giovedì 3 settembre 2015

Otto bigliettini di Gino Baratta a commento di mie poesie d'un tempo.
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E’ bastato giorni or sono che mettessi mano alle mie antiche carte che tengo in un bauletto ch’è appena poco oltre l’ingresso della mia libreria, sotto il reliquario, tra altre scatole di reperti di viaggio, dei pochi cimeli che mi restano del mio caro Sumit, per ritrovare raccolti in una busta che mi aveva recato una missiva di Jean Starobinskij, sparsi al suo interno tra le altre buste di alcune lettere di Claudio Magris, ( “Caro Bergamaschi, grazie, custodirò molto volentieri il suo manoscritto nella bottiglia. Tante care cose”), i bigliettini che Gino Baratta mi trasmetteva sul fare delle lezioni, quando oltre trent’anni or sono fummo colleghi nello stesso Istituto scolastico, con su scritto il suo commento ai miei testi poetici che gli facevo vedere. Otto in tutto, non di più, su ritagli d’occasione, ma scritti con una grafia fine quanto l’acutezza e l attenzione prestatami, quale da nessun altro avrei più ricevuto.
In alcuni di essi era contenuta l’analisi di un semplice testo, preso in esame in se stesso, in altri Gino aveva inserito la disamina anatomica del mio componimento nella visione che si veniva facendo del decorso intertestuale della mia produzione poetica, per farmi presente quanto, secondo i suoi orientamenti critici, vi significasse o meno un avanzamento espressivo,.
Di tali "pizzini",vorrei pubblicarne inizialmente uno inerente una mia sola poesia, di cui allego il testo testo, per non complicarne la decifrazione con l’illustrazione di rinvii e rimandi Sta esso scritto sul retro dell’incarico conferito al sig. Prof. Baratta di supplire il prof. Sarzi Braga, in data 9 novembre 1983. Addì 8 novembre 1983.

E’ a commento di un mio componimento che ricorre nella edizione in rete della mia raccolta Acanti ed asfodeli , ma di cui il mio spirito critico ha poi accolto che vi figurasse solo se vi compariva quale una delle Esercitazioni che fanno seguito ai suoi componimenti essenziali, all’atto di un loro restauro selettivo del 1998.
In tale suo referto, più che recensione, attraverso una figura emblematica del componimento, l’”astrale bilancia”, Gino colse nella forma discorsiva implicita del componimento, l’interrogativo, la trama esistenziale che vi venivo esprimendo, e seppe individuare in Montale l autore di riferimento . Borges ora mi sembra di aggiungere, e Quevedo cui Gino rinvia con il suo cenno alle mie “agudezas”, insieme con la constatazione che c’è troppa lucidità discernente nelle parole costernate di allora, perché esprimessero davvero un discorso di tenebra. Nella versione originaria come ne La casa dei doganieri c’era un “addipana” cui fa e riferimento Gino, che ora ho corretto in sdipana

Quale vera Maat può soppesarti

Quale vera Maat può soppesarti
la coppa a propendere dell'astrale bilancia,
se questa tua cieca carne che dilacera e rantola,
o inerte il suo pugno di polvere.
Al volgere del fuso
gli occhi che ti tramano inesausti
con gli incubi i sogni,
certe solo la pena e le ansietà dell'ansito,
nessuna condanna inappellabile,
la tua carcerazione che così continua.
Il filo che si sdipana e ti conduce
e chi può rivelarti
se volge ad un'uscita celeste o a delle fetide fauci,
chi ti riconduce il ritorno della vela che vapora.
Così la tenebra ci fa complici del nostro destino,
e ci si inanella alla catena ininterrotta
o la si spezza e si soggioga.
E Giasone che tradisce Medea per lui fratricida,
e Teseo Arianna che fu sua complice anch'ella
contro il suo sangue,
saranno i gloriosi vincitori che fluttua la marea perenne.

Gino ne scrisse:

“Mi pare centrale l emblema : astrale bilancia. L’oscillazione delle domande, o, in ogni caso, un aut-aut che si pone quale indugio mi paiono precorsi da astrale bilancia. L’uscita celeste o il volgere alle fetide fauci ( con l interrogativo) stanno, incerti, sull’astrale bilancia.
Se un filo si addipana, non è per certezze o risposte; anzi, per consegnarsi alle contraddizioni del fato, per introdurre all’ambiguità di un rapporto: Giasone-Medea; Teseo-Arianna.
Complessivamente la struttura e le agudezas mi riportano a Montale: Soprattutto l ‘implicante interlocutorio: tua, ti.”


