quanto alla bellissima mostra che grazie soprattutto ad Augusto Morari fino al 6 gennaio del 2020 nel Museo Diocesano consente di ammirare l’opera pittorica e i disegni del più grande pittore nativo di Mantova, Giuseppe Bazzani, a 250 anni dalla sua morte, qui vorrei dire che cosa ritrovo di grande nei dipinti e nei disegni che vi sono esposti , onde sollecitare ad andare a vederla, chi mi legga. Mi terrò dunque alla larga dalle diatribe su ascendenze e influenze delle opere di Bazzani, e sulle periodizzazioni controverse inflazionate dal poco o nulla che si sa sulla sua vita, per cercare invece di far luce su come un pittore marginale quanto poteva essere ai suoi tempi la stessa città di Mantova dopo la caduta dei Gonzaga e la sua relegazione alla periferia estrema dell’impero austriaco, sia riuscito a convertire il suo isolamento nella più intima e libera adesione della sua arte al suo sentire interiore, sino a diventare un artista assolutamente universale , almeno il primo nostro pittore di vaglia europea Difficilmente sulle sue tele si schiarisce l’ imprimitura cupa, di fondo, del suo senso della vita come trepidante sofferenza senza quiete, di cui la fede cristiana sembra addensare più che fugare le angosce più profonde, innanzitutto quanto alla realtà ineludibile della nostra morte terrena Così i suoi fondali, abbandonati i trascorsi giovanili di scene e tele di palazzo allegoriche e magniloquenti, e con essi l’ostentazione della sua assoluta pienezza di mezzi formali e compositivi, tendono a farsi un mero contrasto di chiaroscuri agitati, da cui al più emergono solo colonne come quinte storiche, fronde squassate da turbini. Da tali meri paesaggi dell’anima le figure devozionali e dei personaggi biblici o dell’ antichità pagana sono evocate ora come le comparse di larve appena individuabili, ora in una corposità di protagonisti raramente soffusa e morbida, dal tormentato profilo tortuoso continuamente frangentesi, nei panneggi di inquieti balenii zigzaganti, e questo perché sia la luce , in una spiritualizzazione geniale del suo ravvivare il colore, a disvelarvi i nodi sentimentali e drammatici che avvincono le figure , illuminando il protendersi e il ritrarsi o l’abbandono dei corpi, l inclinazione espressiva delle teste nella loro gola, siano rappresentate scene della Sacra Famiglia allargata, la Vergine e il Cristo compianto, i santi in adorazione ed estasi. E la luce si addensa abrasiva, corrodente sino all’ incandescenza, in filamenti bianchi o in grumi di colore, che contrastano con la stesura più piana delle parti ove regna l ombra. e nei tuoi guizzi la pittura di tocco raggiunge certi estri estremi, come nei pizzi dell’abate Petrozzani di Santa Barbara o nel velo della figlia di Jefte. Sottostante, una semplicità compositiva di sbalorditiva bravura, nel disporre le figure in “ strutture piramidali attuate per incroci di assi obliqui” ( Chiara Tellini Perina) , lungo diagonali che non pregiudicano mai l equilibrio e la ponderazione visiva delle parti rispetto all’ asse mediano del dipinto o del disegno, Al centro assoluto di tale intensità drammatica, la cui tragicità non è più drammaturgia, come lo era ancora nei dipinti di palazzo d’ Arco, il dibattersi di luce ed ombra, di fragile grevità terrena e di esaltazione divina , l una compartecipe dell’altra, nella dolorosissima figura del Cristo, la cui rappresentazione è l’acme dell’arte del Bazzani . Egli è Gesu Bambino che sguscia in una vitalità ancora inconsapevole tra le braccia di una madre che sa del destino del figlio, e poi, già nel Battesimo, nei suoi atti miracolosi, nella sua Passione, alfine nella cena di Emmaus e al confronto ultimo in Tommaso con la debolezza umana , Egli è fondamentalmente l’incarnazione nel dolore estremo del servo sofferente di Isaia. Per Bazzani Egli è venuto nel mondo sostanzialmente per farsi portatore di tutta la sofferenza degli uomini, per patire e compatire, come nel suo sguardo volto all emorroissa, per bere fino in fondo il calice dell’angoscia dell’uomo per la propria mortalità. Nell’adorazione dell ‘ orto, soccorso Egli da un angelo, sotto la croce che lo strema, il Gesù di Bazzani ha già davvero la morte nel volto, e nulla più che le sembianze livide o sbiancanti del Cristo deposto dalla croce, con il viso disfacentesi in un grumo terreo d’ombra ,mentre la luce rivela solo già il procedere del suo decomporsi, nulla più che il disfacimento cadaverico proprio di chi alla morte avrebbe tolto il suo pungiglione, rivela l angoscia e i dubbi di fede del pittore, tanto che nel miracolo del bambino che S. Mauro resuscita disattende ogni rianimazione pittorica del piccolo, nel transito di Giuseppe protende a Cristo il proprio stesso corpo consunto. Nel suo essere vero uomo e vero