sabato 9 maggio 2015

Antichi templi hindu in Barwa Sagar, nei distretti di Shivpuri e Ashoknagar



All’arrivo in Jhansi, quando erano già le due del pomeriggio, secondo quanto mi era stato confermato dell'itinerario d'accesso da un addetto all’ufficio turistico ch’è  dislocato nella stazione ferroviaria, dopo che ho preso un autorickshaw per quella degli autobus,  vi ho chiesto del pullman che fosse in  partenza  per Barwa Sagar,  per iniziarvi la mia escursione a Garhkhudar, il primo dei grandi  palazzi e forti dei sovrani Bundela, antecedente lo spostamento della loro capitale ad Orchha.
In Barwa Sagar ho divagato perdendo tempo prezioso senza un orientamento preciso, prima di decidermi o di ridurmi a chiedere se era in  grado di condurmici, ad uno dei  conducenti di tuk tuk  che erano in sosta in un  vialetto ombreggiato da piante che si dipartiva dal punto in cui ero sceso dall’autobus, lungo la via soffusa di sole che proseguiva verso Niwari, in direzione sia di  Chattarpur e di Khajuraho, che di Mahoba.
Non era una richiesta che all’interpellato giungesse peregrina, e per soddisfare la quale avanzasse delle difficoltà rilevanti, se non quanto all ultimo tratto da affrontare in salita, benché la distanza che intercorreva fosse di 36-38 chilometri, circa, e  Garhkundar mi fosse stato preannunciato come un sito quanto mai fascinoso perché impervio e solitario , e cosa non indifferente a risolvermi ad accettare di mettermi in  moto con lui,  l’importo richiesto, di 800 rupie, come conveniva Kailash intermediando al cellulare, era tutt’altro che esoso. Concordavo prontamente e con i bagagli appresso partivo senza più indugi sul tuk tuk, seguitando in direzione di Niwari.
Nella splendida  giornata  solatia,  traboccavano di luce e colore il rigoglio dei campi e della profusione arborescente ai lati della strada, la  frutta e la verdura dei bazar che apparivano allestiti lungo il suo percorso, già all’uscita di Barwa Sagar, facendo seguito alla pulverulenza calcinata degli ammonticellamenti nei dintorni di Orchha,  ravvivata dallo splendore a chiazze delle bouganville, attraverso la quale mi ero ritrovato a ripercorrere l’arteria dei miei primi tragitti che mi avevano condotto a Khajuraho, e di ogni ripartenza dal suo sito verso altre mete od il rientro in Italia, prima del dilatarsi della vista sul corso della Betwa,  del succedersi della profusione di  orti e giardini che avevano preceduto la riapparizione del tempio sakti Jarai Math, che mi ripromettevo di visitare l indomani.
Lasciando pure  che il conducente trasformasse il servizio a me riservato in un savari condiviso, raggiungevamo e traversavamo Niwari, dove se il treno, come in Barwa Sagar, avesse fatto sosta qualche ora prima,  mi sarebbe stata risparmiata la lunga digressione verso Jhansi e nei suoi peripli ferroviari e stradali, pervenivamo di lì a poco alla successiva borgata, oltre la quale svoltavamo sulla sinistra, lungo una viottola asfaltata secondaria che ci inoltrava  tra campi e villaggi,  intraprendendo ad un bivio la diramazione, sulla sinistra, che ci adduceva alle alture crestate che si erano profilate all orizzonte e che il percorso finiva per affiancare addentrandosi tra i loro rilievi, prima che una deviazione sterrata sempre sulla sinistra non ci portasse  al villaggio di Garhkundar ed al forte omonimo che infine appariva, sovrastante e imponente,  sommità tra le altre sommità collinari.
Il tempo di posteggiare l’autorickshaw ai piedi della scalinata che raggiunge le mura esterne d’accesso al castello, e la sua entrata, che il guardiano del forte si era già caricato il mio bagaglio in spalla,  per iniziare a procacciarsi una mia compensa. Non mi restava che assecondarlo, nella sua mistura di sincerità e di artificio, perché anche il conducente risaliva l erta al seguito di entrambi fino all’ interno del palazzo.

La sua mole prefigurava  il tipico assetto dei manieri Bundela, dispiegando in capo a sette piani, inclusi quelli del basamento, quattro possenti torri d’angolo quadrate, precedute dalle rimanenze di torri ottagonali,  ed un avancorpo al centro delle  mura,  in cui  si faceva prospiciente l’alto portale. L’ arcata  d’ingresso era compresa entro una cornice rettangolare ed all’interno di un secondo arcone cieco, nel cui grembo si apriva la umile grazia di  finestrella, giusto all’altezza  della parte centrale della trabeazione sommitale del portone d’accesso, tale mise in abyme stagliandosi tra le  serie- tre- di due nicchie ad ambo i lati, di cui il portale era l interruzione della successione,  secondo gli stilemi che sono tipici , nell’architettura islamica di Delhi, delle tombe a guisa di palazzo ultraterreno d’epoca Lodi,  delle moschee coeve o risalenti all’ interregno di Sher Sah Sur, oppure ai primordi dell’era Moghul. Tale magnificenza accogliente era enfatizzata, nella sobrietà del suo apparato, oltre lo stacco di un cornicione dalle ulteriori tre schiere di arcate che lo sormontavano, per un totale di sei ordini , se si includevano le arcate che affiancavano il portale, . Semplici ballatoi mensolati   raccordavano il portale alle torri laterali,  a suggello della severità marziale  del forte schiva di ogni adornamento o decorazione, che non fossero i modesti chattri,  connessi da un bengaldar, che restavano a coronamento di una soltanto delle  torri d’angolo,
Il cortile interno, sopraelevato come negli altri palazzi Bundela rispetto al piano d’ingresso, mi sarebbe apparso il più vasto e immensificante  di ogni altro di loro, per la  serratura entro la schermatura  di una galleria  e dei cortiletti pensili al piano superiore, della proiezione verso l interno, in una serie di sale sovrapposte, dei corpi d’angolo e centrali,  un’alternanza di vani chiusi ed aperti ch’era una prefigurazione ulteriore dell’architettura successiva  dei palazzi  mirabili d’ Orchha e di Datia.
Dai parapetti la vista poteva spaziare tutto intorno incantevolmente,
per la modesta altura anche dei rilievi circostanti, che due altiforni o ciminiere che fossero sfidavano impunemente verso nord ovest,  mentre nell’opposta direzione tra i ponticelli si schiudeva la vista di un  laghetto e del biancore di un tempio sulle sue rive, il sito di preghiera e di culto delle regine d’un tempo del palazzo, quando vi discendevano dal baradar che vi s era rivolto, secondo quanto mi diceva il guardiano,  tentando in hindi  di farmi da guida.
Il suo maldestro tentativo , quando eravamo più soli e più in alto, di estorcermi un ammontare ben superiore per i suoi servigi impostimi e non richiesti, tentando di profittare della venuta alfine di uno straniero in Garhkundar, gli  propiziava poco più di un centinaio di rupie,  di cui aveva modo di ringraziarmi con i più ossequiosi omaggi servili, dopo che un intervento al cellulare di Kailash l’avevo ricondotto al un  ridimensionamento in termini interni al mondo indiano delle richieste avanzabili.
La sera si era fatta oscura quanto la notte al rientro in Barwa Sagar,  di cui fiochi lumi illuminavano le strade,  esponendomi al rischio ricorrente di essere investito da motocicli od autovetture. Troppo lungo mi ci attardava l’indeterminazione su quale delle due destinazioni, tra Orchha e Jhandsi prescegliere per il pernottamento,  apparendomi troppo esose anche le sole 300 o le 500 rupie richiestemi dai conducenti in autorickshaw  per trasferirmi in Orchha, quando per una ventina di rupie avrei potuto raggiungere in autobus Jhansi. Solo che i drivers dei tuk tuk si facevano sempre più rari e indisponibili, sempre più unicamente interessati a stipare sul loro veicolo quanti più passeggeri possibili alla volta di Jhansi, senza spazio o respiro per me ed il mio bagaglio, mentre gli autobus per Jhansi  arrivano già stracarichi al punto da non potere più far salire nessuno. Finalmente ne sopravveniva  uno che non aveva ancora raggiunto la soglia del proprio traffico illimitato e che mi faceva salire.
Era dunque Jhansi la mia destinazione notturna, malauguratamente, ancora una violta: perchè ancora una volta vi avrei sperimentato l imprevidenza di farvi affidamento nella stagione dei matrimoni, che ancora una volta ne intasavano a notte fonda strade ed hotel. Così  solo a caro prezzo vi ho potuto trovare soggiorno al Samrat hotel,  ben deciso, l indomani, a lasciarlo di primo mattino per Orchha. Meta, la rivisitazione particolareggiatissima del  tempio stupefacente  Jarai Math prima di Barwa Sagar