un secondo biglettino tra di me e Gino Baratta

l secondo dei bigliettini tra me e Gino Baratta
Il referto seguente è forse il primo dei bigliettini che Gino ha scritto a commento di una mia poesia. E' questa la ragione principale della brevità delle note che vi si rintracciano, che non si spiega con una sua elusione di come il componimento non gli fosse particolarmente piaciuto, in quanto lo avrebbe poi prescelto a che figurasse in testa ad in una mia terna rappresentativa, in una antologia poetica di cui fuegli il curatore, La doppia dimenticanza, Poeti della sesta generazione Forli, Forum/ quinta Generazione, 1983). Altre mie poesie non furono più pubblicate.
Nel testo poetico Gino Baratta individua alla perfezione l’immaginario che lo ha ispirato, percependo come forme naturali e artificiali, le une vanamente ad intrecciarsi in amore alla guisa di quelle floreali in ferro battuto, vi siano le figurazioni del mondo artistico del liberty, uno stile che non era allora , agli inizi degli anno Ottanta, solo un fatto di gusto, magari rétro, ma il mondo delle forme di un universo culturale immenso: la Vienna, di Trakl , di Hofmannstahl o Rilke, di Klimt o di Schiele, come allora ce la incantavano la critica filosofica e letteraria di Magris e di Cacciari.
Negli altri due testi che Gino avrebbe prescelto per quella raccolta, di cui non serbo traccia o memoria di biglietti, Gino avrebbe rinvenuto tra di noi delle ulteriori affinità elettive al loro improntarsi maniacale al manierismo, secondo una comune vocazione, anti-classicista. che aveva delle similarità con la crisis della negatività del moderno di cui il liberty a sua volta era cifra e sigla.
Benchè a dispetto degli studi di critica d'arte dell'Arcangeli l' espressionismo padano fosse pensato come univocamente estroverso, macheronico-ariosteo, l'indagine critica antecedente dell'opera in prosa del marchesino pittore De Pisis aveva immunizzato Gino da ogni visione unilateralmente giovale dello spirito padano, sicchè rinvenirvi il mio saturnismo non era stata per lui sorprendente.
Così, ora delle circostanze in cui Gino si trasse con me fugacemente in disparte dai suoi accoliti, ne ricordo una in cui si appuntò sul tormentio di cui le mani dei corpi di Schiele erano espressione, un’altra in cui vagheggiò che ci potessimo ritirare come il Pontormo , per nostre alchimie verbali simili a quelle sue pittoriche, in una casa che avesse “ piuttosto cera di casamento da uomo fantastico e solitario che di ben considerata abitura,” secondo le parole di un biografo del gran pittore fiorentino accennate da Longhi, - un involversi e un internarsi di cui aveva già riesumato un ricorso ulteriore, in Scritti sull’arte, quanto alle manie del marchesino de Pisis nella sua Ferrara pentagona o nella sua stanza ottagona in Parigi
E tu ora svena ogni tuo spasimo
E tu ora svena ogni tuo spasimo
fra le ritorte foglie che ti laminò un artefice,
la ferrea trama riforgiandoti
di cancelli invano a schiudersi,
ora che le stagioni si susseguono, pur sempre,
e delirio
è ancora accoglierne il richiamo,
tra i freddi palmiti
verso dimore d'ombra
affetti e palpiti stillanti,
a corpi e mani, se ripulluliamo,
quale vano tormento
a noi morti l'intrecciarci.
( 1982-83)
Commento di Gino Baratta
“Mani- ritorte foglie- laminare-artefice
L’intrecciarsi è anticipato da –trama- ma è verbo che rende trasparente l intera costruzione dei versi
Uno spazio recintato da floreale ferro battuto”
Le altre due poesie apparse insieme con la precedente nell’antologia La doppia dimenticanza
Al frinire dei sistri delle cicale
Al frinire dei sistri delle cicale
non andare se tumultua il sangue,
il cielo è immane una canicola di piombo.
Per chi la Vergine s'intorbida stravolta
le occasioni sorgono già morte.
A lamine profetiche d’argento
che attendi ancora il vento,
per la pianura,
che vi spiri a sommuoverti un futuro?
Più non stormiscono, nell'estuo,
tacite le fronde pitiche,
terreo lo sguardo
le Sibille intorte.
Così a decretarti,
nel desiderio senza più speranze,
tutto di nuovo, sempre così.
(1982-83)
Al chiarirsi di derive di zaffiro
Al chiarirsi di derive di zaffiro
s'invermigliano di sangue le asterie fluttuanti,
nell'opale disciolto di cieli di Siria
mutili acanti promanano agli astri
dei cancri solari cavitati nei vortici,
quando nel riorbitare delle sfere armillari,
a lunazioni più rapide
precipiti immani,
Mercurioveneri chiaroveggenti
ingeminiamo ovoidi abomini ( aborti) postumi,
- nei peripli di terrore
se la celata è levata a mirare un sogno
a parare l'oltraggio che ci ritorce
il seme di cuori che già si sfaglia.
(1983)
foto di Odorico Bergamaschi.








  • Odorico Bergamaschi

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Un terzo bigliettino di Gino Baratta

