sovrano assoluto onnipotentissimo, che lo aveva indotto ad una blasfemia d’esordio secondo la sua religione, degna della stessa decapitazione per qualche suo correligionario malmostoso, trovava risibile che gli dei potessero temere i demoni asura, che addirittura dalla loro opposizione fossero infiacchiti sino a temere la propria evanescenza, che nel suo essere ne fosse scemato il loro stesso re Indra, agli inizi delle vicende del secondo avatar di Vishnu che eravamo passati a leggere, quello di Kurma, la tartaruga, e della celeberrima frullatura dell’oceano di Latte, un mito che a Mohammad era ben noto per averlo visto sceneggiato o rappresentato in disegni animati alla televisione. E che dire, poi, quanto poi agli dei gelosi l uno del potere dell’altro, che se ne indispettivano fino a contrastarsi a vicenda, come nell’episodio del culto del monte Govardhana propiziato
“ Mohammad, my dear, sembra che i fatti degli hindu gods siano per te solo dei cartoons”
" Io li rispetto, invece", mi ha risposto sorridendone, per poi, all uscita dall'ufficio, che io ed i due ragazzi avevamo differito quanto più a lungo ci fosse possibile, simulare, su mia provocazione di reggere la saracinesca sulla punta del dito mignolo, come il dio Krishna il monte Govardhana, per metterne al riparo dal diluviare di indra i propri ardimentosi seguaci .
“ Vedi, quanto più una storia di dei può sembrarmi un cartoon, gli ho detto mentre riprendevamo le nostre biciclette, tanto più mi va di studiarla più a fondo per coglierne un senso.”
Come ho fatto stamane, nel corpus del Matsya Purana degli Hindu myths, secondo il commento di Wendy Doniger, di cui ieri avevo acquisito l e-bok, il mito dell’incarnazione di Vishnu nel piccolissimo pesce che chiede a Manu di metterlo in salvo ponendolo in un recipiente più vasto quanto più cresce a dismisura, sino a che il solo Oceano può esserne capiente. Un mito che ci insegna solo come solo portando a salvezza le essenze e i semi di ogni creatura vivente, ( siano quelle animali nate da essudazione di coiti, uova, acqua, o mutino la loro pelle di rettili), serbandoli dentro l’Arca guidata dal corno del pesce nel diluvio della dissoluzione del mondo, Manu potrà portare esso stesso a salvezza.
Nel pesciolino più piccolo, e indifeso, riconoscendo e rinvenendo l'Onnipervadente nel suo infinito espandersi
venerdì 16 gennaio 2015
di che essere contenti
Oltre il talab procedeva oramai irraggiungibile
l’autorickshaw di Kailash con Porti e Chandu che si erano avviati in ritardo
alla scuola, per la renitenza di Chandu a riprenderne le attività dopo l
ulteriore vacanza di ieri, e nel grigiore mattutino sentivo straziarsi la mia
felicità, per non essere stato tempestivo nel vestirmi e salire con loro, esservi parte della gioia di vivere un nuovo
giorno di vita di Chandu, di goderne
lo splendore inesausto, mentre la mia, senza la sua incantevole luce, come
la nebbia di questi giorni viene oramai evaporando in un tiepido sole, e una
volta lasciati i bambini, condividere
con Kailash piani e bilanci e problemi prima della mia partenza per Delhi.
Possibile gli dicevo raggiungendolo in bicicletta mentre era
di ritorno, che debba inseguirti per
parlarti di come provvedere ora ai
pagamenti degli affitti e della fattura della luce? Per concordare quando recarci dal principal della scuola per sapere quanto
non abbiamo pagato e ci resti da pagare della retta di Poorti ed Ajay? E che
dire delle sedie e del mobilio del nostro negozio di barbiere che resta esposto
alla nebbia sul terrazzo senza alcun
riparo protettivo? E i documenti che quando ero ancora in Italia un vakil ti
aveva assicurato, che ti servono per un passaporto o per l’acquisto di beni
immobili? E quanto si era concordato per una lavatrice che alleviasse le
fatiche di Vimala?
Per giunta, da quanto mi confidava, dovevo dispiacermi anche
che non mi avesse detto niente dei
contatti intrapresi, oltre che con un
suo compagno di casta per l acquisto di un campo, con chi avrebbe potuto ben
insediarsi come barbiere in un nuovo negozio , non fosse che va a suonare il
drama nelle cerimonie nuziali notturne, e quando ciò accadesse il mattino
seguente non si farebbe trovare in negozio.