Il secondo giorno mi trasferivo  già di primo mattino da Jhansi in Orchha, presso il Gampati hotel che avevo visionato con Kailash già anni addietro. A ricevermi c’era la figlia dell’albergatore, che a conferma dell’accoglienza domestica che l'hotel  vantava di assicurare, mi accordava anche l’uso del computer nella sua stanza,  il che, grazie al sito puratattva.in, mi dava modo di ragguagliare per il tramite di internet le mie informazioni librarie,-  non quanto, però, il sito mi avrebbe consentito e mi sarebbe  occorso in Kadwaha i giorni seguenti.
Per duecento rupie, in luogo delle trecento richiestemi  qualora avessi inteso recarmi fino a Barwa Sagar ed esserne di  ritorno,  al parcheggio in  Orchha degli autorisckshaw pattuivo una sola corsa di andata fino al tempio Jarai Math, volendo io evitare che mi si stesse ad attendere per un tempo che avrebbe trasceso le  supposizioni di ogni aspettativa.  Di li a mezzora , in un  giorno incerto di marzo,  potevo così già ritrovarmi di fronte alla meravigliosa vista del tempio, 
su di un'altura oltre una cinta muraria che raccoglieva i resti anche di due piccoli santuari adiacenti,dove emergendo da una nebbia fittissima, tre mesi avanti non avevo potuto trattenermi che una decina di minuti in compagnia del caro mister Dipak, che non era  parso particolarmente interessato al complesso.
Anche allora c'era venuto appresso il guardiano e custode, che sembrava  ora riconoscermi ed  illuminarsi nuovamente alla vista, come quando gli avevo fatto allora cenno che  era per ragioni da me indipendenti che non potevo prolungare oltre la sosta con il mio ospite.
 La grandiosità della magnificenza frontale del tempio cui tornavo al cospetto,
era  un effetto fors’anche di quanto ne era stata una rovina, con la perdita del portico d’accesso che aveva lasciato in vista l’ornamentazione che  era adombrata al suo interno insieme con quella che lo trascendeva all’esterno, in un continuum splendido, outdoor, fino alle volute a suggello dell’antefissa del sukanasa, contro il superstite fondale reticolato di gavakshas del sikhara, che ne riprendevano la trama del sacrale ordito continuo. Delle loro carenature ritrovavo arcuati gli udgamas delle nicchie che si stagliavano sul vedibhanda, delle coronature dei tempietti delle proiezioni centrali di ogni parete, dei pratirathas laterali  che le fiancheggiavano a guisa di pilastri , delle nicchie dilungate a templi da tali  loro sovrastrutture  nei recessi e nelle proiezioni  d’angolo dei karnas e del vestibolo dell'antarala, dove gli udgamas si dilatavano, e si duplicavano, nel loro slancio ascendente verso il loro reticolato superiore di cui era luminescente la parte superstite del sikhara originario.
Da uno  scatto fotografico all'altro  testi alla mano-, iniziavo a ripercorrere il tempio in ogni suo dettaglio, al contempo che il suo arcano sublime  mi si riprospettava meravigliosamente intatto. Anomalie, e precorrimenti, lo impreziosivano senza smagliarne l' esemplarità canonica. l'attinenza ai paradigmi dei templi Pratihara nella sua onnipervasività si manifestava il criterio d'ordine di una profusione eccelsa , il cui ordito mi riformulava al contempo l'enigma o mistero della  cripticità fascinante del tempio, cifrato dal rebus della sua divinità di culto.
Raffrenava le mie deambulazioni estatiche intorno al tempio lo scollarsi della tomaia di una mia scarpa, così  non mi restava che procedere in calzini sulla sua piattaforma, tra il terriccio del giardino intorno,  nell incognita di come potessi procedere più oltre, fino al rientro in Orchha, quindi in Orchha fino a un negozio di calzature,o  fino ad un calzolaio che potesse rinsaldare suola e tomaia.
Ero così di ritorno alla facciata dal mio periplo deambulatorio, quando sopraggiungevano due giovani studenti, di Jhansi, che mi chiedevano, o intendevano mettervi a prova, nella mia valentia conseguita di indagatore e conoscitore straniero del tempio.
In che intrico confuso, prestandomi, finivo così per cacciarmi tra shivaismo o vishnuismo del culto tantrico  alla devi alle origini del tempio.
Ma , era la loro questione, perchè non avrebbe potuto essere semplicente un tempio a Laxmi, data la sua natura eminentemente vishnuita.
Ed io ad annaspare rifacendomi a quante vi proliferassero le immagini delle più varie manifestazioni della dea, nella sua trascendenza di ognuna di esse, perchè il tempio potesse rifarsi originariamente alla sola sua forma divina di Sakti di Vishnu.
Con il custode che assisteva ammirato,  assentendo o annuendo,   pur senza essere sempre convinto alle mie delucidazioni e identificazioni dei gruppi statuari, pronto ad assegnarmi  quello che poteva risultare il colpo di grazia, Insieme con lui mi addentravo nella cella del tempio, ed alla sortita, per chiedere  a lui lumi in tal senso, incarnazione vivente di una tradizione di devozione millenaria locale e nel vicinato, gli chiedevo a quale divinità, secondo il culto vigente, dovesse ritenersi dedicato il tempio " Laxmi e Ganesha" mi ribatteva imperterritio, sorridendo di come fosse in dissonanza con tutto quello che avevo detto
" Laxmi? punto e a capo di ogni velleitarietà di farne un tempo tantrico alla Devi. Ma Ganesha?  " Ma di Ganesha non c'è alcuna immagine nel tempio..."
I due giovani raccoglievano sorridendone la mia perplessità, lo sconcerto per  la risposta dell'uomo  che se presa per valida e vera,  era l' azzeramento di ogni sforzo e  discorso iconologico intrapreso con loro
Uno dei due giovani era stato il mio interlocutore costante, mentre l'altro si era limitato, in silenzio, a  confermare le mie  illazioni o richiami ad altri templi, o a chiarire il senso delle mie parole e dei miei usi tecnici, azzardati, di un lessico architettonico risalente al  sanscrito.
Che mi avessero sottoposto ad esame, in virtù delle  conoscenze umanistiche o del sanscrito del secondo dei due, incuriositi di verificare la mia attendibilità di studioso e ricercatore straniero?
Il  .vecchio, apparentemente di me più anziano, quando rimanevamo soli, aveva la gentilezza e il riguardo di cercarmi un legaccio, con cui provava a tenere insieme suola e tomaia della mia scarpa scollatasi.
Una premura che gli valeva la mancia che altresì aveva inteso assicurarsi con tale suo gesto.
Potevo cosi procedere fino al vicino villaggio, per vedervi i resti del Jaraho- ki- Marhia,  dove  ritrovavo il custode e da lui mi congedavo con rinnovato calore , essere di ritorno alla strada che recava a Jhansi, salire su un autorichshaw, adibito a savari, nella postazione davanti a mio rischio e pericolo, fino alla deviazione per Orchha,  ed al mio arrivo nel suo abitato con un altro tuk tuk, acquistarvi un paio di snackers nel primo negozio di scarpe che incontravo lungo la via che recava alla Betwa, fare riparare a dovere la scarpa  che era finita in disuso, che insieme con l'altra era stata attrezzata di una cordatura di raccordo di suola e tomaia .

La sera, fino al far della notte, trascorrendola tra le locande sulla via per il palazzo di  Jahangir e l interno del tempio di Rama,  in cui mi sono recato in preghiera con un offerta in denaro, senza trarne le dovute avvertenze sulle interdizioni interne al tempio di Rama,  come  avrei inteso mettendo a  rischio tutto,   l ultimo giorno di viaggio, quando un agente del tempio pretendeva di consegnarmi furibondo alla sua guardia armata, per il mio rifiuto di cancellare le fotografie ch'era  proibito che vi avessi scattato all interno.
L’indomani ritardavo fino a sera tarda la partenza per Shivpuri. In mattinata ero di ritorno in Barwa Sagar, non senza una   breve sosta al Jarasi Math, lungo il percorso, per esperire  quanto potesse riservare  una visita del forte ,  nel corso del tragitto da Khajuraho ad Orchha, dopo  essersi soffermati in Dhubela, Mau Shuhania, avere deviato per Garkhurar.
Che bella la vista del talab, con le sue emergenze rocciose, il lungolago sottostante  fino a un tempio recente, che arieggiava grazie rivierasche del settecento europeo.
Introvabile il Gugua math, in direzione di Nivari.
Era già pomeriggio inoltrato, al ritorno, ma non intendevo saperne di lasciare Orchha senza aver rivisitato il Palazzo di Jahangir, dopo che di primo mattino  aveva ripercorso il villaggio sino alla betwa , godendone la vista  che offre per chi vi viene da tikamgarh, con i suoi  cenotafi svettanti in shikhara ed i suoi palazzi  coronati di cupole edi chattri.
Un vento pulverulento preannunciava un temporale imminente mentre mi attardavo a rivisitare il grandioso tempio Chhatarbuja,  inducendo i negozianti del  complesso del tempio di Rama a mettersi al riparo con banchi e banchetti. La pioggia avrebbe imperversato quando già mi sarei ritrovato all’ingresso del palazzo di Jahangir, che non avrebbe mancato di incantarmi di nuovo, nell’alternarsi ascendente dei chattri tra  le rientranze dei torrioni d’angolo e centrali, le proiezioni inwards,  tra la    leggiadria di vani aperti. Mi consentivo anche di stare in ascolto dei discorsi affascinanti di una guida locale, che all’altezza della porta degli elefanti, vi narrava di come si fossero arrestati prima della rampa d’accesso elefanti  di dignitari e cammelli di dame che non vi erano mai pervenuti,  dalla finestra superiore fosse scesa una pioggia di  fiori  e dalle torrette laterali avessero risuonato le trombe di musici ad un passaggio che non vi era mai avvenuto,  nell’evocare un pernottamento del gran moghul Jahangir che non vi sarebbe mai stato.
Facevo così tardi che non mi  potevo consentire di aspettare l’arrivo di un altro autobus per Jhansi,  dopo che già un primo era arrivato così carico da non farmi salire, così raggiungevo la città con un tuk tuk,  trovando un autobus in partenza di li a poco per  Shivpuri quando erano già trascorse le sette di sera.  E vincevo la scommessa che mi ero dato, il fondo stradale insolitamente buono consentiva che l autobus percorresse gli oltre 90 km  che intercorrono tra  Jhansi e Shivpuri in poco più di due ore. Il solo assillo era che avevo riposto con tale studio il bigliettino che recava le denominazioni dei budget hotels di Shivpuri,  che non lo ritrovavo più in alcuna tasca e ripostiglio in cui rovistassi.
Era deserta e spenta di luci l’autostazione all’arrivo,  ma per un giovane poliziotto cordiale  quanto ammaliante, bastava che pronunciassi quanto mi ricordavo del nome dell’hotel che mi ero  prefissato, “ Sochi…”, perché me lo indicasse per intero e mi avviasse dove avrei potuto trovare un autorickshaw che mi ci portasse. “ Ah, Hotel Sochiraia…”  pronunciato in modi così confortanti, da lasciarmi intendere che ero orientato verso la scelta  più  indicata. A condurmici sopraggiungeva alle mie spalle un autorickshaw che mi conduceva in condivisione.
Era un hotel vasto, con un ampio cortile fin anche troppo consono ad ospitare feste nuziali.  L’accoglienza la più premurosa,  in una città dell'India dove uno straniero è ancora un ospite raro,  confortevole e pulita la cameretta, buonissimo il kaju curry, che mi veniva cucinato e imbandito benché fossero già trascorse le undici.  La buonanotte un esito certo.
4 giorno
Di rientro dalla mia ricerca di un  bancomat lungo la via dissestata che si sarebbe rivelata essere il seguito dell’arteria principale di Shivpuri,  avevo la mala idea di  assecondare la sollecitazione di un vistoso cartello segnaletico che a due km di distanza sulla destra segnalava un centro di orientamento e informazioni  turistiche,  prima del villaggio turistico che  era ben più  lontano. Avrei finito per ritrovarmi invece in questo resort, condottovi  di sua iniziativa da un giovane sulla sua motocicletta,  che mi aveva intercettato all ingresso dell hotel, dopo che avevo desistito dal proposito di pervenirvi  con l'autorickshaw guidato da un ragazzo che era ben più avvenente che informato sulla meta che mi ero prefissato.  Solo che colà giunto il giovane mi  invitava ad avvalermi del direttore inoltrandomi nel suo ufficio, per poi  sparire e farsi irreperibile. Chiedere conto di siti archeologici a un  funzionario turistico del Madhya Pradesh era la cosa più invisa  e che più potesse incollerirmi cui mi si potesse obbligare, essendo per me scontato, per l esperienza pregressa,  nonostante l  arricciatura di baffi,l’ eleganza di portamento e di tratto e e la profumatezza  agghindata,  che cosa potesse riservarmi la cortesia formale dell uomo cui ero di fronte.
“Mahua, Terahi?, … forse i siti che lei cerca sono nel distretto di Gwalior…
Sarebbero dunque vicino a Renod? Perché non ci si dirige da Chanderi? “ quando rientravano ben all interno  del distretto di sua competenza.
“ vedo che non serve a niente che ci parliamo ancora” mi congedavo con comune sollievo e senza  alcun riguardo,  in  un flusso di collera esagitato seguitato a sbraitare con gli addetti che ben sapevo quanto sapessero che avevo ragione, che  dannazione fosse per  ritrovarmi così malcapitato, in un luogo che mi sarebbe parso in altre circostanze il più ameno di siti, ma da cui scalpitavo di potere essere via al più presto, senza sapere come fosse possibile, essendo svanito nel nulla il mio accompagnatore, e senza che nessuno di loro si desse da fare per ricercarlo, altri essendo i miei interessi e i miei intenti, alla luce dei quali ben sapevo che cose potesse riservarmi l Mp tourism  con le sue pubblicazioni in  bella vista nei loro armadi e i suoi  capoufficio  e funzionari vari,  che nulla sanno e nulla  fanno, niente di niente  vogliono fare,  per prezzolati che siano…
Capivano alfine, dopo che  simulavo che la mia ricerca di un contatto con kailash fosse una mia telefonata alla polizia,  nello spirito di chi li si ritrovava in stato di sequestro di persona, la sola cosa che era conveniente fare: accompagnarmi in macchina senza richieste di denaro , che li mi ero ritrovato contro la mia volontà,  fino all hotel da cui mi ero malauguratamente mosso per finire li malcapitato.
Sbollitomi dei miei furori  alla reception, mi facevo condurre all autostazione, per poter visitare nella frazione di giornata restante il solo tempio che mi restasse visitabile nel corto raggio, oltre Surawaya, di cui intendevo associare la visita a quella dei chattri Scindhia di Shivpuri,  il tempio di Sesai, con una mandapika assai prossima, che la cartina  indicava nelle vicinanze, a non più di dodici chilometri di distanza secondo il testo di trivedi. Era lungo la stessa arteria di larga percorrenza che da shivpuri reca a Guna,  lungo la quale un autobus mi avviava di li a poco, per ritrovarmi in sesai di li a neanche mezzora,
Vi avrei trascorso un intero pomeriggio in stato d’incanto,  solo con il mio tempietto umile ed alto nella sua compiutezza perfetta,  a portata di mano sino all'altezza dei  deliziosi tempietti  delle sue badhra, cui non mancava di ricorrere miniaturizzata neanche la chandrasila.
Vi ero al riparo del portico sotto gli scrosci di pioggia,  leggendovi  le pagine e pagine di descrizione di Trivedi della  minuzia completa in tutto e per tutto di ogni sua parte o modanatura o rilievo dettaglio , suscitando l interesse dei passanti per strada, che si fermavano a guardarmi,  accennavano o contraccambiavano il saluto,  riprendevano il cammino  con in mente  la novità del giorno.
Richiedeva una indagine più rapida la mandapika, sul cui basamento erano affastellati fasci dì erbame.
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Ero in Shivpuri sul far della sera,   scendendovi da un tuk tuk che avevo preso dove la strada fronteggiava dei casolari di Sesai, oltre la qila o kotla che ne rinserrava casolari e rustici.
Dovevo faticare parecchio perché un mio accompagnatore troppo solerte intendesse che potevo cavarmela da solo, che  prima di ritrovarmi in hotel volevo ritrovare un qualche centro possibile di Shivpuri dove mi fosse possibile ritrovare una varietà di negozi, per comperare le cose che mi servivano, un’altra card fotografica,  dei sandali per  non scivolare nel bagno,  una cartella rigida dove raccogliere le fotocopie evitandone lo sciupio, penne e matite,
Si, andava bene che li lasciassi come stavo facendo per procedere avanti, mi si confermava a cenni da parte sua e di un interpellato,  cessando di considerarmi sotto le loro cure, avrei potuto trovare più oltre un bazar,  con i negozi di tutto l’occorrente che mi serviva.
Prima, tuttavia, stranendoli, dopo avere ricaricato il cellulare, ritornavo sui miei passi per consumare una gugià in una locanda, e bermi qualche bibita, per la contentezza del suo gioviale gestore dai modi accesi e coloriti.
L’acquisto dei sandali nel secondo dei negozi di calzature che si succedeva, era l occasione per trarre  dalla conversazione che avviava con me il suo esercente, la richiesta  di informazioni che mi era utile per sapere se l indomani, facendo già il gran passo, era preferibile cercare di raggiungere i villaggi di Mahua e Terahi via Kanya , come mi aveva consigliato il direttore del museo di panna, in un foglietto che avevo miracolosamente conservato  e trascritto al computer, salvandone i resti in cui si era piegato, o non piuttosto dalla più vicina Renod, come mi suggeriva il ricorso di Trivedi a tale località di riferimento, per giungervi, , nel suo volume che li descriveva integralmente.

