martedì 25 febbraio 2014

settanta volte sette

Settanta volte sette
Quante volte ancora dovrò perdonare loro l’imperdonabile, e credere e confidare oltre ogni lecito dubbio, negarmi al sentire degli uomini e mio più naturale, e così, soltanto, evitare la rovina di tutto e non solo salvare il salvabile, ma conseguire la mia pienezza di vita, consentendo il suo schiudersi ai più ampi orizzonti.
E’ stato Chandu venerdi scorso, il 21 febbraio, a provocare il nuovo precipitare della situazione, rovistando incautamente nel trolley dove custodisco quanto ho da riportare in Italia. Egli era contento e mi era grato di avervi trovato il gioco di blocchi componibili che vi avevo nascosto al mio rientro da Delhi, per non essere ridondante nel dono già di un altro gioco del genere, mentr’io ero preoccupato che si fosse spinto troppo oltre nel suo divertimento di rovistarmi le tasche, e i bagagli, per catturarmi i portafogli come trofeo, al grido “ money! “di vittoria. Nell'accertare alla rinfusa se vi fossero ammanchi, rinvenivo a il portafoglio dove tengo le banconote di rupie indiane, di uso corrente, che ritrovavo a terra svuotato di ogni rupia, ma non reperivo il denaro in euro che nel trolley tenevo riposto in disparte, in un altro portamonete.
Così ancora una volta e non da Chandu, in quella che non sentivo più la mia casa, da quella che avevo ripulsa a definire la mia famiglia d’adozione, mi ritrovavo derubato dei miei denari che avevo affidato a loro in custodia, o che confidavo non mi venisse sottratto tra le loro pareti, e ancora una volta ero a chiedermi “ Ma chi sono io per loro?”, mentre una cortina di disprezzo sprezzante calava nei riguardi personali e generali della gente indiana tra cui vivo.
Non era bastato quanto mi fossi abbuiato l'estate scorsa, dopo avere eluso per due volte gli anni precedenti la resa dei conti, fingendo di lasciare loro il denaro che avevano in deposito, e che presagivo l'avessero già speso a mia insaputa?
Interrompevo da allora ogni contatto telefonico con Kailash, che restava invano ad attendermi con Chandu al festival dance, mi facevo aspro con Vimala sua complice, di cui ricusavo ogni servizio, e per strada davo sfogo alla mia ira indignata inveendo contro il venditore di cianfrusaglie che con le sue pretese di rifilargliele assillava l’ulteriore turista in cui incappava, appartandomi al rientro del festival, e i giorni seguenti, nella sola cura dei miei interessi e piaceri culturali, la proposizione scritta degli itinerari di viaggio che avevo appena esperito in Gyaraspur e lungo il circuito buddhista in Sanchi, Satdhara, Sonari, nel tribal art Museum di Bhopal, la riconsiderazione della periodizzazione cronologica dell’edificazione dei templi di Khajuraho, o più sensibilmente, cercavo un sollievo nelle cose belle che mi attorniassero, abbellendo ancor più il mio studio di giocattoli e meravigliosi arredi in giunco e bambu, di nuovi e sempre più costosi dipinti tribali, mentre tra le pareti domestiche o conducendolo al mio seguito per acquistargli un paio nuovo di pantaloncini e riparare quelli già in uso, cercavo conforto d’affetti in un Chandu che baloccavo sempre di più. Finivo così solo per abboccare alla fittizia ingenuità genuina di chi, per il candore apparente dei giocattoli più semplici al mondo che vendeva, il caleidoscopio, l’arco di frecce, la spada di legno foderata di carta stagnola, ero credulo che serbasse in se l innocenza delle cose che vendeva, e quant'ero felice di avere ritrovato nel silpgram di Khajuraho, come l'anno scorso, i venditori di Gwalior che addirittura avevo pensato di raggiungere a domicilio, pur di entrare nell’antro fatato delle loro invenzioni , il cobra che ti insegue, la ballerina che piroetta, l’uccellino che ti dispiega le ali o l’atleta che si esercita alle sbarre, ai loro congegni azionati a mano, e che avrei scoperto, in capo a due giorni, che mi stavano sempre di più derubando ad ogni acquisto ulteriore, vendendomi dapprima per cinquanta rupie, poi ora per cinquanta, ora per cento, quindi soltanto per cento, quanto per gli acquirenti comuni era in vendita a sole venti rupie... L’avrei acclarato del tutto per il tramite di Mohammad, il mio giovane, e solo allievo, dal meraviglioso volto d’incanto, che per il suo ricercarmi assillante, il suo condividere con me le sue serate al festival dance e al silpgram, sotto le mentite spoglie anche a se stesso di chi ricusa di essere un “lapka”, ossia un cacciatore e procacciatore di stranieri, avevo in sospetto che ne stia diventando piuttosto la variante più pericolosa, quella di chi entra nelle tue buone grazie lasciandoti credere e credendo egli stesso di esserti solo discepolo e amico, che nulla lo motivi di meno di ciò a cui solo ambisce , e che è alla riprova invece il solo dio in cui crede e che venera e di cui ha rispetto, in tutto il proprio essere e agire, il money God, o dio Rupia, a cui finisce asservito ogni rapporto con lo straniero ed ogni interesse per il proprio patrimonio di civiltà spirituale.
Per questo ieri sera , ( la sera di lunedì 24 febbraio), prima di incontrarlo mio malgrado al silpgram, nei riguardi di Mohammad avevo interrotto il suo contattarmi al cellulare spegnendolo, in tal modo risolvendo con una cesura la contraddizione interna al nostro rapporto, pur dopo che , solo che sappia sopportare e portare( avere) pazienza, lasciare che gli eventi si dipanino da soli, avevo compreso, nel pomeriggio di ieri, quante prospettive ulteriori di vita qui in India mi si aprono ancora, nel momento stesso in cui tutto sembra finire sommerso nel disincanto più incrudelito, allorchè mi sono recato dal principal della mia scuola d'insegnamento ed egli si è detto pienamente disponibile a far insegnare come modellare l’argilla all’artigiano che ho contattato al festival, è parso consenziente a che organizzi visite guidate al museo archeologico e a quello adivart di Khajuraho, e mi ha condotto in automobile a visitare i suoi appezzamenti di terreno in un luogo incantevole,. Forse con l’intento di cedermi alcuni campi in affitto? Lavorare nei campi non sarebbe forse il lavoro ideale per Kailash, che potrebbe regolarvi la veglia e il sonno come meglio crede, limitandosi a guidare l'autorisciò solo per dei giri turistici?
Non era dunque che per la mia immaginativa un evento premonitore, l’incontro Venerdì scorso con la giovane donna italiana , di una dolce mestizia, che risiede qui in Khajuraho con un uomo violento e volgare, cui è accompagnata, da cui ha avuto una splendida bambina e che non fa che tradirla, la quale ricusava anche solo il pensiero, che le vagheggiavo, di potere acquistare dei " Kilona" per la piccola al silpgram, dato che intende lasciare la sua vita in Khajuraho per trasferirsi in Varanasi, e le sono già fin troppo d'intralcio tutte le cose della sua attuale dimora che già deve trasportare con sé.

Mohammad, con il quale mi sono poi inoltrato in gran dispetto e sospetto nel mio paese dei balocchi di un'India acchiappacitrulli, si è invece pur anche sorbito le più male parole volgari della venditrice di giochi che ha smascherato, e dopo l’acquisto da parte mia del meraviglioso dipinto Gondi che vagheggiavo da un intero pomeriggio, mi ha chiesto se poteva tenersi le 100 rupie che aveva intascato dal pittore, non già come procacciatore ma perché è un così bravo ragazzo.
Ma nonostante tale riprova, il mio amore per lui è rimasto tuttora di un’austerità severa, perché egli sia luce, che splenda, del giusto che ho trovato in Sodoma- e che del suo popolo evita la distruzione interiore del mio pensiero giudicante-, come prima delle sue confidenze, nel mio ritorcermi iracondo pur risplendeva l’anziano che distogliendosi dalle sue attività , la settimana scorsa mi è stato compagno di viaggio per un intero pomeriggio lungo le pietraie che recano agli stupa di Sonari e ne discendono scoscese, rimuovendo ogni sasso e sterpo che fosse d’intralcio al mio cammino, sopportando e sorbendosi pur anche la malagrazia con cui mi distoglievo dal supporto del suo braccio ogni volta che il suo aiuto mi era d’intralcio alla ricerca del punto di appoggio del piede, tra i sassi e le rocce, che mi evitasse la storta o la fitta artrosica, e che quando ho inteso ricambiarlo di 200 rupie, only, si è schermito più volte prima di accettarli suo malgrado. O il guardiano degli stupa di Satdhara, che dopo avermi accompagnato nella visita mi ha dissuaso dal fare ritorno a piedi, fino a Salamatpur, per farsi carico, al termine del suo turno di servizio, del mio fardello umano disagevole sulla sua bicicletta, lungo i sette chilometri più ardui dei venti che deve farsi ogni giorno, all’andata e al ritorno, da e fino a Sanchi dove dimora.



mercoledì 5 febbraio 2014

frantumi di un'Ecloga X

kandarya mahadeva
come i vostri picchi

Come i vostri picchi
Ed è un’ascesa, un  precipizio, una rinnovata ascesa,
in frantumi e rotoli di un’impervia quiete

(come i vostri picchi ed è un’ascesa e una discesa
e rinnovata ascesa
il precipizio in frantumi e rotoli
per ritrovarsi ad una più alta quiete

(che risale a una più alta quiete
si ritrova a una più alta /elevata qiete


sempre, mio Dio,
che la colluttazione tra le nostre follie non sia
la fine di tutto, che nell’essergli amico
non debba ridurmi ai divenire i  resti umani 
 di chi (mi) ha accalappiato nella sua  assenza di scampo,
dove che squarci di luce infinita
 sono nel  farmi il mastro Geppetto del mio incantevole Chandu,

egli ch'è solo un  ladro del mio cuore.