Ma se era così, non era perché oramai Kailash ora è tutto
preso dal suo lavoro, cui per anni ho dovuto faticare ad avviarlo? Così confortandomene
con lui, avvertivo io per primo quanto ulteriori piani e progetti, e nuove
imprese, l’acquisto di un campo, l impiantarvi un frutteto, o l’esercizio di
attività di commercializzazione di
manufatti artigianali, con i costi, gli spostamenti di casa e di scuola che
potevano richiedere, venissero innanzitutto perturbando gli equilibri e la serenità che abbiamo finora conseguito, con l’ acquietamento
riguardoso e la confidenza domestica raggiunta tra Kailash e Vimala, la mia
intesa sostanziale con loro, la crescita lieta dei nostri bambini, pur se
quanto remissivamentee sofferta in ajay,
le mia attività di ricerca e di studio ed i miei itinerari in corso, per cui già mi manca il tempo sufficiente,
pur se erano motivati dall insufficienza di tutto quanto si è
concluso ed instaurato per assicurare il
futuro dei nostri bambini, mentre per K.erano tutte ipotesi che tornava a prendere in considerazione come se
fossero iniziative di mio esclusivo interesse e riguardo,
Meglio nel pensarci darci tempo, pur nel predisporre via via ogni cosa, perché tutto si adempia quando lo consenta il
nostro unanime crescere ancora , senza impegnarci o chiedere l uno all altro
oltre le nostre forze e i nostri limiti, avendo occhi per quanto intanto accade
e succede di dolente,- Poorti che per gli eccessivi riguardi di papà con una
lady non muove mai un dito, Ajay che a tutto soccombe in sua vece, -assaporando
ogni cosa bella finora compiuta, nel lascito che ne è rimasto tra noi, tra gli
abitanti di khajuraho che assistono a tanta fedele tenacia perseverante, ai visitatori, spagnoli,
francesi, italiani, israeliani, che a
noi hanno fatto ricorso e da noi sono stati accolti. Erano due domeniche or
sono, quando ho accolto sul sagrato della chiesa una delle due sorelle cilene
che Kailash aveva accompagnato alla messa, porgendole la Bibbia e la trascrizione dei pasi del legionario di
quel giorno, secondo il rito syro malabarita che vi si professava.
Ed è oramai un mese che ci ha lasciato Mister Dipak, di kolkata e ora cittadino
americano, con i suoi ringraziamenti di
tutto quello che abbiamo fatto io e kailash perché nonostante la nebbia e la
pioggia , una prenotazione mancata, al suo viaggio non venisse meno ogni meta
prestabilita
Dear Kailash/Odorico:
Thanks for your help in completing my Khajuraho/Panna/Orchha Tour successfully. Your arrangements and thoughtfulness were commendable.
Thanks for your help in completing my Khajuraho/Panna/Orchha Tour successfully. Your arrangements and thoughtfulness were commendable.
Tra poco Jaime ed
Alicia che furono nella nostra casa , nel Sud dell India, riceveranno con la
mia e-.mail la fotografia per scattare la quale, - insieme con loro, . can I
you send a e-mail without picture? Mi sono giustificato- li ho raggiunti in
bicicletta nella stazione ferroviaria sei chilometri distante, dopo averli
cercato invano nel villaggio della vecchia Khajuraho, nel hotel che avevano
lasciato anzitempo
E finalmente avrà termine la mia inerzia, che mi ha finora
impedito finora di rispondere a l caro
Haroun Atila, con Pablo felice ospite nella nostra casa dei festeggiamenti del
mio compleanno.