 
Quale delle due località mi era consigliabile,  per essere meglio fornita di servizi., detto altrimenti civilizzata. L’accordo dei presenti era unanime quanto a  Renod E che Renod fosse, mi risolvevo,  nel congedarmi  da  interlocutori così riguardosi, con un visitatore straniero svanito e discordante nei modi. La pioggia si intensificava mentre raggiungevo il presumibile centro, di quello che mi ero parso in precedenza un agglomerato che aveva capo solo nelle sue circonvallazioni,   le pasticcerie e i negozi di frutta e succhi e verdura; che precedevano un  tempio hindu e i suoi mendicanti immancabili, che come a loro mi offriva un riparo dagli scrosci  di pioggia fattisi a dirotto . Quando riprendevo il cammino,  l’avrei ripreso oltre il chiosco tra negozi e ristoranti oramai per lo più chiusi,  tra i quali mi era inimmaginabile trovare ancora aperta qualche cartoleria. Meglio seguitare il cammino fino in hotel, poco oltre,  predisponendomi per l indomani alla tappa cruciale del mio itinerario nel distretto di Shivpuri, quella  in cui avrei tentato di raggiungere le località sulla carta più difficilmente raggiungibili: Mahua, Terghi, ed oltre Kadwaha,  anche per questo per me le più intriganti/ ammalianti. L’indomani, una domenica, arrivavo all’autostazione giusto in coincidenza con la partenza dell'autobus per Renod delle 10, 30. Ripercorsa la stessa strada per Guna fino a Sesai, la si seguitava oltre il grosso borgo di P fino all'incrocio di Derda, svoltando sulla sinistra per intraprendere la strada che reca ad Ashoknagar, e quindi una deviazione ulteriore, a destra, che dopo circa due ore di viaggio si risolveva nell imbocco del villaggio di Renod.
Le abitazioni ed i negozi tinteggiati di bianco lungo la strada principale me ne nascondevano le vestigia islamiche, che i giorni seguenti mi avrebbero indotto a reputarla una piccola Chanderi,
mentre più che a guardarmi intorno contemplativamente, ero intento a cercare punti di riferimento , in viveri e mezzi, per la mia escursione in Mahua e Terahi, se era possibile fino a Kadwaha.
L’animazione più viva di botteghe e locande non faceva capo ad alcun tuk tuk , così, facendo ricorso ai principi dettatimi dalla mia esperienza in india che faceva al caso, mi indirizzavo al primo esercente che vi vedessi all opera da cui potessi attendermi una certa levatura intellettuale,  un farmacista quanto mai coinvolto dalla sua clientela.
La sua cordialità gentile era pari alla sua disponibile prontezza e rilevanza sociale, perché in capo a mezz’ora poteva affidarmi a un giovane in motocicletta, perché per 500 rupie mi conducesse ai templi di Mahua e Terhai, a Kadwaha, nella remota ipotesi che restasse del tempo.
Se volevamo essere di ritorno per l ultimo autobus per Shivpuri avremmo dovuto fare rientro entro le tre, il giovane mi faceva intendere che potevo confidare anche in un autobus in partenza alle cinque, una dilazione dei tempi di rientro cui prestavo fede assai limitatamente. In ogni caso per 800 rupie avrei potuto farmi condurre in auto fino al bivio di Derida, dove prima o poi un autobus destinato a Shivpuri l’avrei potuto far fermare.
Seguitavamo lungo l’arteria di provenienza, in direzione opposta, fino a svoltare a destra dopo qualche chilometro, per una viottola in larga misura asfaltata o dallo sterrato in buono stato.
Si ripresentava intorno il paesaggio che mi era apparso circostante fin dalla deviazione di Derda, una distesa sconfinata di pietraie aride, ove emergeva la roccia lavica, cui subentravano o si affiancavano all altro lato della strada distese sconfinate di campi verdeggianti, di grano solare, in cui singole piante dispiegavano la bellezza solitaria della chioma grandiosa.
Era Terahi, il primo villaggio a comparirci, rispetto a Mahua, nelle sue casipole di pietra. ocra.
Defilato sulla destra raggiungevamo il primo dei templi ubicativi, il Mohajmatha, preceduto dal biancore del suo torana grandemente restaurato, dalla sua aura demoniaca spettrale di tempio alla Durga, con la ridda al seguito di preta e  kankala.
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Era tra le case del villaggio, a ridosso di un monastero e in un verde divallamento il tempio Pratihara di Shiva.
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In Mahua , dopo qualche chilometro, alla mia esaltazione contratta a raccogliere nel breve tempo disponibile quante più percezioni cognitive e immaginative possibile, compariva già a distanza il suo più remoto tempio di Shiva, preannunciato dal suo amalaka,che si presentava  ai lati della strada quando vi giungevamo,

 
Il tempo incalzava, mi affannavo a chiedere che raggiungessimo dapprima il tempio di Chamunda, che presumevo fosse il più importante degli altri due situati in Mahua, cercando di fare intendere al giovane che non mi prefiggevo più di essere in Renod per l ultimo autobus pomeridiano, ed ero condotto invece al mandapika di Shiva, ch'era nelle immediate vicinanze, mentre si addensavano all'orizzonte nembi cupi gravidi di pioggia.
Era poco più che una ricognizione la visita del tempietto, non potevo nella mia concitazione affascinata  esporre ad un nubifragio il mio accompagnatore, così cedevo alle sue sollecitazioni ad un immediato rientro e alle esortazioni in tal senso del custode del tempio, riavviandomi verso Renod in una scommessa contro l'approssimarsi,  sospinto dal vento, di enormi nuvole incombenti, che tra lampi e tuoni si defilavano lontano dall' approssimarsi di Renod, con il solo lascito di un'acquerugiola lieve.
L'acquazzone si scatenava quando ero già al riparo dell autovettura che il farmacista mi aveva assicurato per trasferirmi in Derda, dove non avevo modo di raccogliere al telefono la pretesa non sapevo se avanzata dal farmacista stesso o dal proprietario dell'automobile, che pagassi un importo di 1000 rupie, perchè i due ragazzi erano troppo presi dall'assicurarmi un posto sull'autobus che era appena sopraggiunto diretto a Shivpuri, per intendere che cosa volessi loro dire mostrando loro il mio portafoglio aperto nell'atto di estrarne rupie.
Nell hotel il cortile era occupato dai tendaggi e tendoni e festoni di un festino di nozze, i cui partecipanti insieme con il loro disordine avevano prodotto sporco e tanfo dappertutto, al punto che dopo qualche assaggio al buffet, senza più gusto ordinavo e cenavo in un ristorante pervaso nelle sue latrine dal fetore recatovi, e non pensavi ad altro che di assopirmi al più presto.

 
L' indomani interponevo la escursione al tempio di Keldar, rispetto ad un mio ritorno in Renod per terminare di visitare Mahua e recarmi a Kadwaha, Indor. Tra candide nuvole il sole era tornato a risplendere nel varco dei cieli, ed in autobus procedevo oltre Derda sino di li a poco al villaggio di Lukwasa, la cui confusione fragorosa allineata ai bordi del fragore del traffici stradale di passaggio, resa più insostenibile dalla vista dei cadaveri animali le cui viscere si contendevano i corvi, ero ben lieto di lasciare quanto prima, sul furgoncino fuoristrada che mi conduceva  seguitando verso Guna al sito di Keldar, a oltre12 km di distanze in aperta campagna nel suo infoltarsi boscoso, la disponibilità del cui conducente a trasportarmici a pagamento mi era stata assicurata da un commerciante eminente del villaggio che l'aveva intercettato di passaggio. Con ben altro animo sarei stato contento di li a poco di lasciare invece   quel poco di buono, infischiandomene che gridandogli di andarsene pure via  via lasciando pure che se ne andasse  lo  inducessi a lasciarmi li abbandonato in piena solitudine, pur di non sentirlo già lamentarsi come aveva preso a lamentarsi già del tempo intercorso, e  richiedermi a viso torto un balzello più alto già voleva innalzarmi il balzello, quando ero appena giunto a scorgere giù nel greto di un rivolo il sospirato tempietto agognato, dopo avere divagato sulla distesa circostante della radura nel folto di un bosco, per la sua stessa inesperienza del luogo.
Ma trovavo di li a poco di che confortarmi nella amenità graziosa del tempietto e nella rusticità scultorea delle sue statue coperte di impiastri, nella ammirata accoglienza di una sadhu e di sua moglie e un altro monaco accolito, che avevano la loro dimora appresso il mandir.
Baldeo Bab mahatma, così si chiamava, era ammirato della mia cognizione e dei miei interessi, appariva curioso del libro che stavo utilizzando, e sicchè dopo essermi venuto appresso con discrezione estrema lungo le mie peregrinazioni brevi intorno alla parvula/ piccola mole dell' edificio, mi chiedeva di sfogliarlo.
Chiamava a raccolta l altro sadhu e la moglie, nel visionarne le pagine e trarne appunti, mentr'io mi aggiravo nella radura ove traluceva e s'oscurava il sole fra gli alberi , e  andavo fotografandone l incanto .
Sarei scivolato poi  nella malta e nello sterco,  ad un primo tentativo di transitare il rivo, e sarei stato di lì a poco ero  di ritorno dall uomo, perchè mi detergesse i pantaloni con l'acqua ed un panno. Risalito al tempio e ai chattri sovrastanti, avevo modo di non lasciare a lungo nelle ambasce Kallu che con me era in contatto, su come potessi fare rientro a Lukwasa, per una strada tra i campi lungo la quale sorgeva solo un villaggio qualche chilometro distante ( ferma per strada ogni mezzo possibile, portati oltre anche salendo su dei carri)
Sopraggiungeva di li a poco un trattore carico di passeggeri, seguito da una moto, che erano venuti a prendere l'acqua li alla fonte, seguitati da una motocicletta , e il passaggio fino a Lukwasa era assicurato. Avessi disatteso di chiedere al giovane di recarmi fino a Lukwasa, per prendere l autobus ove la via di campagna defluiva in quella di raccordo di Guna e Shivpuri, evitando l'ammorbamento ed il tanfo, il luridume e gli avanzi di resti animali per strada che vi avrei ritrovato, L'arrivato anticipato in Shivpuri mi consentiva di ritrovare a piedi le strade che passando accanto a scoli di liquami, un parco immerso nel verde fitto degli alberi di cui era denso
ed il prato di un campo sportivo dove immancabilmente giocavano a cricket  raccordavano la stazione degli autobus al centro, dove mi consentivo infine di inebriarmi con una birra.