Sulle rive del Brahmaputra,  in un gothul tribale
ma in quale India mai sprofondare in un sogno
Dove non sia più
Che settanta volte sette,
perdoni sanando debiti e 
Per il furto inflittomi,
sia io che ne sani Io( ne)sani ogni suo debito,
dal suo fondo ancestrale
come da un’infanzia ancor viva// risorta
donde sopraggiungendo //giunse// in Khajuraho
chi vagheggia l’apsara che ad uno specchio
sembra che usi a scrivere un pennello
e pur intenta ella al bello gli  rammemori
che vivere bene  è più che scrivere meglio
.................
modificata il 1 marzo 2014

"Tiger ! Tiger “ addita Chandu,
nel gioco continuo di farmi paura

e tutto l’amore per lui di cui sono ispirato,
a lui di ritorno, al loro conforto di voci,

dall'impeto del Gange alla schiusa dei monti,

non una delle aarti,
intrepide luci,
superstite al varco dei flutti,

alla loro fede nella mia luce del cuore
sentendo che  l'amarli sino alla fine



è tutto quanto di cui la mente è  ancora capace.



martedì 4 febbraio 2014

nella casa che amo delle persone che amo.

Nel lettone grande dei bambini, ai loro piedi, Kailash era già ricaduto nel sonno più pesante quando con Ajay sono rientrato dall’ufficio che non erano ancora le 21, 30, l’ora concordata per il mio ritorno e la cena in comune. Ma sul fornello, stavolta un poco scotto, stava l’ulteriore riso che mi aveva cucinato, e che gli piace talmente tanto, come gli ho insegnato e riesce a trarre a cottura già benissimo, in un brodo vegetale e insaporito dai funghi con spezxie indiane, da avermelo riproposto ancora una volta.
Così , rinviato da una telefonata e un impegno all’altro, il dialogo tra noi si riduce a ciò che è imprescindibile, nei pochi frangenti che si schiudono ad entrambi, il rendiconto delle spese da sostenere e degli affitti e dei debiti da pagare indifferibilmente, salvo , come ora, interrotto lo scrivere, incrociarci nel buio, saltata la luce, lui di ritorno ed io avviato allo stanzino del gabinetto, senza che la sospensione della luce abbia però minimamente interrotto l’ossessione della musica a distanza di un matrimonio ulteriore tra botti e razzi.
Ma vale di per sé un’infinità di parole la gioia con cui lo rivedo e lo ritrovo per strada, con cui l’accolgo quale una mia festa vivente, come stamane di fronte al Premsagar, quando l’ho intravisto barbuto e limpido d’animo mentre parcheggiavo la bicicletta per le solite chips e una coca-cola, prima di avviarmi alla scuola dei nostri bambini per saperne i risultati scolastici che entrambi ci avevano taciuto.
"Quale che sia il garbuglio che resta da dipanarare, accomodati con me, ordina qualcosa da bere, amico mio caro, la solita seven up perchè non ti fidi del liquido oscuro della coca cola, tutta va bene e tu vai bene così come sei, è d’oro listante che viviamo e che ci ritrova insieme..."
Era oggi un dì di festa congiunta di Shiva e di Sarasvati, e Kailash era tutto impegnato a dislocare differentemente in Khajuraho l'autorisciò, per captare il diversificarsi, a seconda dell’ora, dei flussi in uscita dalle cerimonie e in arrivo per esse, e raggranellare un guadagno superiore alle magre della settimana scorsa.
Ieri sera era soddisfatto di non avere dovuto ricorrere a me per pagare il sacco di zero zero atta, di farina bianca, che aveva dovuto comperare all? improvviso perché Vimala era stata così sconsiderata, da non dirgli che era finita, e di potere così replicare al mio rendiconto delle spese di cui gli avevo anticipato le rupie e di quelle che dovevo ancora sobbarcarmi- la remunerazione dell’insegnante pomeridiana dei nostri bambini, la fornitura di un’altra bombola del gas, il canone televisivo, l’acconto per la dentista che deve fare il calco dei denti fittizi che andranno a sostituire quelli sporgenti di vimala che le sono stati levati, oramai un mese fa, dopo avere pagato il milkman e il conducente dell’autorisciò che porta i bambini a scuola, ed avere inutilmente fatto ritorno al negozio di cui ci si serve abitualmente, per versare le 2.700 rupie del debito mensile accumulato.a gennaio. Di pomeriggio, inoltre, l’avevo lasciato che stava ricadendo intorpidito nel sonno, per recarmi dal principal della scuola ad anticipargli 2.000 delle 6.000 rupie che solo in giornata Kailash mi aveva detto, a stento, temendo mi adirassi, che erano la retta che da mesi resta ancora da pagare, tutti oneri che devo ad ogni buon conto saldare, oltre a dovere anticipare le spese familiari dei prossimi giorni a venire, se voglio poter partire i prossimi giorni per Bhopal , per visitarvi i grandi musei e le opere architettoniche di Charles Correa, senza conti in sospeso o che a mia insaputa Kailash debba indebitarmi con il vicinato.
Sopraggiunto il sereno e ultimati i report dei miei ultimi viaggi, in Delhi e tra Bharhut e Maihar nei dintorni di Satna, oltre ai conti da ripianare, per sentirmi libero di recarmi a Bhopal e di essere di ritorno a Delhi, entro metà febbraio, mi restava inoltre da riprendere i capitoli eccelsi del volume di Devangana Desai sulla religious imagery del Lakhmana e del Kandarya Mahadeva, per una rivistazione proficua dei templi del western group e del Museo archeologico di Khajuraho, prima di riavventurarmi in viaggio ed in ulteriori esperienze del patrimonio artistico dell India Ma con l'impegno assuntomi con il direttore del Museo di tradurgli in un estratto un articolo di Emmanuele Anati sulla struttura dell''arte, data la sua passione competente per le pitture rupestri, era sopraggiunto l’accorgimento che troppi giorni erano passati dai test dicembrini dei nostri piccoli, perché i risultati non fossero stati ancora trasmessi, e non fosse stato ancora fissato un giorno d’incontro con le famiglie. Per fortuna e mio sollievo, in assenza de principal, la sua assistente mi ha comunicato risultanze eccellenti per Poorti, mentre per Ajay erano negative solo in sanscrito, in hindi e matematica.
E stasera, in ufficio, solo nella formazione dei plurali in italiano, mi ha suscitato un moto di sconforto ...quello a cui ho resistito, ieri, grazie al cielo, al cospetto del padre ancora immerso nel sonno quando erano già passate le 17,30. L’avevo lasciato, per recarmi dal principal, che accusava fotofobia, per la gran luce indiana che abbagliava abbacinante,- per me un incanto da perdere solo in ragione della lettura improcrastinabile dell opera di Devangana Desai, per lui una ricaduta in un oscuramento letargico che ottenebrava il futuro ad entrambi.
A che era servita la mia impennata la settimana scorsa, quando, lunedì sera, lo avevo fatto partecipe di come la mia esaltazione diurna senza più il soccorso farmacologico stesse già precipitando in un' iracondia rabbiosa pronta ad esplodere contro chiunque, così come senza più farmaci lui stesso stava già ricadendo nell' insonnia e nell’invalidazione a qualsiasi lavoro intraprenda, causate dalla sua stessa schizofrenia, e a che era valso che dopo che aveva ricusato di essere lui stesso sintomatico, di riconoscersi malato, dopo quanto di sconvolgente aveva inscenato una settimana prima, mi fossi ridotto a trascorrere la notte sull'autorisciò parcheggiato sulle soglie di casa, l'indomani avessi richiamato da scuola lo stesso Ajay perché dicesse ai dottori del Christian hospital se ero davvero io soltanto il folle in famiglia, pur di indurlo a venire in ospedale a Chhattarpur e a farsi prescrivere di nuovo il trattamento farmacologico.
Dunque era un altro velo di Maia che veniva a cadere, con l’illusione che bastasse il riconoscersi malato e l'assunzione di pillole, perché ad un profondo sonno notturno subentrasse in Kailash la lucidità fattiva e laboriosa del risveglio, e sparissero ogni presunto disturbo fisiologico indotto.
Un sonno notturno profondissimo lo conciliava ieri ad una ancor più profonda letargia pomeridiana, ed ai suoi di disturbi agli occhi, dallo stesso lunedì della settimana scorsa si erano aggiunti i miei : maculopatie di una cateratta che mi perturba la vista già ad entrambi gli occhi, cui non è estranea, forse, la disidratazxione che mi ha cagionato la dissenteria dei giorni in precedenti, per cui ciò che evacuavo era divenuto lo stesso che vomitavo.
Ma dolci ali ha la follia, nella depressione e nella schizofrenia che mi adombrano nella vivida luce di questi primi giorni di febbraio, conducendomi lontano dalle folle dei lapka, acchiappaturisti, dalle parate dell indipendence day e dai greggi di stranieri qui in visita, dalle loro fantasticherie di essere altrove, mentre si ritrovano in India senza nemmeno esserci di fatto, distaccandomene dove mi ricordava che” lucum” deriva da “lucere”, il boschetto, in riva al talab, che si addensava con le sue fronde e luminarie intorno ai tempietti di Hanuman e Shiva e la Devi, tra i campi in cui ora infoltiscono le ancor verdi spighe di grano e gli steli di colza dalle gialle infiorescenze, al suono di flauti e al canto di voci registrate che irresistibile mi ci conduceva, o facendomi cedere, a dispetto dei guardiani- Cerbero, al richiamo archeologico che mi inoltrava nella nuova sede museale ancora ben lungi dal giorno inaugurale, a ritrovarvi in deposito tutti i reperti visualizzati e trascritti metodicamente su un quaderno il giorno avanti, le are templari in onore al dio Syria o i capitelli più remoti
rinvenuti a Khajuraho , ancora traboccanti di naturalistico fogliame nei loro motivi ornamentali, o la sera inducendomi a differire l’arrivo alla Messa, pur di intravedere, dove lo segnalavano le mappe, i resti di mura più antichi di Khajuraho, rinvenendoli in quel cumulo di pietrame a cui infinite volte sono passato davanti credendo fosse uno dei ruderi di edifici caduti in disuso di cui  Khajuraho 
è fatiscente, non bastassero i quali a dissestarne i connotati, sovraggiungono ora le macerie a cielo aperto delle case dirupate ed abbattute per dare finalmente luogo a strade che non siano una mezza carreggiata scoscesa di buche.
Intanto, passata da tempo la mezzanotte, cessano anche le ultime ripercussioni della festa di matrimonio, ed è profondissima quiete, nella casa che amo delle persone che amo.