Dio, nel grado più alto possibile, il Cristo di Bazzani è vero cadavere ai piedi della Croce prima ancora che vero risorto, luce di gloria proprio nelle tenebre del patimento estremo,- sicché non è un caso che Bazzani, distoltosi dalle mondanità dei palazzi per le sole committenze di chiese di città e di campagna del mantovano, non realizzi alcuna immagine pasquale del trionfo di Cristo risorto sulla morte . Con i dipinti delle Deposizioni del Museo Diocesano, del Cristo nel Getsemani sorretto dall angelo , sono un culmine, in sintonia, del Bazzani grafico che la mostra opportunamente esalta, sublimi per intensità tragica non meno che per virtù compositive e degli scorci di volti e di corpi, i disegni altissimi delle scene di via Crucis della Fondazione d’Arco, di una remissività del Cristo al dolore morale dell ‘ingiusto giudizio e a quello fisico del patimento sfinente della Croce, la cui apprensione emotiva è quanto meno straziante. Indimenticabile il solo sguardo che può rivolgere alla madre nel loro incontro lungo il calvario, per comunicarle il senso di tutta la propria Passione, di cui uando era tra le sue braccia lei poteva avere solo il presagio. E a significare l’indifferenza del mondo al suo Salvatore, ecco comparire come nelle scene di Alessandro, già in Vulcano ed Eros, o nel proprio autoritratto, lungo la stessa strada di Emmaus, la figura di un meraviglioso cane, che dal Mantegna, a Rubens, al Fetti, è insieme con il cavallo, la cui equinità ha un così grande risalto giuliesco, l'altro animale mirabile dell’arte figurativa di Mantova
giovedì 28 novembre 2019
L'arte di Giuseppe Bazzani
quanto alla bellissima mostra che grazie soprattutto ad Augusto Morari fino al 6 gennaio del 2020 nel Museo Diocesano consente di ammirare l’opera pittorica e i disegni del più grande pittore nativo di Mantova, Giuseppe Bazzani, a 250 anni dalla sua morte, qui vorrei dire che cosa ritrovo di grande nei dipinti e nei disegni che vi sono esposti , onde sollecitare ad andare a vederla, chi mi legga. Mi terrò dunque alla larga dalle diatribe su ascendenze e influenze delle opere di Bazzani, e sulle periodizzazioni controverse inflazionate dal poco o nulla che si sa sulla sua vita, per cercare invece di far luce su come un pittore marginale quanto poteva essere ai suoi tempi la stessa città di Mantova dopo la caduta dei Gonzaga e la sua relegazione alla periferia estrema dell’impero austriaco, sia riuscito a convertire il suo isolamento nella più intima e libera adesione della sua arte al suo sentire interiore, sino a diventare un artista assolutamente universale , almeno il primo nostro pittore di vaglia europea Difficilmente sulle sue tele si schiarisce l’ imprimitura cupa, di fondo, del suo senso della vita come trepidante sofferenza senza quiete, di cui la fede cristiana sembra addensare più che fugare le angosce più profonde, innanzitutto quanto alla realtà ineludibile della nostra morte terrena Così i suoi fondali, abbandonati i trascorsi giovanili di scene e tele di palazzo allegoriche e magniloquenti, e con essi l’ostentazione della sua assoluta pienezza di mezzi formali e compositivi, tendono a farsi un mero contrasto di chiaroscuri agitati, da cui al più emergono solo colonne come quinte storiche, fronde squassate da turbini. Da tali meri paesaggi dell’anima le figure devozionali e dei personaggi biblici o dell’ antichità pagana sono evocate ora come le comparse di larve appena individuabili, ora in una corposità di protagonisti raramente soffusa e morbida, dal tormentato profilo tortuoso continuamente frangentesi, nei panneggi di inquieti balenii zigzaganti, e questo perché sia la luce , in una spiritualizzazione geniale del suo ravvivare il colore, a disvelarvi i nodi sentimentali e drammatici che avvincono le figure , illuminando il protendersi e il ritrarsi o l’abbandono dei corpi, l inclinazione espressiva delle teste nella loro gola, siano rappresentate scene della Sacra Famiglia allargata, la Vergine e il Cristo compianto, i santi in adorazione ed estasi. E la luce si addensa abrasiva, corrodente sino all’ incandescenza, in filamenti bianchi o in grumi di colore, che contrastano con la stesura più piana delle parti ove regna l ombra. e nei tuoi guizzi la pittura di tocco raggiunge certi estri estremi, come nei pizzi dell’abate Petrozzani di Santa Barbara o nel velo della figlia di Jefte. Sottostante, una semplicità compositiva di sbalorditiva bravura, nel disporre le figure in “ strutture piramidali attuate per incroci di assi obliqui” ( Chiara Tellini Perina) , lungo diagonali che non pregiudicano mai l equilibrio e la ponderazione visiva delle parti rispetto all’ asse mediano del dipinto o del disegno, Al centro assoluto di tale intensità drammatica, la cui tragicità non