L' indomani di ritorno a Renod, il farmacista mi assicurava un altro giovane come driver, per recarmi a Kadwaha, Indor. mi ha raccomandato che visitassi in precedenza il monastero di Renod, al margine dei campi oltre un rivo e meravigliosi boschetti. Un monastero dei Mattamayuras?
Per raggiungere Kadwaha il giovane, di grande cortesia durante l'escursione al monastero che aveva richiesto il suo aiuto quando mi sono impantanato nel fondo melmoso di una viottola presso il transito del rio, ha intrapreso la stessa via  campestre che recava a Terhai e Mahua, fornendomi l'occasione per recuperare la mancata visita del tempio Chamunda. Ma come ho cominciato a insistere perchè ci arrestassimo,  si è mostrato sordo a ogni mia richiesta né me la sentivo di farmi valere attraverso Kailash. Alle prese in Rajnagar con la burocrazia indiana per il rilascio del certificato di nascita di Poorti ed Ajay, era talmente contrariato ed esasperato che non voleva saperne che di rispondermi come un impiegato d'ufficio. Evitavo di fare scene confidando che potessi farvi sosta sulla via del rientro, ma quando pervenivamo a Kadwaha dopo avere svoltato a destra e tenuto la destra al ingresso di un precedente villaggio, ne sono rimasto talmente condizionato, che  dopo il primo gruppo di templi che si è presentato all ingresso nel borgo, il complesso pacchali marghat, come avrei appreso tardivamente riconsultando al rientro dal viaggio il sito www.puratatwa.in., comprensivo dei templi 1 (l'a) e 3 (il  b) della classificazione di Kishna deva, mi sarei limitato a chiedergli di visitare solo il gruppo dei templi Talao, per la particolare rilevanza del tempio A, il Murayat, di cui tale denominazione  stessa richiamava l'affiliazione alla setta Mattamayuras.
Al punto di sosta dell incrocio ch' è all ingresso del villaggio per  chi  vi provenga da Chanderi, via Isagarh, avevo tuttavia la determinazione di strappargli la conferma dell impegno a raggiungere il villaggio di Indor, per visitarvi il tempio Pratihara, un unicum, tra i templi coevi dell India centrale, per la configurazione stellare del prasad intorno al garbaghriha.
L'ingresso del villaggio ne presentava i casolari biancocelesti sopraelevati amenamente  su alture in successione,  da cui ci si distaccava sulla destra, per inoltrarci fino all'estremità del villaggio, dove uno slargo anticipava la costipazione del tempio tra le case infitte nelle sue coste.
Sostenuto dalla cordialità dei giovani e degli uomini del villaggio, e, per i quali ero un'assoluta novità, che mi aiutavano a risalire i terrazzi da cui la vista di certe statue e dettagli del tempio era la migliore, imponevo al giovane l osservanza dei tempi richiestimi dalla visita esterna del tempi,  ma non avevo la forza di fare altrettanto, quando sulla via del rientro che non era più la stessa presa all'andata, per cui  venivo meno ogni possibilità di recuperare la visita in Mahua del tempio Chamunda,  sorprendevo tra i campi una vecchia che si distendeva fra l'erba dispiegandovi  il sari con volto felice/rapita in estasi, e non mi attentavo a chiedergli di ritornare sui suoi passi.. ma avevo beninteso con chi avessi a che fare, perché quando fermava la motocicletta lungo la strada per fermarsi a orinare, si ostinava a non volerne sapere di riprendere il viaggio per una Renod oramai vicina, se non lo avessi pagato anticipatamente. Non chiedevo soccorso per telefono a Kailash, talmente si era mostrato inaffettivo nei miei riguardi, né lasciavo che rientrasse da solo in Renod impuntandomi di non risalire in sella, per riguardo al farmacista, come avevo in animo, mi zittivo a pagare solo il convenuto, invece dell importo superiore che ero già disposto a concedergli .
mentre in Shivpuri al rientro mi sorbivo una seconda birra, mi deliziavo di alcuni succhi di guava, non avvertivo ancora come l'accaduto mi stesse lavorando dentro, nulla mi lasciava ancora presagire la deflagrazione  in cui mi sarebbe esplosa la mente quella notte e la mattina seguente per la mortificazione patita .
Intercalavo  la visita a  Surawaya e ai chattri Scindia, ad un ritorno a Renod per recuperare la visita del tempio di Chamunda in Mahua ed in Kadwaha dei gruppi templari ai quali non mi ero recato.
L'afflizione remissiva mi stava ancora talmente prostrando nella fortezza di Suravaya, che una volta  ricevuto il sollecito a ritirare il mio zaino dallo stesso guardiano che all entrata mi aveva aiutato, con carta ed acqua, a disbrigare un bisogno che non ammetteva più dilazioni, e che per questo soccorso non aveva voluto ricevere compenso, consigliandomi di lasciare quei soldi al compagno che accudiva il parco interno, non me la sono più sentita di ritornare sui miei passi, perchè il complesso rimanesse aperto ai visitatori, per accertare , in particolare, se fosse davvero inaccessibile il tempietto più antico sopraelevato sul monastero.
Concludeva mirabilmente la mestizia del giorno la visita dei chattri Scindia. Tutto, nel complesso hinduista, era ispirato all'arte ornamentale islamica,  che ammantavano la conservazione , in proporzioni inusitate, della successione di portico d'ingresso, mandapa, antarala, garbagriha del tempio hindu, sotto un shikkara volto a bulbo in soggezione all estetica predominante. Ma l anima hindu emergeva invitta sotto le spoglie islamiche, quando sul far della sera nel padiglione al centro del bacino lacustre e nei templi ai lati si accendevano le luci e si aprivano i portali per la darshan degli dei,  tra i quali un  Rama  cui all'esterno era volto in devozione assoluta un piccolo Hanuman.
Il giorno seguente in Ranod era il medico, un bengalese, in luogo del farmacista, che mi approntava con la sua moto il giovane del mio primo itinerario in Terahi e Mahua,
Una volta omaggiato della mia visita il capovillaggio che abitava nella casa di sopra,  con il più fidato e assecondante dei conducenti potevo così recuperare nel più luminoso dei giorni quanto in Mahua e Kadwaha non avevo potuto o non avevo avuto la forza di imporre di condurmi a  vedere al  motociclista.
Visitato così una buona volta il tempio di  Chamunda la foratura di una gomma ci arrestava nel villaggio di Mahua, Un ragazzo tentava una prima volta la stessa ricucitura del buco, ne rimediava il guasto ulteriore e ne perfezionava l opera un secondo sopraggiunto.
Ciononostante mi era possibile in Kadwaha, benchè le numerazioni dei templi privilegiati  di k deva cui mi rifacevo non corrispondesse alle classificazione dei gruppi dei templi in vigore presso i loro custodi,  potevo visitare i templi Garhi, il  2 di Krishna Deva, il gruppo 7, il tempio Chandla, il gruppo bag. All'appello finale di un riscontro quando ero già rientrato in Khajuraho , sarebbero mancati solo i templi Ekla,  Margathia e del gruppo Kirna.
Ero così appagato dalla condotta conforme ai miei intenti del giovane conducente, che ad ogni sosta ulteriore, ad ogni suo spontaneo arresto per assecondare la mia voglia di fotografare la bellezza di alberi chiomati e profili di vastità di campi e pietraie  cresceva la voglia di appagarlo sempre di più . ne mi veniva in mente di richiamarlo alle consegne iniziali, quando invece di fare ritorno immediatamente a Renod, data l ora già tarda a preso a spaziare per i campi di villaggio in villaggio, per condurmi dove potessi prendere l autobus per Shivpuri. il  trascorre in motocicletta si faceva intanto interminabile, mentre la sera veniva calando e volgeva precipitosamente in notte, sotto un cielo in cui brillavano miriadi stelle sulla campagna indiana sconfinata, sui villaggi tra le cui rare luci e e cui soglie trascorrevamo, sui ponti e i rivi che traversavamo, le infinite piante che si profilavano cupe in giungle addensantesi o dispiegavano i rami  solitarie,  nell'ampiezza dei coltivi  sullo sfondo di immensi tralicci,  sui manti stradali lisci,  sconnessi, polverulenti di lavoro in corso o ricostituentisi dopo buche e scarpate, in cui mi immetteva l una dopo l'altra, nella mia estasi  vertiginosa, che si esaltava dell'infinita bellezza della notte stellata nel cui grembo sterminato trascorrevamo, finché dopo un'inutile sosta in P, non ci ritrovavamo proprio a Derda, al termine di una corsa di ore e ore.
" Perchè mai lo verrà facendo.durante la sosta in quel villaggio chiedevo al cellulare ad un Kailash  per niente estatico, sono ore e ore che mi viene conducendo"
"Li sa lui i suoi motivi".
Li avrei intesi forse  al arrivo in Dedra, quando dopo avergli  dato di mia iniziativa in *, quattro volte la somma pattuita all'inizio,  talmente quel viaggio in motocicletta mi aveva appagato e fatto turbinare i sensi e la mente,  e con mia succube condiscendenza mi spillava altre 500 rupie direttamente dal portafoglio che gli porgevo,  per il tratto di strada ulteriore che ci aveva condotti sino a Derda, lungo la strada che proveniva da Ashoknagar.
Avrebbe potuto differentemente che così,  ottenere e propiziarsi una cifra  che era il quintuplo di quanto mi aveva estorto il giovane conducente protervo del giorno avanti? Capivo, ora, come in spirito di grata amicizia, mi  fossi a lui consegnato, di primo pelo,  come  si consegna al proprio lapka l accalappiato di turno?



Il tempio Jarai Math di Barwa Sagar



In Orchha, Barwa Sagar, nel distretto di Shivpuri
2 Il tempio Jarai Math di Barwa Sagar



Il secondo giorno mi trasferivo  già di primo mattino da Jhansi in Orchha, presso il Gampati hotel che avevo visionato con Kailash già anni addietro. A ricevermi c’era la figlia dell’albergatore, che a conferma dell’accoglienza domestica che l'hotel vantava di assicurare, mi accordava anche l’uso del computer nella sua stanza,  il che, grazie al sito puratattva.in, mi dava modo di ragguagliare per il tramite di internet le mie informazioni librarie,-  non quanto, però, il sito mi avrebbe consentito e mi sarebbe  occorso in Kadwaha i giorni seguenti.
Per duecento rupie, in luogo delle trecento richiestemi  qualora avessi inteso recarmi fino a Barwa Sagar ed esserne di  ritorno,  al parcheggio in  Orchha degli autorisckshaw pattuivo una sola corsa di andata fino al tempio Jarai Math, volendo io evitare che mi si stesse ad attendere per un tempo che avrebbe trasceso le  supposizioni di ogni aspettativa.  Di li a mezzora , in un  giorno incerto di marzo,  potevo così già ritrovarmi di fronte alla meravigliosa vista del tempio,  
su di un'altura oltre una cinta muraria che raccoglieva i resti anche di due piccoli santuari adiacenti,dove emergendo da una nebbia fittissima, tre mesi avanti non avevo potuto trattenermi che una decina di minuti in compagnia del caro mister Dipak, che non era  parso particolarmente interessato al complesso.
Anche allora c'era venuto appresso il guardiano e custode, che sembrava  ora riconoscermi ed  illuminarsi nuovamente alla vista, come quando gli avevo fatto allora cenno che  era per ragioni da me indipendenti che non potevo prolungare oltre la sosta con il mio ospite.
 La grandiosità della magnificenza frontale del tempio cui tornavo al cospetto,