sabato 25 gennaio 2014

nel grigiore di un dolore infinito

Continuano anche oggi  il grigiore piovoso e il dolore infinito,  Kailash mi diceva stamane, che secondo  i notiziari, solo nel 2003 e nel 2009 il mese di gennaio è stato così freddo e incolore nella piana gangetica,  nel protrarsi di un uggiolio in cui  ancora più mi costerna quanto suo padre ieri fosse desolato, dopo avere avvertito che ci siamo  picchiati,  l’ha inteso alla vista del mio labbro ferito, delle mie mani escoriatesi, quando Kailash mi ha riversato addosso la bicicletta di Chandu, dopo avermi sospinto contro il corpo del bambino, il cui dormiveglia si era trasformato  nella sua mente  allucinata in uno stato di agonia, -ma anziché impietosirmi ne ho avuto disgusto, sconvolto dal clamore nel cranio della festa nuziale notturna,  inetto, nonostante ogni mia avvertenza assillata,  a comprendere che perchè era subentrata in  lui un ‘alterazione mentale egli inscenava tutto questo,  e mi rigettava anche il nostro bambino contro, nel protrarsi  ostile della sua durezza di cuore,- suo padre alla rievocazione dei fatti scuoteva il capo, e non aveva  con me parole, forse perché sa ancora meglio di noi quale follia possa sconvolgere anche la dolcezza mentale più mite, la stessa delicatezza che ora ci fa solleciti, io e Kailash, ad essere di ritorno in Chattarpur quanto prima, per le medicine mentali che ci evitino ancora orrori del genere,  e risparmino di assistervi ai nostri adorati bambini. Poche ore or sono erano tutto il contento della nostra gioia, durante il pranzo frugale sul terrazzo, nella loro bellezza e felicità imperturbate, che mi istillavano questa stessa dolcezza, al fondo dell'anima, che poco fa mi ha intenerito in una carezza sul protrarsi pomeridiano del sonno di Kailash,  in assenza di turisti che non siano  preda dei lapka procacciatori. Ed io per non vederne lo squallore incontrastato ora non voglio saperne di uscire, preferisco restare  nella mia cameretta ad approfondire i miei studi del culto tantrico di Surya nel pantheon di Khajuraho, e scriverne mio malgrado solo per me stesso, cessata la dissenteria che dall’altro giorno ha trasformato in vomito le mie deiezioni.

venerdì 24 gennaio 2014

Dal Jeevan Bharati di Charles Correa al jantar Mantar ( secondo itinerario in Delhi)

La vista del Jeevan Bharati ( 1975-1986) di Charles Correa,  da cui ha inizio il nostro itinerario, s’accampa nella vista di chiunque alzi lo sguardo all’orizzonte verso le rotatorie meridionali di Connaught Place,  la concentrica piazza commerciale dell impero britannico in cui ancora trova una suo centro la megacity di Delhi.
Le sagome rosa dei suoi corpi di fabbrica intelaiati da una pergola metallica e complementari alle sue masse vetrate, si sopraelevano sul candore palladiano delle volte colonnate e dei prospetti di Connaught Place,   per porsi quale medio proporzionale tra tali vestigia anglo-imperiali /British e gli edifici a torre ancora più alti, retrostanti,  quanto il retaggio indiano che nel Jeewan Bharati si fa modernità contemporanea, vi  è teso a sopravanzare  l’eredità coloniale in cui si inserisce, e si fa una quinta prospettica volta al futuro.
E’infatti ugualmente rosata la pietra arenaria intarsiata dal  biancore dei marmi,- un candore qui ripreso nella tornitura della colonna di supporto centrale dei tralicci metallici della pergola, -  in cui sin dalla edificazione della magnifica tomba di Humayun si è materializzata l indianizzazione dellarte  islamica dei sovrani moghul, che in tale contrappunto cromatico si rifecero ad un connotato dellarte dei sultani di Delhi che ne furono i predecessori. Esso risale alla stessa Alai Darwaza di Alauddin Kaljii, addizionata alla moschea Quwwat –ul- Islam nel 1311, entro il complesso del Qutub Minar.  L’incastonamento del marmo bianco nell’arenaria rossa sarebbe rimasto preminente nell’architettura indoislamica sino alla tomba del nuovo signore tugluquide Ghyassuddin costruita intorno al 1325, nei paraggi della terza Delhi, Tuglaqabad, ma se ne perderà il ricorso per buona parte del xv secolo, sino alla sua ricomparsa durante il sultanato dei Lodi nella Mothi ka e nella Bara- Gumbad Masjd.  Sotto  i Moghul e nel corso dell interregno afgano di Sher Shah Sur,  le   Jamali Kamali e Qala-i-Kuna masjid , l’una in Merhauli , l’altra nella Purana Qila, la tomba di Ataga khan nel complesso di Nizamuddin, saranno i primi monumenti in Delhi a sancirne una ripresa emblematica della loro stessa arte dinastica,  sotto l’impero di Akbar e quello di Jahangir, fino a che  Shah Jahan  non instaurerà la predominanza del puro marmo trascolorante,  nella sublimità del Taj Mahal  ed edificando o riedificando, in marmo bianco, interi palazzi e i diwan di udienza privata dei forti di Delhi e di Agra. Una scelta che nel secolo scorso  avrebbe conosciuto una sua transustanziazione occidentale   nel Victoria Memorial di Calcutta, ove il Taj Mahal  è il fantasma che aleggia nelle forme architettoniche, sotto mentite spoglie  lagunari veneziane.
Ma qui in Delhi, ci occorre svincolarci dalla morsa del traffico anulare intorno al circolo esterno e  a quello interiore di Connaught Place, e oltrepassare gli accessi alla metropolitana, i prati centrali e il mercato minuto e corrivo - od all'ingrosso e all'imbroglio- del Palika bazar,  per ritrovarci a distanza ravvicinata dal Jeevan Bharati, e indugiare in una vista d’insieme prima di accedervi,  sottoponendovi a rigoroso controllo ogni  borsa o tracolla o zainetto e borsetta. E’ sede infatti di istituti bancari oltre che  della Life Insurance Corporation che ne ha commissionato l’edificazione, ed essi richiedono la massima sorveglianza  critica.