Un terzo bigliettino di Gino Baratta

 Questo bigliettino è l unico di quelli rimastimi che riguarda un racconto,  “ La festa nuziale”, che con “ La fiera di paese” ed “ Il giardino pubblico” compone una sorta di trittico iniziatico della mia narrativa. 
Gino ne ebbe a rilevare  innanzitutto lo stile espressionistico,  che egli ricollegò a Gianfranco Contini, mi è difficile tuttora  intendere se citandolo quale critico diagnostico o quale  autore per me esemplare, nell'esercizio appunto di una scrittura espressionistica
In realtà con Gadda e Longhi al vertice di una Trimurti del mio Super-Io,  tra gli autori in prosa del Novecento italiano Contini, era ed è tuttora il mio nume tutelare letterario,,ma ne indossavo i panni mentali solo quando io stesso assumevo le vesti di critico.
Gino ritenne invece che la forma linguistica della mia prosa narrativa risalisse agli anni trenta, a  Delfini o a Landolfi,  mentre rinvenne una reminiscenza di Attilio Bertolucci  nella ricorrenza di "arca" entro il sintagma “ arca immane di quanta gente”.
Ora io direi che Gino si rifece esattamente agli scrittori nel cui calco letterario  mi muovevo, solo che nel racconto la voce narrante in prima persona era l ‘Io di un poeta colto e marginale,  che avvertiva  goffa la ricercatezza della sua diversità in seno al popolo rustico dei suoi compaesani,  di cui purtuttavia ,in un empito populistico intensamente sabiano, avrebbe vorrebbe essere parte sino a confondersi fisiologicamente con la sua natura plebea, il che al termine gli è consentito  felicemente solo dall’ebbrezza del vino, quando l'ha vinta sulla sua lucidità critica divaricatrice. E di quei tempi  l'Io letterario la cui assimilazione ( che  facendomi io sua voce), poteva propiziare la mia  immedesimazione espressiva con tale personaggio,  tra i due citati da Gino era solo quello di Delfini, mentre nella letteratura straniera per me aveva assunto  tale evocatività il grande Robert Walser.
Tommaso Landolfi fu certo voce di scrittore per me determinante, ma la facevo mia quando avevo da impersonare altre identità  letterarie, più elegantemente attillate,  e meno atticciate, che non  quella di un poeta balzano agli occhi del mondo, allorché, ad esempio,  mi attempavo in un signore urbano d’altri tempi, cerebrale  nella sua sentimentalità.
Nel seguito delle annotazioni l’interesse di Gino era quindi calamitato dai modi di tale scrittura espressionistica,  dal senso del ricorso in essa dello esclamativo:  segnava forse la temperatura di uno slancio effettivamente esuberante,  o comunque quella più febbrile di un farsi forza, entro un andamento musicale-narrativo  del racconto che era  per lui costituito da un  preludio di incoraggiamento, un primo movimento in crescendo  e da un  ulteriore in diminuendo,in corrispondenza con il decorso dello spirito d’adesione alla festa del poeta, al venir meno del quale scemavano gli stessi esclamativi. Di tale involversi della vitalità festosa del poeta,  per effetto delle variazioni in una tonalità negativa delle fluttuazioni stesse della sua  consapevolezza riflessiva, per Gino era emblematico  che accanto a un Viva Bacco, mozartiano, al poeta  fosse irrefrenabile l'erompere in  un Viva Bachtin, che era una cifra dell'ostentazione per lui irrinunciabile del proprio addottoramento, a certificazione, invece con ciò,  più di una insicurezza quanto al proprio proprio  valore che di una rassicurazione in merito. Ed in sintonia Gino  registrava , a compimento di nota, il trasformarsi del melodramma del movimento in crescendo  nel melodrammatico della riflessività “ del noster poeta" ch'era al suo cospetto alla consegna del biglietto. Peccato, era allora il mio cruccio,  che per la sua avversione per il melodramma quanto per il mondo dello sport, Gino non potesse avvertirvi di quante citazioni volessi dilettarvi il gusto del melomane, con quell'" Ecco l Ebe che versa", ad esempio, che nella sua bislaccheria la mia memoria canora aveva desunto dalla stessa Traviata. (Gastone E tu dunque non apri più bocca? (ad Alfredo) Marchese È a madama che scuoterlo tocca... (a Violetta) Violetta Sarò l'Ebe che versa).


Espressionismo ( Contini)
Anni trenta- da Delfini a Landolfi-area da Bertolucci
La cifra in esclamativo cresce e cala = segna una temperatura? Prima (il protagonista) ha bisogno di un incoraggia-mento – poi cresce su di sé e quindi cala sempre su di sé
Il melodramma avvia al melodrammatico della riflessione del noster poeta.
Compare Bachtin-in metacoscienza ( - se porco- la plastica- le bibite- più che vino)

mercoledì 26 agosto 2015

Keldhar







  Il Tempio shivaita di Keldhar   
     
 
L’amenità incantevole del sito, su di una prominenza tra i rivoli d’acqua d’un fiume ombroso,
 si conciliava a meraviglia con il mio benevolo scetticismo sulla effettiva rilevanza del piccolo purana mandi shivaita
 le cui dimesse spoglie, tra le suggestive vestigia di templi che non erano che ammassi di rovine hindu,

erano state per giunta sbiancate anteriormente e consegnate al riguardo che poteva avere della sua antichità la devozione locale.
 Così intentavo una sorta di amabile sfida con quelle pareti, a che mi dimostrassero, alla mia compulsazione visiva, almeno che il purana mandir non era in difetto dei fondamentali di un tempio Pratiratha, , almeno nelle parti che ne restavano , il tempio essendo stato stroncato dove avrebbe dovuto avere inizio la varandika di transizione a dun qualche sikhara , perché vi subentrasse una sovrastruzione recente, che faceva capo a una cuspide che per fortuna era di assai scarse pretese.
Una sorta di affettuosa ironia già ad una primo approccio si congedava dalla supposizione che lo voleva finanche pancha-ratha, perché le due presunte prati-rathas erano upabhadras della proiezione centrale, e dunque tri-ratha era il tempietto, né di più poteva essere.
Ma lo stesso approccio mi visualizzava che il tempio consisteva anche dell’antarala, e che il vestibolo poteva ostentare, di dimensioni maggiori, un ricco paramento edicolare sovrastato da eminenti gavakshas, che lo accomunava alle proiezioni dei karnas e del ratha centrale. La nicchia era si ribassata, ma la rendevano compiuta una soglia inferiore che per giunta figurava fregiata di petali di loto incisi nel bordo inferiore, due pilastri laterali pur se ai minimi effetti, che mancavano, certo, dei rilievi dei vasi dell’abbondanza e del badraka di raccordo, ma che in luogo di tale elaborazione pur tuttavia erano decorosamente adorni di due ardhapadma o semi-loto successivi, sotto un capitello mensola che non mancava di esuberanza prominente. A conclusione superiore dell’ architettura della nicchia, un kapota .semplice che faceva le veci della gronda chhadya. Tale ornamentazione edicolare era inoltre replicata sulla facciata interna dei karnas, ad assicurare che in essi tutti i dikpalas trovassero ricetto ( albergo). E i bhadras facevano pur anche sfoggio di un certo sfarzo, potendo esibire appunto i piastrini protocollari di due gatha.pallavas tra una badharaka coronata da un ardha.padma quale suo medaglione.
Il basamento sottostante, poi, era un adhisthana di tutto punto, dal bel risalto delle torniture circolari delle sue modanature indefettibili di kura, kumba e kalasa, conclusa da una kapotika con takarikas di tutto riguardo.
La cordonatura di un ghanta mala, alle estremità opposte delle pareti, raccordava bhadra e karnas, com’è d’uso fine nei templi Pratihara.                      
Caduta così anche l ultima prevenzione in me simulata, salutavo con gioia divertita le divinità e gli esseri celestiali che non mancavano di comparire in ogni edicola. In conformità con le direzioni cardinali di cui i dikpalas erano i protettori, dopo uno dei due ganas danzanti che erano di stanza nelle nicchie della kapili dell’antarala, assecondando il verso della pradakshina, nei karnas essi non potevano non essere Varuna volto a nord ovest,  Vayus con il manto sollevato dal suo essere ventoso,
   