era  un effetto fors’anche di quanto ne era stata una rovina, con la perdita del portico d’accesso che aveva lasciato in vista l’ornamentazione che  era adombrata al suo interno insieme con quella che lo trascendeva all’esterno, in un continuum splendido, outdoor, fino alle volute a suggello dell’antefissa del sukanasa, contro il superstite fondale reticolato di gavakshas del sikhara, che ne riprendevano la trama del sacrale ordito continuo. Delle loro carenature ritrovavo arcuati gli udgamas delle nicchie che si stagliavano sul vedibhanda, delle coronature dei tempietti delle proiezioni centrali di ogni parete, dei pratirathalaterali  che le fiancheggiavano a guisa di pilastri , delle nicchie dilungate a templi da tali  loro sovrastrutture  nei recessi e nelle proiezioni  d’angolo dei karnas e del vestibolo dell'antarala, dove gli udgamas si dilatavano, e si duplicavano, nel loro slancio ascendente verso il loro reticolato superiore di cui era luminescente la parte superstite del sikhara originario.
Da uno  scatto fotografico all'altro  testi alla mano-, iniziavo a ripercorrere il tempio in ogni suo dettaglio, al contempo che il suo arcano sublime  mi si riprospettava meravigliosamente intatto. Anomalie, e precorrimenti, lo impreziosivano senza smagliarne l' esemplarità canonica. l'attinenza ai paradigmi dei templi Pratihara nella sua onnipervasività si manifestava il criterio d'ordine di una profusione eccelsa , il cui ordito mi riformulava al contempo l'enigma o mistero della  cripticità fascinante del tempio, cifrato dal rebus della sua divinità di culto.
Raffrenava le mie deambulazioni  intorno al tempio lo scollarsi della tomaia di una mia scarpa, così  non mi restava che procedere in calzini sulla sua piattaforma, tra il terriccio del giardino intorno,  nell incognita di come potessi procedere più oltre, fino al rientro in Orchha, quindi in Orchha fino a un negozio di calzature,o  fino ad un calzolaio che potesse rinsaldare suola e tomaia.
Epitome macroscopica dei templi Pratihara, incredibilmente sfuggita/o al cribro del vaglio del maggiore Cunningham, immane come il Teli-ka-mandir di Gwalior quanto egualmente riconducibile al solo apparato architettonico del santuario e dell'antarala del vestibolo, sempre che non li precedesse un portico d'entrata, il Jarai Math osservava dei templi Pratihara l'assetto di rito pancharatha, che contempla cinque proiezioni laterali, il badhra centrale, i pratiratha che vi ricorrono a guisa di pilastro nelle antiche fogge gupta, i ratha-karna d'angolo con i dikpalas tutelari, riassunte dalle rathas* corrispondenti del sikhara, nel cielo riassorbente dell' unità divina originaria. 
Certo, ero già a conoscenza che il tempio avrebbe accusato un'irregolarità sostanziale espressa nella parete di fondo, che presentava la spina bifida di due badhras centrali in ragione della sua dimensione più dilungata. ma si trattava di un'infrazione già registrabile e convenuta in altri tempi e tempietti Pratihara, a iniziare da quello numero 20 della valle di Nareshar, cui era stata conferita parimenti una dimensione oblunga, in ragione del culto che in esso, parimenti, era riservato alla Dea ed al consesso della sua pluralità d'aspetti. Al tempo stesso, con l'eccezion fatta del motivo delle gantha malas di festoni di campane, e dell'hamsa mithuna voleggiante sopra le divinità fluviali del portale-, dei templi Pratihara il Jarai Math riassumeva tutta l'ornamentazione di rito,  in una preziosità d'intaglio a dir poco ammaliante, precorrendo nel basamento gli arricchimenti futuri delle modanature del tempio hindu, così come si standardizzeranno , anche nel senso seriale o deteriore del termine,  nei magnifici adisthanas che  insieme con i templi che su di essi vi si sopraeleveranno,  assurgeranno Khajuraho a capitale religiosa dei Chandella. 
Era dal portale che iniziava la mia ricognizione ulteriore, nei minuti dettagli, a iniziare dalla sua soglia , un'udumbara che ai lati del nerboruto rigoglio vegetativo di fusti di loto della mandaraka centrale, esibiva le coppie simmetriche, di un leone e di un elefante sul cui dorso il felino stava bellamente accovacciato,  le gaja-simhas,di due kinnaras che sembravano suggere i boccioli di un'arborescenza su cui erano in penitenza dei rishi emaciati, di due vasi dell'abbondanza tondeggianti, in una cui fascia era inciso un kirtimukka.





Tali vasi erano retti da nagas con il loro cappuccio di cobra.
Mi volgevo quindi alle serventi, scolpite negli esordi del portale, di due dee esternalizzate rispetto alle dee fluviali Ganga e Yamuna, in flessuosa tribhanga*, che figuravano defilate in prossimità dell'accesso purificatorio, al di sotto di altri rishis* penitenziali. Le dee Ganga e Yamuna , l'una alla destra l 'altra alla sinistra di chi accedesse al tempio, così cedevano insolitamente il primo piano al guardiano dvarapala*, 
canopizzato da un torana ch'era  sormontato a sua volta da un udgama e dal tilaka di un tempietto miniaturizzato, replicati entrambi nelle protomi ai lati.
Le attendenti, benché  minute e sforzosamente intente al compito di chattra-darini*, o reggitrici del parasole regale delle due divinità,  meritavano ogni attenzione del caso perchè recavano delle borse di approvvigionamento della propria dea, nel quale apporto offerente si è rinvenuto un indizio già di per sé probante che il tempio fosse luogo di culti tantrici alla Sakti dell'energia femminile del Divino*.
Di lato alle dee, che si vuole che altro non siano che una riproposizione di Ganga e Yamuna,  una pianta di loto rampicante si schiudeva in tre boccioli, in uno dei cui serti, sul versante alla  sinistra dell'osserrvante, trovavano ricetto un discente e quattro discepoli, mentre nell'altro si sfrenavano musici e danzerini*. In tale accolita sarebbero/erano ravvisabili le sembianze di Lakulisha e dei suoi allievi Kusika, Mitra, Garga e Kaurushya, per la similarita del gruppo con altre sue ricorrenze in posizione consimile, nel portale del tempio della Maladevi in Gyaraspur, o nel Teli ka Mandir , in Gwalior, nelle quali è ben individuabile il danda di un bastone alle spalle del soggetto centrale, che lo identifica  inequivocabilmente con Lakulisha.  Figurando Lakulisha come il fondatore o riformatore leggendario del culto di Shiva della setta Pashupata,  se non anche quale  il ventottesimo ed ultimo avatar del dio, se ne è prontamente desunta una affiliazione shivaita del culto della Devi del tempio Jarai Math;  ma  senza il concorso di attestazioni ulteriori,
come ritenerlo il culto in esso imperante, alla luce soltanto di tale indizio?

per me non poteva certo dirsi il culto in esso imperante.  per me ne restava ancora soltanto un indizio,  per quanto significativo. una preziosa debole traccia dello shivaismo di una devozione tantrica alla Devi  praticata nel tempio, nulla escludeva che il gruppuscolo scultoreo vi ricorresse solo per un' estemporaneità dovuta alle maestranze, a seguito di  una loro mera ripresa imitativa.
I sakas delle fasce laterali del portale ostentavano, alquanto consuetudinariamente,  una prima banda interna di volute rampicanti, o patra-sakha,  ed una seconda di fiori mandara,  mentre inusuale era la terza, in cui entro delle nicchie sorrette da pilastrini  una figura femminile era intenta  a soccorrere una maschile Semplici mendicanti confortati da inservienti? O n on si trattava forse  di scene della Bhikshatana murti di Shiva, si è arguito, in cui il dio errando mendico per il mondo, con il bastone kankala  sulle spalle ed una coppa costituita dal cranio della quinta testa di Brahma da lui recisa,  è intento a ricevere del cibo dalla dea Parvati, come vorrebbe R. D. Trivedi?
Ad un saka di ganas, o pramatha-sakha,  faceva seguito la banda- pilastro di uno stamba saka quanto mai variegato, ad un primo riquadro intagliato con volute,vi  subentravano  infatti prima  una fascia poligonale con figure di divinità e di esseri celestiali,  poi l'immagine  incorniciata di un kirtimukka, in seguito la raffigurazione di una coppia di amanti che giacevano l uno all'inverso dell'altro, in un ricettacolo perlinato circolare, quindi un quintetto scultoreo  di musici e di danzatori, non che un vaso opulento* dell'abbondanza, o  ghata pallava, che era sovrastato a sua volta da un ulteriore kirtimukka e da un fregio poligonale  tra lamine fogliari. Il loro seguito ornamentale precedeva un tripice capitello bharani con triplice scannellatura. che su di un piedistallo con incise foglie di loto nel verso inferiore,  tra due pilastri laterali guarniti di fronde vegetali, reggeva la nicchia del piccolo santuario di un dio,  un micro-tempio a tutti gli effetti, tant'è* che la sovrastava, miniaturizzata,  una varandika consistente di di due kapotikas che includevano un corso di testate di tulas, proprio come nei templi Pratihara è di prammatica, ed un sikhara tri-ratha coronato di  amalaka, kalasa e vijapuraka.
Un ulteriore pramatha-saka di ganas faceva quindi da pendant al precedente,  come poneva in risalto lo stesso stacco del recesso tramato da una jalaka, rispetto alle due bande successive di coppie erotiche, o mithunas , e del bahya saka terminale, retto da un kumara soggiacente,  in cui fluttuavano o  posavano in  volo meravigliose coppie celestiali, recanti ghirlande e strumenti musicali.
Apparivano così incorniciate le due prime trabeazioni del portale, l' una,  conclusa da Brahma e da Shiva, che allineava bellamente in comoda posizione lalitasana tutte quante le divinità planetarie e le saptamatrikas, l altra che in nicchie coronate da udgamas recava una successione di divinità femminili, inframmezzate da danzatori e musicanti nei recessi. Al centro del duplice ordinamento,  in una ratika che lo comprendeva in altezza, si proiettava  la figura  sovradominante della dea unificante il consesso. In lalitasana, su di un fiore di loto a fungerle da piedistallo, era alta il doppio che le altre dee, ed anche solo per questa sua magnitudine sovrimponentesi, come non ritenerla  la divinità principale del tempio,  una Devi che disvelandosi nella sua cavalcatura , o nei suoi attributi, avrebbe risolto l enigma della sua destinataria, per dipanare il quale, però,  mi era già noto che non avrei potuto confidare nella statua all interno del garbagriha, essendone rimasto poco più che il piede destro. non fosse- per colmo di iattura*- che tale immagine al centro della trabeazione non può più rivelarci se non che di una dea senz'altro si trattava, quale intestataria del tempio, nel contesto solidale delle immagini di divinità femminili Sakta che le proliferavano intorno, che la sovrastavano, che la attorniavano lungo le pareti del tempio, talmente il sembiante della Dea è stato sfregiato e mutilato, degli attributi delle sedici braccia essendo identificabili solo un vajra* ed un kamandalu*, nelle sue braccia inferiori di destra, e la spada di una kadgha.  
Che campeggiasse in luogo di Shiva, ridimensionato alla sua destra alla stregua di Brahma, sul termine opposto,  depotenziava ulteriormente la supposizione di una affiliazione univocamente shivaita del culto della Sakti  del tempio, che già le immagini di Lakulisha e dei suoi accoliti, o di scene della Bhikshatana murti sembravano  concordemente accreditare, per cedere il passo all'incedere dell ipotesi che invece si trattasse di una divinità femminile della costellazione vishnuita,  ponendosi ella tra Shiva e Brahma ai suoi lati.
Quanto alla schermaglia che poteva originare l' identificazione delle divinità femminili della seconda trabeazione,
ognuna nel suo tempiolino con l intermezzo di ganas intenti alle danze o a far risonare strumenti musicali,  non c'era sorta di dubbio  che la prima alla mia sinistra fosse Gaya Laksmi, per gli elefanti che l irroravano*, mentre la seconda se non era una matrika era Ambika, reggendo un fanciullo e un cespo di mango, Maheswari risultava essere la terza,  sempre che bastasse a identificarla il veicolo animale di Nandi, Saraswati la quarta, inconfondibile per la sua vina trasversale, Vaishnavi, o piuttosto Chakreswari,  la successiva, in virtù dei chakras che reggeva con le braccia superiori, esattamente  in corrispondenza, sul versante opposto antecedente,  con un'altra divinità hindu trasvolata nell universo jain, ossia Ambika, secondo quant'è da presumersi,   buon ultima un'altra dea o matrika, ancora non meglio  identificata, o identificabile.
In tutto il suo splendore scultoreo si dispiegava quindi una lastra di rilievi concernenti la Trinità brahmanica,  con al centro Vishnu sovrastante Garuda. Lo affiancavano  i purushas delle personificazioni dei poteri di due dei suoi ayudhas, sorvolati da dei vidyadharas all' altezza del capo del dio.
La collocazione di Vishnu  al centro del pannello ed esattamente  al di sopra della indecifrata divinità femminile a sedici braccia, non era forse una conferma ulteriore che il tempio fosse ispirato da un'affiliazione tantrica vishnuita al  culto della Devi, come già il tempio Maladevi di Gyaraspur, ed in seguito quello Parshvanatha jain di Khajuraho, che al centro della sua trabeazione del portale d'ingresso reca la immagine di  Chakreswari- Vaishnavi ? Il Jarai math  mi si veniva così sempre più configurando come un  tempio in cui il vishnuismo doveva coesistere sincreticamente con la versione shivaita del culto della dea, che ugualmente vi era manifestato, e ripreso, ma in posizione sottostante, o defilata lmarginalmente,  comunque gerarchicamente  subordinata.
A riprova delle mie supposizioni affiancavano Vishnu il dio Brahma  alla sua destra,  ed alla sua sinistra Shiva, entrambi in confortevole posizione lalitasana e  con inscalfito il rispettivo veicolo animale,  l 'hamsa e Nandi.
Le figure scultoree ulteriori rappresentavano una divinità con katvanga e la ciotola dei poveri, o kapala, che sembrava ricevere sostentamento da una dea, per il tramite un cucchiaio,  sul quale, nel gruppo alla mia destra di osservante,  stava un minuscolo uccellino, al pari di uno consimile sulla mano destra del dio. Il contesto trimurtico di tali  raffigurazioni avvalorava l ipotesi di Trivedi che rappresentassero scene della Bhikshatana murti ,  in  cui a Shiva mendicante recavano  il conforto del cibo Parvati sulla mia sinistra, e ancora Parvati o Annapurna sulla mia destra . Date le isoformità* stilistiche tali immagini facevano ascendere alla loro stessa significazione quelle analoghe del rupa-saka del portale,  elevandole oltre la loro riconduzione a semplici rappresentazioni di mendicanti ed inservienti.
Come non bastassero le riprove così raccolte di una predominanza vishnuita nel  culto tantrico della Dea che si praticava nel tempio,  al di sopra di Vishnu- Garuda ecco stagliarsi  le immagini gemine di Varahi, sul trono di loto che reggevano  due vidyadharas,  senza che fosse per loro d'impaccio  reggere al contempo una frondosa ghirlanda, tale coronamento stagliandosi entro il  più bello dei serial scultorei della facciata, per come  plasticamente caratterizzava le sue figure divine,   la sequela in sciolta lalitasana dei dikpalas del tempio.  Di tutti quanti si erano preservati i veicoli animali, volti alla gemina Varahi come verso la meta ed origine del culto del tempio , ciascheduno recando il proprio dikpala posto di traverso,  perchè ci apparisse in posizione frontale, sulla propria  cavalcatura differentemente a suo agio ed atteggiato in differenti mudra.
Già a più di un osservatore è parso fin troppo stupefacente che nel consesso dei dikpalas Nirriti sedesse su di un maiale , per poter concedere che sempre un suino, a quanto poteva parere a prima vista,  fosse il vahana di Vayus, involto dalla propria ventosità nel sollevarsi del suo manto; ed infatti è un capriolo, o mrighi, l'animale su cui  Vayus è  accomodato.  Che poi in tale sequenza i dikpalas siano dotati come i comuni mortali di soli due arti superiori è parso un'indizio sufficiente della natura remota del tempio, più che bastante a ricondurlo ai primi tempi dell'arte Pratihara, ma mi bastava* anche solo risfogliare il volume appresso di R. D.Trivedi, Temples of the Pratihara Period in central per accertare, ad una ricognizione più ampia, quanto fosse diffusa nel tempo, in Keldar come in Gyaraspur, l'inibita proliferazione di braccia. dei guardiani del tempio.
E tutte le consomiglianze che vi avrei ritrovato con altri templi Pratihara,  al seguito delle indicazioni puntuali di Trivedi e della mia memoria visiva delle loro ricorrenze, mi avrebbero indotto a condividerne la datazione tarda, che lo fa risalire al x secolo dopo Cristo.