La vetratura rispecchiante e le murature compatte , con aperture  solo d’accesso e in uscita e nei recessi frangisole  delle pareti  retrostanti, sembrano preservare da ogni intrusione invasiva della megacity il complesso degli uffici e delle attività lavorative che vi si  svolgono, per rinviare chi vi è di transito e vi sosta agli open- to-sky spaces che si aprono tra le grandi cortine delle due ali dell edificio e al di sotto della pergola, che è una delle tipologie di spazi  sotto”  the blessing of the sky “, cui Charles Correa si rifà nel suo saggio omonimo,  similare al cortile di preghiera della Jami masjid di Delhi, od ai giardini terrazze polifunzionali tra i padiglioni dei forti moghul, alla natura medianica celestiale dei chattri allineati in batterie in tali edifici o nei palazzi del Rajasthan,  oppure alle case composte di capanne con funzioni specifiche intorno a un cortile dei villaggio esemplare  di Banni nel  Kuch,  per offrirvi  in “open areas “connesse con quelle coperte” to te users areas of visual quiet where the eyes can rest and the mind meditate”, in sintonia profonda con lo stesso simbolo dell'educazione in India e in Asia, che non  è “ the little Red Schholhouse of North America, “ ma un guru che siede sotto l’albero. “True Enlightenment  cannot be achieved within the closed box of a room, - one needs must be outdoors, under the open sky”.
Addentrandosi nel cortile del Jeevan Bharati possiamo osservare meglio come I due immensi edifici di vetro e giunture metalliche dei due corpi di fabbrica si profilino asimmetricamente, l’uno in rettifili ortagonali, l’altro con un maggiore sviluppo in lunghezza e obliquamente di lato, quasi per rendere ancor più una strettoia il varco verso la città retrostante che si apre tra le due ali come una grande porta o "darwaza",  ribadita dalle due torri retrostanti,  isomorfa, nella sua altezza, più alle porte ricavate nella natura dei rilievi, come quella che in Chanderi è di transito dal Malwa, che a quelle degli edifici anche più monumentali.
Segnala tale apertura, cui recano percorsi scalari intorno a cortili a vari livelli, la colonna che regge la pergola immensa di 98 metri di lunghezza , insieme ad un pilastro cuspidale a tre facce e alle masse murarie aggettanti, secondo un’ invenzione che si ripeterà  nella sede ulteriore della LIC di Mauritius progettata da Charles Correa negli anni 1988-1992.
Ciò che invece non vi si ripete, e che è quanto di più affascinante riserva il Jeevan Bharati, è la proiezione liquida  del pergolato nelle vetrature , in cui si liquefa distorcendosi visivamente come, nella sua solidità volumetrica,  ogni altro elemento architettonico che ne sia riflesso,  in una dissolvenza liquida e un defluire anamorfici delle ali dell’edificio nella loro rispecchiatura reciproca,  che mutano i graticci della pergola in viluppi ritorti, li mischiano in serpentine fluttuanti,  frangono e e ondulano i profili rettilinei  della colonna e delle massa vetrate.
Non solo, quanto l’edificio così liquidamente dissolto nella sua compattezza solidale /strutturale, invece è di fatto  inaccessibile ad ogni ingerenza  perturbante della megacity circostante,  altrettanto nella sue masse vetrarie si fa uno specchio costante del trascorrere della  vita urbana e del tempo, nel loro continuo trasmutarsi, riflettendo gli uccelli in volo quanto le cangescenze di nubi e della luce dei cieli di  Delhi.
Cessato lo starvi contemplativo nella congestione convulsiva del traffico limitrofo, tra le due grandi arterie tra cui si colloca, la JanPath e la Parliament Street, entrambe indirizzate al cuore politico della Delhi e dell'India british ed indipendente, sceglieremo la prima, sperando che non sia dispersivo e non induca a smarrire le mete ulteriori, il seguito di negozi di artigianato costoso che vi si succede, duplicato da chi accampato per strada vende manufatti similari  in tutta povertà di materiali.
Ci attende l’edificio gigantesco che si profila alla vista,  sulla sinistra, oltre l ‘incrocio con la  Tolstoj Marg,
lo State Trading Corporation  Building  ( 1976-1989) del capomastro generale della Delhi odierna,  Rajj Reval
Una torre vi campeggia su di un’altra ugualmente parallela alla Jan Path, e su due traversali,- una delle quali è solo di supporto mediano, e scarsamente visibile, - che formando due bracci,  ad essa sono connesse da possenti travi Vierenendeel, a piani alterni, la cui sporgenza enfatizza come la modernità tecnologica vi abbia esaltato la derivazione dell'architettura in pietra indiana  da quella lignea,  mediante la tecnica dell incastro di elementi che vi è ciclopicamente macroscopizzata.
La bicromia della pietra impiegata,  rende stupefacentemente a distanza, per contrasto,  lo stesso cemento un costituente di  intensa  vaghezza atmosferica, prima che una vista ravvicinata tolga un certo incanto alla suggestione dell edificio, per  gli aggiustaggi architettonici,- ad esempio  le travi- inserto, senza seguito strutturale, tra la torre principale e quella adiacente-, che ha richiesto il ritorno del computo ingegneristico, ed una certa mancanza greve di rifinitura di ciò che a distanza incantava, come la sagomazione delle aperture ottagonali, nell'impianto orizzontale delle torri trabeate.
Sostarvi  nei pressi,  può essere  un perdersi, o un ritrovarsi, tra chi vi si reca o ne esce dall’emporio basamentale artigianale, e i questuanti che resi senza scrupoli umani dalla miseria,  tentano di rivalersene per  lucrare  un’elemosina o l'acquisto della loro bigiotteria, o chincaglieria.
 Sta di fronte un Mc Donald, cui Siddharta Debb, in Belli e dannati, addebita un effetto di controglobalizzazione delusoria / delusiva dell’intero quartiere, in cui gli era toccato di lavorare ad una rivista alla fine degli anni novanta.
“ Il Mac  dove Esther aveva proposto di incontrarci si trovava allangolo tra Tolstoi marg e Janpath ( la via del Popolo) proprio di fronte a file di negozietti di artigianato che vendevano foulard multicolore e articoli di bigiotteria a turisti dall'aria scontenta con zaino e sacco a pelo: Eravamo a pochi passi da Connaught Place, dove si trovavano gli uffici della rivista in cui avevo lavorato alla fine degli anni Novanta quando vivevo a Munirka, e a quei tempi mi ero spesso ritrovato a passeggiare per Janpath, osservando i negozietti e gli alti palazzi degli uffici.  Il quartiere mi era sembrato allora la massima espressione della civiltà urbana, il centro di una grande città al tempo stesso meravigliosamente alienante e affascinante, quando vidi che Mc Donalds si era introdotto nella zona mi sentii stranamente deluso. L'intenzione era sottolineare quanto fosse diventata globale Delhi, ma il risultato era opposto a quello voluto. Il Mc Donalds serviva a ricordare che Janpath non era Times square: Ma non era neanche più Janpath”.”),

Immaginando che sia già aperto al traffico il tratto della Tolstoi Marg, sulla destra, che conduce a Parliament Street, oggi occluso per i lavori di costruzione di una nuova stazione nel decorso di una nuova  linea metropolitana,  ne ripercorriamo il lato che fiancheggia sulla destra i giardini  cui accederemo dell’osservatorio astronomico del  Jantar Mantar, edificato dal grande Jai singh II,  rajput di Amber e poi della città di Jaipur,  tentando un colpo d’occhio che ci permetta di intravedere le forme curvilinee di alcuni degli strumenti  che vi sono stati giganteschizzati, a raffronto con gli edifici moderni ugualmente arcuati , che  ad esse si ispirano  ,che si prospettano sul  versante opposto di Parliament Street, ossia la torre del Civic Centre di Delhi , di Kuldiph Singh ( 1965-183)  e  l’ edificio ministeriale ad essa adiacente.
L’edificio esprime falcata potenza e grazia, nello scarto ascensionale tra i  64 metri alla base ed i 28 alla sommità,  racchiudendo il proprio nucleo funzionale entro le pareti lisce  laterali e nei recessi frangisole di quelle frontali,
L’inarcarsi  per l’altezza di tre piani del portale d'ingresso, sembra conferire spinta all'intero slancio curvilineo,  mentre 4 campane della torre dell'orologio della vecchia città fanno bella mostra di sé nella sala dentrata.
“ A lawns sets the building back from the street so the structure is seen, in true Modernist style , as an  object in space  –rimarca Jon Lang in A concise History of modern architecture in India, 2002, 2010, - ( although the cars, bicycles and people crowding the area Indianise the scene on weekdays) .
E che altro sono, se non oggetti spaziali ingigantiti,  gli  stessi strumenti astronomici in muratura del Jantar Mantar cui il centro civico si rifà, con l’ingresso nel quale, poco oltre, di fronte,  abbiamo raggiunto il clou finale del nostro itinerario.