è più drammaturgia, come lo era ancora nei dipinti di palazzo d’ Arco, il dibattersi di luce ed ombra, di fragile grevità terrena e di esaltazione divina , l una compartecipe dell’altra, nella dolorosissima figura del Cristo, la cui rappresentazione è l’acme dell’arte del Bazzani . Egli è Gesu Bambino che sguscia in una vitalità ancora inconsapevole tra le braccia di una madre che sa del destino del figlio, e poi, già nel Battesimo, nei suoi atti miracolosi, nella sua Passione, alfine nella cena di Emmaus e al confronto ultimo in Tommaso con la debolezza umana , Egli è fondamentalmente l’incarnazione nel dolore estremo del servo sofferente di Isaia. Per Bazzani Egli è venuto nel mondo sostanzialmente per farsi portatore di tutta la sofferenza degli uomini, per patire e compatire, come nel suo sguardo volto all emorroissa, per bere fino in fondo il calice dell’angoscia dell’uomo per la propria mortalità. Nell’adorazione dell ‘ orto, soccorso Egli da un angelo, sotto la croce che lo strema, il Gesù di Bazzani ha già davvero la morte nel volto, e nulla più che le sembianze livide o sbiancanti del Cristo deposto dalla croce, con il viso disfacentesi in un grumo terreo d’ombra ,mentre la luce rivela solo già il procedere del suo decomporsi, nulla più che il disfacimento cadaverico proprio di chi alla morte avrebbe tolto il suo pungiglione, rivela l angoscia e i dubbi di fede del pittore, tanto che nel miracolo del bambino che S. Mauro resuscita disattende ogni rianimazione pittorica del piccolo, nel transito di Giuseppe protende a Cristo il proprio stesso corpo consunto. Nel suo essere vero uomo e vero Dio, nel grado più alto possibile, il Cristo di Bazzani è vero cadavere ai piedi della Croce prima ancora che vero risorto, luce di gloria proprio nelle tenebre del patimento estremo,- sicché non è un caso che Bazzani, distoltosi dalle mondanità dei palazzi per le sole committenze di chiese di città e di campagna del mantovano, non realizzi alcuna immagine pasquale del trionfo di Cristo risorto sulla morte . Con i dipinti delle Deposizioni del Museo Diocesano, del Cristo nel Getsemani sorretto dall angelo , sono un culmine, in sintonia, del Bazzani grafico che la mostra opportunamente esalta, sublimi per intensità tragica non meno che per virtù compositive e degli scorci di volti e di corpi, i disegni altissimi delle scene di via Crucis della Fondazione d’Arco, di una remissività del Cristo al dolore morale dell ‘ingiusto giudizio e a quello fisico del patimento sfinente della Croce, la cui apprensione emotiva è quanto meno straziante. Indimenticabile il solo sguardo che può rivolgere alla madre nel loro incontro lungo il calvario, per comunicarle il senso di tutta la propria Passione, di cui uando era tra le sue braccia lei poteva avere solo il presagio. E a significare l’indifferenza del mondo al suo Salvatore, ecco comparire come nelle scene di Alessandro, già in Vulcano ed Eros, o nel proprio autoritratto, lungo la stessa strada di Emmaus, la figura di un meraviglioso cane, che dal Mantegna, a Rubens, al Fetti, è insieme con il cavallo, la cui equinità ha un così grande risalto giuliesco, l'altro animale mirabile dell’arte figurativa di Mantova
domenica 17 novembre 2019
Concertone di capodanno
ci mancava solo il Concertone di Capodanno del costo di 130.000 euro + Iva, e voci varie, il gran botto elettorale di fine mandato di questa nostra giunta comunale, ovviamente a spese di noi tutti cittadini di Mantova. E’ quanto basta e avanza per levare di tasca a chi di noi è avanti negli anni l’aumento annuale delle pensioni voluto dal governo congiunto. Una trovata da far scancherare tutti i santi, con buona pace o desistenza rock-rap di Sinistra italiana e ultrasinistre varie. Ma invece di unirmi in una sola voce al coro degli angeli che imprechi su in cielo, qui propongo più ponderatamente: se il fine eminente del nostro fare amministrativo è far divertire il popolo e farlo spendere ancora di più, come vuole la leggenda del “mostro mite “di A. de Tocqueville, che “vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela», perché non limitarsi all’ opzione più economica della lista concertistica, di 13.500 euro+ Iva , che tanto il popolo in piazza balla e canta ed è contento ugualmente, e trattenendo in cassa l’ammontare del Concertone per far fronte ai mancati introiti corrispondenti di quanto propongo, non destinare tale risparmio a fare propria la proposta caldeggiata dal consigliere Pierluigi Baschieri , di Forza Italia, di concedere a chi venga da fuori il parcheggio gratuito la domenica e durante gli altri giorni festivi nella nostra città, almeno per il sollievo delle tasche dei nostri commercianti, invece che per la felicità di quelle dei soli Subsonica ( e altro non aggiungo)?