 
Ed ancora più in su, oltre una serie di nicchie con udgamas in cui danzavano ganas, alternate con altre invece vuote, il sukanasa, alfine, in un triplice ordine fastoso di finestre- chaitya /di gavakshas e di volute, in cui altre immagini di divinità femminili celebravano la pluralità di manifestazioni della Dea,  quasi ad esaltarne la trascendenza rispetto ad ogni sua assunzione di forme,  mediante l' ostentazione stessa della loro profusione, una al centro del secondo livello dotata di khadga, o spada, al di sotto di un oculo floreale meraviglioso, mentre le sottostavano lateralmente, nelle loro nicchie templari fregiate di sardulas, le rappresentazioni di Varahi e di Mahishasuramardini.
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Attenendomi quindi alla deambulazione della pradakshina,  il fianco meridionale del Jarasi math mi si prospettava in tutto il fulgore del suo adempimento dei paradigmi del tempio Pratihara,  che pur vi erano sopravanzati nell'incremento di profilature del basamento dell'adisthana- Sullo zoccolo del  bitha-  costituito di una modanatura piatta, di un jadya kumbha e di un presentimento di karnika-  non risaltavano in successione immediata, come negli altri templi Pratihara,  le modanature usuali della vedibhanda,- kura, kumba e kalasa, sormontate da un kapota-,   perchè vi erano interposte le  profilature  duplicative  e duplicate di un  plinto - in cui a un primo kura, e ad un primo kumba, subentravano le raffinatezze di un grasa pattika di kirtimukkas, fregiata di ardaratnas soggiacenti e dall inflessione superiore, rifluentevi, della curvatura di un jadhya kumba ornato di petali di loto. Mediante tale sopraelevazione il Jarai Math così  prefigurava la scansione ternaria del basamento dell'adisthana in bittha, pitha, vedibhanda,-  o altrimenti in zoccolo, plinto e podio,   che contraddistinguerà gli ulteriori templi medioevali, in particolare quelli di Khajuraho.
Tale rialzo del podio  non appariva un mero sfoggio di  sovreleganza  nelle profilature del tempio,  esaltava la germinazione nella vedibhanda delle forme che avrebbe assunto la loro piena espansione ascensionale nelle proiezioni verticalmente corrispondenti del  jangha e del  sikhara.

 
In esse su kura, kumba e kalasha della vedibhanda successiva, si elevavano fino al kapota superiore nicchie templari con un frontoncino di udgama , in cui la divinità campeggiava tra due pilastri ch'erano fregiati di volute fogliari, fiancheggiati a loro volta da simha sardulas, al loro stagliarsi nel badhra centrale,  in corrispondenza di fieri intenti con i  leoni rampanti  associati lalle nicchie sottostanti dell'antefissa. Un kapotika, fregiato di takarikas,  era la trabeazione tutelare delle divinità .
Per surplus di grazia, come in altri templi Pratihara, all'altezza delle proiezioni mediane delle pratiratha e di quelle del vestibolo dell antarala,   alle modanature del kalasa si sostituivano delle  testate di tulas recanti immagini di mithunas, di musici e ganas intenti alle danze. Tali teste preludevano alla serie di tulas che compariva nella varandika tra due kapotas, a ulteriore ripresa di una ricorrenza  dagli esiti incantevoli dei templi Pratihara.


 
Ero così risalito al fulgore del vibrato luministico delle carenature di archi chaitya che rivestivano l'antarala e le proiezioni e i recessi medesimi della parete del jhanga,  i loro dilungamenti verticalizzati sopraelevandosi in ogni sporgenza o rientranza, nell'antarala del vestibolo, su altrettante edicole sottostanti quali loro sovrastruzioni, così assurgendo tali edicole alle vestigia di templi nel tempio. Tale fulgore luminescente  era ripreso, e intensificato ancor più, da quello dei rathas corrispettivi del sikhara,  lo esaltava ed avvivava lo stacco stesso, tra il vestibolo e la jangha del santuario, dei reticolati brillanti di jalikas, che si ripetevano su, su, lungo i bordi laterali dell antefissa.
Ma nel badhra centrale, per la perdita in gran parte di tale rivestimento,  la sua prominenza aggettante conferiva un  risalto ancora maggiore al  tempietto in miniatura di cui l'ordito dei gavakshas costituiva un tempo, più che il frontone, una guisa di sikarika, oltre la gronda così rimarcata della khura chaddya. Infatti   lo caratterizzava, della conformazione di un sikhara,  l'alternanza di amalaka scanellate e di kapotika dei karna-rathas angolari, rispetto a una madhya lata centrale. Di tale proiezione mediana  era il sostegno originario un tempietto che dava ricettacolo a una scarnita Chamunda, tra i fantasmi di  pretas scatenati.
 La dea  dalle ottuplici braccia vi era accampata in lalitasana sopra un malcapitato supino, e dei suoi attributi si erano conservati integri la coppa kapala e un trisula
Mirabile fino all intenerimento, del santuarietto soggiacente, o devakosta, era la miniaturizzazione in ogni suo particolare di un intero tempio, tramite la riproduzione di un portico in un portichetto, quale deliziosa attuativa di come il tempio hindu abbia a racchiudere  a iosa la propria replicazione frattale,  ain diversi ordini e gradi, quanto  il divino che è l uno a misura di tutte le cose nell' ordine cosmico.
Sulla sintesi metonimica dell'adishtana del tempio, risolta in una coppia di tulas fregiate di parna- bandha fogliari, con pendenti o lumas sottostanti,  e di un grasapattika  il cui viluppo vegetale scaturiva meravigliosamente da un kirtimukka, costituivano il portico del devakosta due pilastri anteriori per giunta pluriformi, o misraka, con tanto di kumbika, di suggellatura di due vasi dell'abbondanza terminali, o gatha pallava,  tra i cui estremi dalle fauci di un kirtimukka non mancava nemmeno di calare  il cordone di una campana su una sfaccettatura poliedrica,   discendendovi dalla profilatura cuboide di una madhya bandha,  sotto la duplice scannellatura della padma e dell amalaka di un  capitello barani.
Nè all'interno del portichetto,  il portale d'accesso alla celletta di  un santuario era sprovvisto dei suoi costituenti canonici, con altrettanto di Ganga e Yamuna e di attendenti, con un suo saka agli stipiti ed una propria divinità al centro della lalata bimba, un Kubera, in comoda lalitasana, mentre il   fregio della schiusa di un fiore di loto occupava il soffitto,  al pari del saka contornandolo una banda di petali di loto.
Ai lati della badhra, conferivano solennità  monumentale  all'alzato del tempio le due pratiratha nelle forme di  alti pilastri,  dopo l'intervallo di un recesso i cui udgamas templificavano la cui ugdamificzione templificava  una nicchia che albergava una surasurandari sotto una kapotika e tra due colonnine.
Da edicole templari simili a quelle dei recessi, nei badhra,  a guisa di loro sovrastruzioni ,si sopraelevavano i reticolati dei  gavakshas di udgamas,  fino ad una testata incentrata in un kirtimukka, tra le sue defluenze evolventisi,  coronata/ suggellata* dall'opulenza vegetale ricadente di  un vaso dell'abbondanza, o gatha pallava o   purna-kimbha che dir si voglia.
Un capitello barani  con un abaco istoriato di foglie,  portava a termine la sontuosità delle pratiratha-pilastriformi.
Un altro recesso simile al precedente, ed era la volta del karna-ratha, che ospitava dikpalas in nicchie simili in tutto a quella inferiore del badhra, al di sotto del  raddoppio dell'udgama in due dilungamenti acuiti  al vertice,  che elevava le edicole a santuari di un tempio, -evocando o prefigurando la proliferazione  posteriore  di mulamanjari e uromanjari , detto altrimenti la replica del sikhara principale in una sua miniatura addossata al suo petto nella sua ratha centrale.
La grata di una Jalika  rilevava lo stacco strutturale della rientranza dell'antarala, che  faceva da supporto alla dilatazione di un' ulteriore duplicazione dell'udgama, ugualmente appuntita nelle  sue due sommità, al di sopra di un santuarietto a guisa di ratika, con una gronda  estesa a due ali rientranti volte ad ospitare due statue sussidiarie ,  situate una per lato a fianco delle colonnine tra le quali era compreso il gruppo statuario centrale, e di una kapota sovrastante il tempietto, anch'essa ampliata secondo la stessa profilatura,
Il Jangha dello stessa antarala, come quella del prasada del santuario, era conclusa dal fregio di una pushpa mala di fiori , a raccordo unitario di entrambi i fronti.
Quindi si sopraelevava il  varandika  nella sua scansione iniziale già rilevata, di kapotas inframmezzate da tulas. Lo portavano a compimento  un'antarapatta che nella sua scacchiera riprendeva l alternanza di fondo, dell'arredo templare, tra sole carenature e jalaka, una pattika fregiata di ardaratna triangolari e di kapotika, alfine i rathas o latas del sikhara. Li gremiva la lumineggiatura dell'ordito di gavakhas,  in quelli che portavano a termine lo slancio ascensionale di badhras e pratirarathas Era un' intermittenza  che si faceva più  rada  nei karna- rathas sovrastanti, poichè le carenature degli archi chaityas vi erano inframmezzate con amalakas e kapotikas, al termine di una direttrice di marcia ascendente  tracciata da un udgama appuntito sovrappposto  al varandika, non che da un tempietto di raccordo superiore,  con il suo frontoncino immancabilmente anch'esso carenato.