Costruendo in Delhi nel 1724 2 per lo Shah Moghul Muhammad, sui terreni di sua proprietà,  il primo dei  suoi 5 osservatori astronomici,- gli altri vennero costruiti in Jaipur,Varanasi, matura e Ujjain, non dobbiamo se non illuderci, presumere che Jai Singh II vi coltivasse la contemplazione disinteressata degli astri, a discapito dell’arte della conquista e del godimento delle sue fortune terrene,  in regale splendore, e che accedendo alla scienza occidentale vi  trovasse un emancipazione scientifica  e secolare dal pregiudizio superstizioso di astrologi e uomini tantrici.
 E’ esplicita ed inequivocabile, in tal senso, la offerta allo Shah, insieme con l’osservatorio,  del testo dello Zii Muhammad Shah, scritto in collaborazione con il brahmino Jagannath, dell'India meridionale,  in cui  correggendo le tavole delle predizioni astronomiche  presenti in antecedenti opere islamiche quali quelle di Ulugh Begh, il re astronomo timuride di Samarcanda,  lo stesso Jai Singh, nella prefazione, auspica che l’imperatore possa rivedere le proprie calendarizzazoni, “ visto che importanti affari di stato, concernenti sia la religione che l’amministrazione dell’Impero, ne dipendono”.
Astronomia e astrologia costituivano infatti per  Saway Jai Singh un unico ambito di pensiero, lo Jyotish vidya, volto a studiare i moti dei corpi celesti per desumerne le influenze sulla vita umana e gli affari terreni, nè c'è da meravigliarsene, se nemmeno in Newton astrologia e astronomia erano scindibili nettamente, la teoria della gravitazione universale stessa supponendo l’attrazione occulta dei corpi a distanza, ed essendone una matematizzazione. Né  erano separabili, entro una stessa tradizione di pensiero, lo Jyotish Vydya in ragione del quale Jai Singh costruì i propri osservatori, e il Vastu vidya in ragione del quale Jaipur fu edificata secondo i canoni paradigmatici di un mandala  di nove riquadri, con aggiustamenti dovuti alla natura del sito.
Egli rimase ancorato al geocentrismo del sistema tolemaico recepito per il tramite dei testi della tradizione araba, e a nulla valse, a  indurlo all'eliocentrismo,  l'acquisizione  delle opere dell'astronomo francese  Philippe La Hire ( 1640-1718) o dell inglese John Flamsteed ( 1646-1720).  Né potevano  convertirlo alla rivoluzione astronomica della nuova fisica occidentale i gesuiti portoghesi, di stanza a Goa, con cui più tardivamente venne in contatto, a iniziare da Pedro da Silva Leitao,  per la cui fede cattolica  tali cosmovisioni ripugnavano.
Ma nel Jantar Mantar a iniziare dallo strumento supremo,  il Samrat Yantra, troveremo anticipate,  per ingrandimento colossale degli strumenti metallici, al fine di una precisione superiore,  in triangoli gnomici, concavi emisferi, edifici circolari, con un pilastro al centro, al contempo  su scala ridotta rispetto alla loro  ripresa architettonica, le forme solide  del moderno costruire indiano, cosi come si faranno metaforiche della cosmologia  vedica del Vastu purusha mandala e e della moderna concezione di un Universo in espansione, a iniziare dal bing bang, entrambe con un vuoto generativo al centro,  nel Jawahar Kala kendra di jaipur e nello IUCAA di  di Pune,  opere entrambe di  Charles Correa. Con il che si  chiude il cerchio del nostro itinerario breve.


Alla sultan ghari ( itinerari in Delhi, 1)