 mentre Parvati in panch-agni-tapas era insediata nel bhadra nord,  
 
   
 
   
 cui facevano ovviamente seguito Kubera e Isana nei karnas seguenti,
 
   

 
   
 
   

 
   
 
   
 ai quali succedeva Kartikkeya nel bhadra est,
 
   
 
   

 Indra sull’elefante Airavata ed il flammeo Agni come era da attendersi nei kharnas successivi,

 
   
 
   
 
   
 
   

un portentoso Ganesha nel bhadra sud,
 
   
 
   

infine di prammatica Yama
   
   
 
   
e Nirriti,
 
   
 
   
ed il secondo dei gana vestibolari , intento alle danze al suono di una vina.
 
   
 
   

Ero quindi al portale, devozionalmente tinteggiato di azzurro e di verde
 
 Le dee fluviali erano andate distrutte di recente, se figuravano ancora esservi nei manuali di mia consultazione, e due fantocci sacri ne avevano preso il posto sui lati interni, ma erano sopravvissute allo scempio delle vivaci attendenti “ chattra-darini” con una borsetta delle offerte, due donne al seguito ed un dikpala shivaita per parte, alle loro spalle, sorvolandoli un rishi penitenziale, dei vidyadharas ed un’hamsa mithuna.

 
 
   
   
   
Gli stipiti potevano quindi esibire la più usuale sequela di 5 bande ornamentali,
 
   
 
   

 in tale ordine procedendo da quella più interna: saka patra fogliare, naga-saka serpentina, saka- mithuna di 5 coppie amorose dentro delle loro nicchie, uno stambha sakha conformi ai canoni del pilastro ornamentato con due vasi dell’abbondanza alle estremità, tra i quali dalle fauci di un kirtimukka, sottostante ad un medaglione nelle fogge di un ardha-padma, o semi-loto, una campana pendeva, attaccata a un cordone, fino a raggiungere delle volute vegetali, prima che fosse alfine la volta di un bahya saka terminale, defluente le volute di fogliame rampicante. Il capitello un Kirtimukka che era parte del piedistallo d’appoggio per una surasundari.
Nel lalata bimba della trabeazione un irriconoscibile Garuda coglieva per la coda i serpenti terminali del naga-sakha, a suggello di un’inimicizia perenne nei confronti dei nagas cobra del veicolo di Vishnu, comportando una stonatura solo presunta tale sua centralità in un tempio shivaita, oramai avevo visto ricorrere il caso così di frequente in quel di Shivpuri , da non considerarlo più tale e da non farci quasi più caso. Vidhyadaras formavano il corteo di Garuda sollevando una corona conica sul suo capo, al di sotto dell’allineamento , ai lati, delle saptamatrika con Shiva Virabhadra e Ganesha e dei Navagraha..
 
   
 
   
   
 
   
 
   
   
 
   
 
   

 
   
L’amenità incantevole del sito, su di una prominenza tra i rivoli d’acqua d’un fiume ombroso, si conciliava a meraviglia con il mio benevolo scetticismo sulla effettiva rilevanza del piccolo purana mandi shivaita le cui dimesse spoglie, tra le suggestive vestigia di templi che non erano che ammassi di rovine hindu, erano state per giunta sbiancate anteriormente e consegnate al riguardo che poteva avere della sua antichità la devozione locale. Così intentavo una sorta di amabile sfida con quelle pareti, a che mi dimostrassero, alla mia compulsazione visiva, almeno che esso non era in difetto dei fondamentali di un tempio Pratiratha, , almeno nelle parti che ne restavano , il tempio essendo stato stroncato dove avrebbe dovuto avere inizio la varandika di transizione a dun qualche sikhara , perché vi subentrasse una sovrastruzione recente, che faceva capo a una cuspide che per fortuna era di assai scarse pretese.
Una sorta di affettuosa ironia già ad una primo approccio si congedava dalla supposizione che lo voleva finanche pancha-ratha, perché le due presunte prati-rathas erano upabhadras della proiezione centrale, e dunque tri-ratha era il tempietto, né di più poteva essere. Ma lo stesso approccio mi visualizzava che il tempio consisteva anche dell’antarala, e che il vestibolo poteva ostentare, di dimensioni maggiori, un ricco paramento edicolare sovrastato da eminenti gavakshas, che lo accomunava alle proiezioni dei karnas e del ratha centrale. La nicchia era si ribassata, ma la rendevano compiuta una soglia inferiore che per giunta figurava fregiata di petali di loto incisi nel bordo inferiore, due pilastri laterali pur se ai minimi effetti, che mancavano, certo, del rilievo dei vasi dell’abbondanza e del badraka di raccordo, ma che in luogo di tale elaborazione pur tuttavia erano decorosamente adorni di due ardhapadma o semi-loto successivi, sotto un capitello mensola che non mancava di esuberanza prominente. A conclusione superiore dell’ architettura della nicchia, un kapota .semplice che faceva le veci della gronda chhadya. Tale ornamentazione edicolare era inoltre replicata sulla facciata interna dei karnas, ad assicurare che in essi tutti i dikpalas trovassero ricetto ( albergo).
E i bhadras facevano pur anche sfoggio di un certo sfarzo, potendo esibire appunto i piastrini protocollari di due gatha.pallavas tra una badharaka coronata da un ardha.padma quale suo medaglione.