Il  fianco meridionale dell'antarala ospitava Narashima nella nicchia superiore, intento al contempo in cui eviscerava Hiranyakashipu, a scaraventare, calpestare, sollevare demoni per la capigliatura. Oltre i pilastri lo affiancavano alla sua destra un presumibile Gada purusha, insolitamente di sesso maschile,  e un  Shankapurusha alla sua sinistra. Nella nicchia del vedibhanda una dea madre sembrava intenta a sollevare la figura di un essere di minute dimensioni, al'apparenza un figlio che consolasse.
Coppie statuarie consimili, oltre i dikpalas Agni ed Indra del Karna, ricorrevano in ambo i recessi ai lati di ambo i pratiratha.
In uno di tali gruppi un altro essere minuscolo sembrava  offrire a una  dea  ciò che conteneva un cesto che reggeva con ambo le mani. Che  si trattasse di immagini ulteriori della Bikhshatana murti di Shiva?  Nell'edicola delle pratiratha   faceva  bella vista di sè una surasundari,  come altre comparivano  nella  nicchia sottostante* ed in quella del kharna che ad essa era allineata lungo il vedibhanda.
Il  badhra centrale presentava una concentrazione di terrificanti immagini della Devi,  lungo le pareti della sua proiezione del vedibhanda, quale Durga e Chamunda ai lati di sud est e di sud ovest,  nelle  parvenze frontali che ne offriva,   in cui era intenta a sorseggiare sangue da una coppa.
Il  karna-ratha poi di svolta verso la parete ovest mi avrebbe accomiatato da quella meridionale con le immagini dei dikpalas Nirriti e Yama, di cui era invertito l ordine abituale di successione-
Nella parete ovest faceva quindi la sua triste comparsa la duplicazione del badhra e delle sue edicole, che aveva  provocato l inserto non meno funesto di due latas del sikhara,  divergenti nel loro assecondamento, per farne, con quelle sovrapposte alle pratiratha, le balapanjaras, o lata complementari, di fiancheggiamento dei due madhya latas elevati sul raddoppiamento dei badhra . Il resto, come nella parete nord, secondo il copione meravigliosamente esibito dalla parete sud.
Il  repertorio statuario della parete occidentale visualizzava* nelle nicchie centrali dei due badhras  Kartikkeya che alimentava il proprio pavone ed  Harihara, Vishnu-Shiva, mentre tra i due rathas interni campeggiava interposta, una bella immagine di Surya, assistito puntualmente da Danda  e Pingala. Lo affiancava alla sua destra uno Shiva tricefalo, che avrei ritrovato nella nicchia retrostante del  tempio Jagadamba in Khajuraho  ***.  Al di sopra di una raffigurazione feroce di  Bahirava  con kapala e khatvanga, quella di Varuna  era di lascito verso la parete nord, ove Vayus gli faceva seguito.
Le nicchie del badhra vi ospitavano a nord ovest Kubera, al centro Shiva e Parvati, con Brahma pronubo, un'implacabile Mahisasuramardini sul lato nord est, risolutissima quale in poche altre sue rappresentazioni, a dare il colpo di grazia del fendente di una sua spada al demone estratto dal bufaklo Mahisha.
Nel ratika del pratiratha Shiva Ardanarishvara,   prima delle divinità vediche  di rito Kubera e Isana, quali dikpalas, nelle edicole del karna-ratha..
Nell'antarala, all'immagine superiore  di Narashima sul  versante opposto meridionale,  faceva da pendant quella sovrastante di Laksmi- Narayana, a suggellare nella elegante bellezza  dei dilungamenti sinuosi delle sue figure divine, la predominanza della costellazione vishnuita nell'affiliazione alla trimurti del culto templare  tantrico alla Devi, secondo un'attestazione che già campeggiava  al centro dei rilievi oltre il portale centrale, .
A conferma  del suo shivaismo come una subordinata di culto, sottostava Parvati in Panchagnitapa.
L'ingresso nel vestibolo e nel garbagriha mi riservava la trasposizione interna della sontuosità inesausta del tempio, nell'ornamentazione dei mirabili pilastri. Una kumbika come loro basamento, e  arieggiando gli stamba saka del portale d'accesso e dei devakosta, quindi il vaso da cui tracima il fogliame di un gatha pallava, il fusto di una badra-saka prominente, esuberante di volute vegetali, una pattika recante inciso un kirtimukka, un collare ottagonale, il rigoglio di un gatha-pallava, ancora,  due fasce di rilievi fogliari e alfine il capitello barhani, concluso da mensole  con volute fregiate da kirtimukka. . Contraddistinguevano i due pilastri dell antarala una dvarapala in una nicchia, il seguito verticale di cinque mithunas, fiancheggiati da tre vivide coppie di gaja-sardulas con i loro disarcionati condottieri.
Nel soffitto dell'antarala due lastre con incisi kirti-mukka separavano tre concavità circolari.
I pilastri del garbagriha sostenevano invece cinque travi con le usuali decorazioni,- palmette, parna.bandha fogliari, ardaratna triangolari, putti reggenti ghirlande, ancora parna-bhanda, - che conferivano una rilevante altezza alle concavità cuspidate del soffitto. Della statua principale non restava che un piede e il piedistallo, ove erano scolpite le figure di una donna danzante e di suonatori di flauto o di tamburo,.

Ero così di ritorno di fronte alla facciata,  dal mio ripetuto periplo deambulatorio, che aveva raffrenato lo scollarsi della tomaia di una mia scarpa, per cui non mi era rimasto che di procedere in calzini sulla sua piattaforma, tra il terriccio del giardino intorno,  nell incognita di come potessi incamminarmi più oltre, fino al rientro in Orchha, quindi in Orchha fino a un negozio di calzature,o  fino ad un calzolaio che potesse rinsaldare suola e tomaia, quando sopraggiungevano due giovani studenti, di Jhansi, che mi chiedevano, o intendevano mettervi a prova, nella mia valentia conseguita di indagatore e conoscitore straniero del tempio.
In che intrico confuso, prestandomi, finivo così per cacciarmi tra shivaismo o vishnuismo del culto tantrico  alla devi alle origini del tempio.
Ma, era la loro questione, perchè non avrebbe potuto essere semplicemente un tempio in onore di Laxmi, data la sua natura eminentemente vishnuita?
Ed io ad annaspare rifacendomi a quante vi proliferassero le immagini delle più varie manifestazioni della dea, nella sua trascendenza di ognuna di esse, una molteplicità troppo polimorfa, perchè il tempio potesse rifarsi originariamente alla sola manifestazione della Devi nelle guise della Sakti di Vishnu.
Con il custode che assisteva ammirato,  assentendo o annuendo,   pur senza essere sempre convinto delle mie delucidazioni e identificazioni dei gruppi statuari, pronto ad assegnarmi  quello che poteva risultare un suo  colpo di grazia, in virtù dell'autorevolezza conferitagli dall'essere un'espressione vivente locale della tradizione millenaria del culto del tempio.


Insieme con lui già mi ero addentrato nella cella del tempio, ed assecondavo i giovani a visitarla a loro volta.

Alla loro sortita, per chiedere  a lui lumi in tal senso,  a colui che era un'incarnazione vivente della di una tradizione di devozione che ancora onorava di offerte e di attestazioni di fede il relitto statuario del piede di una dea,  gli chiedevo a quale divinità, secondo il culto vigente, dovesse ritenersi dedicato il tempio " Laxmi e Ganesha" mi ribatteva imperterrito, sorridendo di come fosse in dissonanza con tutto quello che avevo detto
 Laxmi? sia pure, punto e a capo di ogni velleitarietà di farne più universalmente un tempo tantrico alla Devi. Ma Ganesha?  " Ma di Ganesha non c'è alcuna immagine nel tempio..."
I due giovani raccoglievano sorridendone la mia perplessità, lo sconcerto per  la risposta dell'uomo  che se presa per valida e vera,  era l' azzeramento di ogni sforzo e  discorso iconologico intrapreso con loro
Uno dei due giovani era stato il mio interlocutore costante, mentre l'altro si era limitato, in silenzio, a  confermare le mie  illazioni o richiami ad altri templi, o a chiarire il senso delle mie parole e dei miei usi tecnici, azzardati, di un lessico architettonico risalente al  sanscrito.
Che mi avessero sottoposto ad esame, in virtù delle  conoscenze umanistiche o del sanscrito del secondo dei due, incuriositi di verificare la mia attendibilità di studioso e ricercatore straniero?
Il  .vecchio, apparentemente di me più anziano, quando rimanevamo soli, aveva la gentilezza e il riguardo di cercarmi un legaccio, con cui provava a tenere insieme suola e tomaia della mia scarpa scollatasi.
Una premura che gli valeva la mancia che altresì aveva inteso assicurarsi con tale suo gesto.
Potevo cosi procedere fino al vicino villaggio, per vedervi i resti del Jaraho- ki- Marhia,  dove  ritrovavo il custode e da lui mi congedavo con rinnovato calore , essere di ritorno alla strada che recava a Jhansi, salire su un autorichshaw, adibito a savari, nella postazione davanti a mio rischio e pericolo, fino alla deviazione per Orchha,  ed al mio arrivo nel suo abitato con un altro tuk tuk, acquistarvi un paio di snackers nel primo negozio di scarpe che incontravo lungo la via che recava alla Betwa, fare riparare a dovere la scarpa  che era finita in disuso, che insieme con l'altra era stata attrezzata di una cordatura di raccordo di suola e tomaia .

La sera, fino al far della notte, trascorrendola tra le locande sulla via per il palazzo di Jahangir e l interno del tempio di Rama,  in cui mi sono recato in preghiera con un offerta in denaro, senza trarne le dovute avvertenze sulle interdizioni interne al tempio di Rama,  come  avrei inteso mettendo a  rischio tutto,   l ultimo giorno di viaggio, quando un agente del tempio pretendeva di consegnarmi furibondo alla sua guardia armata, per il mio rifiuto di cancellare le fotografie ch'era  proibito che vi avessi scattato all interno.