“ The Safdarjiung tomb?”
“ no, no, the Sultan Gari, the Sultan gari” ripetevo stizzito al giovane addetto dell’ufficio Turistico governartivo in Janpath, “ che lei dovrebbe ben conoscere, visto il mestiere che fa ”, invece di dovere cercare in internet  le informazioni del caso. Ma ciò che mi adirava non era la sorpresa , quanto che quel giovane svogliato e ignorante che con il suo compagno d’ufficio si trastullava al computer,  fosse l’esatta conferma delle mie aspettative, a dispetto delle quali mi ero avventurato nel traffico rischioso da un capo all'  altro di Connaught Place,  ripercorrendone tutto il decorso anulare, pur di evitare il traversamento dello squallore commerciale del Palika Bazar.
Pur sempre a  dispetto di ciò che mi era lecito attendermi, presso il B blok  mi ero lasciato irretire,  come da dei “lapka” , da alcuni giovani  che pur supponevo che gestissero  un fittizio ufficio turistico di informazioni, pur di sibilare loro lo sprezzo furente per il loro tentativo maldestro di invischiarmi  nel loro viscidume azzimato in camicia e cravatta, quando mi hanno detto che no, non si poteva raggiungere che noleggiando un’automobile.
“ E visto il mestiere che lei dovrebbe saper fare, sono venuto in quest ufficio legalmente autorizzato, dicevo ora invece al giovane funzionario governativo,  con verve polemica più sottaciuta, per sapere quali autobus posso prendere dal centro in direzione di Sultan Ghari, la prima tomba monumentale dei sultani di Delhi.
Non ne sapeva niente e non sapeva come informarsene, , o non voleva perdervi tutto il tempo necessario alla ricerca, ovviamente, ma  individuata l’area in cui si trova il monumento ripiegava sullindicazione di comodo di quale fosse la meno distante a suo avviso delle fermate del metro
“ Lei può scendere a Chattarpur e poi prendere un autoricksw”
Era quanto avevo desunto benissimo già da solo, semplicemente consultando la mappa di Delhi.
“ Il problema è che resta alquanto distante, e non credo che gli stessi conducenti di autorickshaw  ne sappiano qualcosa del Sultan Ghari, in Chattarpur”
“ Chieda e vedrà che colà tutti sapranno di esso e potranno condurvela”
Era un’autentica provocazione una simile risposta,  avesse avuto una minimo di esperienza motivata da un cointeressamento effettivo alla bellezza monumentale di Delhi,  una qualche cognizione fattuale, non si sarebbe azzardato a spacciarmi con sicumera una così  illusoria  rassicurazione. Che ne sanno mai  del patrimonio storico di Delhi a milioni i suoi abitanti, quando a milioni sono degli emigranti che vi ci si sono  avventurati solo per disperazione dalle campagne dell’India:
Non mi restava che congedarmi  con deferenza del tutto formale, e reimmergermi nel caos stradale di Delhi, incerto, data l’ora già pomeridiana, se rinviare all’indomani la visita del Sultan Ghari, con tutto il tempo di una giornata davanti, o se tentare di giungervi quello stesso pomeriggio,  prendendo un  metro per Chhatarpur.
La stessa linea gialla avrei potuto altrimenti utilizzarla in direzione opposta,  fino al Chawri Bazar per poi recarmi al Karim Restaurant presso la Jama Masjid, e tentarie la sorte di potervi finalmente  ordinare con successo un pesce sia pure intero, tikka o karaj o curry che fosse, visto che è possibile richiedervelo solo d’inverno, e che quando lo avevo ordinato  di sera, per Capodanno, accettando di cibarmene di uno intero, dato che non era cucinato altrimenti, non ve n’era più , “ finished”., con mio smacco deluso  “ Venga dopo le undici del mattino”mi aveva consigliato il cameriere, ed ora era da poco passata l una del pomeriggio.
Nell’incertezza  facevo due biglietti per ambo le direzioni, e già mi ero deciso per la “ grotta del Sultano”, quando a decidermi a rinviare l’escursione all'indomani,  era la costipazione di corpi fino al boccheggiamento traccheggiante, che vedevo oltre i vetri di ogni vagone delle vetture del metro che viaggiavano in direzione di Chhatarpur.
La sorte di una bella vita quotidiana mi avrebbe così riservato al Karim restaurant finalmente la goduria di un intero fish tandori, e  l’indomani il risveglio in una meravigliosa giornata di sole, che propiziava l’escursione nel suo  fresco albore mattutino.
In nottata,  riconsiderando la mappa di Dehi,  e incrociandone i dati con le coordinate del sultan Ghari fornitemi dalle varie guide,  mi era parso che per giungervi fosse meglio utilizzare la linea metropolitana aeroportuale, scendendo ad Aerocity, che appariva di gran lunga più vicina al sito monumentale che non Chhatarpur . E in tal senso mi indirizzavo
E straordinario sul metrò espresso , usciti dal tunnel, ritrovarsi ad attraversare, come in  un salone mobile, la periferia di Delhi in cui le selve di neem vengono cedendo all’avanzata dei quartieri più lussuosi, scendere e ritrovarsi nella sua periferia a cielo aperto, tra i prati e le radure in cui si gioca a foootball o a cricket, prima di inoltrarsi sotto il sovrappasso,  trovare conferma che nessuno ne sa niente di alcun Sultan Ghari,  ma che vi era pur anche una stazione degli autobus,  a dispetto di tutte le smentite di addetti al turismo del cazzo, prendere nota anche solo dei numeri delle loro  linee, il 717, il  543,  prime di salire su uno di essi,  in direzione di Chhatarpur, lungo la Merhauli road, con il solo supporto di chi sapeva dove dovessi scendere per ritrovarmi all'altezza dellIndian spinal injures center, che secondo una delle guide è in prossimità del Sultan Ghari.
Ma una volti scesi al sovrappasso che reca all’ospedale, e si chiede a chi vi  è operante , o a chi  è del posto da un certo qual  tempo, i rivenditori di frutta o di bevande, qualcuno inizia a saperne qualcosa,  e insorge il dubbio che molti altri saprebbero indicarti la via, il sito, pur che si chieda di esso sotto un altro nome per cui è universalmente conosciuto. Sta di fatto che consentendo con le indicazioni fornite che tra loro sono coerenti,   lasciato l’ingresso al nosocomio  si è indotti a intraprendere la prima via che si diparte sulla sinistra ritornando sui propri passi, a percorrerne l’intero rettilineo sterrato  per svoltare a destra e quindi ripercorrere, svoltando sempre a destra  una strada parallela alla  precedente , lungo la quale ville lussuose e palazzine a schiera s’inselvano nell’aperta brughiera, fino a che non si incoccia in un muro,  oltre il quale da chi ti dice di avere inteso che cerchi la masjid, si  è indirizzati ad avviarsi ove vi si apre un varco,  e dove tra le fronde degli alberi appare infine il Sultan garhi, la grotta del Sultano,  a poche centinaia di metri di distanza dal punto in cui ci si è  avviati a piedi per almeno alcune miglia.
Appaiono innanzitutto le sua mura di cinta, turrite agli angoli, e antistante, a valicarne il portale d’accesso recandovisi in pellegrinaggio, una folla che il giorno in cui vi sono giunto ( il 2 di gennaio del 2014) sorprendentemente ne gremisce la radura antistante, tra tende e cucine di campo,  dove primeggiano bambini e ragazzi, i più quasi tutti allineati in fila per cibarsi di dhal e puri e di una dolcea purea,  attavolandosi e sedendosi a saziarsene in congreghe separate,
Mi si dirà poi che è  un bandhar dove ognuno può saziarsi liberamente,   istituito per celebrare  l’anno nuovo-  è il 2 di gennaio del 2014 il giorno in cui compio la visita-, ma che tanta folla, composta di uomini e di donne e vecchi e bambini,  sia accorsa  e seguiti ad accorrere ad una festa allestita nella radura del monumento sepolcrale, rafforza la mia supposizione che esso sia più popolare di quanto ritenessi , sotto le specie /le spoglie  di un altro nome.
Avrei dovuto chiedere del Mazaar del Pir Baba mi si conferma  dirà più tardi, quando non avrò ancora cessato di meravigliarmi di quanto sarò venuto scoprendo.
Antistanti al monumento tombale vi sono bancarelle che vendono drappi sepolcrali e dolci e lumi e fiori per le offerte, il che è  la riprova di come sia divenuto un luogo sacro di culto, il sito della sepoltura di chi in vita fu un principe guerriero, Nasiru’’d –din Mahmud, figlio primogenito dell illustre Iltutmish,  e predestinato a succedergli, non fosse  caduto in battaglia nel 1229 a Laknauti. La tomba fortezza fu eretta in suo onore due anni dopo da suo padre,  riservando alla preghiera solo la parete occidentale, volta alla Mecca, come nella propria tomba che fece edificare nell’area del Qutub minar, un anno prima della propria morte, avvenuta nel 1236.
E’ un fattore di meraviglia che non tardo tuttavia a relativizzare, avevo già avuto modo di constatare come lo stesso  fosse avvenuto dei lasciti tombali della stessa sorella indomita del nostro principe Nasirud’din Mahmud, ossia la sultana Raziya, la quale salì al trono alla morte del padre Iltutmish, nel 1236, e fu la sola regina  che abbia avuto Delhi come sua sovrana, prima che in epoca moderna vi si attentasse a divenirlo la signora Indhira Gandhi.Come il fratello  anche la sultana Raziya trovò  la morte in battaglia,  a Kaithal, nel distretto di Karnal, nel 1240, a seguito di una rivolta dei nobili che l’avevano costretta alla fuga. Una  delle  sue  tombe presunte,- l’altra  è nella località dove rimase uccisa , è ora accerchiata dalle case a cielo aperto nell’intrico di vicoli che si dipartono dalla Turkman gate nell’old Delhi, dentro una  recinzione che apparta l’area dei sacelli come un luogo sacro
Del dato che gli avelli di principi o dignitari secolari possano prestarsi alla loro sacralizzazione devozionale per lo stesso stato d’ abbandono in cui versano, che assurge a correlato oggettivo  della loro sorte di sante vittime sacrificali,  che il cielo ha preservato dalla profanazione di una sacralizzazione secolare monumentale e del vilipendio turistico che ne consegue,  ne avrei avuto una riprova il giorno seguente, quando la Nila gumbad retrostante la meraviglia della tomba-giardino di Humayun, sul cui incanto visivo solo  i battenti della sera potevano chiudersi per me definitivamente,  al limitare della stazione ferroviaria di Nizamuddin e dei suoi bivacchi di povera gente avvolta per il freddo nei propri mantelli,  mi è apparsa illuminata all’interno, e vi  ho visto salire un giovane per onorarne i sepolti nei catafalchi che ho potuto solo intravedere sotto i loro verdi ammanti islamici, sospintovi lontano dal ringhiare dei cani che  me ne precludevano l’accesso.
una sorte opposta è toccata invece  alle  tugluquidi  moschee fascinose Kirki e Begampur, la cui  conversione in monumenti protetti solo nominalmente, ha sortito la desacralizzazione del loro degrado a trafficato luogo di transito, non che a orinatoio per chi vi conviene nel bere e nel gioco.
Giunti così al portico  d’accesso  alla  Sultan Ghari tomb, è  la finzione marmorea di un arco che vediamo sovrastare la scalinata che ascende al portale che inquadra nelle scritte coraniche delle sue cornici marmoree il tetto ottoganale della sala di preghiera sul  lato opposto dell’edificio sepolcrale.
Analogo destino fittizio graverà sugli archi della tomba del padre, e occorrerà attendere ledificazione a fine secolo della tomba di Ghyathud- din Balban per  vedere comparire in India un primo arco vero . Non lo costituiscono ancora,  infatti, blocchi di pietra a forma di cunei, i voussoirs, disposti circolarmente e culminanti nella pietra o chiave di di volta, ma una successione di pietre disposte orizzontalmente , una sopra l’altra,  con i bordi arrotondati ad una delle estremità.
Valicato l’accesso, ci troviamo in un cortile da cui emerge la parte superiore della  tomba a camera ottagonale di Nasiru’d-din Mahmud, per metà della sua altezza. 
Il porticato circostante si risolve nella sala di preghiera, di cui quattro colonne marmoree supportano la trabeazione ugualmnte marmorea e la copertura ottagonale,  senza che vi sia tentato alcun arco, per i limiti che ben sappiamo, e che approssimano suggestivamente  la sala di preghiera a un tempietto greco in terra di Armenia.
Dintorno i frammenti decorativi, l’ornamentazione , con motivi vegetali naturalistici, che soggiace al rivestimento marmoreo della parte superiore della tomba del sultano, voluto da Firuz Shah ( 1351-88), insieme alla riparazione del Qutub Minar o della Suraj kundi,  oltre un secolo dopo,  attestano quanto  fossimo ancora in tempi di spoglio delle vestigia di templi hindu demoliti, come nella edificazione e nell''ampliamento della moschea Quwattu’l-islam, ma al contempo di soggiacenza alla perizia  e ai limiti delle maestranze hindu. Nella sala di preghiera è perfino ravvisabile l’utilizzo di una yoni o pietra di scolo del lingam ,  nella sua pavimentazione laterale.  Forse l’area fu scelta per edificarvi questa ed altre tombe dinastiche dei figli di Iltutmish, perché si prestava particolarmente a tale attività di reimpiego per la presenza di un tempio hindu, risalente all'ottavo secolo dopo Cristo, dalla cui demolizione potevano largamente attingere i dominatori islamici, edificato, si congettura, da un feudatario dei Pratihara. In esso l’uso di arenaria grigia o bruna avrebbe fatto seguito all'impiego antecedente in loco di arenaria rossa, in epoca Gupta.
E ora il tempo, con i devoti di discendere nella sala della tomba del Sultan Ghari, che la costruzione intorno ad essa della piattaforma, ha trasformato in una cripta , o ghari, appunto, in persiano.
E come ci si avventura, l’emozione si fa palpitante.
Occorre discendere per ripidi gradini, mentre la vista si obnubila, per riacquisire gradualmente la visione di una realtà stupefacente. Un raggio di luce filtra pulviscolare dall'entrata, in cui si calano i corpi dei visitatori e dei  fedeli, ma a vincere l’ottenebramento sono le innumerevoli fiammelle,  esalanti sentore d’unguenti ,  che brillano nei lumi delle candele e delle  coppette di ghee che alimenta fumigante l’ardore degli stoppini   intorno ai catafalchi del principe e di altri membri della famiglia del sultano.  E i devoti depongono fiori e offerte di dolci,  depositano sulle tombe verdi bendaggi , e nei gesti rituali che compiono , l’aarti con i lumini accesi ,  appaiono essere quasi tutti degli hindu coloro che si raccolgono  in preghiera sulla tomba di un principe islamico santificato per le sue imprese compiute in battaglia contro la loro fede e i suoi antichi seguaci, rari sono i musulmani che compongono le mani a coppa nel gesto rituale della preghiera, per poi passarsele sul volto e sul cuore.