Il basamento sottostante, poi, era un adhisthana di tutto punto, dal bel risalto delle torniture circolari delle sue modanature indefettibili di kura, kumba e kalasa, conclusa da una kapotika con takarikas di tutto riguardo.
La cordonatura di un ghanta mala, alle estremità opposte delle pareti, raccordava bhadra e karnas, com’è d’uso fine nei templi Pratihara. Caduta così anche l ultima prevenzione in me simulata, salutavo con gioia divertita le divinità e gli esseri celestiali che non mancavano di comparire in ogni edicola. In conformità con le direzioni cardinali di cui i dikpalas erano i protettori, dopo uno dei due ganas danzanti che erano di stanza nelle nicchie della kapili dell’antarala , assecondando il verso della pradakshina, nei karnas essi non potevano non essere Varuna volto a nord ovest, Vayus con il manto sollevato dal suo essere ventoso, mentre Parvati in panch-agni-tapas era insediata nel bhadra nord, cui facevano ovviamente seguito Kubera e Isana nei karnas seguenti, ai quali succedeva Kartikkeya nel bhadra est, Indra sull’elefante Airavata ed il flammeo Agni come era da attendersi nei kharna successivi, un portentoso Ganesha nel bhadra sud, infine di prammatica Yama e Nirriti, ed il secondo dei gana vestibolari , intento alle danze al suono di una vina.
Ero quindi al portale, devozionalmente tinteggiato di azzurro e di verde
Le dee fluviali erano andate distrutte di recente, se figuravano ancora esservi nei manuali di mia consultazione, e due fantocci sacri ne avevano preso il posto sui lati interni, ma erano sopravvissute allo scempio delle vivaci attendenti “ chattra-darini” con una borsetta delle offerte, due donne al seguito ed un dikpala shivaita per parte, alle loro spalle, sorvolandoli un rishi penitenziale, dei vidyadharas ed un’hamsa mithuna.
Gli stipiti potevano quindi esibire la più usuale sequela di 5 bande ornamentali, in tale ordine procedendo da quella più interna: saka patra fogliare, naga-saka serpentina, saka- mithuna di 5 coppie amorose dentro delle loro nicchie, uno stambha sakha conformi ai canoni del pilastro ornamentato con due vasi dell’abbondanza alle estremità, tra i quali dalle fauci di un kirtimukka, sottostante ad un medaglione nelle fogge di un ardha-padma, o semi-loto, una campana pendeva, attaccata a un cordone, fino a raggiungere delle volute vegetali, prima che fosse alfine la volta di un bahya saka terminale, defluente le volute di fogliame rampicante. Il capitello un Kirtimukka che rientrava nel piedistallo d’appoggio per una surasundari.

Nel lalata bimba della trabeazione un irriconoscibile Garuda coglieva per la coda i serpenti terminali del naga-sakha, a suggello di un’inimicizia perenne nei confronti dei nagas cobra del veicolo di Vishnu, comportando una stonatura solo presunta tale sua centralità in un tempio shivaita, oramai avevo visto ricorrere il caso così di frequente in quel di Shivpuri , da non considerarlo più tale e da non farci quasi più caso. Vidhyadaras formavano il corteo di Garuda sollevando una corona conica sul suo capo, al di sotto dell’allineamento , ai lati, delle saptamatrika con Shiva Virabhadra e Ganesha e dei Navagraha..

lunedì 24 agosto 2015

Surwaya


 Surwaya

 
 
 

E’ Surawaya l’antica Sarasvati-pattana , o Shankhamathika , che fu anch’essa sede distaccata della setta shivaita Mattamayura. Il monastero fortificato che ne costituiva il sito, era espressione imponente del potere religioso-politico che la setta ed il suo più alto esponente, il matadeesh, avevano acquisito sotto i sovrani dell’epoca, Pratihara, Kalchuri ( in Chandrehi), o Kaccchapagata che fossero, il cui patrocinio era contraccambiato con legittimazione ed assistenza amministrativa e militare, alla periferia dei loro territori da cui ne discacciavano i nemici.
Per accedere all'antico  monastero si doveva ora superare una duplice linea di fossati e bastioni di una fortificazione più tarda.


Intorno ad un vasto cortile il suo complesso aggregava stanze ed un porticato sottostante,al riparo di spessi muri alleviati da finestre grigliate ad offrire una discreta luce. Profili di foglie lungo gli stipiti, divinità al centro della trabeazione, sporti a forma di testa di cavallo, le sole occorrenze ornamentali.
Sui suoi tetti, inaccessibile, si ergeva un tempio tri-ratha, ben integro nel suo sikhara , incluso l'amalaka .
L’ingresso del suo vestibolo era sovrastato da un sukanasa e serrato da pilastri che erano aggraziati dalle figure statuarie di surasundari, tra i sardulas di parallele paraste meno prominenti.Affiancavano il portale due kuta-stambha, uno per lato, che oltre una cornice che era allineata con quella del portale medesimo, si configuravano a templi per lo stacco di un proprio sikharika elegantemente allungato, di forme tri-rathas. Entrambi i sikharikas erano integri sino al proprio amalaka, e quello alla destra dell' osservante aveva preservato finanche il vaso del kalasa e il vijapuraka.Nella loro replicazione frattale, ad ambedue i sikarikas era stato pure concesso di superare in altezza con la madhya lata il mula-manjari, ad emulazione degli eccessi di slancio di un sikhara maggiore.
Nella spianata contigua i tre templi residui del complesso di Surwaya, il secondo ed il terzo affiancati a fronteggiare il primo, in differente stato di complessità e di preservato splendore, vi erano conformi ad una specifica tipologia dei templi Kachchhapagatha, che in Kadwaha avevo individuato nel primo dei templi Pacchati Maghal, -il terzo di essi secondo i criteri classificatori di Krishna Deva-,