Odorico Bergamaschi.
ultime news dall India
Domenica scorsa, mentre stavo rigirando la chiave per uscire dal mio appartamento e recarmi a leggere i giornali in un caffè del centro città, l’anziana signora che abita nell’appartamento di front e che ha la stessa età di mia madre, si è affacciata alla porta per rendermi la copia delle mie chiavi che le avevo affidato,“ “visto che adesso per provvedere a sua madre non può più partire per l India”
L’ho pregata comunque di conservarle, per ogni possibile emergenza.
“Non si sa mai, se per l’aumento della pressione o qualche incidente in bicicletta mi capita ancora di finire in ospedale”
Nel primo pomeriggio una volta tanto mi ha risposto dall’ India il ragazzo Mohamnmad.
“Quando vieni?” si è affrettato a chiedermi nel suo anelito.
Gli ho detto delle ragioni che mi trattengono in Italia, dell’appartamento di cui a 67 anni sono costretto ad andare in cerca fuori città, delle richieste di denaro esorbitanti che per l’assistenza a mia madre mi inoltrano i miei familiari in Italia, le sole che sanno avanzare a me che di tutti loro sono chi è in stato di povertà e di precarietà, chiedendomi proprio ciò che sono meno in grado di offrire. Tant’è che qualora si appellino ai giudici io non mi difenderò e non mi presenterò in tribunale, perché né in Italia né in India trova riconoscimento o è legale l’amore che mi lega a chi ho adottato.
“ dunque per quest’anno non torni in India…” il ragazzo ha concluso con tristezza mortificata.
“ Mohammad dimmi comunque come ora posso aiutarti…”
I need you, not your help”
“ Io ho bisogno di te, non del tuo aiuto”
La linea è quindi caduta , ed io ho contattato allora Kailash perché aiutasse il ragazzo a farsene una ragione, come Kailash se l 'è fatta già a sua volta, essendo io inquietato ancora una volta dallo sconforto del mio caro ragazzo.
Kailash ha potuto risollevarmi dicendomi,qualche ora più tardi, per quel che aveva saputo dal padre di Mohammad, che non era prostrato da uno stato di inedia, ma che si trovava con un businessman in Rampur, un villaggio nei pressi di Panna.
Quanto al figlio Ajay, non avevo motivo di dolermi che non mi avesse ancora inviato le pagine degli ultimi argomento di studio di biologia perché lo aiutassi nell’apprendimento,con test o lezioni via skype, in quanto che in India erano sospesi social e network, per evitare che tramite il loro uso si infiammassero gli animi e si aizzassero rivolte, dopo la sentenza emessa il giorno avanti sul caso plurisecolare di Ayodhya. Il sito dove sorgeva la Babri Masjid, che nel 1992 era stata demolita da migliaia di fanatici hindu perché era il sito dove sarebbe nato il presunto dio Rama, e dove anticamente sarebbe stato eretto un tempio hindu commemotativo abbattuto dall’imperatore moghul Babur proprio per edificarvi la moschea che i facinorosi hindu avevano abbattuta a sua volta, era stato riconosciuto come di spettanza agli hindu, e i musulmani erano stati risarciti assegnando loro 5 acri di terreno dove avrebbero potuto far risorgere la moschea Babri. A riprova del fatto che un tempio hindu preesisteva alla moschea demolita nel 1992, Kailash mi adduceva le testimonianze di archeologi dell’Archaelogical Survey of India che avevano accertato che una struttura sorgeva in precedenza, un tempio hindu , sicuramente, come confermavano i resti ritrovativi di un amalaka e di un pranala, che sussistono solo nei luoghi di culto dell induismo. Un altro archeologo aveva addirittura sostenuto che risaliva ad Ayodhya la statua del dio Rama che io e Kailash avevamo onorato a suoi tempo in Orccha, nel tempio edificatovi in onore del dio Rama in cui sarebbe stata traslata. A onore del vero suffragava tale ipotesi anche un archeologo islamico, i cui accertamenti a suo tempo, negli anni settanta del secolo scorso, non avevano trovato seguito, a suo