 

giovedì 7 maggio 2015

in autobus, di ritorno da Chhatarpur


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Di ritorno da  Chhatarpur con il mio giovaneAjay,  non eravamo ancora giunti all uscita dalla città che l’autobus  su cui eravamo partiti in pochi passeggeri all’autostazione,  già alla seconda fermata  era  strapieno nella stessa corsia,  dove si venivano accalcando donne e bambini tra giovani e vecchi. Di villaggio in villaggio l’autobus ha seguitato a gremirsi, ancora di più,  al punto che benché fossi seduto ero pressato da gomiti e bagagli,
Ma più che la calca o la ressa,  mi assillava un senso di  angoscia che cercavo di evitare che divenisse asfissia e panico urlante, nel ritrovarmi di nuovo, su un autobus indiano, intrappolato nel carnaio della folla che per lucro vi era stata fatta salire, in soprannumero pigiandola, stipandola in un fittume di corpi fin che ce ne stavano ,  senza possibilità di scampo al minimo incidente.
Esternavo la mia  ansia al solo Ajay,  che ben sapeva cosa sarebbe avvenuto, se in luogo dell’accettazione passiva di uno ulteriore stato di cose intollerabile avessi esternato il mio disdegno e  una minima forma di rivolta,  come mi aveva detto delicatamente  nel ristorante di  Kanpur, quando avevo iniziato a smaniarvi per l indifferenza degli indiani ricchi verso i loro poveri, che li induce a rivolgersi allo straniero per trarne di tutto:  “ riderebbero solo di te”.
“ Pensa che ne sarebbe di noi, se  l’autobus si ribaltasse e ci finissero sopra queste donne e bambini”, il cui pressarmi vivevo come un’ostile minaccia.
Era mancato poco, a marzo,  che succedesse qualcosa del genere a me ed a Kailash, lungo la strada in dissesto che da Satna conduce a Rewa,  ripercorrendo la quale, al ritorno, dall autobus che ci riconduceva verso  casa si era staccato un finestrino,  che Kailash non era stato in grado di trattenere. Il bigliettaio aveva scosso il capo ed aveva fatto cenno di non darsene pensiero, si poteva e si doveva procedere oltre. Per qualche decina di chilometri soltanto, per nostra fortuna, fin che l  autobus non è stato più in grado di procedere oltre, e siamo trasbordati su altri  pullman di passaggio.
Non sono passati due giorni da quel viaggio a Chattarpur, di me ed Ajay, per farmi prescrivere le medicine utili a sedare i miei eccessi mentali, che al rientro verso casa, era la sera di lunedì, vedo le donne del vicinato che gremiscono in silenzio i chabutras della casa bianca che fa angolo all imboccatura del vicolo dove è la nostra abitazione, e quelli delle dimore che li fronteggiano.
Capisco istantaneamente che è successo qualcosa di grave,  di cui Ajay vuole  parlarmene solo quando ci ritroviamo a sedere nel bazar, a un tavolino per consumare dei momos .
Un giovane poco più che ventenne, che viveva con la sua famiglia muslim in quella casa bianca, era appena morto, quel  pomeriggio,  nell incidente stradale occorso su un autobus  lungo la stesso percorso stradale, nel tratto successivo che reca a Panna. 35 i morti secondo un primo computo, no, una ventina, secondo i successi rilievi ufficiali, 50 secondo il referto finale.
Da che sono rientrato in India, nel corso di pochi mesi era la seconda persona che periva vittima di un incidente d’autobus  che abitasse lungo quella via, dopo la giovane insegnante che è morta,  il novembre scorso,  nel disastro occorso nei pressi della stazione ferroviaria di Khajuraho.

I notiziari tutti, che avrei ritrovato in internet, avrebbero detto della sola dinamica dell incidente,  che l autobus era uscito di strada poco dopo le Pandava Waterfalls, finendo nel greto in secca di un fiumicello  dove il serbatoio della benzina aveva preso fuoco, come se fosse stato per la fatalità di un mero evento naturale,
Ma le voci via via raccolte , già il numero stesso delle vittime,  dicevano che era stata una strage in tutto e per tutto causata proprio  da ciò che mi fa rivoltare la mente quando viaggio in  India.
L’autobus viaggiava con oltre settanta passeggeri a bordo, senza uscite di sicurezza, quando avrebbe potuto farne salire al  più la metà,  ma  è così che succede in  India quando , come ora, è la stagione dei matrimoni.
L’autista sembrava che avesse bevuto alcolici e fosse su di giri,  perché guidava l’autobus ad una velocità spericolata. In realtà  era esagitato perché era stato messo alla guida di un autobus  su cui aveva faticato a tenere la strada fin dalla partenza,  ed a lungo si era sgolato invano al cellulare con il padrone del mezzo di trasporto per  potere arrestare una  corsa che gli era divenuta sempre più incontrollabile,  fin che all’altezza del ponte non era stato in grado di sterzare.
La maggior parte delle vittime era  finita carbonizzata con i propri indumenti dal fuoco sprigionatosi dal serbatoio dell’autobus,  per cui anche il loro riconoscimento era stato un orrore insostenibile per i loro congiunti.
La mia mente non è riuscita a procedere oltre, nell immaginare che cosa potesse essere accaduto nelle loro menti, nel sentirsi schiacciati e soffocati dai corpi  degli altri passeggeri catapultatisi addosso,  a toglierti il respiro, odiosi e letali, ogni possibilità di movimento e di scampo, mentre il fuoco raggiungeva i loro corpi prima del tuo, e le loro urla ti anticipavano la tua fine imminente.
L’indomani , i giorni seguenti,   nelle vie di Khajuraho che in piena estate  sommergevano nella polvere del loro rifacimento mancato,  da due anni in corso, i passanti e ciò che era in vendita in strada , il mio furore folle e iracondo avrebbe voluto aggredire alla gola ogni abulico viandante, le  persone ferme ai margini, per la loro  apparente  accettazione quiescente di ogni stato di  cose esistente.
“ Ma che cosa ci possiamo fare? What we can do? Che cosa ci puoi fare, tu,  che qui sei soltanto uno straniero?’-è  la sola  reazione di Kailash che avrei raccolto adirata,  dopo avergli mostrato, come anche in ufficio,  la polvere stradale abbia di nuovo ammantato ogni cosa.
Dimenticandosi, l’amico, che mi basterebbe l’andarmene via, io che lo posso, seguitando a distanza l aiuto e l’amore, con la mia follia per avere tutto alle mie spalle.  









mercoledì 6 maggio 2015

sui templi di khajuraho

I templi di Khajuraho sono templi statuari -di statue templari-, finalizzati al massimo di visualizzazione  delle statue offerte alla meditazione contemplativa
Per questo offrono il massimo di superficie espositiva nel corso della pradakshina. Esterna ed interna se il tempio è nirandgara.


Il fine del tempio lax  agli inizi dell’evoluzione è di dare il massimo rilievo visivo a  un ciclo di 9 statue., i  navaghaha.( La sola alternativa possibile alla mia interpretazione è che si sia individuato un determinato schema architettonico e ad esso si sia adattato il soggetto statuario  esibitovi, che doveva rientrare nel novero di nove  ( e dunque miente rudra o aditya), ma appare alquanto peregrina. Va altresì rilevato che la scelta come soggetti deambulatoriali dei navaghraha o delle saptamatrika , con quelli trimurtici e surya nelle nicchie superiori, in larga misura non è che la trasposizione circolare , in un moto rotatorio che replica quello cosmico emanativo- riassorbitivo ,  del  dispiegamento lineare dei medesimi soggetti nelle trabeazioni d’accesso al garbaghriha). Come? per elevazione e per proiezione,
dunque con l’aggiunta che diventa canonica di un plinto tra zoccolo e vedibhanda,
 con  la soluzione anche essa divenuta paradigmatica di una proiezione che  assuma la forma di una finestra balcone,   che implica lo sviluppo dell’aggetto di due transetti e la sostituzione della finestra balcone ai  badhra del sanctum
solo che come attestano i tempietti d’angolo panchayatana e i ratha delle pareti del  santuario interno al tempio,  la norma è ancora il tempio pancharatha , il tempio dei sovrani prati-hara da cui il disassoggettamento è in corso d’opera, e con i cui ottemperamenti collide l’espansione del badhra a  balcone finestra.
Essa infatti pregiudica la possibilità di salvaguardare la scansione in badhra, pratiratha e karna con proiezioni separate da recessi.
.Così può spiegarsi l enigma che due dei templi maggiori di khajuraho abbiano il minor numero di proiezioni.
La formazione di compromesso, ripresa nel tempio vishvanata con 9 balconi per 7 saptamatrika ganesha e shiva virabadjhra, è quella che di fatto in due dei templi maggiori di khajuraho sacrifica i pratiratha mediani riducendoli a due  upabadra sussidiari del balcone, in non compiuta sintonia o in disarmonia con l’andamento delle proiezioni del sikhara.
 La soluzione ideale sarà trovata nel kandarya mahadeva  passando a un tempio septaratha,  che divenerà norma, ancora più slanciato(how) che consente una corrispondenza di scansioni ripristinando il pratiratha.
Nei templi ulteriori si conserva l’incremento saptaratha delle scansioni, a dispetto delle loro dimensioni sempre minori,  al punto che raddoppiano le proiezioni tra il badhra centrale e il karna d’angolo..



dolore mentale



Il risveglio è avvenuto più tardi del solito grazie ai farmaci che sto assumendo. Ma a quale luce del giorno per la mia mente? No, niente di  apparentemente sconvolgente riemerge  dalla memoria del giorno precedente, il cordoglio di cui sono stato partecipe era per il giovane deceduto in un autobus precipitato da un ponte, con altre 50 vittime,  che abita ancora tre case più avanti rispetto  alla mia. Solo che la mia mente, senza più controllo, ha ingenuamente fatto partecipe l’amico di che è capitato nella famiglia della nani materna di Mohammad in Kanpur, dicendogli dello zio che viene quasi alle mani con il fratello e nega alla madre i soldi per recarsi a Kajuraho con Mohammad, e l’amico  vi si è sorprendentemente immischiato per telefonare al padre del ragazzo, per dargli i mezzi per far rientrare il figlio, per proporsi egli stesso di ricondurlo a casa. Con che serietà d’uomo, con che lucidità di intenti superiori,  all’apparenza, in realtà   pur di fare a pezzi ogni relazione tra me e Mohammad, spezzare con il suo grugno di Varaha ogni mia relazione possibile con una famiglia islamica… sicuro di avermi in pugno come il suo schiavo,  nella ragnatela  di servigi che mi ordisce intorno ogni giorno… ……il mio disgusto mette mano al telefono, lo riattacca prima di sentirne la voce,  lascia che lui chiami due volte prima di contattarlo, di mentirgli che tutto va bene, che mi sono sbagliato con i tasti nel ricorso al cellulare….è intanto una luce meravigliosa quella che filtra dalle finestre, che irrora il cortile, la gioia di Poorti ed Chandu intenti nei giochi,  che lambisce in cucina Vimala e Ajay…, il ragazzo mi reca le fette farcite per colazione, al che mi riprendo rialzo dai miei risorti fantasmi sterminatori intenti risorti di sterminarli tutti, rimetto mano alla mia attività al computer,  prescelgo i testi della rassegna quotidiana per i miei amci in faceboook,  sul grido di orrore  degli yazidi, la filosofia come cognizione del dolore, la salvezza per tutti concessa al centurione Cornelio.
Mi sto accingendo a  riallineare gli a capo dei testi  su clandestini e migranti,  su quello sguardo che sa vederne una risorsa , sull’ invocazione che nessuno tocchi i rifugiati, nelle Supplici, ce lo insegna Eschilo,  quando mi raggiunge una telefonata di Mohammad tramite il cellulare dell’amico.
Si scusa di dovermi chiedere tre giorni di proroga per il suo rientro,  la nonna ha il diabete e dovrà essere con lui dal dottore domani, al che io gli rispondo  che non ha ragione di scusarsi, che sta a lui ed ai suoi decidere come e quando fare ritorno, solo che pensi anche alla scuola,  mentre lui mi rassicura che non c’è problema se per comunicare tramite Kailash con il padre,  ho reso Kailash partecipe delle miserie familiari che mi ha confidato,  parlandomi dell’amico, di  Chandu, di Poorti ed Ajay, come oramai di membri della sua famiglia gli mancano tanto, al pari di me,… non è vero come supponeva Kailash, facendone un mentitore astuto,  che egli ritardi di fare ritorno per prendere parte a una festività islamica che avverrà il 13 di maggio, come mi informa,  ben oltre la data in cui lascerà comunque Kanpur, solo che io non mi farò scrupolo, vengo intanto pensando,  di non stare certo ad attenderlo, e di rendermi assente per un viaggio in corso  al suo ritardato rientro..
Mi distolgo infine dal computer,  stremato da  quante imperfezioni e improprietà e leziose goffaggini rendano interminabile anche la mia ultima improba fatica descrittiva di un tempio hindu,  e  Chandu mi appare sortire nudo da sotto la lastra posta sul pozzetto dell’acqua, dove già lo vedo galleggiare morto,  mentre Vimala è intenta a un breve sonno sul letto in cui si è sdraiata,  e  dico al bimbo, no, no, di non farlo più, dolcemente atterrito, per uscire di casa  mentre stanno levando i tendaggi sotto cui siedono ancora, sui chabutri, i convenuti ad accompagnare con la loro presenza il dolore dei congiunti del ragazzo deceduto nell incidente dell autobus. . Mi unisco a loro, per lo più muslim,  e mi si porge una tazza di the,  mentre con le bianche nubi di passaggio assisto al volgere anche di questo giorno, al solo conforto che nulla sia successo, di sventurato, che possa pregiudicare quello dei giorni futuri.