 e si mostravano costituiti tuttora, od in passato, del santuario del garbagriha, di vestibolo, di un portico d’entrata che era sovraornamentato con magnificenza incantevole in ogni suo aspetto, innanzitutto nei suoi  bassi pilastri misraska, mistilinei,  contraddistinti dai vasi d’abbondanza alle estremità.





 

 

 

 Il portale d'ingresso era magnificamente ordito di  sakas,uno di volute, un naga-saka serpentino, uno stamba-sakha a guisa di pilastro in cui si succedevano mithunas, tra due bande ai lati di vyalas, un bayasaka di fogliame rampicante. Le pareti laterali erano pancha-rathas, e le loro 5 proiezioni dipartivano da un usuale vedibhanda conclusa da un kapota con takarikas. Di tali proiezioni il badhra e i karnas d’angolo , al pari della kapili del vestibolo, presentavano un’edicola con una gronda vistosa ch’era sormontata da un udgama di carenature di gavakshas, il cui profilo a guisa di frontone, o di sikharika, conferiva alle edicole dignità templare, mentre i pratirathas ai lati della bhadra centrale erano pilastri che  assicuravano il solo supporto di un piedistallo alle surasundari che vi ostentavano quanto erano belle. Al pari dei chhadyas delle gronde di bhadra, karnas e kapili, un madhyabhanda ad essi allineati, che ombreggiava la vaga grazia delle surasundari, spartiva i pratirathas in due ripiani di statue, mentre un terzo, gremito di ghandharvas, ne inscenava la corsa lungo tutta la parete a conclusione del jangha, prima di un varandika composta di due kapotas con takarikas tra cui intercorreva un esiguo recesso, oltre la quale la perdita totale della sovrastruzione non consentiva di dire grandi cose sui sikharas d’un tempo. Quanto al rango gerarchico delle proiezioni le cui forme erano edicolari, com’è norma universale dei templi hindu primeggiavano su tutte i bhadras, per aggettanza e grandeur di rathikas dei loro autentici tempietti: i pilastrini ne echeggiavano quelli di un portico, statue laterali ne fregiavano le pareti volte ai recessi del jangha, ed un fascio di nicchie precedeva lo stacco del frontone dell’udgama. Seconde di grado si attestavano le edicole delle kapili, cui quelle dei karnas cedevano solo per la loro minore larghezza ospitante.
Il secondo dei tre templi, che aveva conservato più integralmente degli altri la scansione in proiezioni e l' ornamentazione delle pareti,


 
preservando le immagini di Shiva Andarakantaka e di Ganesha nel bhadra e nell'edicola vestibolare dell'antarala che ricorrevano lungo la parete meridionale,
campiva al centro della trabeazione del portale Vishnu su Garuda , tra Brahma e Shiva con le loro consorti alle estremità, mentre in una loro disposizione intermedia erano schierati sul fondo i navaghrahas e le sapta matrikas, sorvolati da gandharvas.
Oltre i 5 sakhas, ai loro lati, ed anteriormente, erano non meno mirabili  i pilastri del portico, i cui gatha-pallavas inferiori erano anteceduti da immagini di asceti shivaiti per ogni direzione esposta, incantando particolarmente la profilatura delle scanalature del vaso superiore dell’abbondanza,  e la plasmatura scultorea degli atlanti delle mensole superiori, tra cui erano intercalati nagas adoranti.


Nel primo dei templi, isolato di fronte,

 

 l' ornamentazione scultorea dei pilastri appariva eccelsa in ogni suo aspetto,
 
fossero le foglie ricadenti dei vasi dell’abbondanza, i cordoni di campane sulle sfaccettature, le profilature similari a un amalaka  o con rilievi di petali di loto,
od arrotondate a cuscinetto variegato nel piede del vaso superiore.
Una profusione straordinaria di figure di esseri celestiali disposti in cerchi od allineati in nicchie,



sorvolanti con i loro festoni gli udgamas sovrastanti o schierati intorno le schiuse del soffitto, le estatiche coppie negli angoli che così a loro erano finiti riservati,
p recedevano la duplice orlatura cuspidata e nervata del corollario del fiore di loto che dell'ornato del soffitto era la grazia più leggiadra. Per levità di canto di pietra.
 