giovedì 15 gennaio 2015
intolleranze sicuritarie
Intolleranze sicuritarie (riscrittura con ampliamenti)
15 gennaio 2015
Stamane, sul far di un giorno ancora nebbioso, come mi sono fatto sull’uscio della mia fredda camera Chandu mi è apparso sgambettare festoso vestito solo d’aria nel gelido cortile, correndo verso Vimala che l’attendeva per un rapido bagno nella catinella di plastica. Come mi sono poi rannicchiato accanto alla coperta in cui si era rinvoltolato presso papà Kailash, ho chiesto al mio amico come mai l’avesse lasciato avventurarsi all’aperto del tutto nudo, ed egli mi ha ricordato, se me lo fossi già scordato dal giorno prima, che era il burki del bimbo perché oggi è Makar samkranti, il giorno che segna la transizione del sole nel segno zodiacale di Makarha Rash, l’equivalente del nostro Capricorno, e dunque, trattandosi al freddo e al gelo di una spogliazione religiosa del piccolo, non c’era di che temere per la sua salute. Poco dopo è apparsa sulla soglia Porti rivestita solo di un asciugamano, dopo che aveva fatto anch’essa il suo bravo burki, nella casa degli zii dove era rimasta a pernottare. Invece ieri sera , mentre stavo per uscire per la mia lezione in ufficio di italiano,nel cortile di casa Chandu mi è apparso alle prese con il fuoco, che avvivava nello scaldino in cui su dei listelli di legno aveva riposto dei fogli di giornale, da cui le fiamme si stavano levando dopo che aveva appiccato l incendio con i fiammiferi che gli erano stati vietati. Il bambino era meraviglioso nel suo volto incantato dal divampare della fiamma, su cui poneva le mani, le accostava, le riuniva veloce ove svettava più alta, consapevole che al moto d’aria delle sue mani si sarebbe ribassata prima di risollevarsi di nuovo, nella sua fascinazione permanendo egli insensibile a ogni mio richiamo o monito. So quanto il fuoco lo esalti, come di Dipavali egli splendesse di gioia roteando girandole, tra le faville sprizzanti nel buio della sera che stava facendosi notte, ma sono oramai settimane che la mia angoscia mi detta di intimare a Kailash di imporsi una buona volta a Poorti ed Ajay, perché smettano di accendere da soli dei fuochi, nella disattenzione della madre e del fratello più grande, da che li ho visti appiccarli non all’aperto ma in stanza, dentro lo scaldino, sollevando fumagioni soffocanti. Ne sono rimasto sconvolto, l’altro sabato, quando al rientro a casa di sera , ho visto il braciere ardere e divampare nella stanza della televisione senza nessuno intorno, mentre Poorti e Chandu giocavano a nascondino sotto le coperte da cui pervenivano le loro risa, il fumo si spandeva acre nel cortile, e nella cucina accanto Vimala ed Ajay erano intenti ai fornelli come se niente stesse accadendo.
La mia reazione collerica mi ha indotto per la prima volta dal mio ritorno in India a riferirmi a Sumit, gridando a Vimala che non poteva intendere e rideva della situazione, che della morte già di un nostro bambino non ho finito di certo di soffrire.
Il giorno seguente mi ha colto in chiesa un nuovo ictus mentale.
Eppure non è che le mie ansie od ossessioni sicuritarie non le tenga sottotono, talmente ricorrono le situazioni contrarianti e sconcertanti, Vimala che distende sul piano di calpestio della cucina le foglie di coriandolo che diventeranno la salsa fredda che avrà macinato, Ajay che sta senza lavarsi per settimane ed è al contempo l'aiutante in cucina di mamma e papà, suscitando il ribrezzo della sorellina Poorti che si rifiuta di portare alla bocca ciò che Ajay ha toccato o manipolato, Kallu che in tutta sincerità mi risponde che ha smesso di filtrare l’acqua che dà da bere ai bambini, ora che non è più estate e che fa freddo, i piccoli che appena la stagione consente vanno scalzi tra ogni sorta di rifiuti ed escremento, e raccolgono per terra solo ciò che portano alla bocca, per il freddo usando i guanti ad ogni evenienza, nell' impossibilità che si cibino di frutta, perché se è guava causa il raffreddore, se sono arance provocano la tosse, tenga io pure per me i miei agrumi in stanza, e non contravvenga dei genitori e del vicinato la sicumera ayurvedica, che ha dalla sua la sola ragione che la frutta, nell’agreste Madhya Pradesh, è solo d’importazione e costa così tanto...
Che il cielo intanto seguiti a mandarcela buona, anche per i miei insufficienti riguardi nel non camminare con le mie calzature sul piano di calpestio in cui i miei cari cucinano e mangiano, non fosse per la nuova pustoletta insorta ad un piede di Kailash, per il suo terrore di ogni iniezione risolutiva.
La mia reazione collerica mi ha indotto per la prima volta dal mio ritorno in India a riferirmi a Sumit, gridando a Vimala che non poteva intendere e rideva della situazione, che della morte già di un nostro bambino non ho finito di certo di soffrire.
Il giorno seguente mi ha colto in chiesa un nuovo ictus mentale.
Eppure non è che le mie ansie od ossessioni sicuritarie non le tenga sottotono, talmente ricorrono le situazioni contrarianti e sconcertanti, Vimala che distende sul piano di calpestio della cucina le foglie di coriandolo che diventeranno la salsa fredda che avrà macinato, Ajay che sta senza lavarsi per settimane ed è al contempo l'aiutante in cucina di mamma e papà, suscitando il ribrezzo della sorellina Poorti che si rifiuta di portare alla bocca ciò che Ajay ha toccato o manipolato, Kallu che in tutta sincerità mi risponde che ha smesso di filtrare l’acqua che dà da bere ai bambini, ora che non è più estate e che fa freddo, i piccoli che appena la stagione consente vanno scalzi tra ogni sorta di rifiuti ed escremento, e raccolgono per terra solo ciò che portano alla bocca, per il freddo usando i guanti ad ogni evenienza, nell' impossibilità che si cibino di frutta, perché se è guava causa il raffreddore, se sono arance provocano la tosse, tenga io pure per me i miei agrumi in stanza, e non contravvenga dei genitori e del vicinato la sicumera ayurvedica, che ha dalla sua la sola ragione che la frutta, nell’agreste Madhya Pradesh, è solo d’importazione e costa così tanto...