dire, per la prevalenza di orientamenti di sinistra nell’Archaelogical Survey of India. Ad ogni buon conto , come avrei concluso e detto solo l’ indomani a Kailash, trovando un suo consenso, l’area sacra contesa non si sarebbe dovuta assegnare né agli hindu né ai musulmani, perché né i musulmani avrebbero dovuto erigere una moschea proprio dove gli hindu immaginavano che fosse nato il dio Rama, né tanto meno, quattro secoli dopo, neanche trent’ anni fa, gli hindu avrebbero dovuto distruggere tale moschea, guarda caso individuando il luogo dove sarebbe nato il dio Rama proprio al centro del vano sottostante alla sua cupola centrale. Si sarebbe così emessa una sentenza che sarebbe stata di perpetuo monito a chi, hindu o muslim, intendesse usurpare i siti religiosi di culto per l’altrui fede. La preoccupazione delle autorità indiane per possibili reazioni di rivolta, che data la sentenza della corte suprema era da paventarsi che fossero soprattutto di matrice islamica, era tale che in tutta l’India per lì intera giornata della sentenza erano rimaste chiuse tutte le scuole, le quali nell ‘Uttar Pradesh, dove sorge Ayodhya e dove numerosi sono i mussulmani che vivono nei grandi centri urbani, sarebbero dovute restare chiuse anche di lunedì. La preoccupazione pubblica aveva oscurato negli animi anche la gioia e la soddisfazione per l’evento, di natura opposta, dell ‘apertura del corridoio di Kartapur, che nel 550 anniversario della nascita del guru Nanak, il fondatore della religione sik, aveva ricongiunto i due luoghi di culto sik negli opposti Punjab, dell India e del Pakistan, di Dera Baba Nanak Sahib, in India, e del gurudwara Darbar Sahib, in Pakistan, consentendo agli indiani sik di transitare senza un visto il fiume Raw di confine e di raggiungere nel Pakistan il gurudwara Darbar Sahib*. Un corridoio di neanche 4 chilometri, ma che allevia di molto la tensione riaccesasi tra India e Pakistan e che ne smorza i recenti venti di guerra , dopo la revoca dell’articolo 72 che concedeva al Jammu Khasmir uno statuto speciale.
Kailash trovava modo invece di dilungarsi su quanto i documentari in rete gli avevano consentito di apprendere sui diversi luoghi dove avrebbe sostato il dio Rama, nel suo tragitto d’esilio da Ayodhya e poi sulle tracce dell’amata Sita rapitagli dal demone Ravana, signore dello Sri Lanka.
Oltre a Citrakoot dove con il mio amico o da solo mi sono recato più volte, con Mathura e Vrindavan il solo sito in cui Kailash abbia potuto condurre in pellegrinaggio l' intera famiglia, quando era ancora in vita il nostro Sumit, che Dio l’abbia nella sua gloria, i luoghi di soggiorno del dio sarebbero stati il parco di Bandhavgarh, Nasik, nel Maharastra, Rameshwaram nel Tamil Nadu, che io e Kailash abbiamo visitato insieme indimenticabilmente. Kailash si ricordava ancora che da Rameshvaram avevamo preso l’autobus per Madurai, prima di raggiungere al termine dell’ India KanyaKumari, anziché pervenirvi direttamente da Rameshwaram, A diciassette ( in realtà ventidue) miglia dal suo abitato sorge un tempio, mi ha detto,( quello di Sethu Karai) , nel punto preciso a iniziare dal quale con l’aiuto di Hanuman e della sua armata di scimmie Rama avrebbe costruito il ponte di pietre, ( corrispondente effettivamente alle secche dell’Adam Bridge ), su cui avrebbe raggiunto lo Sri Lanka, intrattenendosi in un’isola , (quella di Mannar), che precede lo Sri Lanka di soli sette chilometri, Poi di ritorno , una volta che ebbe ucciso Ravana e recuperato Sita, ad una ad una avrebbe ritirato le pietre del ponte, su consiglio di Vibheeshanan, il fratello di Ravana, che nello scontro cruciale si era schierato dalla sua parte. Kailash mi raccontava ciò come se le sue credenze corrispondessero ad eventi reali, ed io lo lasciavo dire senza sollevare alcun dubbio, ben felice di assecondarlo.