 Ed è dato  dato di  vedere anche il  reperto di un amalaka inghirlandata di un tempio hindu antecedente, come ne sono state desunti i pilastri di supporto interno, nei sincretismi mirabili che nella cripta compone la fede.
Risaliti all’esterno, tra le rovine di altre tombe dinastiche, di una moschea in rovina ,  basta avviarsi per il sentiero che si diparte di fronte alla tomba del Sultan Ghari, per ritrovarsi  lungo la Merhauli road da cui fare rientro.





sabato 18 gennaio 2014

17 gennaio, cronaca di una tranquilla giornata indiana

17 gennaio cronaca di una tranquilla giornata indiana

Mi sveglio tardivamente, mentre di fuori sta ancora piovendo, i lampi e i tuoni, il “boom bom” come li traduce in inglese Kailash, dell’imperversare di un temporale nel corso di queste piogge monsoniche fuori stagione, non hanno perturbato più di tanto il mio sonno profondo, talmente me lo concilia il tremendo terribile che dopo che a kailash è stato prescritto a me ugualmente dai medici del Christian hospital di Chhatarpur, al termine della mia breve degenza, la settimana scorsa, che ha fatto seguito ad una comune diagnosi di dementia precox, come avrebbero sentenziato degli psichiatri ottocenteschi, di schizofrenia secondo la psichiatria contemporanea. Una caligine grigia seguita a gravare su Khajuraho, precludendone lo splendore invernale, Kailash lo ritrovo a letto, e comprende benissimo che è a lui che muovo i miei addebiti, quando gli chiedo come mai Ajay e Poorti non siano a scuola, mentre sottaccio che egli non è al lavoro Per il gran temporale scrosciato in mattinata i bambini tutti non sono andati a scuola, si è protratto quindi ulteriormente il regime vacanziero indiano, che feste islamiche a parte, dura oramai da lunedì corso, a seguito del freddo per il quale le scuole indiane restano chiuse in gran parte del paese, in mancanza di qualsiasi impianto o forma di riscaldamento. Per me ha dell’incredibile come un così mite tiepido fresco possa indurre gli indiani a un imbacuccamento con sciarpe e paraorecchi, come io stesso ne abbia patito il rigore e la diffusività di virus e batteri, quando alla mia partenza per Delhi ho patito un gran freddo e mi sono ritrovato all'addiaccio nel vagone sleepers, e ne rabbrividissi al ritorno in stato influenzale, oppresso di nuova da una tosse che mi si accaniva nel petto ogni qual volta tentavo di emettere parole. Ieri, l’occasione o le circostanze impellenti a seguito delle quali Kailash ha dovuto disattendere il lavoro in autorickshaw, è stato il gran riassetto dell ufficio in un vano adiacente, risistemandovi l’arredo e l impianto elettrico, un lavoro che si è protratto unintera giornata, per il venir meno dell energia elettrica fino alle cinque del pomeriggio, a seguito dei lavori in corso in Chattarpur per l'installazione della nuova rete ferroviaria, non che per il gran numero di perforazioni e di chiodi da sistemarvi, da parte del balai, il falegname, perchè sulle pareti vi riapparisse in un ritrovato ordine tutto l’apparato decorativo inter-religioso e del più multicolore artigianato indiano, incluse miniature del rajasthan e dipinti Madhubani o Gondi. Nella mattinata odierna, sono le undici e Kailash è ancora attardato in casa per cucinarmi il breakfast, dopo di che si mette a letto in uno stato di torpida sonnolenza e di indisposizione indisponibile a qualsiasi darsi da fare, accusando il suo cronico bruciore agli occhi, per tutta la polvere che aveva dovuto spazzare ieri n ufficio a seguito del trapanio dei buchi per sistemarvi i chiodi cui appendere quadri e ninnnoli. Già nel decorso del risveglio la mia mente aveva conosciuto i suoi propri travagli, perché la soddisfazione di come il giorno avanti ero riuscito a far risorgere il mio ufficio ancora più bello e più incantevole che nel suo corredo precedente, era stata perturbata dalla pretesa del brahmino Balbil, che del vano del mio ufficio è il proprietario, un ordine richiesta più che una domanda, che dall'indomani mi mettessi a servizio delle due donne che gestiscono il suo ritrovo d'infanzia assistenziale. Non era dunque servito a nulla che oramai due settimane fa, alla partenza per Delhi, avessi rintuzzato il suo esercizio abusivo della propria autorità di brahmino e di proprietario dell’ufficio che è il cuore delle mie attività in India, con l’ordine che mi facessi l’insegnante personale del figlioletto di una donna musulmana che vagheggiava,- come lord Krishna ha mille giopi, one thousand amanti vaccare, a detta di Kailash- in questo caso la moglie del driver Anklet , che a tanto l’aveva istigata, sapendo del debole del brahmino per la sua signora, e con il quale ho un conto da lungo in sospeso, per avere egli scaricato su due piedi con un “ Madar chod” in quel gran intrico di vie che è la vecchia Varanasi, a oltre due chilometri di distanza dal loro hotel, il cliente italiano e la sua famiglia di cui io e Kailash gli avevamo commissionato il trasporto sino a Varanasi da Khajuraho, per essergli essi venuti in gran dispetto in quanto non gli avevano elargito alcuna bakshhesh. E mitigatasi tale mia inquietudine angosciata, grazie anche al lenitivo dei farmaci, ora la letargia di Kailash, il riacutizzarsi della gravità che assumeva per lui la lacrimazione degli occhi, pur se il sole è diuturnamente schermato da una grigia foschia, la sua collericità con Vimala, nel persistere del mio parossismo mi mettevano in stato di estremo allarme, era forse finito, temevo, l’effetto della sua cura farmacologica, mentre nessuno dei familiari sembrava avvertire la situazione di rischio, nè Vimala canora nei suoi lavaggi e rilavaggi, nè Ajay come sempre irreperibile nella sua incoscienza esasperante. Sicché mi limitavo a tenermi daccanto al ragazzo mentre assisteva alla sfuriata del padre, e nel puntargli il dito contro, con foga iraconda, riuscivo a contenere l’aggressività del mio astio per la sua volatilità mentale, per essere egli ancora “chotan” più nella sua incoscienza della gravità delle cose e della pesantezza della nostra situazione che nella statura del corpo.
Per via, avvertivo tutta l’alterazione in corso del mio stato mentale, che i farmaci possono sedare solo nelle sue reazioni, per l’odiosità che assumevano i volti e i corpi della popolazione locale, in specie i giovani che bighellonano in tre in sella alle loro moto, senza prefiggersi niente da fare, alcun vero mestiere da intraprendere, o alcunché da leggere o studiarsi, i lapka e i bimbi già in cerca di turisti da accalappiare, o al loro seguito incalliti, come demoni custodi che se ne sono impossessati di un lascito in rupie per essersene impossessati della fiducia o della incapacità di farne a meno, o di cacciarli via, tale e tanta è di costoro l’ottusa incultura o insicurezza, o pochezza di mete, che fanno si che per un “misto di insolenza, di capriccio e vanità”, non credano o diffidino di chi parla loro in tutta sincerità e onestà, e cadano invece inevitabilmente nelle sporche grinfie di chi non sa pratica re altra arte o parte che il raggirarli, come ben loro sta, sia pure a dispetto di chi studia ogni pietra templare o usanza o vestigia locale, cerca di venire a conoscenza dogni organic farming o organizzazione effettivamente no profit con cui sia fecondo l’incontro del viaggiatore o turista. Era stato il ricadere in tale retaggio locale, al mio rientro da Delhi, quando mi si è irriso al saluto o mentre in bicicletta faticavo nellerta che conduce al tempio Chaturbuja, o neanche nel negozio del balai , il falegname a cui stavo affidando le mie miniature da incorniciare, mi sono trovato al riparo dalla altrui indiscrezione assoluta, alla richiesta del farmacista di quanto mai mi pagasse il "principal" per le mie lezioni di italiano, e dopo che certe bambine si sono unite alle loro compagne che erano i soli allievi delle mie ultime lezioni di italiano, solo per chiacchierare con loro e sottrarsi agli insegnanti e alle sberle che da loro avrebbero ricevuto se si fossero comportate nello stesso modo , che la mia mente ritrovandosi per mia libera scelta, o per vocazione d’amore, in un contesto dinferno simile a quello delle scuola dItalia a cui mi sono ritrovato libero, è entrata in depressione ed ha ripreso a vacillare, è crollata e precipitata nelle sue patologie aberranti.
Con il brahmino Balbil ho incrociato solo il saluto e lo sguardo, al ritorno nel market che ha il suo nome di famiglia, e ho serenamente trascorso l’intero pomeriggio a riordinare sugli alamari dell’ufficio le effigie delle divinità hindu e i loro apparati di culto, ad appendere ai muri i residui dipinti madubhani o gondi di cui disponevo, i pupazzi e le ghirlande rajasthani, o quant'altro lo ha reso per me un sito ameno di riparo e conforto, in cui è riapparso Kailash verso sera.
“ non ripetere ancora una volta quanto è bello il nosro ufficio, porta male” ha insistito. E pur nella sua inettitudine a complimentarsi e a rendere merito e grazie, mi è mostrato soddisfatto che non apparisse più come la congerie di uno show rom dell'artigianato liturgico indiano. Solo dovevo decongestionare l'intasamento di seggiole e tavoli e panche. Del mio amico ho in gran pregio ogni giudizio estetico, tanto più da quando ha biasimato la mia scelta di un dipinto madhubani perché conteneva solo l'immagine composita di un mandala di pesci beneauguranti, dicendomi laconicamente, in tutta franchezza quale motivo di scontento estetico.“ there is not subiect”