Che il cielo intanto seguiti a mandarcela buona, anche per i miei insufficienti riguardi nel non camminare con le mie calzature sul piano di calpestio in cui i miei cari cucinano e mangiano, non fosse per la nuova pustoletta insorta ad un piede di Kailash, per il suo terrore di ogni iniezione risolutiva.
Prima versione
Stamane, sul far di un giorno ancora nebbioso, come mi sono fatto sull’uscio della mia fredda camera Chandu mi è apparso sgambettare festoso vestito solo d’aria nel gelido cortile, correndo verso Vimala che l’attendeva per un rapido bagno nella catinella di plastica. Come mi sono poi rannicchiato accanto alla coperta in cui si era rinvoltolato presso papà Kailash, ho chiesto al mio amico come mai l’avesse lasciato avventurarsi all’aperto del tutto nudo, ed egli mi ha ricordato, me lo fossi già scordato dal giorno prima, che era il burki del bimbo perché oggi è Makar samkranti, il giorno che segna la transizione del sole nel segno zodiacale di Makarha Rash, l’equivalente del nostro Capricorno, e dunque, trattandosi al freddo e al gelo di una spogliazione religiosa del piccolo, non c’era di che temere per la sua salute. Poco dopo è apparsa sulla soglia Porti rivestita solo di un asciugamano, dopo che aveva fatto anch’essa il suo bravo burki, nella casa degli zii dove era rimasta a pernottare. Ieri sera , mentre stavo per uscire per la mia lezione in ufficio di italiano,nel cortile di casa Chandu mi è apparso invece alle prese con il fuoco, che stava avvivando nello scaldino in cui su dei listelli di legno aveva riposto dei fogli di giornale, da cui le fiamme si stavano levando dopo che aveva appiccato l incendio con i fiammiferi che gli erano stati vietati. Il bambino era meraviglioso nel suo volto incantato dal divampare della fiamma, su cui poneva le mani, le accostava, le riuniva veloce ove svettava più alta consapevole che al moto d’aria delle sue mani si sarebbe ribassata prima di risollevarsi di nuovo, insensibile a ogni mio richiamo o monito. So quanto il fuoco lo esalti, come di Dipavali splendesse di gioia roteando girandole, tra le faville sprizzanti, ma sono oramai settimane che la mia angoscia mi detta di intimare a Kailash di imporsi una buona volta a Poorti ed Ajay, perché smettano di accendere da soli dei fuochi, nella disattenzione della madre e del fratello più grande, da che li ho visti appiccarli non all’aperto ma in stanza, dentro lo scaldino, sollevando fumagioni soffocanti. Ne sono rimasto sconvolto, l’altro sabato, quando al rientro a casa di sera , ho visto il braciere ardere e divampare nella stanza della televisione senza nessuno intorno, mentre Poorti e Chandu giocavano a nascondino sotto le coperte da cui pervenivano le loro risa, il fumo si spandeva acre nel cortile, e nella cucina accanto Vimala ed Ajay erano intenti ai fornelli come niente stesse accadendo.
La mia reazione collerica mi ha indotto per la prima volta dal mio ritorno in Idia a riferirmi a Sumit, gridando a Vimala che non poteva intendere e rideva della situazione, che della morte già di un nostro bambino non ho finito di certo di soffrire.
Il giorno seguente mi ha colto in chiesa un nuovo ictus mentale.
Eppure non è che le mie ansie od ossessioni sicuritarie non le tenga sottotono, talmente ricorrono le situazioni contrarianti e sconcertanti, Vimala che distende sul piano di calpestio della cucina le foglie di coriandolo che diventeranno la salsa fredda che avrà macinato, Kallu che in tutta sincerità mi risponde che ha smesso di filtrare l’acqua che dà da bere ai bambini, ora che non è più estate e che fa freddo, l impossibilità che i piccoli si cibinodi frutta, perché se è guava causa il raffreddore, se sono arance provocano la tosse, tenga pure per me i miei agrumi in stanza, e non ne contravvenga la sicumera ayurvedica, che ha dalla sua la sola ragione che la frutta, nell’agreste Madhya Pradesh follemente è solo d’importazione e costa così tanto...
Che il cielo intanto seguiti a mandarcela buona, non fosse per la nuova pustoletta insorta ad un piede di Kailash, per il suo terrore di ogni iniezione risolutiva.
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