 
Nel portale, secondo un’anomalia che avevo già riscontrato nei templi di Shiva di Terahi e di Mahua,  nella prima trabeazione campeggiava al centro della Trimurti Vishnu, in luogo di Shiva, per consentire a Garuda, cavalcatura di Vishnu, di fare l accalappiaserpenti, per la coda, dei rettili del nagasaka degli stipiti. Ma a Shiva era riassicurata la preminenza nella  schiera superiore, in cui nelle sue sembianze di  Nataraja primeggiava tra Ganesha e  Vishnu Narayana e le relative consorti, quali figure intermediarie, rispetto a Kartikkeya e Shiva Virabhadra nelle nicchie terminali, a dei suoi  accoliti sfrenati nel suono e nella danza. Nei due allineamenti superiori si rientrava nei ranghi,  ordinati più del solito, delle divinità femminili delle sapta-matatrikas precedute e seguite da Ganesha e Shiva Virabhadra, dei vidyadharas sovrastanti compositi in volo. Ma che il dio Shiva vi fosse evocato nella sua natura tremenda,  non lasciava adito a dubbi lo dvarapala orripilante cui la dea fluviale Yamuna e la tartaruga avevano ceduto il centro della scena nella parte inferiore dello stipite alla destra dell'osservante, ed una immagine di Mahishauramardini che era una delle poche superstiti delle pareti templari.




 
 
Nel portale, secondo un’anomalia che avevo già riscontrato nei templi al dio Shiva di Terahi e di Mahua, nella prima trabeazione campeggiava al centro della trimurti Vishnu, in luogo di Shiva, per consentire a Garuda, cavalcatura di Vishnu, di fare laccalappiaserpenti, per la coda,  dei rettili del naga-saka degli stipiti. Ma a Shiva era riassicurata la preminenza nella schiera superiore in cui .quale Nataraja, primeggiava tra Ganesha e Kartikkeya e relative consorti, ed accoliti sfrenati nel suono e nella danza. Nei due allineamenti superiori si rientrava nei ranghi di divinità femminili e vidyadharas compositi. Ma che il dio vi fosse evocato nella sua natura tremenda, non lasciava adito a dubbi lo dvarapala orripilante cui la dea fluviale Yamuna e la tartaruga avevano ceduto il centro della scena nella parte inferiore dello stipite alla destra dell osservante, Nel primo  dei templi, isolato di fronte,  la ornamentazione scultorea dei pilastri appariva eccelsa in ogni suo aspetto, fossero le foglie ricadenti dei vasi dell’abbondanza, i  cordoni di campane sulle sfaccettature,le profilature similari a  un amalaka , con rilievi di petali di loto e arrotondate a cuscinetto variegato del piede del vaso superiore.
Una profusione straordinaria di  figure di esseri celestiali disposti in cerchi o allineati in nicchie, sorvolanti  con  i loro festoni gli udgama sovrastanti o schierati intorno le schiuse del soffitto,  estatiche coppie negli angoli che così a loro erano finiti riservati, precedevano la  duplice orlatura cuspidata e nervata del  corollario del fiore di loto che del soffitto era  la grazia più leggiadra, per levità di canto di pietra-
 
E’ Surawaya  l’antica Sarasvati-pattana  e Shankhamathika ,  che fu anch’essa sede distaccata della setta shivaita  Mattamayura. Il monastero fortificato che ne costituiva il sito, era espressione imponente del potere religioso-politico che la setta ed il suo più alto esponente, il matadeesh,  avevano acquisito sotto i sovrani dell’epoca, Pratihara, Kalchuri ( in Chandrehi), o Kaccchapagata che fossero, il cui patrocinio era contraccambiato con legittimazione ed assistenza amministrativa e militare,  alla periferia dei loro territori da cui ne discacciavano i nemici.
Per accedere al monastero si doveva superare una duplice linea di fossati e bastioni  di una fortificazione più tarda.
Intorno ad un vasto cortile aggregava stanze ed un porticato sottostante, al riparo di spessi muri alleviati da  finestre grigliate ad offrire luce. Profili di foglie lungo gli stipiti, divinità al centro della trabeazione, sporti a forma di testa di cavallo, le sole occorrenze ornamentali.
Sui suoi tetti, inaccessibile, si ergeva un tempio tri-ratha, integro nel sikhara amalaka incluso.
L’ingresso del vestibolo era sovrastato da un sukanasa e  serrato da  un pilastro che aggraziavano le figure statuarie di surasundari,  tra sardula di una  parasta prominente ma aggettante. Affiancavano il portale due stambha sakhas, uno per lato,  che oltre una  cornice allineata con quella del portale medesimo,  si configuravano a templi per  lo stacco di un proprio shikara elegantemente allungato, triratha, integro in entrambi di amalaka, in uno pure del vaso del kalasa e del vijapuraka.. Ad ambedue i sikarikas era stato concesso pur anche di superare in altezza con la madhya lata il mula-manjari, ad emulazione degli eccessi di slancio di un sikhara maggiore.