Insieme abbiamo mangiato delle frittelle di patate con ripieno di ceci e salse piccanti, prima che mi lasciasse solo e ch’io facessi ritorno a casa per depositarvi un quadro e un quadrettino devozionali islamici da riparare.
Dell ufficio non lo persuadeva ancora, mi ripeteva, l’ingombro che vi costituivano le giare di terracotta, la disposizione della panca per lezioni o conferenze, che andava per lui disposta invece lateralmente.
A un mio ulteriore rientro a casa, per prelevarvi decalcomanie e una coroncina del rosario indiano da sovrapporre all’immagine di Pope Francis , beneaugurante come quella di un Shiva o di un Buddha in abayamudra, ho chiesto ad Ajay se voleva cogliere l’occasione di riprendere il mio insegnamento dell italiano, per vedere il riordino dell’ufficio nel nuovo vano, e di sollecitare Poorti ad essere della partita. Sul l’istante si sono fatti ritrovare disponibili tutti quanti i fratellini, con me in bicicletta era pronto a venire anche Chandu, fresco e profumato e lieto nel suo incanto infantile.
Piovigginava, ma Kailash sarebbe venuto a prenderci con l’autorisciò se fosse piovuto a dirotto.
Che mi sia dimenticato di portare con me i libri di testo, è stata la circostanza che ha propiziato che tenessi solo una piccola lezione breve sul “ciao e il buon giorno o il buona notte o buonasera”, -con gli amici o con le persone di riguardo non familiari-, tra i più impertinenti schiaffeggii e pugnetti graziosissimi che mi infliggeva l’adorato chandu, il mio presunto e improvvisato assistente, di cui saltellante sul lettino dei massaggi sottostante la lavagnetta, dovevo fronteggiare tutta l impertinenza dei tentativi di cancellare quanto vi scrivessi con il pennarello.
Poi li ho lasciati disporre dei pennarelli e della lavagna a loro piacimento, di rientro a casa per prendervi la videofotocamera della cui card avevo recuperato i contenuti e le funzioni del dowload dei dati il giorno avanti, insieme con delle berrette per ripararci dalla pioggia al rientro di lì a mezz’ ora.in video e foto ho tentato di riprendere e fissare l incontenibile gioia dei miei bambini, sino a che è stata l'ora che si rimettessero le scarpe e si avviassero verso casa . Nemmeno il tempo di chiederci se fosse il caso o meno di rientrare in bicicletta, che per l''ffetto di noi tutti che sprigionava alla sua sola vista, è ricomparso Kailash che era venuto a prenderci con il tuk tuk.
Le biciclette le avremmo lasciate dentro l’ufficio. Visto che era ancora aperta la pasticceria cui l’ufficio fa seguito, ho invitato i nostri bambini a cibarsi di qualche dolcetto. Di la dai vetri Kailash si è immancabilmente oscurato alla loro gioia, come supponevo, al pensiero di Sumit, che ne sarebbe potuto esserne gioiosamente ugualmente partecipe, “ My Sumit”, come non manca di dire le poche volte che ne ha modo di parlare. Al nostro povero caro Sumit era già corso anche il mio pensiero, quando per accertare linglese di Poorti, le ho chiesto di dirmi quanti fratelli avesse.
Due, certo, tra me ho pensato, ma se non si conta il fratellino che è già nel Nirvana.
Aveva cessato di piovere a dirotto quando ci siamo decisi a rientrare, sicché solo Poorti e Chandu sarebbero tornati a casa sull'autorisciò, mentre io ed Ajay avremmo riportato a casa le biciclette.
La caduta di tasca del portafoglio è stato poi il pretesto per avviare Ajay a precedermi mentre lo raccoglievo da terra, e per recarmi allo shop center di Agrawal per acquistare le colle che mi servivano per riparare la copertina di “ the religious imagery of Khajuraho” e il quadrettino devozionale muslim, per ritornare indietro al negozio di articoli per la casa di un negoziante jain, ed acquistare la cesta metallica che ancora occorreva, perché Vimala potesse disporvi rialzate dal suolo tutte le stoviglie e le posate in uso.
Ma mi illudevo ,se cosi credevo di completare la felicità domestica: “ E adesso, brontolava la costernante Vimala, perché non portare indietro quello che avevo acquistato il giorno avanti, che come avevo adocchiato in cucina ad un mio rientro a casa, non bastava per l’occorrenza. Una micragnosità che faceva il paio con la sua ostilità al paio di babbucce che si era provveduto ad acquistarle, perché stando con i piedi sempre in ammollo nel cortile, non seguitasse a contrarvi infezioni.
“ Cerchi piuttosto di salvare denaro acquistando meno gutka”, la rincalzavo.
“ E’ una old lady”, ribadiva esacerbato Kailash, mentre mi cucinava gli spaghetti, e lei assisteva come in atteggiamento di sfida e senza avere niente da voler apprendere, vista la sua ritrosia a muoversi oltre il raggio di duecento metri da casa e ad alimentarsi che di ciò che non fosse cucinato di vegano con le sue mani, a nessun altrove se non il suo villaggio d’origine,” le altre donne cambiano quando vanno in un nuovo posto, lei invece è rimasta tale e quale”, pronta a farsi beffe della mia eccessiva tema di versare nel condimento e sugli spghetti più timo del dovuto, dal vasetto dai cui fori non voleva saperne di uscire.
“ Con tutto il riguardo che ho nei suoi confronti”, commentavo con Kailash, mentre lei si allontanava, per la sua sguaiataggine che è il suo eloquio naturale, per il suo maneggiare la merda con cui sacramenta la porta di casa con la stessa naturalezza con cui prepara il cibo e le bevande, e recupera da terra ogni cosa che vi cade e non la rigetta o la usa di nuovo senza lavarla..
Ma il tragitto verso la quiete del sonno riservava ancora una reprimenda di kailash contro Ajay per la sua persistente irreperibilità, cui mi associavo con ferocia danimo , visto anche che Ajay si negava a una risposta, e un lungo indaffararmi al computer con le immagini di Ajay e Poorti e Chandu in ufficio, per scegliere quella da destinare a facebook, prima che sulla volontà di scrivere prevalesse il sonno, dopo quella di navigare in internet. Ma la pioggia si era fatta intanto talmente scrosciante, che mi correva il pensiero al rosmarino che restava esposto alla sua inclemenza, mentre un gattino mi si infilava nella camera senza che avessi alcun intento di osteggiarne il ricovero,. Salivo sul terrazzo a raccogliere il rosmarino di cui il vaso era divenuto una conca d’acqua,e lo ponevo al riparo in stanza, prendevo i medicinali di turno, l' oleanz incluso, e il sonno mi ghermiva all’istante.