Ho invece cercato di indurlo a fornirmi solo informazioni, senza che io avessi a fare né egli a chiedermi commenti, quando durante le settimane scorse ha voluto parlarmi dell’arroventarsi dei rapporti tra India e Pakistan, a seguito dell’abrogazione dell’articolo 72, delle minacce e degli attacchi terroristici che in risposta provenivano dal Pakistan, e delle contromisure dell’ India che irrigidivano il controllo di internet e delle telecomunicazioni,e insieme limitavano i flussi di denaro che provenivano in India, rendendo sempre più difficoltoso e per vie traverse, mediante il ricambio degli agenti del cambio che si facevano titolari, i miei stessi versamenti di denaro. Kailash mi ha parlato di invio d’armi mediante droni da parte di terroristi pakistani a guerriglieri islamici stanziati in India, appena oltre il confine, di reiterate uccisioni di camionisti che rifornivano il Kashmir o se ne allontanavano con i loro carichi di merci, dei finanziamenti di guerriglieri infiltratisi in India dal Pakistan attraverso Dubai. Da un ricco commerciante pakistano e da un suo addetto musulmano indiano, originario del Gujarat, nella stessa Dubai era stato organizzato l’attacco del commando che in Lahore aveva ucciso un leader politico hindu, reo di parole per loro offensive del Profeta Maometto, la pace sia con lui. Kailash provava un sentimento di pietà sconfinato per le vittime, soprattutto se erano povera gente che aveva visto pianto compiangere la morte di un proprio caro, ed ha avversato con calore solo un leader musulmano di Hyderabad dal quale anche i musulmani avevano preso le distanze, quando aveva paragonato una missione della Comunità europea nel Khasmir a chi, come il mio amico si era ricordato, in sua presenza avevo deplorato che un negozio fosse intitolato in Reva, con tanto di baffetti, ah, Hitler, come finalmente capivo dalla sua formulazione approssimativa del cognome del fuhrer nazista.
Sono stati questi i discorsi che hanno contrappuntato i lunghi giorni in cui in Kailash si sono acutizzate di nuovo le emorroidi, con sanguinamenti che gli hanno fanno temere di non avere più una lunga vita davanti, per le infezioni cancerogene che potevano causare. Di esse mi faceva sapere dolorosamente che era morto il conducente d’auto Bishmillah cui ci eravamo a suo tempo rivolti, quando credevamo che un’agenzia di viaggi culturale potesse arrecarci un minimo di fortuna. Della propria morte addolorava il mio amico soprattutto che avrebbe lasciato orfani e senza sostegno Poorti e Chandu, mentre quanto alla moglie Vimala e ad Ajay non dubitava che fossero già in grado comunque di cavarsela. Ma il terrore della morte l’ha convinto finalmente a farsi operare, vincendo la paura che aveva delle stesse iniezioni, e con la solidarietà del mio aiuto e del mio sostegno ho potuto persuaderlo a recarsi di nuovo dallo specialista di Chhatarpur con cui aveva già dimestichezza, e senza doversi recare al più rinomato centro specializzato di Nagpur, assai più distante, dopo due settimane a farsi operare con il laser nella più vicina Damoh, giorno dopo giorno consigliandolo sul meglio da farsi, nello stabilire i contatti con il medico di Damoh, nel preventivare l’arrivo e la degenza, nell’ indicargli il modo migliore per giungere a Damoh. L’ho confortato e incoraggiato quando sembrava recedere in preda alla paura, ne ho raccolto emozioni e impressioni prima e dopo l' intervento, ho seguitato a tranquillizzarlo durante una convalescenza che si prolunga tutt’ora, con il dirgli come corrispondesse a quanto da Damoh, a cui ha fatto ritorno per gli accertamenti, il medico gli faceva presente che era contemplato nel decorso degli eventi. Kailash ha dovuto dispiacersi solo di non avermi dato retta quando insistendo più di tanto avrei finito per scongiurarlo senza lasciarlo libero di decidere , nell’ invitarlo a fare ritorno in treno da Damoh, lungo un tragitto ferroviario ben più lungo ma assai più agevole di quello che gli avrebbe riservato il ritorno in pullman, la cui cuccetta non gli ha evitato i continui sobbalzi che hanno pregiudicato il decorso post- operatorio. Contrappuntava l’angoscia per il suo stato di salute il destino catastrofico che si prefigurava per il suo lavoro in hotel e per la Khajuraho turistica, ora che da Delhi i tour operator più che mai tra di loro in competizione, quanto allenell‘ inoltrare offerte di itinerari che siano le più economiche possibili che inviano alle agenzie di viaggio dei paesi di inbound, eliminano Khajuraho dagli itinerari