Nella spianata contigua i tre templi  residui del complesso di Surwaya, in differente stato di complessità e di preservato splendore,  vi erano conformi ad una specifica tipologia ,dei templi Kachchhapagatha, che in Kadwaha avevo individuato nel primo dei templi Pacchati Maghal, il terzo secondo i criteri classificatori di Krishna Deva, e si  mostravano costituiti tuttora,  od in passato, del santuario del garbagriha, di vestibolo, di un portico d’entrata su bassi pilastri, mistilinei e contraddistinti dai vasi d’abbondanza  alle estremità,  che era sovraornamentato con magnificenza incantevole  in ogni suo aspetto. Le pareti laterali erano pancha rathas, e le 5 proiezioni dipartivano da un usuale vedibhanda  conclusa da un kapota con takarikas. Di tali proiezioni il badhra e i karnas d’angolo , al pari della kapili del vestibolo , presentavano un’edicola  con una gronda  vistosa ch’era sormontata da un udgama di carenature di gavakshas, il cui profilo a guisa di frontone, o di sikharika,  conferiva alle edicole dignità templare, mentre i pratirathas ai lati della bhadra centrale erano pilastri che fornivano il solo supporto di un piedistallo  alle surasundari che vi ostentavano quanto erano belle. Al pari dei chhadyaa delle gronde di bhadra, karnas e kapili, un madhyabhanda ad essi allineati, che ombreggiava la vaga grazia dele surasundari, spartiva i pratirathas in due ripiani di statue,  mentre un terzo, gremito di ghandharvas,  ne inscenava la corsa lungo tutta la parete a conclusione del jangha, prima di un varandika  composta di due kapotas con takarikas tra cui intercorreva un esiguo  recesso, oltre la quale la perdita totale della sovrastruzione non consentiva di dire grandi cose sui sikharas d’un tempo. Quanto al rango gerarchico delle proiezioni le cui guise erano edicolari,  com’è norma universale dei templi hindu . primeggiavano su tutte i bhadras, per  aggettanza e grandeur di rathikas dei loro autentici tempietti: i pilastrini ne echeggiavano quelli di un  portico, statue laterali ne fregiavano le pareti volte ai recessi del jangha, ed un fascio di nicchie   precedeva lo stacco del frontone dell’udgama.  Seconde di grado si attestavano le edicole dei kapili, cui quelle dei karnas cedevano solo per minore larghezza ospitante-
Il secondo dei tre templi, che aveva conservato più integralmente degli altri la scansione in proiezioni e l ornamentazione delle pareti, preservando le immagini di Shiva Andarakantaka e di Ganesha nelle edicole vestibolari dell'antarala, presentava al centro della trabeazione del portale Vishnu  su Garuda , tra Brahma e Shiva con consorte alle estremità , mentre in disposizione intermedia erano schierati sul fondo i navaghraha  e le sapta matrikas,  sorvolati da gandharvas.
Oltre le 5 sakhas, ordinarie, erano mirabili ai lati e anteriormente i pilastri del portico, i cui gatha-pallavas inferiori erano anteceduti da dvarapalas su ogni direzione esposta, incantando particolarmente nella profilatura  delle scanalature del vaso superiore dell’abbondanza e nella  plasmatura scultorea  degli atlanti delle  mensole superiori, tra cui erano intercalati naga adoranti..

 Nel primo dei templi, isolato di fronte,  la ornamentazione scultorea dei pilastri appariva eccelsa in ogni suo aspetto, fossero le foglie ricadenti dei vasi dell’abbondanza, i  cordoni di campane sulle sfaccettature,le profilature similari a  un amalaka , con rilievi di petali di loto e arrotondate a cuscinetto variegato del piede del vaso superiore.
Una profusione straordinaria di  figure di esseri celestiali disposti in cerchi o allineati in nicchie, sorvolanti  con  i loro estoni gli udgama sovrastanti o schierati intorno le schiuse del soffitto,  estatiche coppie negli angoli che così a loro erano finiti riservati, precedevano la  duplice orlatura cuspidata e nervata del  corollario del fiore di loto che del soffitto era  la grazia più leggiadra,. Per levità di canto di pietra-
Nel portale, secondo un’anomalia che avevo già riscontrato nei templi di Shiva di Terahi e **..,  nella prima trabeazione campeggiava al centro della trimurti Vishnu, in luogo di Shiva, per consentire a Garuda, cavalcatura di Vishnu, di fare l accalappiaserpenti dei rettili della fascia del  nagasaka degli stipiti. Ma a Shiva era riassicurata la preminenza nella  schiera superiore in cui quale Nataraja primeggiava tra Ganesha e  Vishnu Narayana e relative consorti, quali figure intermediarie, rispetto a Kartikkeya e shiva Virabhadra nelle nicchie terminali, ed accoliti sfrenati nel suono e nella danza. Nei due allineamenti superiori si rientrava nei ranghi ordinati delle divinità femminili delle saptamatatrikas prededute e seguite da Ganesha e Shiva Virabhadra, e dei vidyadharas compositi in volo. Ma che il dio vi fosse evocato nella sua natura tremenda,   non lasciava adito a dubbi lo dvarapala orripilante cui la dea fluviale Yamuna e la tartaruga avevano ceduto il centro della scena nella parte inferiore dello stipite alla destra dell osservante, una immagine di Mahisha suramardini che era una delle poche superstiti delle pareti templari.




sabato 22 agosto 2015

Qui  l’estate canta un assolo
che non incanta i sensi morenti,
trasuda, in svago e piacere, una replica che non dilacera strappi,
le voci sociali, se le ascolti,
 salmodiando dei derelitti dei mari 
quale sia il gusto  dei pesci che se ne nutricano,

eppure non c’e vita che anche qui non vada
parlando, gridando, piangendo d’amore,
di cui tremi a che puoi fare ritorno,

ma è quella la torba che alimenta la fiamma,

l’ardere che là ti è dato che ti consuma 
del fuoco sacro del torbido di spasimo ed odio,

oh, tu andato, andato,
andato del tutto e qui rimasto,
Tayata om gate gate parasamgate.

con il cuore che sa ancora abbracciare di tutto
se già si fa più che  al di là di carne  e di sangue
nelle visioni d’eterno di morte rovine,

dove la linfa di volute di  foglie, l’imbeccarsi d’uccelli in cui si è mutata la pietra,
ne sono il canto dei nuovi cieli, e terre,
cui in corso da tempo è  la tua  migrazione ,

e dunque  verso l India, andrai ancora salpando,
a voi ancora, vive e morte anime amate,

ove a te siano i resti negletti di purana mandir
"monuments of unageing intellect,”.

vita, nascita e morte, 
in loro perpetuandoti il ciclo, 
la pioggia, stillandoti fresca,
all'   inumidita soglia che Shiva sorveglia, 

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mercoledì 19 agosto 2015

Haiku per un' Anima cara 4

Haiku per un' Anima cara 4
E in un istante
riapparivi ridente
e tu sei morto