martedì 7 marzo 2017

nuova ecloga indiana versione ulteriore bozza

Che dolce languore ora assonna i miei giorni,
qui ove mi riconduce  servitù d’amore,
nel sole  che intorpidisce con la lena gli affanni,
leniti gli attriti e gli screzi,
sopita l’inanità di intenti,
qui ora  al largo dell’esistenza, tra le pareti domestiche, dei flutti di morte del ventre degli inferi,

 da ogni  angoscia  soggiacente  di cui era folle la mente
 soggiacente remota tra  le pareti di casa che al fine lasciasti /nei fondali divenuti remoti, /
dove  tra gli ultimi e ai piccoli dare vita ai grandi pensieri ,
liberato da ogni  angoscia  soggiacente  di cui era folle la mente
nel godere di ogni cosa mentre tu la stia la stai si sta vivendo,
degli occhi stellari di Chandu che tornano a cercarti di nuovo solo per altre dieci rupie,
“ one plus zero zero “ la sua mente indiana dopo avere invano tentato a chiederti,


tra il viavai del trepestio per Amausia sui passi di danza
la tua mente, ipnotica,, che  come la sua,
che ora non sa che incantarsi  di una luce perpetua,
qui pur dove caduto ogni mormorio di auree brezze
con la ruota che nel  mela round  ricompie il suo giro di luce
tace la distesa della pianura ove  già il grano rifulge/ s’indora
gli stupri di bimbi aggallanti nei pozzi

Né cessarono uomini e animali di berne alle acque bere  alle fonti,
o le adombrarono con i campi di rami e di foglie,
non altro gloria oltre le nubi e gli astri o nei  casolari e tra i campi
che al fuoco nel freddo o all’ombra nella calura  il ridursi memore


e tra il viavai per Amausia ( Shivaratri )sui passi di danza
anche se cantiamo per sordi,  e non risponde la giungla,
intanto raccogliamo endo la residua voce a che  diciamo lo stesso
pur pochi versi soltanto
della fine degli infelici amori di Mohammad
 il  cui eccesso  di cui rabbrividisci ai tuoi trascorsi /che ti rammemora i tuoi
per un nulla non fu la stessa sua fine,
appesosi ad un  gancio, nei farmaci  cercando un veleno letale,
.

Come profetica fu l’ansia dei versi
quando  per lui,  mio piccolo principe,
fra ogni altro ragazzo il più bello e da te amato di tutti,
paventavano il dipartirsi per la sua rosa nel più lontanante dei viaggi.
“Ora  è la morte che mi è amica ”/ “ Ora è con la morte che ho amicizia
 sospira superstite tra il lucore lacustre/ il suo sospiro superstite tra il lucore lacustre
Divenuta invalicabile per sempre
Nello specchio rotto ch’ora è la sua vita
 sullo smartphone una Lakshmana rekha. insuperabile
 separando ora la sua dall imago di lei


finchè  in lacrime s’infrange anche la sua estrema illusione
all’averla vista  con un altro, che con lui si baciava
“a torto le ripetei io ti lascio,
io che non posso vivere senza di lei,
di lei nei suoi ok senza più amore,
come  Dio che si fa gioco di me, della mia povera vita,



ed ora me ne andrò lontano da qui in Kanpur, senza più fare ritorno,
dal mio amico gemello di me di un’ora più giovane,
da lui e dai suoi che mi amano tanto,
o con il mio amore di lei  io distruggerò la mia vita,
avranno fine tre poco  i miei giorni”






Cui sono un appiglio ora gli esami,
al cui esito perché abbia un futuro,  con la virtù lo addestri inyano all inganno,
nel tacito assenso nel dissenso a che copi  le prove
dopo avergli/ne invano corrisposto pagato gli studi

fu per il troppo suo patimento degli affanni di amore e miseria
la sua scusante tra le tue braccia


e  invano richiamandolo ,  sedatone il tormento,

nell ipnosi a una tepida calura di ogni furia del sangue
con gli armenti fai ritorno al tramonto sulle tra le selve di grano
tra i bufali e le capre camuse saziate dai pascoli,
ricolmi dello scorrere d’acque i rivi tralucenti,
tramati di viridi chiome i fondali i declivi
 nel declino del sole più abbagliante,

Cerere e Bacco, Shiva o Parvati,
e voi o Divini celesti,
Cerere e Bacco, Parvati o Shiva,
Padre dei nostri ritrovati giorni,
e date Voi date ascolto siate luce nella sua luce morente ai voti umani,
O Divini celesti,  nel  al nostro ritorno dalle fiere e dai campi
Di nuovo sperando



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