proposti, per limitarsi alle località raggiungibili in un più breve raggio, Agra, Jaipur, o con costi di volo inferiori, come Varanasi, anche se in tal modo pregiudicano al turista ogni acquisizione dell’arte hindu, del che non può importare a loro di meno. E il mio amico ha avuto modo di comprendere e di farmi comprendere mia volta che i turisti indiani sono sempre di meno per l'incremento dei costi che morde i consumi e gli stili di vita di un consolidatosi regime signorile di massa, affine a quello instauratosi in Italia negli ultimi decenni, anche per quanto si viene erodendo la possibilità dei figli di vivere senza un lavoro del patrimonio accumulato dai loro genitori, che in India come in Italia spesso è la tesaurizzazione di anni e anni di proficua corruzione. Così il mio amico si è persuaso ad accogliere il prossimo anno l ‘invito di altri membri della sua stessa casta, ora che il suo fisico è riabilitato, a trasferirsi da solo a lavorare in hotel o al ristorante nella lontana Goa, dove le retribuzioni sono almeno il doppio che in Khajuraho, si spera non anche il lavoro ai tavoli in sala. Ho accolto tale sua risoluzione con una gioia immensa, perché liberava la sua figura d’uomo dai vincoli del mio aiuto, e agli occhi dei suoi cari e dei suoi amici poteva farlo comparire sempre di più come uno che realizza se stesso mediante se stesso. Era per me una gioia altrettanto grande di quella che mi aveva recato , settimane prima, dicendomi che oramai tutti in Khajuraho chiedono di me come del babbà in famiglia, il nonno in cui tutti loro confidano, facendomi avvertire quanto mi sia oramai naturalizzato presso di loro come un indiano, che a tutto deve provvedere, di tutto deve tenere il conto quanto alla propria vera famiglia, a partire dal dato che in un paese dove i poveri vivono per lo di verdure e chappati, ed è così a pranzo e cena per la famiglia di Kailash al bazar i costi delle verdure stanno intanto aumentando vertiginosamente Le patate e i pomodori soltanto costano meno di 80 rupie al chilo, ed è ben difficile, come mi esemplificava Kailash cucinare pietanze, fossero anche il dhal di lenticchie, l’ aloo gobi, il mattar o il palak paneer, ogni curry masala , senza insaporirli con le cipolle che ciclicamente tornano a farsi in India costosissime. Ancor più, mi ha fatto sapere Kailash, la interruzione dei rapporti tra India e Pakistan in ogni loro forma commerciale, con lo stop a treni, autobus, autocarri, sta intanto prostrando soprattutto le possibilità di consumo dei pakistani. “ Un chilo di pomodori costa in Pakistan 200 loro rupie, adesso. E le cose vanno ancora peggio per le medicine”, di cui l’ India è il produttore di avanguardia per i paesi non sviluppati, e di cui i pakistani debbono ora rifornirsi altrove.“ Una medicina contro i morsi dei cani, che in India costa 950 rupie, in Pakistan ora ne costa 4.000”. Ma ieri sera aveva di che dire contro lo stesso Narendra Modi, per i controlli divenuti asfissianti sulle nostre stesse transazioni di denaro e sul flusso delle comunicazioni, al fine delle autorità indiane di non lasciarsi sfuggire ogni finanziamento e ogni contatto possibile del terrorismo internazionale con agenti operanti in India, dopo l’ acuirsi della minacciosità del terrorismo a seguito dell’abrogazione dell’articolo 72 per il Jammu Kashmir. Il che obbliga Kallu a cercare prestanomi diversi per le donazioni che gli faccio, volta mi costringe a dei loro frazionamenti, ola successiva a scaglionarle in più lunghi lassi di tempo, pur di fargliele pervenire. Che giudizio politico si possa trarre da tali vicende lo dirò a Kailash quando mi sarà mai possibile ritornare in India, e parlargli di nuovo faccia a faccia, sempre che l intensificarsi dei nostri colloqui a distanza non mi abbia fatto finire in una black list, In termini di teologia politica universale di certo si riafferma anche in tali vicissitudini il principio di fede fondamentale, calcedoniano, che nella realtà , come per la natura umana e divina di Gesù, per i rapporti tra uomo, Dio e cosmo, è sempre fonte di errori, della interminabilità dei conflitti, pretendere di separare ciò che è in unità, così trasformando ciò che è complementare in polarità opposte, quanto nel verso contrario il confondere ciò che permane distinto. Ossia ogni dualità secondo il pensiero advaita.
mercoledì 6 novembre 2019
VITA E MORTE
martedì 5 novembre 2019
vita e morte
mercoledì 23 ottobre 2019
Mantova Hub e il rabbinato internazionale
Odorico Bergamaschi
Sul Fenomeno Greta T.
E’ vero che la giovane svedese Greta T., assurta non serve dire come a influencer globale, soffre di una sindrome che davvero impietosisce, ma è pur vero che tale sindrome per i suoi fidelizzati è un alibi per non rilevarne certi aspetti caratteriali più che perturbanti, e quanto inquietante sia il fenomeno planetario che surriscalda con i suoi modi. "Come osate?" inveisce la ragazzina scagliandosi oltre che all’ indirizzo degli attuali governanti del mondo, contro una generazione che nell’est che fu sovietico e in quello asiatico, in Africa e in India o nell’America andina è stato soprattutto una generazione di morti di fame, ma dei cui figli si è pur tuttavia dimezzata la mortalità infantile ( e parlo di quella fame e di quella miseria che grazie alla ricchezza prodotta ed estorta a chi di costoro è stata gente di nessuno la signorina svedese e gli scioperanti per il clima non hanno mai conosciuto per loro fortuna). Un “come osate”, un’accusa “ voi non avete fatto nulla per l’ ambiente”, pardon “per il clima”, che la giovane svedese inscena guatando con tutto l’odio che è immaginabile e possibile solo in una piccola dea Kali E i suoi fans nostrani non sembrano di meno quando inveleniti inveiscono al suo seguito, nel dire, ad esempio, “come osa chi non è che un filosofo, (Massimo Cacciari) , sostenere che siamo tutti fritti se stiamo ai discorsi Greta T, e che invece dei friday for future è meglio invitare degli scienziati in classe” ? Mi spiace, per tutti costoro, ma invece che nelle ragazzine infiammate e infiammanti gli animi tutti io credo nei tardi leader miti, i resistenti intrepidi, che hanno insegnato come Mandela, Luther King e Malcom X ad amare o a rispettare i propri nemici e che nel loro nome hanno unificato le diverse generazioni. In realtà con Greta e i friday for future l’ecologia da scienza critica fondamentale quale l’ ho insegnata e praticata secolarmente nei miei stili di vita, sta finendo sacralizzata nella religione civica di un sovranismo dell’ Occidente, con la sua mini-papessa di Svezia, i suoi dogmi, a volte assurdi quanto ridicoli, la teologia atea di una scienza dogmatizzata ed usata senza discernimento secondo il principio di autorità, in virtù del presunto consenso unanime dei climatisti tutti così assurti a conclave. Sono già in canna gli anatemi destinati a colpire chi solo dubita nel credo in un riscaldamento globale che viene dall’uomo e non è prima dell’ uomo, parola di Greta, in primis i negazionisti scismatici, che quali negazionisti come degli empi reprobi sono assimilati ai negatori della shoah e nazificati a dovere, senza che al tutto così santificato non manchi il suo bravo fariseismo, per cui essere sporchi e sporcare è ben più grave e imperdonabile che essere crudeli. Per ogni evenienza sono già previste le sanzioni più abnormi anche ai trasgressori più veniali, com’ è già contemplato dai suoi integralisti di turno amministrativi, ora i nostri berretti gialli e rossi. Non a caso, evocando lo spettro di un'Apocalisse climatica che incombe, con Greta si sciopera proprio contro il clima, sai che antagonista sistemico e di classe, e non già contro ogni concreta forma di inquinamento, o contro l ‘uso predatorio anziché moltiplicatore di risorse del nostro pianeta, e insieme contro lo sfruttamento dell’ uomo sull’uomo che vi sia connesso, né è un caso che si invochi regressivamente al seguito di Greta la più fantomatica naturalezza, quando solo le scienze e le tecnologie più avanzate sono il farmaco delle tecnologie più arretrate che sono state veleno. Tantomeno è un caso che si impieghino al suo seguito slogan terroristici e millenaristici, religiosissimi appunto, per uno obiettivo di fede, l'abbassamento del clima, che se il global warming, il nuovo Anticristo, fosse vero come lo si paventa, sarebbe irraggiungibile da qualsiasi sforzo congiunto, almeno quanto lo è il Regno dei cieli. Con il solo bel risultato prevedibile di una rottamazione ulteriore di noi vecchi in nome dell’equità generazionale, a seguito del riacuirsi per i predicamenti di Greta T. di un conflitto tra generazioni invece che per la giustizia sociale. Tant’è che dei giovani di Cina, India, Africa che sono la immensa maggioranza , coloro che più patiscono inquinamento e sfruttamento, che gliene importa ai loro coetanei scesi in piazza che sono i privilegiati del pianeta, vestiti e attrezzati di tutto punto di ciò che spesso è frutto dello schiavismo minorile dei loro coetanei meno fortunati? Si rifletta infine da parte di chi crede che sia io il visionario su che reazioni d’ intolleranza tossica scatena in loro ogni discorso critico sulla venerabile Greta che ci illumina tutti, neanche fosse un atto di blasfemia, che è la prima conferma di quanto vedo e sostengo.
Odorico Bergamaschi
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